|
\\ Home Page
Benvenuto Nel blog di Giuseppe Puppo:
LinkLog
WebLog
Di giuseppe (del 19/05/2013 @ 17:44:37, in blog, linkato 3 volte)
(g.p.) Le strade arrivano dalle campagne disegnando curve, incroci e giravolte fra i muretti a secco nella terra rossa dove stanno piantati da secoli, contorti e sofferenti, ulivi a vista d’occhio.
Quelle dentro sono talmente strette per le tante macchine, che nemmeno il nutrito dispiego di sensi unici, fra le case basse, bianche, con le stanze conseguenziali, riesce a liberare.
L’aria sbattuta spesso dal vento a volte fa un’eco smisurata e vagamente inquietante, come se portasse miti e leggende tornate all’attualità del presente, e riscaldata, o arroventata, a seconda della stagione, dal sole forte e chiaro che si accanisce sulle pietre e profonde luce tutto intorno luminosissima.
Spesso, ci sono le luminarie, perché le feste municipali sono qui gli avvenimenti principali.
In tutti gli altri giorni, gli avvenimenti bisogna inventarseli: se il chiacchiericcio che scorre come una colonna sonora senza posa segnala che è tornato qualcuno, o qualcuno è partito, perché poi – è sempre così, come una condanna biblica di questa terra, di questa provincia difficile - chi rimane vorrebbe andare via, e chi è andato via spera di tornare presto, e in tutto ciò consuma l’esistenza.
Quando torna Emma, la Emma nazionale, che qui mosse i primi passi canori, altro che amici, è sempre un’altra vera e propria festa cittadina.
Ma intanto comunque sempre un avvenimento lo si trova. Come se arrivano i turisti dai vicini bed & breakfast, dalle spiagge del mare un po’ più lontano, oppure se partono i lavoratori precari, o gli studenti fuori sede.
Magari se una coppia scoppia, se una vita nasce, o un’altra muore, se si inizia a frequentare una scuola di danza, un corso di lingue, una bottega d’antiquario. Pure un avvenimento è, se vai nella pizzeria straordinaria che è alle spalle del teatro, dove fanno la pizza più ricca di ingredienti possibile e immaginabile. Oppure, se vai dal barbiere, o dalla Ggina, la parrucchiera…
***
Ad Aradeo, ombelico del Salento, la vita scorre senza fretta. I vecchi che stanno seduti in piazza portano nel viso le rughe delle sofferenze del passato. I giovani che si ritrovano al bar di tendenza portano nell’anima le rughe dell’inquietudine del futuro.
Se passa l’assessore politicamente rampante, perennemente attaccato al telefonino, è un altro motivo per parlare dell’amministrazione, delle iniziative, dei problemi, dei conti che non tornano, dei bilanci che quadrano mai.
Andare a Lecce, la “capitale”, per una ragione o per l’altra, al di là dei quaranta chilometri di strada, è sempre un altro avvenimento, di cui si progetta, o si racconta.
Se no, c’è da parlare dell’ultimo spettacolo, nel caffè davanti al teatro, un vero e proprio moderno teatro comunale, intitolato al cantore di quest’amara terra sua, Domenico Modugno, con tanto di locale compagnia, di cui un artista poliedrico come Michele Bovino, attore, regista, poeta, pittore, musicista, è – è proprio il caso di dirlo – il deus ex machina, che inventa e risolve. Come nella copertina realizzata per il libro della concittadina Antonella Musardo.
***
L’ultimo spettacolo sarà venerdì prossimo 24 maggio. Open…Si dice così, no? All’aperto e dunque di cultura popolare, nobilissimo genere, o, meglio, di cultura portata al popolo, che ne dovrebbe essere sempre, a scapito delle elite degli addetti ai lavori, il vero destinatario. Davanti al teatro, ci sarà una serata di performance teatrali e di esposizioni di quadri, alla presenza degli artisti dell’ Accademia di Belle Arti di Lecce e dei loro lavori.
Fra gli altri eventi previsti dalla manifestazione, denominata “Cadeaux d’artista”, l’attrice salentina Sandra Maggio, e gli attori proprio di Aradeo Michele Bovino e Mirko Gabellone interpreteranno alcune scene teatrali adattate proprio dal libro di Antonella Musardo “Bigodini sparlanti”, Aletti editore, Roma, 2012.
***
Scrivere, così, già di per sé, è sempre un esercizio meritorio. A volte, serve per aiutare sé stessi, per ricordare, o ricordando per dimenticare, per mettersi in ordine le idee, per creare una forma espressiva; a volte, per mettersi al servizio degli altri; altre volte ancora, così, semplicemente, per esprimere qualcosa che dentro urla per uscire; oppure, ancora più umilmente, soltanto per poter trovare una mano da stringere nell’oscurità.
Non esiste “Amici” per aspiranti scrittori. Eppure, come la sua compaesana cantante, anche Antonella Musardo ce l’ha fatta, a far parlare di sé, partendo da Aradeo, e anzi, a differenza di quella, rimanendoci. Nella sua bottega di parrucchiera, che televisivamente si chiama “Il bello delle donne”, ma allusivamente richiama altre cose, anche perché qui la fiction è la vita in diretta di tutti i giorni.
Perché Antonella, alias la Ggina, non è una scrittrice, è una parrucchiera, anzi: una “scritturiera”, come si definisce lei, che continuerà a fare la parrucchiera, ma che scrittrice è diventata, coronando il suo sogno.
E’ partita dai blog della rete, terra terra, per raccontare, a modo suo, con le sue capacità, semplici, senza virtuosismi letterari, ma con una buona dose di ironia, nobilitata dall’auto – ironia, se non sarcasmo, quello che ogni giorno avveniva nel suo negozio, mentre lavorava, fra una messa in piega e qualche extension; la sua prosa è cresciuta; in qualche modo è stata notata; dal mondo della rete, è venuto fuori un bel libro, in carta e ossa, ancora fresco di stampa, per un editore nazionale. Una grande vittoria, una bella soddisfazione.
Soprattutto, un bel libro, godibilissimo.
Allora - e indosso per un attimo, come non avrei voluto fare, le paludate vesti del critico, o l’abito buono del professore - a dirla tutta: qua e là, qualche caduta di stile c’è; di una spontaneità eccessiva cioè, non mediata, come le occasioni avrebbero meritato. Anche l’editing presenta qualche lacuna, pur con la lodevole profusione professionale di Donatella Imbastari della Aletti editore.
Detto ciò, ripetiamo e sottolineiamo: proprio un bel libro, godibilissimo.
Come ben coglie Maria Anna Carlino, nella dotta prefazione al volume, in questa opera prima della Musardo risaltano gli aspetti più vivi e reali della quotidianità, dai problemi del sesso, a quelle che abbiamo imparato a chiamare le conseguenze dell’amore; dalle ipocrisie della realtà, alle finzioni del mondo virtuale.
