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Benvenuto Nel blog di Giuseppe Puppo:
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Di giuseppe (del 12/10/2011 @ 17:43:49, in blog, linkato 130 volte)
Mi sono raffreddato, a stare tante ore fermo, ma è colpa mia, uscito sabato mattina presto, ignaro prima e incurante poi dello sbalzo termico, come tutti gli altri giorni di questa soave e sapida fine estate di Torino, anche perché poi sono rimasto fino a tarda sera con la mia giacchetta leggera, mentre tutti gli altri avevano maglioni e giubbotti.
Però il malessere è già passato e rimane la bella giornata trascorsa con gli amici di Etimpresa, sotto i portici di carta.
Come è noto, si tratta della più lunga libreria del mondo, due chilometri di banchi, di librai ed editori, dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova, fino a Piazza Castello, su entrambi i lati di via Roma, che ogni anno in questo periodo viene allestita per un intero fine settimana sotto l’egida del Salone del Libro e organismi ad esso collegati.
Quest’anno, con il mio nuovo saggio “Metafisica del bunga bunga” appena uscito ho creduto opportuno come tanti altri autori partecipare attivamente e così per dodici ore di fila sono stato a parlare con i passanti, prima e con gli amici di Etimpresa, poi, di editoria, politica, strategie politiche ed editoriali e quant’altro; e pure, così, semplicemente, a pensare, fra me e me.
E’ una bella iniziativa, ma la formula è da rivedere, fatto salvo il lodevole intendimento di portare i libri ai lettori.
Lo dico con tutta la stima che ho per Rolando Picchioni, il presidente della Fondazione che fra le altre cose organizza ogni anno il Salone del Libro, il prossimo maggio alla venticinquesima edizione, di una specie di miracolo di San Gennaro torinese, che si ripete puntualmente, col miracolo, appunto, di portare decine e decine di migliaia di lettori a libri vecchi e nuovi.
Qui si tratta dell’operazione inversa, e si vede. Ho calcolato che su cento passanti sotto i portici di carta solamente uno o due passavano per i libri, mentre tutti gli altri passavano per i normali fatti loro, dallo shopping del sabato, alla passeggiata sentimentale e ai libri non erano minimamente interessati, salvo qualche occhiata distratta e poche estemporanee acquisizioni: insomma, la formula è da rivedere, studiando altri tempi e altri modi per convogliare gli interessati e per coinvolgere i non interessati.
Un appunto per Rolando Picchioni, un politico di razza, che da poco più di dieci anni si occupa con efficacia e lungimiranza di cultura. Fra parentesi, ricordo ancora e lo ricordo come uno dei discorsi più belli che io abbia mai letto, o sentito, le sue parole quando, nel 1995, si insediò come presidente del consiglio regionale del Piemonte.
Comunque, anche così è stata un’occasione per parlare con tante persone, soprattutto di rivedere amici ed amiche di vecchia data, magari addirittura con emozione, per il rincorrersi del tempo, dopo tanti momenti di politica e di cultura condivisi, per quanto adesso lontani, anche se in paesi delle province piemontesi; e poi di stare insieme, e stare bene insieme, ai nuovi amici di Etimpresa, che l’editore Sergio Chiarla concepisce nemmeno come una squadra, che propone cultura e fa gioco di squadra, gioca cioè insieme, nel proporla, nel senso più nobile e serio che ha la parola “gioco”; ma come una vera e propria famiglia allargata.
Di giuseppe (del 07/09/2011 @ 20:32:10, in blog, linkato 170 volte)
Quanto di significativo e anzi di importante spesso può essere colto da un dettaglio apparentemente insignificante e anzi banale!
Nella posta di questa mattina ho trovato una mail di Mediaset.
Pensavo fosse uno dei soliti comunicati – stampa, sui loro programmi, che mi mandano, e invece no.
Conteneva, infatti, la spiegazione di come arricchirsi in tempi di crisi finanziaria, diceva proprio così e le istruzioni per l’uso di un’organizzazione che insegna a operare in borsa, specificatamente sul mercato dei cambi, con tanto di agevolazioni tipiche del marketing per i nuovi “operatori”.
Mi sono stropicciato gli occhi.
La mia prima reazione è stata di incredulità. Ma questi di Mediaset - ho pensato - allo stesso modo del loro partito-azienda, hanno allora perso completamente il senso della realtà?
Farei un torto alle vostre intelligenze se spiegassi perché, in relazione a un invito del genere.
La risposta alla domanda comunque non ce l’ho.
E poi, comunque, mi è venuta nostalgia per quegli anni - gli anni di che belli erano i film - in cui Mediaset preparava e anzi conquistava gli Italiani a colpi di fiducia ben prima della discesa in campo, dell’amaro calice e della creazione incredibile del credibile partito-azienda.
Li ho rievocati nel mio ultimo libro appena uscito, scusate se mi auto-cito di nuovo: ma “Metafisica del bunga bunga” ( Etimpresa ) è il primo tentativo di bilancio storico del “berlusconismo” e ogni giorno trovo un segno della validità dell’operazione culturale e di costume, prima che politica, che con esso ho tentato e che i miei lettori mi diranno se sono riuscito a realizzare.
