SILVIO BERLUSCONI

 

 

 

 

 

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L’ACCIDENTE E L’INCIDENTE DELLA STORIA

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Era il tempo in cui in Italia sfrontatezza, cupidigia e arroganza dominavano sostanzialmente incontrastate. Il popolo sovrano si inchinava ai potenti che eleggeva perché sperava di entrare a far parte delle loro clientele, desiderando soltanto di legarsi a quella schiavitù cui lo smodato eccesso di libertà e la fittizia ostentazione del benessere l'avevano gettato irrimediabilmente. Alla virtù si era sostituita la scaltrezza: all' essere l'avere.

 

 

IL CONTESTO STORICO



 

Erano gli anni Ottanta, apparentemente "dorati", ma schifosamente marci dietro

l'apparenza, in cui la Prima Repubblica raggiunse l'apoteosi della corruzione.
Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, con i loro giannizzeri e i loro scherani, decidevano e dividevano tutto, incamerando fortune colossali, attraverso le loro organizzazioni e i loro esponenti.

Un sistema chiuso, apparentemente bloccato sul malgoverno e sulla corruzione, che andava avanti per inerzia, sicuro e sfacciato.

Ma la storia ha i suoi comandamenti, di tempi e modi imponderabili, però distruttori e creatori al tempo stesso nelle loro dinamiche inarrestabili.

Il "regime" aveva respinto l'attacco portato dalla mafia, ai rappresentanti dello Stato ancora rimasti liberi e ancorati al senso del loro dovere, fino a confondersi con essa, in un guazzabuglio pressoché inestricabile, in cui gli esponenti si sovrapponevano, con ciò credendo di perpetuare sé stesso.

Ma non resse all'assalto di una delle sue componenti, quella comunista, che si vedeva in posizione emarginata rispetto alle altre due, relegata poi in posizione egemone soltanto sul piano locale, nei territori fra Umbria, Toscana ed Emilia Romagna.

Rompendo il fronte del così detto “consociativismo”, il Pci scatenò allora un attacco concentrico, portato dai suoi esponenti della cultura, dell'informazione e, in prima fila, della magistratura, d'accordo con i poteri forti, teso a delegittimare gli esponenti democristiani e socialisti, per sostituirsi completamente ad essi.

 

 

Una strategia occulta, maturata in uno scenario internazionale profondamente mutato, con la fine della logica dei blocchi e il crollo del comunismo sovietico, da

cui i comunisti italiani avevano  fino ad allora tratto sostentamento sia ideologico, sia materiale, che rimetteva tutto in movimento.

Stante il venir meno dei finanziamenti russi, urgeva poi sistemare le migliaia e migliaia di quadri ( nel senso di funzionari di partito, grandi, medi e piccoli ) che il partito non poteva più mantenere e che doveva quindi “piazzare” nella pubblica amministrazione, da conquistare compiutamente e completamente.

 

Da Umbria, Toscana ed Emilia Romagna, il controllo del territorio e la mafia rossa di commistione fra affari e politica doveva estendersi sull’intero Stato italiano.   

All'improvviso, dopo che per decenni scandali e tangenti, prassi abituale e quotidiana, erano stati sistematicamente tollerati e coperti, pur nella loro enormità, o nella loro sfrontatezza, la magistratura si svegliò dal lungo sonno.
 

Se i primi passi furono del tutto casuali, il consenso dei mass-media, a loro volta sapientemente orchestrati, sollecitò il favore popolare e in breve il meccanismo divenne inarrestabile, soprattutto quando  il Pci, a costo di rimetterci qualche osso e qualche arto, volle fortemente cavalcare la tigre, anzi aizzarla.

 
All'improvviso un oscuro funzionario di partito, che di cognome faceva Chiesa e di carriera criminale stava in un ospizio milanese ad arricchire la sua famiglia e quella dei suoi compagni di merende, nonché di colazioni, pranzi e cene, lucrando appunto sulle forniture dei servizi destinati ai poveri vecchi, si ritrovò inquisito.

 All'improvviso, un oscuro magistrato, che di cognome faceva Di Pietro e che fino a quel momento aveva sguazzato fra soldi facili, macchine di lusso e top model, o sedicenti tali, partì lancia in resta per la sua crociata.

Lo seguirono tutti quelli che a ciò erano stati preparati.

Il piano si mosse.

 

 

 

 

 

La magistratura iniziò a processare e condannare gli esponenti democristiani e socialisti: un po' alla volta finirono, qualche volta a torto, quasi sempre a ragione, praticamente decimati.

 

 

La cultura disegnava già i nuovi scenari politici ed ideologici: chiamò i primi "sistema maggioritario", i secondi "il nuovo che avanza".

 

 

L'informazione pompava i nuovi eroi.

 

 

Il capo supremo riparò in Tunisia giusto in tempo per evitare nel migliore dei casi la galera, nel peggiore il linciaggio.



 

Un' intera classe politica, di quella che fu poi chiamata “prima repubblica”, di democristiani e socialisti fu spazzata via: si salvarono, nascondendosi, o riciclandosi opportunamente, soltanto in pochi.

 

Nuove elezioni battevano alle porte, per aprire le porte del potere ai comunisti, che avevano cambiato nome e simbolo per risultare più gradevoli, quando già Achille Occhetto, ai primi anni Novanta, finì di preparare quella che chiamò la sua gioiosa macchina da guerra, fra l'entusiasmo dei suoi...Prodi.


 

Ma la storia, oltre che i suoi comandamenti, ha pure i suoi accidenti e i suoi incidenti, ancora più imponderabili.

Un accidente, un incidente della storia, una piccola pietra, sfuggita ai Di Pietro, bloccò un ingranaggio che sembrava mostruoso e poi sconfisse la gioiosa macchina da guerra.

Quell'accidente, quell'incidente della storia fu Silvio Berlusconi.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’IMPRENDITORE

 

 

Era nato a Milano il 29 settembre 1936, da una famiglia semplice ( il papà era impiegato in una piccola banca ) che lo fece studiare in collegio dai Salesiani.

Presa la maturità classica e laurea in giurisprudenza e, soprattutto, introdottosi nei canali dell’accesso al credito, conditio sine qua non per poter operare a livello imprenditoriale, cioè in meccanismi bancari e finanziari di disponibilità di soldi liquidi sempre più ampi e complessi, di cui acquisì rapidamente padronanza, comincia l’ attività di costruttore: rileva terreni edificabili e, con la sua Edilnord, realizza nel 1962 un grosso centro residenziale a Brugherio, cui seguiranno i grossissimi, eleganti insediamenti abitativi di Milano 2 e Milano 3.

 

A metà degli anni Settanta, quando in Italia prima esplose il fenomeno delle radio libere e poi si cominciava a pensare alle televisioni indipendenti, Silvio Berlusconi anticipò i tempi, realizzando già nel 1974 un circuito televisivo via cavo per i condomini della “sua” Milano 2.

 

 

 

Fu così che nacque, quasi per gioco, per offrire un po’ di ricette di cucina alle mogli annoiate dei manager e, alla sera, un film ai loro mariti, Telemilano, che nel 1978, meglio definitasi nel frattempo sia la normativa di legge, sia la tecnologia del settore, passò alla diffusione via etere.

 

Seguirono iniziative in campo editoriale e commerciale ( la squadra di calcio del Milan, la ciliegina sulla torta ) come l’acquisto di film e società di distribuzione e produzione, nonché di concessionarie di pubblicità, le varie Videotime e  Fininvest,

con la susseguente creazione intorno ad esse di una rete di televisioni locali, cui venivano forniti gli stessi programmi: l’abbozzo del così detto network, che in maniera prima rudimentale, poi sempre più sofisticata, arrivava a coprire l’intero territorio nazionale e ben presto si diversificò in Canale 5 ( sorta intorno a Telemilano ), Italia 1 e Rete4, rilevate da analoghe, ma fallimentari iniziative dei gruppi Rusconi e Mondadori.

 

 

Era Mediaset. Qualcosa di talmente innovativo da non essere nemmeno contemplato dalla legislazione vigente.

La battaglia legale, fra fasi alterne, dura un decennio.

Nel 1990, la così detta Legge - Mammì riconosce e recepisce la situazione di fatto esistente.     

 

 

SUA EMITTENZA

 

 

Nel pensare, preparare e decidere la sua “discesa in campo”, come la chiamò, nel lessico immediato e popolare mutuato dal calcio, pur fra le concomitanti circostanze irripetibili, l'uomo fu però di suo geniale.

Nella sostanziale indifferenza generale negli anni precedenti aveva messo in piedi, dopo tante imprese commerciali ed edilizie, cavalcando la tigre dell'innovazione tecnologica, un sistema televisivo alternativo.

Anno dopo anno, aveva così costruito, in quello che abbiamo imparato a chiamare l'immaginario collettivo, una presenza corposa e reale che non era più un'immagine, ma già una realtà, parcellizzata nelle case degli Italiani, fatta di famiglie felici, mulini bianchi, carrelli dei supermercati stracolmi, iniziativa personale incentivata e premiata, ottimismo, benessere diffuso, un'immagine che non esisteva più soltanto nelle soap opere e negli spot, ma che reclamava ormai di essere trasferita concretamente nella pratica quotidiana attraverso le forme del politico.

 

 

 

Esattamente questi sono i contenuti del messaggio politico di Silvio Berlusconi.

Una promessa di migliori condizioni economiche, una ventata di protagonismo e di ottimismo, fatte diventare legittime aspirazioni per tutti. E con le sue gaffe e le sue debolezze, la capacità di ridare fiato e dignità alla stragrande maggioranza degli Italiani medi, che si sono identificati in lui.

Tutte caratteristiche peculiari, che i suoi avversari non hanno capito né prima, né dopo, sottovalutandole prima, demonizzandole dopo. 

L'uomo fino ad allora si era aggiustato con i potenti di turno. Aveva fatto favori al capo supremo Bettino Craxi, di suo aveva elargito, dispensato e, per usare un eufemismo, “mediato” a profusione.

Ma la storia non deve essere giustiziera, la storia deve essere giustificatrice: in quegli anni, il fruttivendolo che voleva mettere il banco di frutta al mercato rionale doveva pagare la mazzetta all'assessore del suo paesino...