Direi, anzi di più: la nostra scrittrice autodidatta compie, pur magari inconsapevolmente, un’operazione nobilissima: ridare slancio e vigore alla letteratura popolare, immettere nuova linfa al paradiso perduto degli scrittori umoristi, da Giovanni Mosca, a Giuseppe Marotta.
E’ un “nuovo neo – realismo”, mi si passi l’espressione, che riesce a dar forma letteraria all’atmosfera da strapaese che è poi la dimensione italica ancora più autentica.
Antonella Musardo, da mattina a sera, lavorando chiusa dentro “Il bello delle donne”, scrivendo di notte a casa, ci restituisce, creandola, fissandola, l’atmosfera dello strapaese italico dei nostri anni confusi e contraddittori.
E’ come se per tutto il giorno registrasse, quel cicaleccio indistinto, lutulento, magari ripetitivo, che dalle bocche delle sue clienti si riversa nel locale, e poi la notte, a casa, davanti al pc, riversasse sulla carta, nella riuscita della creatività espressiva, dalla bobina della memoria, le nobiltà d’animo, le meschinità umane, i piccolissimi eventi che diventano grandissimi.
E’ un’altra cantautrice di Aradeo, Antonella Musardo. E’ la cantascrittrice della quotidianità, della colonna sonora della nostra identità di contemporanei, che rimane grazie a lei, nobilitata dalla letteratura, fra le pagine chiare e le pagine scure di un’opera prima per tanti versi straordinaria.
Di giuseppe (del 03/05/2013 @ 18:03:38, in blog, linkato 14 volte)
Gli ultimi mesi di Silvio (aggiornamento di “Metafisica del bunga bunga”)
Una mattina di due anni e mezzo fa, poco dopo l’uscita di “Metafisica del bunga bunga”( Etimpresa, Torino, 2011) , il primo tentativo di bilancio storico del “berlusconismo” – operazione culturale e di costume, prima che politica, che con esso ho tentato, per primo in Italia, e che necessita ora di un doveroso aggiornamento, che qui di seguito mi accingo a fare- trovai nella mia posta una mail di Mediaset.
Pensavo fosse uno dei soliti comunicati – stampa, sui loro programmi, che mi mandano, e invece no. Conteneva, infatti, la spiegazione di come arricchirsi in tempi di crisi finanziaria, diceva proprio così e le istruzioni per l’uso di un’organizzazione che insegna a operare in borsa, specificatamente sul mercato dei cambi, con tanto di agevolazioni tipiche del marketing per i nuovi “operatori”. Mi sono stropicciato gli occhi. La mia prima reazione è stata di incredulità. Ma questi di Mediaset - pensai - allo stesso modo del loro partito-azienda, hanno allora perso completamente il senso della realtà? Farei un torto alle vostre intelligenze se spiegassi perché, in relazione a un invito del genere. La risposta alla domanda comunque non ce l’ho. E poi, comunque, mi è venuta nostalgia per quegli anni - gli anni di che belli erano i film - in cui Mediaset preparava e anzi conquistava gli Italiani a colpi di fiducia ben prima della discesa in campo, dell’amaro calice e della creazione incredibile del credibile partito-azienda.
Eravamo fiduciosi, convinti che un mondo migliore fosse possibile e talmente trascinati dal “nuovo” che avanzava, da vivere in un mulino bianco, lavorando creativamente tutto il giorno, magari in una delle nuove professioni e dei nuovi mestieri nel frattempo sopraggiunti e poi la sera di corsa a casa, dal biscione che ci aspettava, per deliziarci di nuovi film e di nuovi prodotti. “L’Amerika” era già qui. Oggi, quasi vent’anni dopo, il richiamo da ultima spiaggia del comunicato aziendale trovato nella mia mail, mi è sembrato un chiaro segno dei tempi: il serpente, pardon, il biscione che si morde la coda, ma che non finisce e ricomincia, finisce e basta, allo stesso modo con cui aveva cominciato. Mi sono poi subito intristito: non so dire se perché avevo venti anni di meno ed ero ancora ragazzo anche io e vedevo Lady Oscar, Drive in e Happy days; se perché ci avevo creduto anche io, a tutto quanto; o se, semplicemente, perché è in tutta evidenza non solo la fine di un ciclo, ma il crollo di ogni illusione creativa e liberatoria al riguardo.
***
Ci sono due frasi e una foto che caratterizzano e fissano storicamente le ultime fasi dell’ultimo governo Berlusconi, finito con le sue dimissioni nel novembre 2011.
La prima è quella con cui egli commentò la propria rigida manovra fiscale, esprimendo lo stato d’animo di chi, a suo dire, sarebbe stato costretto dagli eventi di crisi planetaria e dalle pressioni ineludibili dei partner europei “a mettere le mani nelle tasche degli Italiani”, contrariamente a quanto sempre annunciato e sottolineato come motivo di vanto.
Un altro dei segni della fine di un ciclo. Nella fattispecie, va a negare una delle caratteristiche di fondo del “movimento” del 1994: proprio come in tanti processi rivoluzionari, si parte in un modo e si finisce praticamente all’opposto. Con la mancata esemplificazione burocratica; con le liberalizzazioni a vantaggio di pochissimi e a danno di tutti i cittadini; con una partitocrazia diventata ancora più soffocante e sfacciata, di quella della così detta “prima repubblica”; con il senso dello Stato disgregato, il bilancio è catastrofico.
La metamorfosi poi in un vero e proprio governo tecnico, che obbedisce da servo agli ordini dei banchieri, è la suprema mortificazione per la Politica.
L’uomo appare decisamente stanco, appannato, provato, incapace di districarsi dal dissidio pubblico/privato in cui è sprofondato, impotente. Non si accorge poi che negli ultimi mesi – dagli accanimenti nei bunga bunga e alle bruttezze varie ad esso collegate, dall’intervento contro Gheddafi, a questa manovra finanziaria – sta praticamente contraddicendo il suo personaggio, il suo mito, il suo operato storico. Sta finendo per consunzione, in cui ogni passaggio è un degrado; con un cupio dissolvi; con una lagna, non almeno con uno schianto; con una vergognosa e pratica ritrattazione e contraddizione di quanto sempre sostenuto, una vera e propria esperienza storica, che si annunciava e pure di esserlo cercò seriamente, straordinariamente pulita e creatrice.
***
La seconda, quella pronunciata in morte dell’amico Gheddafi, al quale aveva baciato le mani, per poi partecipare alla guerra ordita contro di lui: “Sic transit gloria mundi”
Sento ripetere che Silvio Berlusconi non voleva ( non avrebbe voluto ) pochi mesi or sono la guerra contro la Libia e che la colpa sarebbe del presidente francese Sarkozy e di quello italiano Napolitano, i quali lo avrebbero tirato per i capelli.