Eravamo fiduciosi, convinti che un mondo migliore fosse possibile e talmente trascinati dal “nuovo” che avanzava, da vivere in un mulino bianco, lavorando creativamente tutto il giorno, magari in una delle nuove professioni e dei nuovi mestieri nel frattempo sopraggiunti e poi la sera di corsa a casa, dal biscione che ci aspettava, per deliziarci di nuovi film e di nuovi prodotti.
L’amerika era già qui.
Oggi, vent’anni dopo, il richiamo da ultima spiaggia del comunicato aziendale trovato nella mia mail, mi è sembrato un chiaro segno dei tempi: il serpente, pardon, il biscione che si morde la coda, ma che non finisce e ricomincia, finisce e basta, allo stesso modo con cui aveva cominciato.
Mi sono poi subito intristito: non so dire se perché avevo venti anni di meno ed ero ancora ragazzo anche io e mi vedevo Lady Oscar, Drive in e Happy days; se perché ci avevo creduto anche io, a tutto quanto; o se, semplicemente, perché è in tutta evidenza non solo la fine di un ciclo, ma il crollo di ogni illusione creativa e liberatoria. Ma da questa mattina sono triste e con tutti voi, che siete la mia grande famiglia, ho voluto condividere questa mia tristezza senza rimedio.
Di giuseppe (del 02/09/2011 @ 21:00:05, in blog, linkato 150 volte)
“La storia siamo noi”, il programma di Giovanni Minoli che con pochi altri eleva l’infimo livello delle nostre televisioni pubbliche e private, ha cominciato da giorni a raccogliere testimonianze, in occasione del decennale e mi ha dato l’idea di raccontarvi anche la mia, prima che siate sommersi da rievocazioni, spiegazioni, approfondimenti, documentazioni e celebrazioni a vario titolo, molto diversa, già so, da tutte quelle che sentirete.
Sì, gramscianamente, la storia siamo noi che la facciamo, con le nostre ansie, le nostre partecipazioni, pure le nostre umane miserie, e i nostri ricordi.
In questo senso, mettendo da parte le vesti paludate dello storico e pure quelle borghesi del professore, che più o meno degnamente indosso, voglio raccontarvi tre aneddoti, umani, troppo umani, legati, sia pur a distanza di tempo, a quel giorno, che mi sono rimasti impressi “now in the mind indestructible” e che vorrei condividere con voi, se avrete la bontà e la pazienza di leggermi.
Di quel giorno esatto, ricordo l’attacco di panico, primo e unico nel genere in vita mia, che mi venne: temevo che da un momento all’altro scoppiasse una guerra nucleare, pensavo alle sorti delle genti e alla distruzione del genere umano che si sarebbe inevitabilmente, a mio modo di ragionare, presto, inevitabilmente scatenato.
***
Era un primo pomeriggio splendido, calmo e soleggiato, tiepido di sapori; a settembre, Torino vive il suo mese più bello, il solo in cui si sta veramente bene e tutto sembra bello pure in questa città, dalle rive del Po, alle vicine colline.
Nella centrale via Cernaia, me ne tornavo a casa a piedi, in una delle mie solite lunghissime passeggiate solitarie, con cui mi metto in ordine le idee, immerso nei miei pensieri, quando mi squillò il telefonino.
Era il mio amico Antonio Maconi di Alessandria, che mi dette un sommario e confuso riassunto di quanto era successo. Pensai che stesse scherzando: “Ma che cazzo dici, Maco? Che film hai visto?!? Ma hai bevuto? Ti sei fatto le canne?!?”.
Quando chiuse, cominciai a realizzare che, conoscendolo, siccome non beve, non fuma, se non un sigaro ( fra l’altro, pestilenziale ) che gli dura tutto il giorno e non vede film, qualcosa di vero in quell’incredibile racconto dovesse pur esserci.
Presi un tram al volo e arrivai sotto casa, salii le scale di corsa e accesi la tv. Passai qualche ora fra televideo e telegiornali vari a cercare di capire. Fu qui che mi prese l’attacco di panico. Il primo e unico attacco di panico della mia vita, perciò me lo ricordo bene.
Capii soltanto che mi stavo agitando e che dovevo cercarmi qualcuno capace di calmarmi, quanto meno con cui parlare. Uno scemo, non so che mi prese quel giorno: volevo prendere la macchina e scappare con le persone a me care, da raccogliere a una a una; disegnai su una piantina le basi della Nato dislocate sul territorio nazionale di cui ero a conoscenza, per girare alla larga da quei posti; andai a rispolverare il libretto di istruzioni da sergente della Marina Militare su che fare in caso di attacco nucleare, insomma, non ero sull’orlo, ero già ben al di dentro di una crisi di nervi.