Quindi figurarsi un qualunque imprenditore…

Berlusconi da par suo si era collegato pure alle logge massoniche, coperte e scoperte, perché da imprenditore aveva bisogno di quei referenti e di quelle protezioni così come da essere umano aveva bisogno dell’aria, dell’acqua e del pane. 

Insomma, negli anni Ottanta in Italia si radicalizzò, estremizzato, il fenomeno del finanziamento illegale della politica: tutti coloro i quali volevano intraprendere una qualsivoglia attività economica dovevano per forza essere collegati a precisi riferimenti politici e destinare ad essi puntuali e cospicue quote di denaro liquido.

Politicamente Silvio Berlusconi era legato, dalla comune origine milanese, dalla ideologia moderata e sostanzialmente anticomunista, pure ideologicamente, nello sforzo di modernizzazione, a Bettino Craxi e ai socialisti.

Ma, come abbiamo visto, al crepuscolo della così detta Prima Repubblica, con gli avvenimenti che passarono alla cronaca prima e alla Storia poi con il nome di Tangentopoli e che abbiamo prima delineato, all’uomo quei potenti di turno vennero meno.

Gli imprenditori dell'alta finanza, i potenti banchieri del resto lo avevano sempre escluso, considerandolo un arricchito, comunque estraniandolo dai loro centri decisionali.
 

 

Sarebbe stata la sua fine e la fine di tutto quello che aveva costruito.

Le sue notti cominciarono ad essere agitate da incubi di tal fatta, cui si mischiavano smodate ambizioni personali, fondate sulla volontà di trasferire quella conclamata capacità imprenditoriale, fino ad allora esercitata nelle sue aziende, sull'intera amministrazione del Paese: uno Stato - azienda, ecco. Esattamente questo.


L'opzione di mediare e di piegarsi ai nuovi padroni annunciati fu presto scartata.


Sempre nell'indifferenza generale, l' Italia fu invasa, infatti, da enormi manifesti stradali, giganteschi cartelloni pubblicitari, in cui un bambino si rotolava sorridente, innocente, felice ed esclamava, nel lessico simpaticamente raffazzonato e creativo dei neonati: "Fozza Italia": icastica rappresentazione della sua ideologia.

Qualcuno si chiese che cosa significassero quei manifesti. Non poteva saperlo.

Ma il messaggio si incuneò pesantissimo nella coscienza collettiva, gli effetti furono micidiali, quando da subliminali diventarono tangibili.

In quei giorni nacque così il davvero nuovo partito politico denominato "Forza Italia".

 

LA DISCESA IN CAMPO

 

 

La battezzò poi da par suo mesi dopo con un altro spot memorabile, in cui il vecchio era in bianco e nero, e il nuovo a colori, quando annunciò, inaugurando il suo lessico famigliare, di voler “scendere in campo”, cioè di voler intraprendere l’attività politica in prima persona.

 

 

“Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare.
Mai come in questo momento l'Italia ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di darle una mano, di far funzionare lo Stato ".

 

 

Intuì per primo che soltanto qualcosa di nuovo, in  quel particolarissimo momento storico, poteva colmare il vuoto lasciato dal tondo della Dc e dal collasso dell’intero sistema di potere su cui si reggeva la prima repubblica.   


 

 

 

 

 

 

Trovò per strada due di quei politici di professione tanto esecrati, ma che associò all'impresa, sdoganandoli dall'esclusione e dall'emarginazione in cui erano stati fino ad allora relegati, il primo confuso e velleitario capo-popolo di una Padania che esiste soltanto per catalizzare protesta antifiscale e xenofoba; il secondo freddo e intelligente amministratore dell’eredità missina ricevuta, fatta di programmi e di valori, opportunamente rimescolati, diluiti e poi rimossi, pronto a scommettere tutto del suo e dei suoi nell'avventura.

 

Sostanzialmente, complice il simultaneo avvento del sistema elettorale maggioritario, li sdoganò, come si disse e si continua a dire: cioè li fece uscire dalla comune convenzione che li escludeva dal gioco politico reale e rese “prendibili” e spendibili i voti, pur numerosi, ma fino ad allora sostanzialmente “di testimonianza” che essi ricevevano.


Alimentò, infine, il proprio partito con gli agenti di vendita delle sue aziende

( quello dei rappresentanti di pubblicità che diventano i primi esponenti di Forza Italia e passano dalla vendita di spot merceologici alla vendita di spot ideologici è uno dei tanti aspetti incredibili, ma veri dell’intera vicenda ) e accogliendo a braccia aperte i professionisti, i piccoli imprenditori, i politici di mezza tacca che prestarono fede  per primi a quella suggestione.

"Eravate tutti tante zucche vuote" - ripeterà loro ogni volta, anni dopo - "E io con la mia bacchetta magica vi ho fatto diventare tutti quanti delle fatine". E rimane questa la sua frase più bella.

 

 

AL POTERE


 

Vinse le elezioni del 1994 in maniera irresistibile. Gli Italiani gli credettero e si affidarono a lui.
Per la prima volta al governo andarono esponenti popolari, non tecnocrati, politicanti e rappresentanti dei poteri forti.


Un momento unico, storico nel senso più vero e più alto dell'aggettivo, frutto del resto, come tutti i grandi momenti unici e storici, di incidenti e accidenti, del fortuito innescarsi di circostanze irripetibili.

Quanto dell'azione politica di Berlusconi fu imposta dalla necessità di salvare i suoi averi personali? Quanto dalla sincera, spontanea e legittima ambizione di dare realtà al suo sogno del benessere comune?

 

 

 

Difficile, se non impossibile rispondere.

Fatto sta che questa prima fase del movimento che aveva conquistato il potere durò troppo poco, per poter offrire risposte univoche.

Inesperienza, insofferenza, leggerezze cominciarono a produrre effetti sinistri. L'uomo, poi, non sopportava letteralmente quelli che sono i riti ineludibili della politica: considerava perdite di tempo le scene rituali del teatrino della politica.
Gli faceva difetto, ancora, il senso dello Stato, quello vero, non lo Stato - azienda.

I nemici, incarogniti e terrorizzati dalla sconfitta elettorale, usarono sicari travestiti da magistrati per colpirlo alle spalle.

Quella primavera di Roma, quell'estate della nostra troppo breve contentezza furono stagioni brevissime.


Incalzato dalla magistratura politicizzata, cioè dall'uso strumentale e politico della magistratura, fu costretto a dimettersi.

Gli altri, gli avversari, i nemici, scelsero come "nuovo" un leader rassicurante, cresciuto all'ombra dei tortellini e dei poteri forti, fra incarichi di sottogoverno, sedute spiritiche e amicizie condivise.

 

 

 

LA TRAVERSATA DEL DESERTO


 

 

Negli anni seguenti, però, pur all'opposizione, imparò a mediare e a costruire secondo le regole della politica. Venne a patti con i suoi nemici al potere, che, nonostante tanto strillare preventivo, al dunque non sistemarono e lasciarono senza nemmeno toccarla l’ingarbugliata matassa del conflitto d’interessi.

Perdonò fra gli amici chi lo aveva tradito, primo fra tutti Umberto Bossi, sul quale grava comunque la responsabilità storica di aver fatto materialmente fallire il primo governo Berlusconi, sintesi di circostanze propizie uniche ed irripetibili.

Mediò e stemperò le situazioni.

Meditò a lungo la rivincita.

Da un punto di vista strettamente personale, superò una forma di cancro, da cui riuscì a guarire completamente.


 

 

Agli inizi del nuovo secolo e del nuovo millennio, gli Italiani, ancora confusamente attratti dal suo carisma e dal suo messaggio, nel 2001 gli ridettero il potere.

 

 

PER LA SECONDA VOLTA SULL’ALTARE


 

Ma se il postino bussa sempre due volte, cambiano però inevitabilmente le lettere che portano, le circostanze dei luoghi tutto intorno, gli indirizzi delle buste.
Quelle che all'uomo sono state recapitate in questi anni sono state timbrate dal terrorismo internazionale, dalle guerre, dall'avvento della moneta unica europea che soltanto in Italia ha impoverito la maggioranza della popolazione, dalla globalizzazione che non perdona, non considera e non risparmia nella sua ferrea logica: scenari epocali che non si possono affrontare a colpi di barzellette, di gesti scaramantici e di pacche sulle spalle.
E dagli avvisi di garanzia della magistratura, retaggio ineludibile del passato che ritorna, ritorna sempre, corposo e minaccioso.


 

L'uomo ha abbondato definitivamente in questi anni quanto di genuino e autentico c'era nella “mission” che si era dato.


Chiamato a ben più alte responsabilità, si è disinteressato della sua creatura, per dedicarsi a velleitari tentativi politici pubblici, vanificati dai nuovi scenari, e alla difesa del suo patrimonio e dei suoi interessi personali, quest'ultima sì, la sola ragione centrata e portata a compimento, al di là della formale, anziché sostanziale soluzione trovata per il così detto “conflitto di interessi”, cioè l’incompatibilità fra la proprietà di aziende economiche e gli incarichi istituzionali pubblici.

 

Se la volta prima dalla magistratura era venuto l’attacco fatale, questa volta proprio dalla magistratura si doveva cominciare, sostanzialmente disarmandone le iniziative, con la creazioni di nuove leggi fatte apposta, mirate nello specifico delle questioni pericolose.

 

 

Si sono susseguiti poi tutta una serie di provvedimenti, mirati a salvare sé stesso e i suoi uomini e i suoi interessi, che pur di raggiungere tali fini non si sono minimamente curati di tutto il resto, come i reati depenalizzati e in pratica cancellati, quindi la negazione della certezza del diritto; come gli enormi profitti assicurati soltanto ai ricchi e quindi sempre più ricchi, dopo tutta una serie di intrecci di interessi irrisolti e anzi consolidati e rivolti a favore di sè stesso e delle proprie aziende.

 

 

 

Un esempio per tutti, la così detta “legge – Gasparri” sul riordino dell’assetto radiotelevisivo in Italia.

 

 

In breve, però, tutto ciò ha significato la fine del sogno e l'amara realtà del malcontento generale e del fallimento sostanziale.

Dalle urne delle ultime elezioni regionali dell’ aprile 2005, dopo una serie di campanelli d’allarme rimasti inascoltati, il responso inequivocabile del declino di un ciclo.