Mi risparmio la facile quanto efficace battuta, perché purtroppo non c’è niente da ridere.
Il bilancio, pochi mesi dopo, comunque vadano a finire le cose, è già catastrofico e potrebbe diventare drammatico, e drammatico in senso epocale: l’Italia ha di nuovo negato la propria Costituzione; ha rinnegato la propria vocazione mediterranea, a lungo perseguita in passato con profitto, sostituendola con una atlantica, grigia e dannosa; ha fatto da servo degli Americani e dei Francesi; è andata contro i propri stessi interessi economici, già ben avviati in Libia; ha fatto l’ennesima figuraccia storica, andando a colpire un capo di Stato con il quale aveva appena firmato un trattato di amicizia, ricevendolo in pompa magna; si è trovata invasa dall’emigrazione non più controllata proveniente dalle vicine coste e ne sarà invasa sempre di più. Questo, per un presunto “intervento umanitario”, che ha causato immani carneficine, ha destabilizzato un paese sovrano, con una guerra civile e comunque un’instabilità che andrà avanti chissà per quanto ancora e ha giovato soltanto ai mercanti di armi e alle multinazionali del petrolio.
Ora, dire, adesso, come sento da più parti, a fronte del bilancio impressionante, ma realistico che si è delineato in tutta evidenza e che però era facile prevedere, che Silvio Berlusconi non voleva ( non avrebbe voluto ) la guerra non significa giustificarlo, significa aggravarne colpe e responsabilità.
E’ questa ( questo bilancio impressionante ) un’altra concausa che peserà molto e in negativo sulla valutazione storica dell’uomo e dell’opera.
In Italia il Presidente della Repubblica non ha poteri reali ed effettivi. A volere la guerra erano “i comunisti”, come li chiama lui. Il Presidente francese non aveva nessun modo di obbligarlo a un atto autolesionistico. E allora? C’era una sola ragione per trascinare in guerra l’Italia contro la Libia?
***
Di come i partner europei abbiano ripagato tanta abnegazione, più o meno volontaria, testimonia poi la foto celebre della Merkel e di Sarkozy che ridono di lui, dopo che, in conferenza stampa al termine di un loro vertice bilaterale, era stato loro chiesto in che considerazione lo tenessero.
Intendiamoci: una foto che ha fatto male all’Italia, cioè che ha fatto male a tutti noi e solo per ultimo ha fatto male a Silvio; ma che è emblematica di quel cupio dissolvi, di quella lagna, con cui il suo astro si va spegnendo.
***
Le ultime vicende sono note.
Le ripercorriamo velocemente solamente per fissarne il significato in sede di bilancio storico.
L’appoggio al governo – Monti dei così detti tecnici; la decisione di andare a votare qualche mese prima della naturale scadenza della legislatura che si era aperta cinque anni prima con la sua netta vittoria; l’impossibile rimonta, il risultato elettorale di oltre sei milioni di voti in meno spacciato per trionfo, soltanto perché quasi a ridosso di quello del Pd, che di voti ne ha persi dal canto suo “solo” tre milioni e mezzo; la insistita volontà di tornare alla maggioranza che sosteneva il governo Monti proprio con il Pd, con i “comunisti”, dopo aver pervicacemente richiesto e ottenuto la rielezione a presidente della Repubblica del “comunista” Giorgio Napolitano.
Tutto incomprensibile, se analizzato con il metro dell’inizio del ciclo; tutto comprensibile, se con quello della fine, perché della fine, lenta, ma progressiva, si tratta, anche se il sistema, nei tanti perniciosi effetti prodotti, del berlusconismo, sopravvivrà all’uomo, come mi chiedevo già nel 2011 nel dodicesimo e ultimo capitolo di “Metafisica del bunga bunga”, “Cosa resterà dei nostri anni?”.
Una lotta a qualunque costo, anche a quello supremo di rinnegarsi, di modificarsi diametralmente, di contraddirsi, di offendere gli Italiani riproponendosi come salvatore dai quei mali che o non aveva saputo evitare, o aveva addirittura direttamente provocato, e comunque con la propria incapacità acuito.
***
Eppure aveva seriamente pensato per la prima volta di mollare tutto, di andarsene per le sue tante ville sparse nel mondo e magari di costruirne di nuove, di dedicarsi a tempo pieno agli agi del bunga bunga del resto mai cessati, l’eco mediatica dei quali fra l’altro non aveva mai cessato di abbattersi molesta su di lui.
Poi, contro – ordine. Non lascia, anzi, da presidente del Pdl – di cui ancora nulla è dato sapere del presunto rinnovamento, tanto sbandierato e preannunciato, ma finora senza costrutto – pare voglia esaltare le proprie capacità di leader e di comunicatore. Le primarie per scegliere il nuovo candidato a premier tanto strombazzate, non si faranno, stavano scherzando.
Ma come possono criticare in campagna elettorale i provvedimenti del governo Monti che essi per primi hanno promosso e sostenuto?
Di quali capacità di rinnovamento daranno prova?
Come eviteranno di essere sommersi dalle ventate di disillusione, scontento e sconforto che montano di giorno in giorno sempre più minacciosi?
Delle mirabolanti novità, destinate a sconvolgere addirittura il modo stesso di fare politica, invece poi nessuna traccia.
Gli ultimi mesi di Silvio sono stati agitatissimi, turbati da suggestioni movimentiste, ipotesi di aggregazioni elettoralistiche, invidie per Beppe Grillo, prima studiato e poi demonizzato in maniera apocalittico, da nuovo nemico principale; desideri di rivalse da un lato, e impossibili giustificazioni plausibili all’appoggio dato governo Monti sempre più massiccio e indistinto; appiattimento sulle posizioni dominanti della finanza internazionale; condizionamenti dei tanti più o meno autorevoli esponenti “consiglieri” che vivono di politica e non per la politica, su tutti sempre e comunque Gianni Letta, col suo “giannilettismo” vero e proprio uomo ombra del berlusconismo e primo responsabile di degenerazioni, storture e bruttezze varie di cui nemmeno giorno dopo giorno esso si è reso conto di stare perpetrando.
Mentre monta il vento dell’antipolitica, o meglio, adesso della protesta popolare ragionata, ragionevole e giustissima, soffia in tutt’altre direzioni e, opportunamente alimentata dallo sbocco nel Movimento 5 Stelle, si gonfia minacciando di travolgere tutto e tutti, in una specie di tsunami e però salutare, Silvio Berlusconi decide che il giudizio della Storia, che pure nei mesi scorsi aveva cominciato ad articolarsi nei suoi confronti, può aspettare, decide di ambire a un nuovo giudizio della cronaca.