Il primo pensiero, fu per i miei figli. Nella concitazione del momento, avevo dimenticato che erano in vacanza e che mi sarebbe stato comunque impossibile andare a recuperarli per la fuga in macchina ( fra l’altro: per andare dove? Ma questo non era importante, era un dettaglio secondario ) che avevo progettato.
Uno era a Ibiza, l’altro in un’isola della Grecia, o qualcosa di simile. Quando risposero finalmente, si misero a ridere, cercarono di calmarmi ( insomma, l’esatto contrario di quello che sarebbe dovuto accadere nella realtà ) e cercavano di chiudere, sia l’uno, sia l’altro, perché dall’Italia all’estero paga anche chi riceve la chiamata, non soltanto chi la fa, finché, sia l’uno, sia l’altro, mi chiusero il telefono in faccia.
Va beh, almeno erano momentaneamente al sicuro, realizzai, eravamo noi in Italia in pericolo, con tutte le basi americane che abbiamo su tutto il territorio e quindi, al secondo pensiero, chiamai la mia fidanzata dell’epoca, per coinvolgerla nella fuga da organizzare.
Niente, non rispondeva. Giustamente: al decimo tentativo, mi ricordai che era in Sardegna in vacanza.
Continuai a chiamarla lo stesso invano, insieme al mio amico Maconi, il quale però ben presto si stancò dei miei vaneggiamenti e disse che sì, sarebbe venuto a Torino, a prendermi, se non la smettevo, ma per portarmi direttamente in ospedale e farmi un paio fra iniezioni e flebo ( è pure medico ).
Allora, deluso e sempre più nel panico, cercai l’altro mio amico storico, Bruno Labate. Non rispondeva nemmeno lui. Cazzo, una volta, dico una, in trenta anni che ci conosciamo, che lo chiami e ti risponde, mai!
Intanto, tornata in albergo dalla spiaggia e accortasi della cinquantina fra telefonate e messaggi che le avevo fatto, mi chiamò ( omissis ): “Giù, ma che è successo?!?”. “Come, Omissis, che è successo?!?”.
La conversazione che seguì sarebbe stata degna del teatro beckettiano.
Io cercavo di spiegare l’attacco alle torri gemelle e al Pentagono, e quella mi raccontava della spiaggia e dell’albergo; più io tentavo di convincerla a tornare subito col primo aereo, per accompagnarmi nella fuga in macchina, più lei mi descriveva i dettagli degli sport che praticava e delle bellezze del luogo; e alla fine, esausto e sempre più nervoso, chiusi e in quel momento decisi pure di lasciarla seduta stante, povera Omissis.
Non rimaneva che Omissis 2, la mia amica storica, l’ultima speranza, anzi, conoscendola, proprio l’ultima spiaggia.
La sventurata rispose.
“Come? Che è successo?? Sto uscendo ora da lavoro! Devo andare a fare compere!! Va bene, passo da casa, vengo a vedere…Arrivo subito”.
Naturalmente Omissis 2, che ha un concetto del tempo, soprattutto in relazione agli appuntamenti, molto aleatorio, nonostante quel “subito”, si presentò a casa dopo più di un’ora.
Nel frattempo, la testa mi scoppiava, sudavo freddo e mi ero steso sul letto.
Mi alzai di scatto, per andare a spegnere la tv che aveva acceso appena entrata e mi stesi di nuovo sul letto.
Mi rialzai di scatto, per andare a chiudere il frigo che aveva aperto, subito dopo, per preparare da qualcosa da mangiare e mi stesi un’altra volta sul letto.
Seguì un altro dialogo che avrebbe riempito d’orgoglio Samuel Beckett, il cui tenore fu più o meno questo:
-“Va bene, c’è bisogno di fare così? Se non vuoi che prepariamo, andiamo a mangiare qualcosa a Pastarito?”
-“Andiamo con la mia macchina, o con la tua?”
-“Ma senza macchina, andiamo qua vicino, poi me ne torno a casa mia da sola”
-“Come senza macchina, come a casa tua, dobbiamo metterci in salvo e scappare il più lontano possibile!”
-“Che bisogno c’è di andare lontano? Se non vuoi andare al ristorante, almeno una pizza, non ci sono due o tre pizzerie qui vicino?”
-“Guarda che siamo in guerra, c’è stato un attacco all’America, ora reagiscono con la bomba atomica”
-“Guarda che ti stai sognando tutto, se proprio dobbiamo prendere la macchina, andiamo alle Grù, che tiene aperto fino alle 21.30, magari pure all’Ikea, così faccio un po’ di compere”
-“Ma fra poco moriamo tutti, e tu pensi a fare shopping?!? Tu non ti rendi conto…”
-“Tu non stai bene, ti devi soltanto calmare…”
-“Tu non mi calmi, tu mi fai innervosire ancora di più!”
-“Allora me ne vado!”
-“E vattene va, ché è meglio!”
Quando se ne andò veramente, sbattendo la porta – il che mi provocò una fitta nel cervello che, come detto e dimostrato, da alcune ore aveva smesso di girare bene – realizzai che, allora, meglio solo, che male accompagnato.