                                                                                                      

 

 

 

 

 

 

 

TEMPI E MODI, FORME E CONTENUTI DEL BERLUSCONISMO

 

 

In circa tre decenni da protagonista sulle scene nazionali e dopo più di un decennio da mattatore in politica, da quando non è stato più, dalla metà degli anni Settanta, il semplice “palazzinaro” di successo, ma prima grande imprenditore e poi leader politico e presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, con la sua presenza e le sue iniziative, ha profondamente modificato tanta parte della vita sociale italiana.

Con lui, per effetto dell’uomo e dell’opera, è cambiata la politica, la televisione, il calcio, il look, a tal punto da poter identificare, con gli effetti di tutti questi cambiamenti, una vera e propria età, l’età del “berlusconismo”.

 

 

In POLITICA  si impone la concezione, che diventa vera e propria cultura, del “fare”. Ancora adesso la frase - cardine, l’idea – guida è univoca: “Fare politica significa realizzare cose concrete”.

Si tratterebbe, se si vuol trasporre l’indicazione paradigmatica sul terreno ideologico, di una specie di liberalismo e liberismo esasperati, in cui lo Stato è considerato una grande azienda, da amministrare secondo i tempi e i modi della logica imprenditoriale.

 

 

 

Quanto al “che” fare, non viene rivelato dai trattati dottrinari, ma dai sondaggi di opinione.

Posto una determinata questione, si fa che cosa vuole la maggioranza dei cittadini, comunque la si affronta in tal senso: con ciò la politica non soltanto perde il primato sull’economia, ma ogni posizione di preminenza, o rilievo, e rinuncia ad ogni funzione educativa, nonché di orientamento e guida.

 

 

 

Il partito politico si svuota dei suoi organismi di elaborazione e dibattito: emerge e domina incontrastata la figura del leader, che decide in prima persona praticamente tutto, o di tutto dà indicazioni operative.

Del resto, tutti i tempi e i modi della politica tradizionale, le sue forme e i suoi contenuti, vengono aborriti: esecrato addirittura il politico di professione.

Si fa politica con i rapporti personali quanto più cordiali possibili, con la simpatia, con la propria immagine rassicurante, felice, vincente. Conta il LOOK, l’immagine che si dà di sé, l’apparire a ogni proposito e anche a ogni sproposito non importa, va bene lo stesso.

 

 

La cura del corpo deve essere regola di vita: quindi corsa, palestra, dieta, lifting contro le rughe, capelli sempre a posto e, in caso di calvizie, cura radicale fino al trapianto del cuoi capelluto.

Giacca e cravatta per gli uomini, tailleur e tacchi a spillo per le donne sono la divisa quotidiana.

Famose le cravatte di Marinella a puntini di spillo del premier. 

Fare politica, infine, richiede grandi disponibilità finanziarie dal punto di vista personale e l’attività, la carriera politica, negli organismi rappresentativi a qualsiasi livello, è ormai praticamente riservato a chi ha soldi da investire in questo.

 

 

La TELEVISIONE è il luogo privilegiato, è il mezzo della ricerca del consenso, in ogni caso e in ogni occasione.

Nel bel mezzo di un avvenimento drammatico come l’ assassinio di Quattrocchi in Iraq, il ministro degli esteri Franco Frattini era a gestire la crisi insieme a Bruno Vespa su Rai1, a “Porta a porta”.

Servizi giornalistici; apparizioni nei programmi di vario genere, anche del più puro e discutibile intrattenimento, tipo “Scherzi a parte” e “Il processo del lunedì”; interviste e dibattiti; spot veri e propri di propaganda è diventato il modo di fare politica che si è imposto.

Parlare per slogan, reclamare attenzione su di sé e distogliere quella degli ascoltatori sugli avversari sono la sintesi delle regole da osservare quando si appare in qualche programma.

La tv pubblica, del resto, ha assimilato ( e di nuovo! ) tempi e modi, forme e contenuti della tv privata, cioè commerciale, cioè berlusconiana.

Anche il centro – sinistra, da tempo, non riesce a pensare la politica al di fuori della televisione.

Ormai  si è consolidata una vera e propria democrazia mediatica.

 

Di per sè, infine, per la televisione non conta la qualità oggettiva e il valore contenutistico dei programmi: conta il pubblico che riesce a “catturare”, la così detta “audience”, che è poi il bottino da offrire agli investitori pubblicitari, che, infine, sono poi quelli che pagano e la finanziano, in un circolo vizioso e viziato, una specie di serpente che si morde la coda.

 

 

Quindi film e telefilm americani: tutto quello che è successo e ha successo negli Stati Uniti d’America pedissequamente riproposto in Italia ( ormai, i titoli di testa e di coda non sono neanche più tradotti, appaiono in lingua inglese ); trasmissioni con protagonisti presi dalla vita quotidiana, elevati artificialmente a personaggi; e “reality show”, dal “Grande fratello”in poi.  

 

 

 

Anche il CALCIO, quello giocato e pure quello parlato, si fa in televisione. I diritti televisivi finiti alle società di calcio hanno innescato una spirale di maggiori entrate cui hanno fatto seguito maggiori uscite, per assicurarsi calciatori in abbondanza, anche soltanto per “strapparli” agli avversari e per pagare ingaggi stratosferici, del tutto assurdi, per ragazzi di vent’anni e per il loro avidi procuratori -  speculatori.

La preminenza economica ha assicurato il predominio calcistico di Milan e Juventus, con le altre squadre ridotte al rango di comprimarie.

La visibilità a livello di immagine che dà il calcio va poi perseguita puntigliosamente.

Memorabili gli interventi del Presidente..Presidente. Anche se formalmente non più presidente del Milan, Silvio Berlusconi non perde occasione per intervenire nel dibattito calcistico: ed eccolo criticare l’allenatore della nazionale, come l’ultimo dei tifosi; eccolo “consigliare”il “suo” di schierare una formazione a tre punte, anziché a due; ed eccolo essere tempestivamente informato di qualsivoglia contrasto interno, o bega da spogliatoio, fra una riunione di governo e una crisi internazionale. 

 

Ma è poi possibile un’altra, assai più radicale, ma non per questo meno corretta interpretazione, del “berlusconismo”, che vede in esso non solo e non tanto l’avventura politica, partitica, di Silvio Berlusconi, quanto il complesso sistema socio-economico che esso ha generato.

 

Praticamente, l’apoteosi del consumismo: tutto un sistema, cioè, di valori venuti meno e di idee cancellate, delimitato, circoscritto, colmato e riempito invece soltanto dal denaro, dalla mentalità del profitto, dell’egoismo, dell’opportunismo.

Il trionfo supremo del materialismo.

Si badi bene: un sistema del genere, che non si limita a Berlusconi, al suo partito, ai suoi estimatori, ai suoi elettori; che non abbraccia, in parte integrante, soltanto i suoi alleati politici, dalla Lega ad Alleanza Nazionale, passando pure per i pur almeno in molte occasione riottosi neodemocristiani dell’ U.d.c.; ma che raggiunge, contamina, comprende anche esponenti politici, elettori, contenuti e comportamenti di tutti gli altri partiti dello schieramento “avverso”.

Si potrebbero fare moltissimi esempi pratici, a cominciare da quelli massicciamente forniti dallo scandalo di “bancopoli”.

Ma non è questo il punto.

Non ci riferiamo ai singoli episodi.

Il berlusconismo è una mentalità, un modo di intendere e agire, da cui è fortemente pervasa, condizionata, connotata l’identità anche di quello che si presenta politicamente come ad esso avverso e alternativo.

Quanti conflitti di interessi insanati e insanabili ci sono pure a sinistra!

Di quanto liberalismo, aziendalismo, americanismo e nichilismo sociale diffuso è fatta la politica e la cultura del centro-sinistra!

 

 

Quanti dei loro esponenti adoperano gli stessi metodi e coltivano gli stessi valori dell’uomo che dicono a parole di voler combattere!

In più, di più: in ultima analisi, si tratta proprio di un radicale ed epocale cambiamento di gusto etico ed estetico, una diversa sensibilità generale, una profonda degradazione antropologica sopravvenuta negli Italiani.

Sarà difficile che il berlusconismo scompaia con la fine politica di Silvio Berlusconi.

Ci vorranno anni e anni, ci vorrà una vera e propria rivoluzione culturale, o, meglio, controrivoluzione culturale, davvero alternativa, fatta di relazioni, associazioni, studi e acquisizioni interiori, a colpi di etica e di morale, per scioglierne e farne decantare i perniciosi effetti prodotti.    

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UN PRESIDENTE PLAY-BOY

 

 

Quanto è accaduto nel mese di giugno 2005 non è una barzelletta, nemmeno uno scherzo, di pessimo gusto.

Non era il 1974, quando ancora giovane e spensierato, già ricco e di successo, se ne poteva andare su un’isola con la Cucciolina di turno.

    
Era il 2005, quando da presidente del Consiglio ha dichiarato in pubblico, vantandosene, da irresistibile play-boy, di aver sedotto la presidente finlandese, al fine di ottenerne l’approvazione: è stata una battuta mal riuscita, che, a parte le ripercussioni registrate a livello di diplomazia e le conseguenze negative nell’immagine internazionale, implica alcune considerazioni assolutamente negative.

Primo: non c’era più bisogno di dire niente. Il risultato voluto ( la concessione all’Italia della sede europea dell’autorità alimentare ) era stato ottenuto, in un modo o nell’altro e chi fa politica sa che quando si vince, non bisogna mai voler stravincere.

 

 

Secondo: chi fa politica dovrebbe elevarsi ed elevare, sia nei contenuti, sia nella forma, quando parla in pubblico, non degradarsi e degradare.

Terzo: la politica non si fa con le barzellette, con le pacche sulle spalle, con i sorrisi ammiccanti, con il “farsi amici” gli interlocutori, come se fossero bambini nemmeno delle elementari, ma della scuola materna statale, perché essa ha bisogno di ideali, di carisma, di idee-forza, di stile.

Quarto: una presunta battuta del genere è vergognosamente sintomatica del maschilismo ancora imperante, che per quanto trattenuto e arginato, raffiora ancora troppo spesso in circostanze inopportune.

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IL SENSO DELLO STATO

 

 

A Berlusconi e a gran parte degli esponenti del suo partito è mancato spesso il senso dello Stato, delle Istituzioni, della politica.