Recupera un’altra volta il rapporto con la Lega Nord, travolta anch’essa da incapacità e scandali, e con tutta una serie di partiti e partitini che aggrega in coalizione, pur affermando che un eventuale voto ad essi sarebbe stato un voto inutile.
Sfodera in campagna elettorale tutta una serie di colpi di teatro, anzi, di televisione, di cui è maestro, e arriva al sublime con la lettera agli Italiani sulla restituzione dell’Imu, la tassa sulla casa – un provvedimento introdotto dal governo Monti con il consenso determinante del Pdl - in cui una promessa, soltanto una promessa e per giunta molto campata in aria e del tutto improbabile, viene fatta passare per impegno preciso e concreto, con addirittura le indicazioni operative per la riscossione.
Così, Silvio Berlusconi è di nuovo al governo, nella maggioranza, uguale a quella che si era scannata in campagna elettorale dopo aver sostenuto lo stesso governo, e sostenuta dallo stesso presidente, fortemente voluto ad un nuovo incarico.
Il nuovo premier, Enrico Letta, il nipote del suo “uomo ombra”, Gianni, esattamente come lo zio esponente dell’alta finanza internazionale, per meglio dire servo politico dei banchieri dei veri poteri forti e autore nel 1997 di un libro profetico, “Euro sì. Morire per Maastricht”.
L’appoggio di Silvio al nipote del suo uomo – ombra chiude poi una questione fin troppo a lungo dibattuta, in certi ambienti, che, credendolo, continuavano a manifestargli appoggio, se non simpatia: se cioè egli all’alta finanza internazionale sia stato estraneo, o anzi ne sia stato vittima.
La risposta ora è chiara e peserà in maniera determinante nel bilancio storico, in maniera maggiore delle sentenze dei vari procedimenti giudiziari cui è sottoposto che continuano a vederlo imputato, o delle sue amanti che continuano a diventare ministro e sottosegretario di Stato: magari ne era pure estraneo, all’origine, ma progressivamente non ha saputo, né voluto, sottrarsi ai piani di dominazione e progressivamente ne è diventato prima organico, poi alleato e infine comp
Di giuseppe (del 19/04/2013 @ 21:08:46, in blog, linkato 19 volte)
Per gentile concessione dell’editore Etimpresa, pubblico qui di seguito una parte del capitolo VI - Non smettere di sognare – del mio saggio del 2011, “Metafisica del bunga bunga”, con l’aggiornamento dovuto all’attualità di questi ultimi giorni.
…Una brutta storia, che ha causato drammi privati e sofferenze a più persone, coinvolgendo il presidente, anche in seguito alla successiva separazione fra la donna e il marito, in tutta una serie di ripercussioni, faticosamente messe a tacere.
Causa di divorzio il presidente è stato pure a suo dire del giornalista Giovanni Porcelli con la moglie, consigliere regionale della Campania, Antonia Ruggiero, da lui accusata di aver avuto per anni una relazione clandestina proprio con Silvio Berlusconi. A margine delle polemiche, definite dalla donna “vergognose strumentalizzazioni politiche”, la notizia di una consulenza di diciottomila euro elargita nel 2010 dalla presidenza del consiglio alla sorella di Antonia, Dora.
Un contributo pubblico però certo più facile da spiegare dei tanti privati di cui ogni tanto e sempre più spesso si apprende, per una ragione, o per l’altra, dalla stampa, e che la presunta generosità con cui vengono superficialmente e sbrigativamente sempre spiegate, quando vengono spiegate, dal presidente, nei confronti di chiunque e per qualsiasi motivo gli chieda aiuto, convince sempre meno.
Come i ventimila euro che, fra altri e diversi bonifici , risultano agli atti processuali della procura di Milano nei confronti di Anna Palumbo, madre di Noemi, quella Noemi causa a sua volta – o meglio, goccia che ha fatto traboccare il vaso – del secondo divorzio di Silvio, quello da Veronica Lario, la quale, come visto, lo accusò nella circostanza scatenante, di frequentare minorenni e di essere malato.
***
Noemi, Noemi Letizia, Noemi di nome e Letizia di cognome, napoletana, all’inizio della storia minorenne, è stata invece la prima “papi girl”, dall’appellativo -vezzeggiativo “papi”, come tutte presero a chiamarlo affettuosamente da allora in avanti, dopo di lei, nel privato e anzi nell’intimità, come pure fra di loro, specie quando ne parlavano al telefono, con la paura di essere intercettate e dunque con l’accortezza di celarne l’identità, almeno formalmente, per quanto “nonnino” sarebbe stato almeno anagraficamente più corretto.
Ad essere precisi, però, pure il “copywriter” del termine è oggetto di contesa: secondo la velina Elisa Alloro, il volto buonista e adorante del velinismo con ambizioni politiche, che ha scritto una mielosa lettera a Veronica Lario, per giustificare e lodare l’ex marito, lo avrebbe creato durante una trasmissione televisiva la modella brasiliana Renata Teixeira, festeggiando da par suo un gol del Milan, per rimarcare la familiarità con il Presidente, senza peraltro mai averlo conosciuto di persona.
Ad un’altra brasiliana, Michele Conceicao, questa fin troppo coinvolta negli avvenimenti berlusconiani, spetta poi l’onore di averlo ufficiliazzato in forma scritta, nel suo fenomenale e irresistibile lessico italo -portoghese, immortalandolo nella memoria del telefonino come “Papi silvio beluscone”.
Di sicuro Noemi Letizia è la prima insomma delle tante frequentatrici di cui si sono occupate a profusione le cronache rosa, rossa, bianca e nera degli ultimi due anni, a cominciare dall’aprile del 2009.
Pure, la prima buccia di banana su cui egli è rovinosamente scivolato. La prima che ha dato adito non solamente a pettegolezzi, il che sarebbe stato il minimo, ma pure a pesanti interrogativi sulla opportunità, di più, sulla liceità di simili comportamenti.
Ora, siamo tutti uomini di mondo.
I più colti di noi hanno letto poi “Uno nessuno e centomila” di Luigi Pirandello e sanno che non esiste la verità, esistono sempre tante verità.
Infine, i più sofisticati hanno pure letto “Lolita” di Vladimir Nabokov e sanno già come possono andare certe cose.
Non staremo quindi qui a indulgere in una impossibile quanto velleitaria e pure inutile ricerca di come siano andati effettivamente i fatti, tanto meno in un accanimento dei risvolti sentimentali e sessuali, che non sono emersi nelle variopinte cronache di cui dicevamo prima.
Fatto sta che Veronica Lario, appreso che il marito era andato a Napoli alla festa del diciottesimo compleanno della sua “figlioccia”, anziché stare a Milano in famiglia alla festa della sua vera figlia, decise di divorziare in tronco e, come si dice in questi casi, certo avrà avuto i suoi buoni motivi.