Con le ultime forze rimastemi, mi tirai su dal letto, presi un po’ di viveri e bevande, atlanti e cartine geografiche, e mi misi in macchina.
Ecco, ciò mi calmò.
Era già buio fitto, per le strade, passata l’ora di punta, c’erano pochissime auto, dalle finestre delle case dei palazzi dei grandi viali di Torino si vedevano le luci delle televisioni tutte accese, l’aria era tiepida e fresca.
Rassicuranti, le prostitute erano tutte al loro abituale posto di lavoro.
Ciò mi confortò.
La fuga poteva aspettare, se proprio dovevo morire, almeno sarei morto contento, era l’idea, per quanto constatassi che quella sera, oltre al cervello, non mi funzionava proprio niente.
Ma nonostante ciò, tirai tardi a contrattare le più improbabili e anzi assurde situazioni con tutte quante quelle che incontrai, una dopo l’altra: accostavo, verificavo prestazioni e relative tariffe, poi al momento di decidere trovavo una scusa, via via sempre più assurda, ingranavo la marcia, raggiungevo quella dopo e ricominciavo daccapo e così via, fino a che si fece l’alba, non ce n’era più nemmeno una e allora anche io tornai a casa e caddi in un sonno ristoratore, dal momento che il giorno dopo mi svegliai con tutte le rotelle che fortunatamente avevano ripreso a girare bene.
Questo fu il mio solitario, tragi-comico 11 settembre.
Ora vi racconto gli altri due aneddoti, ad esso legati, uno avvenuto pochi giorni dopo, l’altro a distanza di qualche anno.
Qualche giorno dopo, ero con Omissis 3 davanti allo studio di un notaio, o un impresario, adesso non mi ricordo bene, col quale dovevamo chiudere alcuni dettagli organizzativi per un evento culturale.
Lo aspettavamo in piedi, passeggiando sotto il palazzo, fumando una sigaretta dopo l’altra.
Alto, slanciato, i capelli rossi sbiaditi, gli occhiali che spiccavano sul volto
pulito e fanciullesco, in aperto contrasto con la sua età avanzata, all’improvviso, dopo un silenzio di alcuni minuti, seguito ad un accenno agli avvenimenti americani, molto banale e formale, Omissis 3, così, all’improvviso, sbottò, eruppe come in un grido liberatorio, per quanto sussurrato appena appena, col suo inconfondibile tono di voce torinese, pacato ed educato: “Per me se lo sono fatto da soli, quei bastardi e così adesso hanno la scusa per fare le guerre di occupazione del mondo”.
Era un poeta, anche quando parlava, non solo quando scriveva, Omissis 3. Disse soltanto quelle parole, perfette, cui seguì un altro lungo silenzio di minuti: non ci fu antitesi, non ci fu discussione, non c’era da aggiungere, né da levare niente.
Now in the mind indestructible: aveva capito subito tutto, Omissis 3 e per me fu una profetica, lucida anticipazione di tutto quanto poi abbiamo scoperto nel corso di questi dieci anni.
***
Il terzo aneddoto è l’undici settembre 2011 Omissis 4, che, anni dopo, mi raccontò personalmente. Ero a Lecce, con Omissi 4, e altri due, militari di carriera in licenza, insieme ai miei amici storici di Lecce, l’Angelo e lu Valeriu; era una chiara e luminosissima notte di inizio estate, stavamo in un’osteria fra pittule, mieru e pezzetti a parlare dell’universo mondo.
Dopo politica nazionale e locale, economia nazionale e locale, cronaca, gossip, spettacoli, e femmine, il discorso, per esaurimento di argomenti ( sport, niente: non rientra nemmeno minimamente nei loro interessi ) si spostò sulla politica estera e improvvisamente si rianimò.
Si aprì infatti una accesissima discussione sul ruolo della Russia di Putin, sullo scacchiere internazionale, i cui dettagli adesso vi risparmio.
In questo contesto Omissis 4, “vecchio” camerata di Avanguardia nazionale, ora filo – russo, rievocò il suo undici settembre, con tratti che io trovo irresistibili quanto emblematici.
Dice che, quel giorno, Omissis 4, era andato a Foggia per lavoro e stava tornando a Lecce, quando, sull’autostrada, prima di Bari, quel pomeriggio, si fermò in un autogrill per prendersi un caffè.
Entrato nel bar, notato il televisore acceso, fattosi largo fra la ressa di avventori che si erano trattenuti a commentare gli avvenimenti, cercò di capire che cosa fosse avvenuto.
A mano a mano che realizzava quello che era successo, Omissis 4 aveva sempre più voglia di esultare, ecco, questo. Esattamente questo.
Erede di quei marinai della Decima Mas, che nel 1943 arrivarono fino a sotto New York e dal loro periscopio inquadrarono i grattacieli, senza poterli colpire, quel giorno per Omissis 4 fu un giorno di esultanza.