Ma ve lo immaginate Alcide De Gasperi che fa le corna nelle foto di gruppo con i capi di Stato delle altre Nazioni?
Ve li immaginate Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante che si danno pacche sulla schiena l’un l’altro? Che magari si toccano il sedere ridendo?
Potete concepire Aldo Moro, che si metteva la giacca e cravatta anche per andare al mare, d’estate, con la bandana per ricevere un importante capo di governo alleato, e così conciato lo porta in spiaggia a mangiare il gelato?

Amintore Fanfani, che passava pochi giorni di vacanza, in una specie di catapecchia sperduta fra i monti dell’Appennino, costruirsi una mega-villa-ultragalattica in Sardegna e apporre il segreto di Stato pur di giustificare le costruzioni abusive?

 

Giulio Andreotti che ospita a casa sua le figlie del presidente della Russia o degli Stati Uniti e li unisce ai propri in allegra brigata?
Ma riuscite anche soltanto lontanamente a pensare a qualcosa del genere?

 

Bettino Craxi, con tutto quel che si può dire su di lui, non mise mai la bandana per ricevere un capo di Stato straniero, non aveva ville in cui organizzare finte eruzioni di vulcano a colpi di fuochi d’artificio e quando pure scopò con la mitica Moana Pozzi, pace all’anima di tutti e due, non lo fece sapere a nessuno, tanto meno alla moglie. E potrei continuare a lungo.



 

 

 

Invece Silvio Berlusconi…

 

 

 

 

 

 

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GALEANO? CHI ERA COSTUI?

 

 

La stessa sensazione che provò il Don Abbondio di Manzoni nell’imbattersi nelle sue letture del filosofo Carneade hanno provato nel giugno 2005 a Roma il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il presidente degli industriali Luca di Montezemolo.


Erano ospiti all’assemblea dei costruttori edili ( A.N.C.E.) e, prima di prendere la parola, stavano ascoltando la relazione del presidente dell’associazione, Claudio De Albertis, il quale ha invitato tutti a portare avanti progetti ambiziosi, spiegando l’esortazione, con la frase, appunto, di Galeano “perché l’utopia serve per continuare a camminare” correttamente attribuitagli.

 

Nella sua replica, Berlusconi ha risposto alla platea dei costruttori garantendo massimo impegno e, citando lo stesso autore, ha aggiunto: “Non dobbiamo mollare, perché solo con la nostra esperienza potremo seguire quel Galeano di cui parlava il vostro presidente”.

 

Conclusa la riunione, ha poi raccontato di aver scherzato sulla sorpresa – Galeano con Luca di Montezemolo: “Pensavamo fosse un terzino della Juve, perché né io né lui conosciamo questo autore” .
E si vede!

Infatti è stato ri – citato a sproposito, come se davvero fosse un macinatore di chilometri sul terreno di gioco, magari da acquistare al prossimo calcio – mercato per rinforzare la difesa milanista, per metterlo in squadra quale esempio da seguire…

La frase di Eduardo Galeano, citata da Claudio De Albertis e clamorosamente fraintesa da Berlusconi ( né poteva essere diversamente, non avendo egli neppure lentamente idea di chi ne fosse l’autore) è davvero molto bella.
Ecco la citazione completa:


 

«Lei è all'orizzonte» dice Fernando Birri. «Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini non la raggiungerò mai.
A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare
».
Da "Las palabras andantes", di Eduardo Galeano, Finestra sull'Utopia

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IPSE DIXIT

 

AUTOSTIMA/ 1

Quando la mattina mi guardo allo specchio, ho un’alta considerazione di me” – “Corriere della sera”, 28 ottobre 1995

 

AUTOSTIMA/ 2

Non c’è nessuno sulla scena mondiale che può pretendere di confrontarsi con me. La mia bravura è fuori discussione. La mia sostanza umana, la mia storia, gli altri se la sognano. Quando incontro un primo ministro, un Capo di Stato, sono loro che devono cercare di essere più bravi di me” – “Ansa”, 7 marzo 2001

 

POLITICANTI

Se c’è una cosa pericolosa e che mi fa male è di vedermi assimilato a questi politici di professione che hanno alle spalle una carriera fatta di chiacchiere” – “La Repubblica”, 18 dicembre 1995

 

UMBERTO BOSSI/ 1

Nonostante atteggiamenti volutamente devastanti, il Bossi è un buon italiano: è diverso dai vecchi e nuovi marpioni della politica. E in questo me lo sento fratello” – “Panorama”, 4 febbraio 1994

 

UMBERTO BOSSI/ 2

Bossi è un disastro, una mente contorta e dissociata, un incidente della democrazia italiana, uno sfasciacarrozze con il quale non mi siederò mai più allo stesso tavolo” “Repubblica”, 20 gennaio 1995

 

UMBERTO BOSSI/ 3

Io ho cinque figli, Umberto quattro: non ci tradiremo, non potremo più guardarli negli occhi” – “Ansa”, 20 febbraio 2000

 

MAGISTRATI/ 1

In Italia c’è un cancro da curare: è la politicizzazione della magistratura. Ma con una drastica riforma renderemo i giudici imparziali” – “Europe1”, 30 giugno 2003

 

 

 

 

MAGISTRATI/ 2

Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente e, secondo, sono matti comunque. Per fare quel lavoro, devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana” – “La Voce di Rimini”, 4 marzo 2003

 

CANZONE ALL’ITALIA

Il nostro Paese non solo è bello per i suoi beni artistici, culturali e ambientali, ma ha anche le regioni più ricche d’Europa. La ricchezza delle famiglie supera di otto volte il prodotto interno lordo annuo, abbiamo una percentuale altissima di telefonini, siamo dei grandi play-boy, quindi tutti i nostri ragazzi mandano almeno dieci messaggi al giorno alle loro tante ragazze, abbiamo auto e case di proprietà” – “Ansa”, 28 maggio 2005

 

 

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L’ACCIDENTE E L’INCIDENTE: CAPITOLI SUCCESSIVI

 

 

Con la sua reazione dopo la sconfitta inequivocabile delle elezioni regionali dell’aprile 2005, da molti interpretate tout court come la fine di un ciclo, l'uomo sul trono che ora vacilla ha fatto finanche tenerezza.

E' andato a dibattere con "i comunisti" ( chi non è con lui comunque un comunista è per lui ); ha cercato di sorridere e di rassicurare; ha proclamato inesistenti sicurezze di poter continuare a vincere; ha teorizzato la creazione del così detto “partito unico” fra le forze alleate del centro – destra, con l’appoggio esterno della Lega, di cui è sempre egli stesso il leader naturale e il candidato alla Presidenza del Consiglio.

 

Quando qualcuno degli alleati della coalizione ha provato ad avanzare dubbi sulla legittimità della sua leadership, gli ha sdegnosamente chiesto dove si potesse trovare un altro candidato capace di buttare in politica un patrimonio personale così ingente come il suo, cioè ha controbattuto con una vera e propria volgarità. 

 

Le elezioni politiche della primavera 2006 si ponevano così come il prossimo, decisivo e probabilmente definitivo appuntamento col destino.

 

 

 

 

Lunga, aspra, arida e triste, la campagna elettorale, per le politiche del 9 aprile 2006, in cui Silvio Berlusconi si è lanciato con veemenza, sapendo di giocarsi tutto: o di nuovo al potere, per continuare un ciclo storico, o inevitabilmente delegittimato e definitivamente emarginato. 

Ha fatto di tutto.

Una presenza massiccia, invadente, addirittura irritante su tutti i mezzi di comunicazioni, televisioni di ogni tipo e di ogni programma in primo luogo.

Una profusione di propaganda, per quanto contenuta dalla tanto da lui esecrata legge sulla cosiddetta par condicio.

 

Addirittura, una nuova legge elettorale varata in extremis per orientare i risultati in maniera favorevole: un ibrido fra maggioritario e proporzionale, che ha limitato la scelta degli elettori, in maniera tale che per la prima volta i rappresentati al Parlamento non sono stati eletti dal popolo, ma nominati dai partiti e ratificati ( c’è una bella differenza ) dagli elettori; una legge che in un empito di brutale franchezza uno dei suoi alleati ed egli stesso artefice dell’elaborazione ha definito tout court “una porcata”.

 

Tante carote sotto forma di promesse di riduzione, o abolizione delle tasse.

Poi, il bastone di un’inaudita violenza verbale.

Se il Conte Zio di manzoniana memoria insegna a “sopire e troncare”, quindi a placare e a rassicurare, il Cavaliere ha esasperato e alimentato la tensione politica.

 

E’ arrivato a definire più volte “coglioni” coloro i quali non avrebbero votato per lui. Ma non è questa la sua frase più brutta.

 

 

La sua frase più brutta resta quella con cui, in uno dei tanti interventi elettorali in televisione, ha condannato la pretesa della sinistra di rendere uguale il figlio del professionista al figlio dell’operaio, come se la politica, nella sua più alta finalità, non dovesse appunto consentire di rimuovere le differenze di censo e di destino e consentire a tutti i capaci e i meritevoli, rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana, di essere pienamente artefici della propria realizzazione.

 

Una bruttura che neanche nazismo e stalinismo si erano mai sognati di teorizzare, anzi volendo, anche se sciaguratamente ognuno a modo suo, realizzare esattamente il contrario.

 

 

 

 

 

 

Le elezioni politiche del 9 aprile  e 10 aprile 2006 sono state così un referendum pro o contro Silvio Berlusconi: pro o contro un’Italia degli interessi dei ricchi sempre più ricchi; delle leggi ad personam e contro la Magistratura e l’autorità dello Stato che neanche il fascismo  storico si sognò neppure lontanamente di pensare; dell’egoismo imprenditoriale; della precarietà, cioè tutto quello in cui il berlusconismo era degenerato negli ultimi anni.

Ma tutto questo Silvio Berlusconi è riuscito a mascherare e ad occultare dietro l’immagine di sé stesso, trascinando alla conta referendaria quaranta milioni di Italiani: contrariamente alle previsioni, risultati divisi esattamente e incredibilmente a metà.

Se ha perso le elezioni, ha vinto comunque il referendum: uno splendido modo di uscire dal potere.

 

 

Ma al potere, almeno quello da leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi rimane saldamente ancorato. Nessuno pare avere la forza, né l’autorità, per scalzarlo da quel ruolo.

 

Così, nei mesi successivi, egli si ripropone quale capo del centro – destra e, sfruttando anche le indecisioni e le contraddizioni del governo – Prodi, quale condottiero per un ritorno della sua coalizione, di nuovo maggioritaria nel Paese, come con sempre crescente enfasi e sempre maggiori percentuali di distacco attesterebbero i sondaggi da lui ripetutamente citati.