Sicuramente, richiesto di doverose spiegazioni sugli avvenimenti, Silvio Berlusconi ha ripetutamente mentito alla così detta “opinione pubblica” nel ricostruire i fatti, per giunta spergiurando: ha raccontato cioè bugie a profusione. Val la pena di ricordare che gli Americani non perdonarono a Billy Clinton non quello che aveva fatto, o, per meglio dire, si era fatto fare, bensì le bugie che disse per cercare di giustificare quanto era successo con Monica Lewinsky. E non venitemi a dire che non siamo Americani, siamo Italiani e qui siamo pure a Napoli, paisà, in quanto comunque è stata per Berlusconi, tout court, una figuraccia, nel voler difendere l’indifendibile, che ha aggravato la sua già ampiamente compromessa posizione.
La storia si è snodata nel tempo ed è continuata fino a entrare nel gran calderone degli scandali, feste o festini che siano.
Tre buoni motivi, per approfondire, alla ricerca dei significati ultimi di questi fatti, di quanto va al di là del fisico: quello che appunto fa la “metafisica”.
Il mio Maestro Julius Evola, tanto per citare un altro libro, scrisse nel 1957 un saggio che ha la mia età e che mi è particolarmente caro, “Metafisica del sesso”, lo chiamò, per cercare di capire e far capire i significati più profondi, anzi, più elevati, fino al sacro, dei comportamenti sessuali.
Più modestamente io mi sono dato il compito di ricercare che cosa ci sia dietro, sopra o sotto che sia, a tutto quello che bunga bunga abbiamo oramai imparato a definire.
***
Sognava pure Noemi, ancora adolescente, tentando di entrare in qualche modo nel mondo dello spettacolo, il sogno insomma del velinismo che accomuna gran parte delle ragazze e ragazzine italiane.
A lei è andata ancora meglio: a parte le promesse più o meno esplicite ricevute di aiuti per una carriera nello spettacolo, o nella politica (ma meglio: “e”, non “o”, perché nell’universo berlusconiano dilagante i due piani sono sovrapposti e saldati, fino a costituirne uno solo) come da lei stessa raccontato nell’aprile del 2008 in una ingenua e per molti versi profetica intervista rilasciata subito dopo che la frequentazione divenne di dominio pubblico, Noemi è diventata la preferita, a suo dire, “la cocca di papi”, come la definivano le altre del grande giri delle feste o festini, con malcelata invidia, avviando una ininterrotta serie di presenze nelle varie dimore del Presidente, testimonianza tangibile di una relazione protrattasi nel corso degli anni, dall’autunno del 2008, alla primavera del 2011, ad adesso, quando sono spuntati fuori bonifici bancari che testimoniano i risvolti economici delle frequentazioni.
“Cresciuta alla luce del Vangelo e al culto di Silvio”, secondo sua madre, in realtà Noemi Silvio l’ha conosciuto per strade molto meno evangeliche e nient’affatto politiche, come ha rivelato quello che era il fidanzato di allora, un coetaneo operaio , prima che cominciasse la relazione e ben presto poi diventato un ex, raccontando di come la sua “Memi” sia cambiata, fino a diventare irriconoscibile: “Mi è stato quasi subito chiaro che tra me e lei non poteva andare avanti. Era come pretendere che Britney Spears stesse con il macellaio dell’angolo”.
Le foto da modella che Noemi, per non smettere di sognare aveva mandato agli inizi del 2008 a un’ importante agenzia di Roma, “di quelle che fanno lavorare le modelle, le ballerine, insomma le agenzie a cui si devono rivolgere le ragazze che vogliono fare spettacolo”, vengono visionate da Emilio Fede in trasferta e tramite lui finiscono nell’abitazione romana del Presidente, il quale rimane folgorato dalla “purezza” del “viso angelico”, come le dice telefonandole personalmente.
Oggi quella ragazza acqua e sapone non esiste più. Si è trasformata in una donna che dimostra venti anni di più della sua età di ventiduenne, assimilata al modello di fatalona esplosiva, di oca giuliva, di grandi fratelli e sorelle, di pupe e secchioni, purtroppo oggi tanto in voga.
Migliaia e migliaia di euro di lifting spesi per imbruttirsi, anzi deturparsi.
Ritorna ogni tanto agli onori delle cronache, anche se stancamente, perché qualcuno – l’ultimo, il suo agente del tempo, Francesco Chiesa Soprani – ha qualcosa da aggiungere di piccante, scottante, compromettente, alle già ampie rivelazioni esistenti sulla vicenda, e perché le ultime, in ordine di tempo, rivelazioni, fanno ogni volta ripartire, anche se stancamente, le polemiche politiche sulla moralità dell’uomo pure per le presunte spiegazioni date e non date sull’intera vicenda, tutte ampiamente contradditorie, di volta in volta smentite dalle nuove rivelazioni di turno, in un circolo mediatico che non sembra avere esaurimento, se non per inerzia, per stanchezza, per sfinimento.
Papi intanto pare avere sempre nuove vite.
Le età di Noemi, invece, sembrano essersi fermate per sempre.
Di giuseppe (del 06/04/2013 @ 14:52:38, in blog, linkato 24 volte)
“Più chiara dell’alba, più limpida dell’acqua” - RITRATTO DI SIGNORA –
Per gentile concessione dell’editore, Etimpresa di Sergio Chiarla, pubblico qui di seguito il capitolo VII di “Metafisica del bunga bunga”, Torino, 2011, dedicato a Ruby “Rubacuori”.
Sollecitato dalle notizie di attualità dell’altro giorno – e in attesa di un primo esito delle vicende giudiziarie correlate – ho aggiunto in coda un breve aggiornamento.
Anche tutto quanto il mio saggio, che risale oramai a due anni fa esatti, necessita di un aggiornamento, che dovrò, più prima che poi, preparare.
Rimane comunque valido il motivo di fondo di tutto ragionamento di inchiesta da me dipanato in questo lavoro: tentare il primo bilancio storico del “berlusconismo”, perché, al di là degli alterni avvenimenti politici, quindi pure al di là delle storie umane, economiche e sociali di Silvio Berlusconi, è il “berlusconismo” stesso che rimane valido, nel senso che rimane operante tutto il sistema che in un ventennio intorno a lui si è sviluppato e di cui è necessario non soltanto fare memoria condivisa, ma pure fare una revisione operativa nelle forme del “politco”.
***
La storia di Ruby, breve, ma intensa, è di una violenza dirompente e di una drammatica attualità, di questa Italia nostra povera, ma brutta, sazia e disperata, del nuovo secolo e del nuovo millennio, con i significati pesanti che si porta dietro, con le tristi riflessioni che sollecita.