Solo che non poteva esultare apertamente. Era circondato da decine di persone che si rammaricavano, che esprimevano solidarietà agli Americani, che si dolevano della sconfitta, anzi, dall’onta, subita dagli Usa, per la prima volta nella storia sul loro territorio nazionale…E poi aveva paura, che, anche per i suoi trascorsi, lo identificassero e gliela facessero poi pagare, anche alla moglie e alle figlie.
Ma si compiaceva e ripeteva dentro di sé, cercando di camuffare l’espressione del viso, adeguandola a quella dei presenti, frasi di soddisfazione, come un tifoso di calcio che al gol della sua squadra non può esultare perché allo stadio è capitato in mezzo agli ultras della squadra avversaria.
Stette ben attento a dissimulare, non si tradì minimamente, si rimise in macchina e se ne tornò a casa, dove si mise davanti alla tv e, sempre in silenzio, continuò a compiacersi per tutta la sera, fino a quando se ne andò a dormire.
Ma nel cuore della notte, anzi, guardò fuori e vide che era già l’alba, fu svegliato da un improvviso accorrere di una mezza dozzina di volanti della polizia nella stradina sotto la villetta di casa sua. Alzatosi, Omissis 4 le vide arrivare una dopo l’altra, vide i poliziotti scendere armi in pugno, vide che si preparavano a fare irruzione.
Omissis 4 si stropicciò gli occhi per accertarsi di essere davvero sveglio e a quella scena, le sue emozioni, già duramente sconquassate dagli avvenimenti di quel giorno, quella notte, all’alba, crollarono, quando, a furia di stropicciarsi gli occhi, capì che purtroppo non era un sogno, capì che era tutto vero.
Capì che erano venuti ad arrestarlo, per aver esultato alla notizia dell’attentato a New York, quale se non altro simpatizzante dei terroristi. Cominciò a sudare freddo, mentre, sotto, i poliziotti, sempre più numerosi, avevano circondato la strada e si preparavano a fare irruzione.
Scappare? Ormai troppo tardi. Rassegnato, Omissis 4 si levò il pigiama e cominciò a preparare qualcosa da portarsi in carcere. Cercava le parole per dirlo alla moglie che non si era accorta di nulla e continuava a dormire là nella stanza. Soprattutto a quelle da dire poi alle figlie. Però ecco, almeno una soddisfazione voleva avere: come avessero fatto a sapere che lui aveva esultato il pomeriggio prima!?!
Mentre, sfiduciato, preparava magliette e mutande, aspettando di sentire da un momento all’altro il campanello, non si faceva capace di come l’avessero scoperto. Eppure, non aveva aperto bocca, non aveva detto nemmeno una parola di troppo, aveva pure fatto la faccia addolorata di circostanza… “Sti cazzu te Americani!” – pensò in dialetto – “Moi puru intru la capu toa sannu ce sta dici”…
Aveva finito di preparare il borsone, quando, all’improvviso, sentì un frastuono deciso e, con sua grande sorpresa, dalla finestra vide che i poliziotti si diressero non a casa sua, ma verso una villetta vicina, poco distante, dove fecero irruzione.
Il giorno dopo, apprese che là abitava sotto mentite spoglie non so bene quale pericoloso latitante della criminalità organizzata.
Ma intanto capì di essersi sbagliato, capì di essere ancora libero.
Tremando come una foglia, giallo come un cencio, Omissis 4 si rimise a letto accanto alla moglie, e nel dormiveglia le baciò il viso:
-“Che c’è? Che è successo?”
-“No, niente, cara, dormi, bella, addormentati, non è successo niente…”
Di giuseppe (del 29/08/2011 @ 19:22:43, in blog, linkato 150 volte)
Il Trattato Italia-Libia di amicizia, partenariato e cooperazione è stato firmato il 30 agosto 2008. Il Trattato stabilisce inoltre che il 30 agosto, anniversario della firma, sia proclamato “Giornata dell’Amicizia italo-libica”.
Martedì 30 agosto 2011 si avvicina e non ci sarà niente da festeggiare perché la Repubblica Italiana ha tradito la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, ha sospeso unilateralmente il trattato e ha preso parte all’aggressione militare e criminale della NATO, che ha causato già centinaia di vittime libiche civili, tra cui donne, anziani e bambini, violando l’articolo 11 della Costituzione. Ma i nostri servi politici continuano a mentire spudoratamente e a parlare di “azione umanitaria a difesa dei civili”.
Ma non c’è modo di indorare la pillola: la coalizione atlantica è in guerra e, con lei, l’Italia: il comando dell’operazione di sfondamento Odissey Dawn è stato coordinato presso la base di Capodichino, diversi cacciabombardieri in dotazione all’Esercito hanno partecipato alle missioni sui cieli della Libia e la Portaerei Garibaldi (dotata di lanciamissili, lanciasiluri e di una capacità di carico massima di 12 cacciabombardieri AV-8B) è tutt’ora impegnata al largo delle coste libiche nelle acque del Golfo della Sirte.