 

Ma al governo si va con le elezioni, non con i sondaggi e Prodi riesce a mantenere saldo il suo esecutivo, nonostante le divisioni del centro – sinistra, incalzato nell’ anima democristiana e democratica di sinistra, dalla sinistra radicale.

 

Filoamericanismo, atlantismo, liberalizzazioni e privatizzazioni... Il nuovo governo di centro – sinistra nella sostanza dei fatti mostra una sostanziale continuità con quello tanto esecrato di centro – destra.

 

Prodi però attua una politica fiscale che colpisce i redditi alti e  medio alti, a differenza del precedente esecutivo e questo, per quanto possa essere giusto, anche perché questi ultimi erano stati largamente privilegiati, gli procura tutta una serie di malumori e antipatie.  

 

Le sia pur timide aperture su un tema di civiltà quale il riconoscimento giuridico delle unioni di fatto lo minano ancora di più al suo interno, in cui la componente laica, radicale, comunista spinge anche, pur senza grossi risultati, contro le decisioni di continuità filoamericana.

 

 

 

Chiusura ai diritti civili e filo - americanismo ad oltranza vedono invece compatto il centro – destra, che riesce a far dimenticare la propria illusoria e ingiusta politica fiscale, a favore dei più ricchi.

 

Ma le differenze sono di minime percentuali di aliquote fiscali: nessuno che riduca i grossi privilegi, che colpisca le rendite finanziarie, che ridistribuisca il reddito, che cominci a realizzare la giustizia sociale.

La stessa giustizia, la scuola, la sanità, il lavoro parcellizzato e marginalizzato nel precariato ad oltranza: ecco l’americanizzazione della società italiana, che indistintamente attraverso i due apparentemente contrapposti schieramenti di centro – sinistra e di centro – destra.

Le guerre all’estero, il fisco, le leggi morali tanto care a teocon e teodem  ( i cattolici, sia conservatori “di destra” sia democratici “di sinistra” ) : ah, e i sondaggi...

 

Anche lo scenario politico si è completamente americanizzato, o berlusconizzato che dir si voglia.

 

A tre lustri di distanza, poi, da quella “tangentopoli” cui sia l’un che l’altro schieramento devono la loro legittimazione, cui però in particolare il centro – destra deve essere grato, per averne avuto in eredità la carica così detta del “nuovo che avanza”, niente pare sostanzialmente cambiato e quel poco che è cambiato, pure è cambiato in peggio.

 

Come la rivoluzione francese partì contro la monarchia e arrivo con un Imperatore, così tangentopoli partì contro la partitocrazia e le ruberia della politica ed è arrivata ad un sistema in cui i partiti, tutti, nessuno escluso, ricevono somme ingenti legalmente, nonostante un referendum popolare avesse abrogato il finanziamento pubblico, quindi in spregio della volontà popolare e poi in più senza per questo aver rinunciato ai consolidati legami illegali.

Poi tutti, nessuno escluso, hanno esteso ai limiti delle possibilità i privilegi e le opportunità su cui possono contare per sé e per i propri uomini, di cui gli apparati dispongono a piacimento.

 

 

In un contesto simile, in cui, pur all’opposizione, come detto, la mancanza di valide alternative all’interno della sua coalizione quale guida e il quadro generale cristallizzato nei tratti che abbiamo descritto, confortano la propria posizione, Silvio Berlusconi trova il modo di rilanciare il proprio ruolo politico.

 

 

 

 

 

Pure, i segnali di distacco dell’ Udc di Pierferdinando Casini, con una sostanziale riproposizione di tempi, modi e contenuti del vecchio centrismo democristiano; le tensioni in disfacimento della Lega, fra la perdita di prestigio dopo la batosta personale di Umberto Bossi e la batosta politica della bocciatura popolare della riforma costituzionale in senso federalista tanto inseguita; gli imbarazzi e le confusioni di Alleanza nazionale, contraddittoria, ondivaga, e rivelatasi pressoché improponibile; ecco,  tutti tali elementi vengono sistematicamente sottovalutati, o taciuti e alla fine Silvio riesce sempre a far quadrare il ragionamento, che più o meno suona così:  - vedete? Solo io li tengo insieme e solo io li posso far vincere.

 

 

Ma in questi mesi, suo malgrado, sempre come sempre, ma sempre di più, Silvio Berlusconi occupa gli spazi della cronaca, dell’attualità, del pettegolezzo pure, piuttosto che quelli della politica.

 

Nella Storia, in effetti, unico fra i suoi colleghi contemporanei, egli c’è già entrato.

 

Nella politica c’è ancora comunque, per quanto in bilico da mesi, sul crinale fra declino e rilancio.

 

Però, è nella cronaca che continua a dominare, incontrastato.

 

 

UN TUFFO AL CUORE

 

 

Passa l’estate del 2006 in una frenetica attività mondana: le mega – feste nella sua mega – villa in Sardegna, compresa quella con la finta eruzione del vulcano artificiale, una quintessenza del kitch, insomma; le frequenti puntate al locale di Flavio Briatore, tempio di tamarri, saltimbanchi e veline; il proprio compleanno con il menestrello personale Mariano Apicella; e la festa a sorpresa per quello della moglie in Marocco: un po’ di Buona domenica, un po’ di Striscia la notizia, un po’di Scherzi a parte, come i programmi delle sue televisioni, nella sua vita quotidiana.

 

Poi, prima di Natale, dopo uno svenimento in pubblico, la controversa decisione di farsi operare al cuore negli Stati Uniti d’America.

Proprio come desiderava…di cuore, Silvio Berlusconi è tornato a casa, a Natale, in famiglia, in Italia, dopo essersi sottoposto all’intervento chirurgico, a Cleveland, negli Stati Uniti d’America.

 

La vicenda si presterebbe a molte annotazioni: i limiti dell’età, la necessità della tranquillità, gli agi e i disagi della ricchezza, la mobilità sanitaria e altre ancora, ma ci limitiamo ad un’altra, irresistibile. E dunque è noto come Berlusconi abbia tentennato per parecchi giorni prima sull’opportunità stessa di farsi operare e poi sul dove, con non certo per ultimo il desiderio di passare il Natale con i suoi.

Bene. Deciso l’intervento e scelta la prestigiosa unità coronaria americana, chi ti va a trovare là il buon Silvio quale capo-reparto? Un professore italiano, Andrea Natale. Sì, proprio così si chiama il medico che l’ha operato, Andrea di nome e Natale di cognome. Nomen omen. Infatti ogni cosa si è risolta per il meglio.

Compresa una battuta finalmente riuscita, una barzelletta non sbiadita, artificiale, becera, ma sanguigna, autentica, dirompente: all’infermiere italo – americano che, nel prepararne la scheda di ricovero, gli chiedeva, come da prassi: -“Soffre di allergie particolari?” – egli rispose di botto: “Sì, ai comunisti!.”

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LE ULTIME PAROLE FAMOSE

 

 

Non mi ha fatto mai fare una brutta figura, mai. Mentre certe altre mogli di politici... E poi è anche indulgente, che cosa potrei volere di più?”.

 

Finiva con queste parole un’intervista concessa nei giorni precedenti ad un settimanale “femminile”, in edicola il giorno dopo lo scoppio del  gran casino, da Silvio Berlusconi, che così si esprimeva a proposito di sua moglie Veronica Lario.

 

Mai una brutta figura? Indulgente? Quando si dice le ultime parole famose...

 

Quella  mattina, a sorpresa, il quotidiano “Repubblica” portava in prima pagina come apertura una lettera al direttore di Veronica Lario, la quale, in seguito a certe frasi leggere e disinvolte adoperate dal marito, pieno di complimenti nei confronti di belle ragazze incontrate in una cerimonia, gli rinfaccia la scorrettezza e gli chiede pubbliche scuse, con più o meno fondate argomentazioni.

 

 

Non era la prima volta che succedeva.

 

 

Appena poche settimane prima, si era più o meno velatamente affacciata agli onori del pettegolezzo, su un sito internet ripreso dai giornali, la storia di Lucrezia Di Ianni, commessa ventenne molisana, tutta pazza per Silvio, delle loro telefonate e dei loro incontri.

Ma tutto sommato senza lasciare strascichi.

 

Tutto il contrario di quello che è successo invece per frasi apparentemente banali, lanciate da Silvio nei confronti delle “bonazze” di turno che lo avevano accerchiato ad una cerimonia mondana.

Frasi questa volta riportate da molti quotidiani, che hanno letteralmente fatto perdere i lumi alla moglie Veronica, che decideva di reagire in quel modo.

 

Eccone il testo completo della lettera a “Repubblica”:

 

Egregio Direttore, con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito.

Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione.

Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque".

 

Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni.

A mio marito ed all´uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi "La metà di niente".

 

 

Nel corso del rapporto con mio marito ho scelto di non lasciare spazio al conflitto coniugale, anche quando i suoi comportamenti ne hanno creato i presupposti. Questo per vari motivi: per la serietà e la convinzione con la quale mi sono accostata a un progetto familiare stabile, per la consapevolezza che, in parallelo alla modifica di alcuni equilibri di coppia che il tempo produce, è cresciuta la dimensione pubblica di mio marito, circostanza che ritengo debba incidere sulle scelte individuali, anche con il ridimensionamento, ove necessario, dei desideri personali.

 

 

Ho sempre considerato le conseguenze che le mie eventuali prese di posizione avrebbero potuto generare a carico di mio marito nella sua dimensione extra familiare e le ricadute che avrebbero potuto esserci sui miei figli. Questa linea di condotta incontra un unico limite, la mia dignità di donna che deve costituire anche un esempio per i propri figli, diverso in ragione della loro età e del loro sesso.

 

Oggi nei confronti delle mie figlie femmine, ormai adulte, l´esempio di donna capace di tutelare la propria dignità nei rapporti con gli uomini assume un´importanza particolarmente pregnante, almeno tanto quanto l´esempio di madre capace di amore materno che mi dicono rappresento per loro; la difesa della mia dignità di donna ritengo possa aiutare mio figlio maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto per le donne, così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre sani ed equilibrati.

 

RingraziandoLa per avermi consentito attraverso questo spazio di esprimere il mio pensiero, La saluto cordialmente”.