Al di là del vorticoso giro di dichiarazioni, esternazioni, affermazioni, ritrattazioni, negazioni, deduzioni e contro - deduzioni che da mesi si sviluppa intorno ad essa, cui in molti hanno partecipato, ma cui ha ovviamente contribuito, in buona, o cattiva fede, la protagonista stessa, che usa la menzogna come uno scudo, la mezza verità come una corazza e l’omissione come un pugnale, e che però alla fine rimane chiara e limpida, come si è definita in un dei rari afflati poetici, rivolto ad un dei tanti conoscenti occasionali, di cui è stata capace nelle sue esuberanti conversazioni telefoniche (“Puoi tornare a riprenderti i tuoi soldi, io sono più chiara dell’alba, più limpida dell’acqua”), è possibile ricostruirla con sufficiente approssimazione, è doveroso commentarla con lucida severità.
***
Comincia diciotto anni fa in uno dei tanti paesini sperduti del Marocco, da dove si scappa se si può per sfuggire alla miseria e a cercare almeno la speranza di vita migliore, verso le coste vicine eppur lontane dell’ Italia e dove chi rimane non desidera altro che scappare e si dispera ogni giorno per non esserci riuscito.
Anche Ruby è scappata, anche Ruby è andata veloce.
Non ha avuto né infanzia, né adolescenza.
Portava tutto con sé, tutto quello che aveva: la formosa e imponente bellezza del suo corpo.
***
Altro che nipote di Mubarak! E pare che il capo di governo egiziano si sia arrabbiato non poco dopo aver appreso di essere stato tirato in ballo in una vicenda come questa, anche se poi ha avuto ben presto cose più serie cui pensare: in seguito ai rivolgimenti interni ha dovuto lasciare il potere e insomma certo questa storia gli ha portato sfiga.
Karima El Mahroug ha lasciato prima la terra natia, poi la famiglia, e sono due segni che come ogni emigrante sa, per averlo provato sulla propria anima, prima ancora che sulla propria pelle, lasciano il segno.
E’ sempre la fame che spinge chi lascia casa e famiglia, è sempre la disperazione lo spago che tiene insieme la valigia dei sogni, è sempre la speranza che ti fa andare avanti, in un modo o nell’altro, per poter riuscire un domani a dire: ”Ce l’ho fatta”.
Gli inizi sono stati difficilissimi, né poteva essere diversamente.
In una Sicilia sospesa fra tradizione e modernità, sono anni di giorni di comunità di recupero per persone a vario titolo in difficoltà, di notti senza tetto, né legge.
Quella legge che pure i suoi vari ed eterogenei conoscenti hanno lo scrupolo di considerare, che, almeno questi siciliani, tutti sapevano bene di non poter, né dover infrangere, pur lottando con impulsi – è il caso di dirlo – corposi che provano a gestire in qualche modo, con tanta ipocrisia innanzi tutto verso sé stessi, con molta approssimazione verso gli altri.
Le ospitalità soltanto apparentemente disinteressate, le proposte più o meno indecenti diventano ben presto una prassi che la ragazza impara a riconoscere e a sfruttare.
Tanto, poi, c’è sempre un posto da commessa, o da barista, c’è sempre un giochino particolare da rifiutare, c’è sempre un telefonino da rubare, una oggettino d’oro di cui appropriarsi, una denuncia da collezionare, un affidamento da cui continuare a scappare.
Il giorno più importante arriva a sedici anni, nel mese di luglio del 2009.
Il luogo è Sant’Alessio Siculo, una località balneare, dove, come è costume ovunque nella stagione delle vacanze, si tiene uno dei tanti concorsi estivi, “Una ragazza per il cinema”, si chiama, cui, per circostanze occasionali e fortuite, era stata invitata a partecipare da uno degli organizzatori, che l’aveva notata per strada.
Ha il numero 77 sulla fascia che le mettono addosso.
Nella cabala del Lotto, le gambe delle donne.
Oh sì, le gambe delle donne sono il compasso che misura la bellezza del mondo.
Un numero profetico, poi. Qualcuno di importante, di molto importante, di lì a pochi mesi le dirà, subito dopo averla vista entrare per la prima volta a casa sua, come prima frase di accoglienza: “Che belle gambe lunghe che hai!”.
Ma questo allora non poteva saperlo, o neanche lontanamente immaginare.
Quale “membro” della giuria del concorso, a Sant’Alessio Siculo quella notte c’è anche (E dagli! E va beh, dai, ma allora ditelo!) Emilio Fede: “Se vuoi fare televisione io ti posso aiutare”.
***
Karima El Mahroug, in arte Ruby, ha fatto pochissima televisione (memorabile solo come pessimo esempio di giornalismo servile del suo intervistatore l’unico programma cui ha partecipato), non ha fatto cinema, almeno finora: ha fatto la pubblicità, la cubista, la ragazza immagine, l’accompagnatrice, l’ospite d’onore addirittura al gran ballo della nobiltà a Vienna e tante altre cose ancora, ma non ha fatto cinema.
Però da quella notte la sua vita diventa un film, che si gira nella Milano da sniffare del Duemila, quantum mutata ab illa da bere dei socialisti degli anni Ottanta, che faceva scandalo con qualche serata allegra in discoteca, che si divertiva con le caricature degli stilisti, che marciava compatta verso la modernizzazione e che rubava, a detta di chi rubava, non per il piacer mio, ma per far piacere al dio partito.
Oggi Milano di fretta brulicante di traffici e di affari, è sempre Milano col cuore in mano, “Ti capì bauscia”, è sempre, che banche, che uffici, Milano vicina all’Europa.
Quella del Pirellone maestoso piazzato davanti la monumentale e ancora avveniristica stazione Centrale, della metropolitana che ti porta in ogni posto, della Madunina e della Scala, della cotoletta e del panettone, delle autostrade e delle tangenziali.
Ma è una Milano ferita dall’integrazione non riuscita, devastata dall’uso della cocaina parcellizzato sul territorio, svilita dai così detti “pierre” che organizzano feste e festini, umiliata dalla mancanza di prospettive, incattivita dall’egoismo, da cui, dal venerdì pomeriggio, quelli che negli altri giorni ci stanno a correre dietro al profitto e al guadagno, non vedono l’ora di scappare e quelli che sono costretti a rimanerci, per lo più nei tanti sobborghi residenziali a nord e a sud, a est e a ovest, hanno davanti a sé la rappresentazione della malinconia.
C’è la solitudine della povertà, della penuria, del bisogno. Ma c’è anche la solitudine dello sfinimento, dell’abbrutimento, della tristezza.
***
E’ in questa Milano che Ruby arriva a girare il film della sua nuova vita, rigorosamente in notturna.