La guerra dura poi da più di quattro mesi e la NATO ha prorogato le sue azioni militari almeno fino al 30 Settembre, e c’è già chi parla di una possibile invasione di terra programmata per l’Ottobre da alcuni paesi della NATO, dato che i bombardamenti dell’Alleanza dal cielo e le azioni dei mercenari criminali e terroristi di Bengasi a terra non stanno portando i frutti sperati dall’occidente.
Ormai è evidente che:
- La risoluzione Onu è stata oltrepassata e violata, anche alla luce delle nuove prove che hanno documentato la completa inconsistenza dei principali capi d’imputazione contro Gheddafi (fosse comuni poi rivelatesi inesistenti, massacri mai filmati, bombardamenti sulla folla mai documentati ecc. …)
- La Libia è vittima di un’ennesima aggressione della Nato, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d’influenza della Nato, attraverso il comando Africom), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentali scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo.
- L’Italia è a tutti gli effetti un membro della coalizione atlantica e sta svolgendo un ruolo attivo all’interno del teatro operativo in Libia.
Eppure, stavolta, a distanza di otto anni dall’avvio dello sciagurato intervento in Iraq, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questa aggressione, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy, e dove addirittura le opinioni puramente personali e umorali in merito a Gheddafi hanno prevalso su qualsiasi ragionamento strategico e politico a lungo termine. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste e della sovranità nazionale, di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa, risulta opportuno utilizzare al meglio la rete e qualunque mezzo a disposizione per sensibilizzare la pubblica opinione nazionale e mobilitarne le coscienze a partecipare ad una manifestazione popolare unitaria il 30 agosto 2011.
E’ perciò convocato un:
PRESIDIO A ROMA,
DAVANTI AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI DELLA REPUBBLICA ITALIANA, (FARNESINA),
MARTEDI’ 30 AGOSTO 2011,
DALLE 16.00 ALLE 18.00, CON CONCENTRAMENTO ALLE ORE 17.00,
PER CHIEDERE:
1) l’immediato ritiro delle truppe italiane dalla missione criminale in Libia e da tutte le missioni per conto della Nato e degli Stati Uniti d’America,
2) le dimissioni del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, in seguito alla gravissima violazione dell’art. 11 della Costituzione e degli accordi bilaterali tra Italia e Libia, stabiliti nel 2008 all’interno del Trattato di Amicizia di Bengasi.
PER MANIFESTARE:
1) il nostro appoggio alla resistenza del legittimo governo di Muammar Gheddafi,
2) al mondo, ma soprattutto al popolo libico, che c’è un’Italia che non dorme e non subisce passivamente i diktat della NATO e che si ribella alle sue logiche criminali, che disprezza i propri politici servi e traditori e che vuole al più presto ristabilire dei rapporti di amicizia e cooperazione con la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista.
Di giuseppe (del 24/08/2011 @ 19:16:10, in blog, linkato 168 volte)
Politici e addetti ai lavori si esercitano in questi giorni sugli scenari possibili di un “dopo Berlusconi” oramai considerato una certezza e che quindi si adoperano a preparare, o almeno a prefigurare.
L’ipotesi più accreditata al momento pare essere quella, rotti tutti gli indugi che sta protraendo da mesi, se non anni, della “discesa in campo” del manager ex Fiat, ora della Ferrari e di altre numerose aziende, da sempre esponente di punta del postcapitalismo italiano, Luca Cordero di Montezemolo, ( da qui in avanti per comodità definito Luca Montezemolo ) quale “nuovo che avanza” per prendere il potere e governare.
Ora, se nel 1994 l’espressione aveva un senso, oggi, riferita a un uomo di 64 anni, ma soprattutto a un uomo, età a parte, con un curriculum come il suo, non ne ha alcuno e anzi fa gridare allo scandalo già come semplice ipotesi, purtroppo concreta.
Sarebbe Luca Montezemolo il “nuovo che avanza”?
Il politico capace di farci uscire dalla crisi?
Il salvatore della patria?
Non credo proprio e cercherò adesso di spiegare perché.
Intanto, quale “ideologia”, supposto che il soggetto ne abbia una, o una sua propria ne possa concepire, di riferimento, ho trovato dichiarazioni disarmanti.
Il Nostro Aspirante Nuovo Salvatore si rifà, invocandola, a una non meglio precisata “rivoluzione liberale” che dovrebbe risanare i conti pubblici e guidare l’azione politica del nuovo governo post-Berlusconi, per quanto non si capisca bene come.
Ora, tanto per precisare, la rivoluzione liberale è quella concepita e illustrata in Italia da Piero Godetti: siamo introno al 1920, 1925.
Se poi vogliamo rifarci al liberismo economico o al liberalismo politico in senso classico, dobbiamo andare ancora più indietro, al 1776, per la precisione, l’anno in cui uscì il saggio “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith.