 

 

 

In Italia per molte ore non si è parlato d’altro.

Si tratta in effetti di un fatto per molte ragioni straordinario, difficile da capire e da spiegare. Vediamo di fissarne le migliori coordinate possibili.

 

Come ho documentato ampiamente nel mio recente saggio “Breviario d’amore”

( Azimutlibri ) da anni – da quando Elisabetta Canalis mandò un comunicato all’ Ansa per ufficiliazzare la fine del suo rapporto con Bobo Vieri - si è diffuso il singolare fenomeno da parte di più o meno importanti personaggi pubblici di affidare alle colonne dei giornali le proprie problematiche di coppia.

Benché io ritenga che il “personale” sia “politico” e che dunque le scelte “private” abbiano e anzi debbano avere una valenza “pubblica”, trovo invece disdicevole che marito e moglie, o fidanzato e fidanzata si mettano a litigare sui giornali.

 

 

 

 

Come è giornalisticamente legittimo, essi vanno a solleticare e sollecitare i diretti interessati, i quali però dovrebbero ben guardarsi dal cadere in simili trappole, che finiscono comunque per nuocere alla loro immagine.

Peggio, quando sono essi stessi a sollecitare spazio sui mass media per simili vicende, che potrebbero più agevolmente essere dibattute a quattro occhi e sicuramente in maniera più dignitosa per tutti: insomma, il proverbio: “i panni sporchi si lavano in famiglia” non sarà originale, ma è una perla di saggezza, che spesso molti, abbagliati dall’informazione drogata e dalle leggi distorte dello spettacolo, finiscono per dimenticare, con esiti comunque catastrofici.

 

 

Nella fattispecie, però, siamo di fronte a qualcosa di eccezionale: non è il produttore cinematografico, l’attrice, il cantante, o la velina, bensì l’uomo più ricco d’ Italia e il protagonista assoluto della vita politica italiana, a essere dentro la lite d’amore affrontata e gestita in pubblico.

 

Proprio questo punto bisogna mettere a fuoco: Berlusconi non ha mai capito la distinzione fra uomo privato e uomo politico e men che mai fra uomo politico e statista.

Nessuno dei suoi collaboratori e scherani, qualcuno dei quali viceversa tutto questo deve pure avere ben chiaro, ha mai osato, certo per viltà e per tornaconto, impuntarsi con lui e dirgli di smetterla.

Decine di comportamenti esecrabili o di gaffes terrificanti, alcune delle quali aventi come oggetto proprio la mercificazione e lo svilimento della donna, sono ben presenti negli archivi dei giornali e della memoria collettiva, senza che il protagonista ne abbia mai tratto una qualche salutare lezione: non ha mai capito che nuoce gravemente alla sua credibilità mettersi la bandana in testa, andare al “Billionaire”, parlare di Shevcenko e magari pure vantarsi di tutto questo.

 

Assodato e ribadito ciò, le frasi usate alla consegna dei “Telegatti” sono una umana debolezza, censurabile soltanto sotto il profilo della dimensione che abbiamo fin qui crediamo chiaramente delineato. Insomma, non sta bene, per la sua immagine, per la sua credibilità, per la sua identità, direi addirittura per il carisma, la sacralità che dovrebbe avere, o quantomeno ricerca,che un politico, addirittura uno statista, si metta a fare il cascamorto con le figone di turno, come farebbe un qualsiasi avventore del bar dello sport con la bonazza appena intravista al tavolo di fronte.

Questo è quanto. Ecco perché Silvio Berlusconi ha sbagliato.

 

 

Nello specifico, invece, nella dimensione privata di coppia, sono frasi banali, che non significano nulla. Tutti gli uomini, anche i più innamorati, i più fedeli, i più morigerati, quando vedono una bellezza femminile, specie se generosamente esposta, ( anzi, più vedono e più scatta il meccanismo ) si sentono come in dovere di farle i complimenti e di manifestare il proprio apprezzamento, senza che ritengano minimamente ciò un torto, o uno sgarbo, nei confronti della propria eventuale moglie, o fidanzata, o compagna, o quello che è, purché non sia fisicamente presente e senza che con ciò vogliano in effetti tradirla in nessun modo. Se non si capisce questo, non si capisce niente della psicologia maschile. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Alzi la mano un uomo che non si è mai comportato così in circostanze analoghe: non ce n’è nessuno.

 

 

Allo stesso modo, è ovvio che la legittima compagna del parolaio galante di turno possa non prenderla tanto bene.

 

In questo gli uomini sono stupidi, quando non calcolano che le proprie parole in simili circostanze non solo possano essere riportate a chi non dovrebbe proprio sentirle, ma pure, quando il che si verifica, siano regolarmente distorte e interpretate in maniera del tutto cattiva e negativa.

Quel che accade in questi casi fra i due, sono affari loro e se la dicono e se la cantano all’interno della coppia, con esiti imprevedibili. Il bello è che non interessa a nessuno, di per sé.

Ognuno di noi, se maschio, si è sentito assalito verbalmente, nel migliore dei casi, in circostanze analoghe ( e quante circostanze analoghe ! ) dalla propria inviperita compagna, e, se donna, ha dato in escandescenze contro il malcapitato e spudorato, quanto sprovveduto, partner: è un copione logoro, che sappiamo tutti a memoria.

 

Che senso ha, allora, che la moglie dell’uomo politico Silvio Berlusconi decida di mettere tutto in piazza? Che, invece – che ne so – che rompergli la testa, o prenderlo a prolacce, o minacciare, o attuare sfaceli, abbia preso carta e penna e abbia raccontato tutto, pretendendo pubbliche scuse?

Pubbliche scuse? Poi, in questo momento, dopo decenni che lo conosce e dopo decenni in cui non è riuscito evidentemente a cambiarlo: che senso ha?

E ancora, per una banalità, poi, almeno se paragonata ad altri edificanti episodi di cui il marito si è reso pubblicamente protagonista, il peggiore dei quali, pure da capo del governo, da questo punto di vista, l’allusione sessuale nei confronti del primo ministro finlandese, a suo dire convinta con tali ragioni a cambiare idea a proposito della sede dell’autority alimentare.

Infine, sul principale giornale ostile al marito e al suo partito: pure, non le mancavano certo i giornali, essendone addirittura proprietaria di uno in prima persona e di un altro in famiglia... Una specie di sfregio, di beffa crudele, quest’ultima circostanza.

 

 

Non c’è alcun senso, appunto.

 

Una cosa fatta sulla base della vanità, o velleità, o delirio, di onnipotenza, uno sragionamento, tout court. E adesso?

 

 

Speravo che almeno in un simile frangente Silvio tirasse fuori le palle, come dice di fare ai suoi calciatori e ai suoi collaboratori e, di fronte all’enormità e alla volgarità del gesto, mandasse cordialmente a cagare la moglie e cominciasse le pratiche di un salutare divorzio.

 

 

Invece – no, per favore no! – ha preso pure lui carta e penna e ha risposto sempre in pubblico, con un una lettera appena battuta dalle agenzie di stampa, in cui sostanzialmente si dichiara innamorato e chiede scusa.

 

 

Eccone il testo completo:

 

Cara Veronica, eccoti le mie scuse. Ero recalcitrante in privato, perché sono giocoso ma anche orgoglioso. Sfidato in pubblico, la tentazione di cederti è forte. E non le resisto.

Siamo insieme da una vita. Tre figli adorabili che hai preparato per l'esistenza con la cura e il rigore amoroso di quella splendida persona che sei, e che sei sempre stata per me dal giorno in cui ci siamo conosciuti e innamorati.

 

Abbiamo fatto insieme più cose belle di quante entrambi siamo disposti a riconoscerne in un periodo di turbolenza e di affanno. Ma finirà, e finirà nella dolcezza come tutte le storie vere.

Le mie giornate sono pazzesche, lo sai. Il lavoro, la politica, i problemi, gli spostamenti e gli esami pubblici che non finiscono mai, una vita sotto costante pressione.

La responsabilità continua verso gli altri e verso di sé, anche verso una moglie che si ama nella comprensione e nell'incomprensione, verso tutti i figli, tutto questo apre lo spazio alla piccola irresponsabilità di un carattere giocoso e autoironico e spesso irriverente. Ma la tua dignità non c'entra, la custodisco come un bene prezioso nel mio cuore anche quando dalla mia bocca esce la battuta spensierata, il riferimento galante, la bagattella di un momento. Ma proposte di matrimonio, no, credimi, non ne ho fatte mai a nessuno.

 

Scusami dunque, te ne prego, e prendi questa testimonianza pubblica di un orgoglio privato che cede alla tua collera come un atto d'amore. Uno tra tanti.

Un grosso bacio.

 Silvio".

 

 

 

 

 

 

Allegria! E con cio, Silvio e Veronica, per favore, andate a farvi i fatti vostri da un’altra parte! Perché, purtroppo, tutto ciò non era Mike Bongiorno, non era il Bagaglino, non era Scherzi a parte. Era l’apodittica dimostrazione della confusione fra televisione e realtà oggi imperante, era la terribile dimostrazione di come sia futile e vuota la vita politica e sociale di quest’Italia del berlusconismo sempre dilagante e sempre imperante, anche con un governo di segno apparentemente inverso.

 

Il politico, tanto più lo statista, deve avere un comportamento che si eleva, non che si abbassa, su quello della massa.

 

 

Quando anni fa i politici cercano di sembrare uguali agli altri e di per così dire “umanizzare” la loro figura, commisero una colossale sciocchezza.

La politica deve avere il primato, la politica deve educare, oltre che convincere. Chi fa politica deve guidare e orientare con tutto quello che fa e tutto quello che dice e in ciò risiede e da ciò deriva la superiorità, la sacralità, il carisma. 

 

Quanto al senso dello Stato, al prestigio delle istituzioni, cioè l’organizzazione e l’esemplificazione del bene comune, del patto collettivo, dei vincoli di sangue e di cultura che ci uniscono, beh, Berlusconi tutto questo non l’ha capito mai.

E come è arrivato a settanta anni, per farsi rimproverare, in pubblico, per giunta, dalla moglie, come un ragazzino qualsiasi, così il senso dello Stato e delle istituzioni non lo recupererà mai più.

 

 

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IL VIZIETTO

 

 

Ma benedetto uomo! Ma come? Neanche il tempo di far decantare il gran casino provocato con le ultime disastrose esternazioni, e punto e daccapo. Ci risiamo.