Nell’immaginario individuale ha un solo nome, quello di una discoteca un po’ da sempre famosa. La conoscerà. Ma conoscerà pure le altre colonie della così detta “scuderia” di Lele Mora, le agenzie di reclutamento, i saloni di bellezza, gli alberghi a cinque stelle lusso, i ristoranti del momento, i capannoni fieristici, i centri commerciali, le stanze condivise con altre ragazze delle più disparate e disperate nazionalità.
La Milano del bunga – bunga, insomma.
Una di quelle notti, che un caso maldestro ha fatto coincidere con la notte di San Valentino, una sua più smaliziata e introdotta amica la va a prendere in taxi e la porta fuori la città, verso i sobborghi – bene della metropoli.
Il taxi rallenta nei pressi di una imponente ed elegante costruzione, l’amica cerca sul telefonino il numero giusto di qualcuno là dentro.
“Quella sera avevo un tailleur pantalone color panna e una camicia con il collo alto, i capelli raccolti a banana. Il taxi si è avvicinato ad un ingresso laterale. Priscilla ha chiamato in villa e i Carabinieri ci hanno lasciato passare. Quando ho visto quel villone ho chiesto alla mia amica dove fossimo. E lei mi ha detto- Dal presidente. Mi è preso un colpo. Io fino a pochi mesi prima dormivo su di una panchina in mezzo le strade di Catania”.
Fu la prima di tante altre notti a villa San Martino, Arcore, Milano, Italia.
La Milano del bunga bunga diventa per Ruby quella dell’ostentazione, forse per ingenuità, forse per confusione, forse per sfacciataggine, forse per rivalsa, forse per un po’ di tutte quante queste cose messe insieme: del numero di telefono privato del capo del governo italiano da mostrare con un sorriso a destra e a manca; delle banconote da cinquecento euro usate per pagare pure l’acqua minerale e le sigarette; delle polemiche feroci e dei casini, in cui giostrare con sufficiente disinvoltura, serena sopportazione e lucida determinazione derivante dalla fame atavica a lungo patita: “Finché c’è lui si mangia”.
*** AGGIORNAMENTO DEL 6 APRILE 2013 ***
Due anni dopo, fatti di cronaca bianca, per la nascita di una figlia, rosa e rossa, e pure di nera, per via dei procedimenti giudiziari in corso che la vedono coinvolta, anzi a dire il vero sulla dirittura d’arrivo della sentenza del principale, Ruby ritorna prepotentemente alla ribalta una mattina dell’incerta primavera milanese. Anzi, scatena un vero e proprio putiferio mediatico.
Gira la scena più forte finora del film della sua vita
Davanti al Tribunale di Milano, alla presenza puntuale e dunque sospetta di giornalisti, fotografi e operatori, non sappiamo quanto di propria volontà e quanto da altrui ispirazione, Ruby declama la sua verità su alcuni aspetti degli avvenimenti di cui è stata protagonista.
In estrema sintesi, sostiene di non aver avuto rapporti sessuali con Silvio Berlusconi; di aver subito “violenza psicologica” dai magistrati; di essere vittima dell’accanimento loro nei confronti del presidente: “Ho capito che è in corso una guerra contro Berlusconi e io sono rimasta coinvolta, ma non voglio che la mia vita venga distrutta”.
Mentre in Italia la crisi da economica è diventata disperazione sociale, e quella politica, avvoltasi una specie di rebus irrisolvibile, non riesce ad articolare risposte concrete; e mentre nel mondo si levano vecchi e nuovi venti di guerra nucleare, la – come chiamarla? – “piazzata” di Ruby trova sui mass media la più ampia eco possibile e nemmeno immaginabile.
Il Tg5 ci fa l’apertura serale, Studio aperto segue a ruota, il Tg4 esonda e non osiamo pensare che cosa sarebbe accaduto se ne fosse stato ancora direttore Emilio Fede; tutti gli altri telegiornali abbondano; dedicano ampio spazio tutti i giornali, sia nelle edizioni on line, sia cartacee ( i così detti grandi giornali, mica “Cronaca vera” e “Di più”); infine sui “social” si scatena una vera e propria tempesta mediatica.
Tutto ciò ci consente una prima, amara riflessione, sulla nuova prova di superficialità, di servilismo, di pressappochismo – a essere indulgenti – data nella fattispecie dal giornalismo nostrano.
La seconda è sulla nuova prova della volgarità trionfante oramai sui social network. I commenti sono stati tantissimi, ma pressoché tutti quanti tout court volgari, a cominciare dalle reazioni della così dette “Olgettine”, cioè le altre ragazze del “Bunga bunga”, sulle parole delle quali ci sarebbe da condurre uno studio specifico che dimostrerebbe come oramai sempre di più si ragiona meno e sempre meno si argomenta di più; di come si parli per slogan e frasi fatte; di come si vada avanti di fretta e di sensazionalismi; di come ci si liberi delle parole, anche quelle scritte, come nelle altre meno nobili funzioni corporali.
Su tutto questo guazzabuglio pressoché inestricabile di personale e di politico, di vizi privati e di pubbliche virtù, di sussurri e grida, l’oscuro oggetto del desiderio di Ruby diventa ora la purezza, dopo il peccato: andata in onda proprio nella manzoniana e dunque sul tema ben preparata Milano, la scena più importante della sua vita, a ben vedere tutta quanta giocata proprio su simile drammatico conflitto psicologico, si chiude artisticamente con le sue lacrime, che non riescono a essere catartiche, ma sono almeno umanamente compassionevoli, perché spia del dissidio interiore che adesso la sconvolge.
Di giuseppe (del 02/03/2013 @ 15:08:51, in blog, linkato 34 volte)
Marco Bava, rimbalzato di nuovo agli onori e gli oneri delle cronache, in seguito alla sentenza del Tribunale di Torino di due giorni fa, di cui desidero farvi partecipi, perché, come proverò a spiegare, di grande importanza, è una persona straordinaria. Eccezionale veramente. Dovreste conoscerlo, per poi o restarne affascinati, o decidere subito di non volerlo rivedere mai più.
Io ne restai affascinato, perché mi piacque e da allora, e son passati oramai quattro anni, sono restato sempre in contatto con lui, in un modo o nell’altro.
Al costo sempre di lunghi contraddittori, a volte di estenuanti discussioni, continuando a darci del “lei” come il primo giorno, ma comunque in contatto.
Ogni cosa che dice -ed è appunto per questo che mi piace- è interessante, fa pensare, provoca reazioni intelligenti a catena, anche se poi bisogna articolarla, verificarla, postillarla, prosciugarla, e ogni volta è un lavoraccio, credetemi.
Io gli rimprovero di fare a volte confusione inutile, di prestarsi sovente a polemiche controproducenti, magari di isolarsi e così fare il gioco cattivo dei tanti nemici che si è fatto, gridando verità scomode, ma esaltanti, però tanto è inutile.