E tanti saluti al “nuovo” quale ideologia di riferimento, col suo “meno Stato e più iniziativa privata” che con tali riferimenti dottrinari si vorrebbe riproporre e a parte il fatto che l’abbiamo già sentita e variamente ripresa e attuata sia dai governi Prodi, sia dai governi Berlusconi degli ultimi lustri.
Quanto alle idee concrete, poi, ne ho trovata una sola: la vendita, anzi, “la dismissione”, come la chiama egli, “del patrimonio e delle società pubbliche” da parte dello Stato. Lamenta, infatti, “la pessima qualita’ dei servizi che dovrebbero rappresentare il core business dello Stato”.
Che cazzo significa “il core business dello Stato”?
Uno che, già in politica – la dichiarazione è di pochi giorni fa – parla così, fa rimpiangere i doroteismi e i moroteismi della Prima Repubblica.
Comunque. l’idea sarebbe questa: lo Stato vende i servizi che ancora amministra, o controlla, ai privati, anzi, vende musei, monumenti, terreni, isole, dove “vende” va letto “svende”, se non “regala”, come l’esperienza storica di quanto già successo nel recente passato insegna, ai privati, cioè agli imprenditori della Confindustria di Luca Montezemolo!
Altro che conflitto di interessi del povero Silvio! Avremmo qui un megagalattico conflitto di interessi totale e permanente!
E far tornare dall’estero i grandi capitali occultati, in primis quello della Fiat, il tesoro segreto di Gianni Agnelli, no, eh?
Tassare le rendite immobiliari e finanziarie, no, eh??
Una bella quota su chi guadagna in un giorno quello che gli altri guadagnano in un anno, nemmeno, vero???
Come può essere per la giustizia sociale uno che guadagna sette milioni di euro all’anno?
Va beh che tiene famiglia, anzi quattro ( i ricchi non si fanno mai mancare nulla ), ma insomma, cifre del genere, anzi, un lavoro di manager del grande capitale, sono già una contraddizione in terminis per chi vuol fare politica.
Ma, idee e ideologia a parte, è sull’uomo proprio che ho le mie riserve.
La prima, mi è venuta in mente all’improvviso proprio adesso, da uno dei “cassettini della memoria”, come li chiamano i concorrenti di Jerry Scotti: forse non è importante, o fondante, come le altre, che mi accingo a esporre qui di seguito, è un semplice, brevissimo episodio, un aneddoto di poco conto, del quale fui testimone diretto, ma io ve lo voglio raccontare lo stesso, perché mi sembra significativo: a volte sono i dettagli che spiegano più di tante altre sostanze motivi e personaggi.
Doveva essere l’inizio degli anni Novanta, se non ricordo male. Trascinato da un amico e collega giornalista di fede juventina ero al “delle Alpi” di Torino. In tribuna – stampa, perché quello, un abituè del posto, era fissato a farsi riprendere dai servizi e commenti sulla partita. Ci ero andato non so neanche io perché, ecco, perché era stato sempre quello a procurarmi l’accredito, ma ci ero andato mal volentieri, primo, perché all’epoca il Lecce, alle sue prime esperienze di seria A, perdeva sempre, regolarmente e quindi avrei dovuto sorbirmi tutti gli “sfottò” del caso di colleghi, amici e conoscenti; secondo, perché in tribuna – stampa non mi piace e da allora anzi ogni qualvolta vado allo stadio a vedere il Lecce faccio il biglietto di curva ultras, almeno così era quando non c’era ancora la cazzata della tessera del tifoso, ma va beh, lasciamo perdere, benedetto vizio di divagare!
Stranamente, quel giorno, quasi alla fine del primo – tempo, zero a zero.
Prima che l’arbitro fischiasse per mandare le squadre al riposo, il mio amico mi prese per un braccio e mi disse di seguirlo, per andare al bar, prima che arrivassero tutti, così avremmo potuto “sbafare” con tutto comodo.
Al delle Alpi, era così. C’era una tribuna d’onore, dove i soci abbonati avevano a disposizione un bar, con servizio libero, cioè gratis ( o per meglio dire compreso nel salatissimo costo dei biglietti in quel settore ), di rinfresco, che nelle partite di coppa, di sera, diventava una specie di ricca cena, ma pure nei pomeriggi domenicali era proprio niente male.
La tribuna – stampa era situata proprio sopra la tribuna d’onore ed era collegata da un ascensore, così che i giornalisti, al solito “imbucati”, potevano comodamente accedervi per mangiare e bere a sbafo, a spese della Juventus.
Eh, quando si dice lo stile - Juve!
Bene, arrivammo davanti l’ascensore e c’era lì un commesso, un fattorino, un inserviente, insomma, che, vedendoci arrivare, chiamò l’ascensore, insomma, pigiò il bottone di chiamata, per farlo arrivare e farci salire e così farci raggiungere il bar del rinfresco.
All’improvviso, alle nostre spalle, di fronte al commesso, si materializzò un corpo minuto vestito elegantemente, con tanto di ciuffo ai capelli, urlando, all’indirizzo dell’inserviente, che l’ascensore doveva trovarsi lì, che non doveva chiamarlo ogni volta, che doveva fare in modo insomma che chi arrivasse lo trovasse già con le porte spalancate e continuava a inveire nei suoi confronti, a urlargli quanto fosse grave la sua colpa! quanto era buono a nulla!!