 

Un vizio, anzi, giacché ci siamo, un vizietto, che non riesce a dominare, evidentemente nemmeno a capire: anzi, si crede brillante, quando fa così e pensa di piacere, mentre invece si squalifica gravemente.

 

Il vero guaio è che di quelle più rilanciate dai mass – media la notizia che ha trovato maggiore attenzione e riscontro, fra risatine d’approvazione e sdegnate disapprovazioni, è appunto l’infelice battuta di Silvio Berlusconi a proposito degli omosessuali, che, a suo dire, sarebbero tutti schierati politicamente con il centro – sinistra.

 

 

Ora, a parte che questo non è affatto vero e non lo è neppure in linea di massima, la questione non è proprio questa: la questione è che è vergognoso disprezzare, discriminare e giudicare le persone sulla base del loro orientamento sessuale, o anche semplicemente per questo mancare loro di rispetto. Punto e basta.

 

 

Se ciò vale per chiunque, vale a maggior ragione per il leader di una grande coalizione politica, che pur si dice democratica, liberale e rispettosa delle libertà individuali, fin nel nome: ha, egli, anche perché, nel bene, come nel male, esempio e orientamento se non altro per l’immaginario collettivo, doveri di serietà, rispetto, educazione, che però regolarmente dimentica.

 

L’estate del 2007 porta con sé, con la sostanziale tenuta del quadro politico e i ripetuti segnali di difficoltà del governo Prodi nell’opinione pubblica, una rinnovata e corroborata speranza di tornare al potere, attraverso le vie elettorali che, almeno nelle intenzioni dell’uomo, dovrebbe prendere presto la crisi prossima ventura dell’esecutivo di centro – sinistra.

 

In realtà le cose non stanno così, o non sono così semplici. L’opposto schieramento non ha nessuna intenzione di far cadere il governo, tanto meno, se ciò dovesse verificarsi davvero, di andare subito ad elezioni anticipate.

Costruisce poi la novità, o almeno per tale si sforza di accreditarla- del partito democratico.

 

Infine, riempie il dibattito anche con le ventilate modifiche della legge elettorale.

 

Tutte questioni che lasciano invece Silvio Berlusconi del tutto indifferente.

E’ convinto che la legge elettorale vada bene così come è, al massimo con una qualche risistemazione del premio di maggioranza su scala nazionale, anziché regionale e rimanga pure “il porcellum”, come viene definita dal giudizio (“una porcata”) che ne diede lo stesso ideatore, il suo ex ministro e alleato Roberto Calderoli.

 

Non pochi studiosi ritengono che proprio questa legge, introdotta alla vigilia delle ultime elezioni politiche, in previsione di un risultato avverso, per limitare i danni, sia stata la vera ragione della sconfitta, che non ci sarebbe stata, con il precedente sistema elettorale: così come proprio a Roberto Calderoli va attribuito il veto nei confronti di quella listarella di dissidenti leghisti lombardi, imparentatasi allora per reazione con il centro – sinistra e risultata decisiva alla camera nello scarto di venticinquemila voti fra i due schieramenti.

 

Allo stesso modo, un accordo con la Fiamma Tricolore nel 1996, “saltato” per tre seggi in più da concedere, nove richiesti nelle trattative, contro i sei che i suoi mediatori erano disposti a offrire, fecero perdere all’uomo le elezioni, dal momento che il mancato accordo elettorale costò al centro – destra da quaranta a sessanta seggi.

Intendiamoci: tutti dati virtuali, perché manca ed è impossibile a prodursi la controprova concreta.

 

Poi, certo, tanto per usare una frase fatta, ma vera, la storia non si fa con i se e con i ma.

 

Però sono dettagli solitamente trascurati, che diventano decisivi: con un pizzico di attenzione in più, l’uomo avrebbe vinto, ribaltando clamorosamente tutti i pronostici e certo questa convinzione, questa bruciante constatazione, e uno smodato desiderio di ritorno al potere, in aggiunta al quadro politico generale favorevole, portano Silvio Berlusconi a cristallizzare il suo ruolo di leader carismatico, anzi: mediatico, primo in ordine di tempo e di grandezza leader mediatico dei telespettatori, di uomo – partito, di mattatore.

Così, sul suo versante, taglia corto...

Non c’è bisogno di partito unico; non c’è bisogno di primarie; non c’è bisogno di niente: ci sono io, sempre io, come prima, più di prima e, appena il tempo di arrivare a  nuove elezioni, vi riporterò tutti al potere.

 

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Il partito del popolo della libertà

 

 

Detto fatto.

I Circoli della Libertà fatti preparare dalla Vittoria Brambilla, battagliera imprenditrice diventata il volto nuovo del partito, anzi il volto antico del movimento, erano soltanto un diversivo,  un riempitivo contingente, un accenno, un abbozzo, un’anticipazione destinata a tracciare la strada, che poi tutti avrebbero percorso, per confluire.

 

Sarebbe stato meglio chiamarlo semplicemente “Partito del popolo” ( Pdp). Al massimo, “Partito nazionale del popolo” ( Pndp ). Nazionale e popolare, ecco.

Del popolo delle libertà, sembra una forzatura inopportuna, un’auto - citazione inutile, una tautologia inespressiva.

Dei moderati, peggio: ché il popolo italiano non è moderato, è incazzato nero come una bestia, con i politicanti, le formule vuote della politica, i suoi teatrini e i suoi teatranti, “i parrucconi”  appunto, come li ha chiamati Lui quella domenica sera, geniale pure nel lessico, originale quanto efficace; e l’euro, le tasse, le banche, i mutui, il precariato del lavoro e dell’esistenza.

 

Comunque, va bene uguale, il contenitore non importa: importano i contenuti

 

Sicurezza, lavoro, giustizia sociale, Stato, in primo luogo.

 

Riscopra lo Stato, certo non quello delle tasse esose e della burocrazia paralizzante, nell’autorevolezza della Giustizia, nella certezza del Diritto, quindi dei delitti e delle pene; nella protezione dei propri cittadini, anzi: degli Italiani.

 

Lavoro quale opportunità di esprimere liberamente sé stessi, creatività, possibilità di migliorarsi anche socialmente ( si rimangi certe dichiarazioni infauste; capita a tutti di sbagliare; e spieghi ai suoi amici imprenditori di non essere egoisti ).

 

Proponga nuove forme di partecipazione e di giustizia sociale, incentrate proprio sui lavoratori dipendenti, pubblici e privati, operai e impiegati: diverse destinazione dei contributi previdenziali; defiscalizzazioni sulle buste paga; partecipazione alla gestione e agli utili dell’azienda.

 

Abbia idee – forza, ridia valori, almeno idee – forza e queste qui che Lui può dare basta e avanzano: non più dunque soltanto protesta, parziale, limitata e limitativa, come quella dell’altro capopopolo e antipolitico Beppe Grillo; sono idee – forza, sono valori e qui sta il diverso peso, ben maggiore, la reale corposissima consistenza.

 

Ridia speranza ai giovani, ecco, lavoriamo tutti anzi per le giovani generazioni. E dia spazio e opportunità alle donne, in termini politici, sia ben chiaro...

 

Sarà da seguire con interesse, se il contenitore, qualunque ne sia il nome, sarà riempito da questi nuovi ( vecchio, nuovo, destra, sinistra: che banalità, queste etichette! ) contenuti e nuovi perché finalmente espressi compiutamente.

 

Se davvero sarà tutto scelto dal basso, dai militanti, nelle forme della democrazia partecipativa, appunto.

 

Magari, se ‘stavolta non ci sarà da nessuna parte Gianni Letta, quel nome che invece ogni tanto gli rispunta in mente per qualche alto incarico e continua sempre a stargli intorno per tutte le questioni più importanti.

 

Ma se questi due “se” saranno rispettati; e se ne saranno esauditi altri due, se, cioè, non si farà di nuovo ingabbiare e annullare dai tavoli di lavoro, dalle commissioni sulle riforme, dai governi tecnici e istituzionali; se saprà dimostrare di saper andare oltre gli interessi personali e aziendali, ecco Silvio Berlusconi è di nuovo vincente, anzi, ha già vinto.

 

L’ultimo “se” è quello che più facilmente saprà realizzare. Ora non ha più bisogno di leggi ad personam, del resto molte delle quali fece concepire quale difesa dalla minaccia degli avversari, anzi nemici.

Eviti di farsi ingabbiare, ‘stavolta. Sarà vincente, anzi ha già vinto. Dia contenuti, valori, idee – forza, al nuovo partito. Lo faccia costruire dal basso, ripeto e sottolineo: con la democrazia partecipativa. Sarà già vincente, anzi ha già vinto.

 

Il momento è di nuovo storico.

Forza Italia nacque da Tangentopoli e fu un’intuizione geniale.

 

Questo nuovo partito nasce dall’antipolitica, dalla rivolta contro la casta dei politici, dal disagio sociale profondo, dallo smarrimento di ideali e prospettive.

 

Nasce per dimostrare che non è vero che sono tutti uguali: per dimostrare cioè che gli altri sono tutti uguali.

 

Per liberarsi da alleati che ormai non hanno più funzione propositiva, che sono tutti ormai– Alleanza Nazionale, Lega, Udc – senza identità e senza peso politico e sociale; precisamente, esattamente così, sono, senza forza e senza senso. 

 

Poi,  per opporsi alla sinistra veltroniana di un partito democratico nato già vecchio, che per piacere a tutti non piace a nessuno e serve soltanto a coprire gli interessi dei politicanti ex comunisti ed ex democristiani, dei loro padrini e dei loro padroni, dei loro protetti e dei loro protettori.

 

 

 

Per evitare la bassolinizzazione dell’Italia intera, lo sfacelo economico, sociale, morale prodotto a Napoli e in Campania da Bassolino, fra De Mita e Mastella.

 

Nasce vincente, nel momento giusto, nei tempi migliori e – se lo sarà anche nei modi – vincerà in maniera travolgente, sconvolgente, devastante.

 

Un’altra, forse l’ultima, ma quella decisiva, intuizione geniale, che spazza via tutto il vecchio, ritorna alle origini, alle energie migliori e trova forza e carica, destinate a spazzare via tutto quanto di vecchio, marcio, puzzolente e adesso insopportabile c’è da troppo tempo ormai nella politica italiana.

Il popolo vuole essere finalmente protagonista, il popolo vuole ridare speranza ed entusiasmo ai propri figli, il popolo vuole un futuro per sé e le giovani generazioni. Nel suo nome e col suo nome trova adesso finalmente il suo vero partito per costruire il futuro.

 

Quello che di più bello c’è nel nuovo partito del popolo genialmente annunciato da Silvio Berlusconi è infatti il ritorno alle origini, anzi: il ritorno al futuro.

Sono i corsi e i ricorsi della Storia; ed è l’istituzione che miracolosamente ritorna movimento.

 

Anche Forza Italia all’inizio, nel momento dell’intuizione e del lancio, quasi tre lustri or sono ormai, era un movimento, di forza dirompente e di impatto devastante. Aveva dentro di sé i germi della conquista, il portato genetico della promessa, la speranza di migliori condizioni di vita per tutti, sia dal punto di vista materiale, sia spirituale, nella affermazione individuale.

 

Poi, la Storia è lunga e complessa, ma comunque, Forza Italia da movimento si è fatta istituzione ed ha prodotto un regime, il così detto “berlusconismo”, i cui guasti e storture abbiamo ben evidenziato: ossessione liberista, materialismo, egoismo sociale, difesa degli interessi personalistici, perdita del senso dello Stato, contaminazione prima e deriva partitocratica poi.

 

Invece adesso, dopo un anno e mezzo di governo Prodi, con un profondo disagio montante e una rivolta antipartitocrazia che assomiglia a Tangentopoli e forse è anche peggio in termini di antipolitica, tutto questo sembra azzerato, in una nuova, incredibile verginità.

 

Ma occorre non dimenticare.

 

Dalla memoria condivisa, ecco allora tutta la serie di “se” in cui si gioca  l’esito fausto o infausto in termini di interesse nazionale della nuova avventura che sembra essere già partita.

 

Che succederà?

 

In politica è già abbastanza difficile capire che cosa è successo in passato, e difficilissimo avere un quadro attendibile della situazione presente; figurarsi prevedere il futuro.

Per ora, di bello, come detto, c’è il ritorno alle origini, il movimento, la visione rivoluzionaria; tutto il resto, dipende dai “se”.

 

L’impressione del momento, il pericolo oggettivo al tempo stesso.

 

Che quel qualcosa di “nuovo”, anzi d’antico, in Forza Italia, alias “Partito del popolo della libertà”, sia soltanto nel look “movimentista”, mentre la realtà sia ancorata ai vecchi schemi del liberismo-liberalismo, dell’americanismo, del materiaslismo e del “giannilettismo”:

 

PER LA TERZA VOLTA SULL’ALTARE

 

Dopo due anni esatti di potere gestito malissimo, per le contraddizioni interne e per le inadempienze sostanziali un po’ su tutti i fronti, il governo Prodi implode e cade.

 

Gli incidenti e gli accidenti della Storia, che a volte si sviluppa  senza senso e comunque sempre a modo suo, nella primavera del 2008 riportano nuovamente al potere Silvio Berlusconi, col suo partito unico, in cui i timori che avevamo evidenziato e denunciato si sono subito manifestati concretamente in maniera netta e decisa e hanno caratterizzato tutto con la loro essenza.

 

Invece che nuovo partito, il così detto “popolo delle libertà” è stata l’adesione elettoralistica, meccanica e passiva, di Alleanza nazionale a Forza Italia, né più e né meno, con la Lega aggregata e la rinuncia al Cdu.

 

Il “nuovo” governo e il “nuovo” primo ministro, nei primI mesi di vita, hanno  ricominciato là dove avevano terminato: il tentativo di addomesticare la Giustizia.

 

In più, quel vizietto regresso e mai represso, che era stato abbondantemente sempre esercitato, con tale pratica sistematica da dover riaffiorare per forza, in un modo o nell’altro, più o meno in maniera eclatante, mina la credibilità istituzionale di un capo del Governo che già si era perso a “segnalare” ballerine e si è prodigato poi nella scelta di alcuni dei suoi ministri.

 

Noemi, Sabina, Barbara, Patrizia, Roberta e le altre ancora.

A compimento del primo anno del nuovo governo, Silvio Berlusconi pare travolto da un’ondata di “rivelazioni” che ben presto sondano in maniera irrefrenabile dalla sfera delle vicende intime, per coinvolgerlo inevitabilmente nella dimensione politica.

I sussurri diventano già grida, quando, al solito a mezzo stampa, sua moglie manifesta l’intenzione di lasciarlo, di divorziare, imputandogli “la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere”, pare di capire in aggiunta, quale aggravante, alle frequentazioni femminili extraconiugali: un Cesare, un Napoleone anzi che ha perso ogni senso della realtà, travolto dalla lussuria a pagamento.

Ben presto, alcune pesantissime allusioni trovano nomi e cognomi e innestano una serie di imbarazzate, parziali e sostanzialmente poco credibili “spiegazioni” da parte del premier, il quale appare non rendersi conto della pesantezza dell’onda montante, anzi ben presto un vero e proprio tsunami.

Non regge la tesi del gossip, della spazzatura, dei “comunisti” senza argomenti per fare seriamente opposizione, della magistratura da essi manovrata.

Beh, i fatti dicono che l’inchiesta dei magistrati di Bari, da cui, a margine, in seguito ad alcune intercettazioni telefoniche, si era poi sviluppato il filone degli incontri a pagamento, riguardava la corruzione in sanità e aveva accusato l’amministrazione di centro – sinistra della Regione Puglia ( già coinvolta, peraltro, allo stesso modo, anni prima ai tempi del governatore Fitto di centro – destra ).

Bari, già. La stessa città in cui era iniziata negli anni Ottanta un’altra edificante vicenda, raccontata agli inizi degli anni Novanta – e dunque segnando con ciò la fine della così detta “prima repubblica”, così come questa di adesso sembra proprio voler segnare la fine della seconda – da Alberto Selvaggi, nel libretto “Membri di partito”, un racconto in cui i membri non vanno intesi quali componenti di consigli di amministrazione, e che non parla di politica.

Da Bari, iniziano adesso i nuovi intrighi di corte, con tutta una serie di altre protagoniste, che si aggiungono a una lunga lista, della quale sembrava essere, se non altro per ragioni anagrafiche, al top la napoletana, oramai famosa Noemi: dividono con lei però, oltre le frequentazioni, anche l’appellativo del lessico famigliare: “Papi”

Oramai pare insostenibile la leggerezza delle sempre più imbarazzate dichiarazioni a difesa, e di quelle ancora più incredibili all’attacco.

No, non è così: non è così!

La mia educazione sentimentale e avvenuta negli anni Settanta e quindi credo che “il personale” sia “politico”.

So poi per antica scuola che i comportamenti privati non devono avere soluzione di continuità con quelli pubblici.

Se questo vale per chiunque faccia Politica, tanto più vale per il Presidente del Consiglio.

In ogni caso, queste non sono la storia delle ( Cosimo ) Mele del peccato, episodiche e frammentarie, d’un peones che non resiste alle lusinghe del suo status.

Siamo di fronte invece a una pare inarrestabile valanga di rivelazioni, che si susseguono giorno dopo giorno e che documentano una situazione oramai irreversibile di cupio dissolvi: Berlusconi si è incastrato da solo, con questa sua ostinazione a perseguire non innocenti evasioni, ma comportamenti autodistruttivi.

Così, il berlusconismo, partito nel 1994 come ventata rivoluzionaria di modernità e di cambiamento in positivo, che avrebbe dato a tutti, o almeno a chi ci avesse creduto, una carica ottimistica di vitalismo, oltre che possibilità concrete, dopo essersi scontrato con l’incapacità progettuale, la sterilità ideale ed essersi ridotto ad amministrazione della ordinaria amministrazione, oltre che degli affari privati, sta finendo agonizzando fra le feste e i festini dei Palazzi ( e delle Ville ) del potere.

In un contesto del genere, il moralismo e pure la morale non c’entra niente.

Si tratta di capire invece che cosa è il rispetto delle Istituzioni, che cosa è il senso dello Stato, che cosa significa fare Politica e insomma tutta una serie di concetti che quasi tutti i rappresentanti di Forza Italia non avevano nelle loro radici ( che anzi non avevano proprio ) e che non hanno mai acquisito: quindi sarebbe fatica vana, più che impresa disperata, sperare che riescano a capirlo adesso.

Ecco, per fare un esempio, pensare che la questione delle ultime ore non tocchi il Premier in quanto egli è stato soltanto l’”utilizzatore finale” delle ragazze, come ha dichiarato poco fa l’avvocato nominato onorevole del presidente del Consiglio, è una paradigmatica dimostrazione di quanto ho cercato finora di dire.

Certo, da un punto di vista giuridico, andare a puttane non è reato. Per quanto mi riguarda, poi, non è nemmeno immorale.

Però e sono però quanto una casa, anzi, quanto un Palazzo Grazioli, e una villa Certosa, ecco… Nella fattispecie, non è più una questione giuridica, e non attiene più nemmeno soltanto alla morale, ma diventa un problema prettamente Politico.

Perché gli incontri avvenivano in sedi para – istituzionali, comunque alla presenza di Capi di Stato e di Governo e Ministri e altri ancora.

Perché richiedenti altri favori per il soddisfacimento dei quali occorreva utilizzare una gestione comunque non corretta della res publica.

Perché i loro mandatari erano spesso personaggi a loro volta a vario titolo inseriti in assai discutibili ingranaggi di potere, in un guazzabuglio pressoché inestricabile di interessi pubblici e privati.

Perché una classe dirigente non si seleziona sui book fotografici e sui curriculum delle agenzie, o sulla base di capacità assai diverse dalla formazione e dalla cultura politica... perché comportamenti simili, non occasionali, ma elevati a sistema, a regola di vita, stile orgia del potere, ostentazione dell’egoismo materiale e dell’impunità ostentata, costringono poi inevitabilmente a mentire, dove le mezze verità sono assimilabili alle bugie. Perché comunque un Primo Ministro rappresenta lo Stato e rappresenta un popolo: ora, le istituzioni hanno il loro decoro, e un popolo ha diritto a modelli migliori cui ispirarsi e da cui essere rappresentato.

Lucia, Mariateresa, Eva, le slave e poi ancora altre – Sputtanopoli continua

(21 giugno 2009)