“Minchia!” – mi sussurrò in un orecchio il mio amico “ Montezemolo! Che cazziatone!”.
Ricordo di quei pochi secondi in cui la scena di consumò i due volti rossi. Quello di Montezemolo, d’ira e quello del commesso in livrea, di vergogna.
Ora, a parte il fatto che, per educazione, non per altro, e l’educazione viene sempre prima della politica, prima dell’amore, prima di ogni altra cosa, un presidente non si mette a inveire contro l’ultimo dei suoi dipendenti, comunque non lo umilia in pubblico, per di più senza colpa, soltanto per sfogare magari la delusione di uno zero e zero casalingo, ecco, per me questo aneddoto è emblematico dell’arroganza del postcapitalismo e della considerazione che esso ha per i lavoratori.
Ma lasciamo stare gli aneddoti e passiamo ai fatti, cioè alle altre riserve, sull’uomo e l’opera, che mi sento di fare e di condividere, dopo averli ricercati, trovati e comunque a uno a uno, come è mio costume, opportunamente verificati.
In primis, lo stop a una brillante carriera, favorita dalla famiglia dei salotti buoni e dai buoni studi, alle relazioni esterne della Fiat, bruscamente interrotta, quando scoprirono che si “vendeva” gli appuntamenti con l’Avvocato ai vari personaggi, soprattutto industriali a vario titolo postulanti, che volevano incontrarlo, a colpi di cinquanta milioni ( dell’epoca) l’uno, una specie di tassazione personale. Grande fu l’imbarazzo di Gianni Agnelli e Cesare Romiti quando vennero a saperlo. Non lo licenziarono, però, come avrebbe fatto chiunque al loro posto, se non altro in nome dell’educazione, che come detto viene sempre prima di tutto: lo mandarono a risciacquare i panni sporchi in un’azienda minore di famiglia.
Poi, l’esperienza di “Italia 90”, ricordate? Per quattro anni, dal 1986, al 1990, in previsione dei mondiali, venne creato un comitato col compito di provvedere all’organizzazione dei mondiali di calcio. Il tutto si risolse in un disastrose sperpero di denaro pubblico, con opere inutili, come strade e alberghi, se non dannose e la costruzione di stadi pessimi, già vecchi prima ancora di essere inaugurati, senza dire di quelle rimaste sulla carta, ma con i finanziamenti versati e dunque fatti sparire, insomma, una vergogna, una catastrofe per le finanze dello Stato e un affare per i pochi imprenditori privati e i loro politici di riferimento.
Beh, sapete chi era il presidente di quel comitato di affari, è proprio il caso di dirlo?
Era Luca Montezemolo, lo stesso che oggi tuona (beh, tuona si fa per dire) contro il deficit di bilancio dello Stato.
Quanto alle capacità manageriali ampiamente dispiegate e sfruttate nel corso degli ultimi anni, alla guida di settori dell’universo Fiat, Ferrari in testa e un complicato gioco di intrecci con altri imprenditori, Diego della Valle per primo, per finire un’ultima considerazione: lo Stato non è un’azienda: non ne abbiamo già avuto abbastanza di uno che voleva fare amministrare l’Italia come se fosse una delle sue aziende?
Non è un caso e discende poi dal complesso di inferiorità che Berlusconi ha sempre avuto nei confronti degli uomini Fiat, vero e proprio stato patologico, derivategli dai traumi subiti da imprenditore per essere stato sempre disprezzato da loro, non è un caso, dicevo, che Silvio Berlusconi più di una volta avrebbe voluto Luca Montezemolo ministro dei suoi governi.
Posso capire, non giustificare, ma capire sì, viste le ultime evoluzioni, che lo aspetti Gianfranco Fini, con una bella alleanza con il suo “Futuro e libertà”, e pure Francesco Rutelli, con il suo partitino che non mi ricordo più nemmeno come si chiama.
Mi stupisco invece e non capisco e anzi mi scandalizzo addirittura, invece, se, come pare, lo aspetti pure un politico tutto sommato coerente e di mai rinnegata antica scuola come PierFerdinando Casini.
Con Luca Montezemolo saremmo poi all’avvento della tecnocrazia, del postcapitalismo, della globalizzazione targata Fiat, dell’alta finanza in prima persona e in presa diretta, un’ipotesi che mi fa rabbrividire: dello sfruttamento del lavoro, dell’evasione fiscale, del grande accumulo di ingenti patrimoni personali.
Lo Stato non è un’azienda; non ha un logo, ha una bandiera; non ha consigli di amministrazione, ha forme di rappresentanza; non ha dipendenti da sfruttare, ha uomini e donne da tutelare e valorizzare.
E la politica non è tecnocrazia, la politica è un’altra cosa
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05/02/2012 @ 04:28:58
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