Egli invece mi rimprovera di essere superstizioso, di non credere ai complotti, e soprattutto di non seguire i suoi consigli, e ha ragione, li seguo poco e punto. La prima volta, ancora me ne pento: mi convinse a demolire la mia amatissima “Nordsudovestest”, così si chiamava la mia macchina, una “Tempra” di colore verde smeraldo, che, per quanto provata e vecchissima, comunque funzionava, per sfruttare gli eco-incentivi che mi sarebbero così toccati, iscrivendomi ad un servizio di auto a noleggio, con presunta convenienza economica per me e vantaggi per l’ambiente tutto. Così feci, solo che i vantaggi – realizzai poi- erano proprio presunti, mentre invece ancora mi ricordo la mesta cerimonia del funerale di “Nordsudovestest” che andava alla rottamazione, agganciata al carro-attrezzi, e io che seguivo il feretro , a piedi, affranto, fra le strade meno male deserte di una Torino come me stremata nell’afa di agosto.
Marco Bava gira in bici, coerente con le proprie convinzioni, per risparmiare sofferenze all’ambiente e al portafogli e per non far guadagnare le compagnie petrolifere. Solo che poi ogni volta non sa dove lasciare la bicicletta, e non può allontanarsi più di tanto, con conseguenti estemporanei discorsi in loco, o lunghe camminate fianco a fianco, con in mezzo il suo mezzo preferito.
Va in macchina solo in casi eccezionali, come quella volta che da Torino andammo insieme a Casale Monferrato, andata e ritorno, per una conferenza, e fu un viaggio memorabile, visto che durò dal primo pomeriggio a notte fonda, per tante ragioni, specie l’ultima, sulla base delle sue convinzioni, per cui ebbe il coraggio di lasciarmi, nel gelo invernale di Torino, alla fermata dell’autobus dell’ultima corsa, che aspettai a lungo e intirizzito, per poter tornare finalmente a casa, come nell’”Anabasi” di Senofonte, come nell’ “Ultimo metrò” di Truffaut.
Per non dire di quando, per un programma televisivo, andammo a Roma, in treni e in alberghi opportunamente separati…
Vi voglio invece dire di come si definisce subito sul suo sito, che, malgrado le mie esortazioni, si ostina a gestire da solo, con esiti a mio modo di intendere allucinanti: “perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile, antimarchionne, antiberlusconi, antichiamparino, antifassino, anticolaninno”.
Perfetto.
Tutto vero. In realtà da autodidatta ha due lauree, una in economia, ed infatti la sua attività principale – ma ne ha talmente tante, da rendere la scelta problematica- è l’analista finanziario ( capisce bene, anzi in questo è un vero e proprio genio, di bilanci, strategie aziendali et similia ) e l’altra in giurisprudenza, competenza acquisita non solo con gli studi, ma anche e soprattutto nella pratica, visto che ha sempre un processo in corso, a causa delle querele che si attira come mosche al miele in seguito alle sue prese di posizione pubbliche, di cui appunto, se ne avrete voglia, potrete trovare sul suo sito una fin troppo esauriente esposizione.
La sua specialità però è di andare da piccolo azionista alle assemblee dei soci della Fiat e cantarle e menarle di santa ragione ai vertici della multinazionale, un po’ come ha fatto Beppe Grillo pochi giorni or sono all’assemblea dei soci del Monte dei Paschi di Siena.
Ah, naturalmente in passato ha litigato pure con Beppe Grillo, adesso non so bene per quale ragione, ma non ci va d’accordo: Marco Bava ha litigato con tutti i politici, e pure con tutti i personaggi pubblici di questo mondo; l’unico con cui non ha litigato – almeno, finora, e magari succederà per questo blog che a sua insaputa gli sto dedicando – credo di essere io.
Ma nel cuore di Marco Bava c’è una sola questione che lo sospinge e lo anime in tutto e per tutto, gli dà forza, entusiasmo, finanche, pur nella tristezza, la solita giovialità di vivere: stabilire la verità sulla fine di Edoardo Agnelli.
Come sanno i lettori della mia inchiesta giornalistica “Ottanta metri di mistero – La tragica morte di Edoardo Agnelli” ( Koinè nuove edizioni, Roma, 2009) , in cui c’è una lunga intervista con lui – e fu l’occasione per cui ci conoscemmo - Marco Bava di Edoardo Agnelli fu il consigliere finanziario, ma soprattutto per lunghi anni fu vero e sincero amico.
Fu il primo Bava nel 2000 ad avanzare dubbi motivati su quello che a caldo fu classificato come suicidio. Dopo l’uscita del mio libro, che in pratica ha riaperto il caso, fu il più accanito a smontare – alla luce degli elementi che raccolsi – la versione ufficiale. Dopo ogni nuovo libro, ogni nuovo film, ogni nuovo articolo che dal 2009 si sono nel frattempo susseguiti, senza soluzione di continuità, su questo e non certo marginale mistero italiano ancora irrisolto, Bava è sempre il più solerte a chiedere la riapertura delle indagini per omicidio.
Lo farà pure – ne sono sicuro, e a maggior ragione - quando, a breve – e ve lo preannuncio contento, perché ho finalmente trovato un editore adeguato – uscirà il mio secondo saggio dedicato al caso, che si intitola “Un giallo troppo complicato?” e che contiene nuove, sconvolgenti rivelazioni: sarà la volta buona che la magistratura si decida ad indagare a fondo?
Intanto la magistratura- ed è notizia di due giorni fa, importantissima, al di là del singolo caso, ma in quanto pronunciamento di merito su tutta quanta la faccenda– ha assolto Marco Bava dall’accusa di diffamazione intentatagli dalla Fiat per alcune sue affermazioni pubbliche riguardo la morte di Edoardo Agnelli.
Il giudice Maria Sterpos scrive infatti nella sentenza assolutoria:” E' chiaro che se qualcuno si era assunto il compito di tutelare Edoardo Agnelli, non lo ha svolto in modo adeguato, sia che egli sia stato ucciso sia che si sia suicidato…Da sempre Bava ha sostenuto che Edoardo Agnelli è stato ucciso a causa presumibilmente di un suo scomodo ruolo negli equilibri di potere interni alla Fiat…Dubbi sulle circostanze della morte del figlio dell'Avvocato sono stati sollevati da molti".
Queste adesso non sono più chiacchiere di bar, o articoli di giornali. Queste sono parole scritte da un giudice. Il caso è di nuovo riaperto. Fra poco, il mio nuovo lavoro, “Un giallo troppo complicato”, fermo da due anni, ma ora in pubblicazione, ricostruirà tutta la vicenda, a partire dai numerosi elementi da me raccolti in “Ottanta metri di mistero” ( che continuano a essere adoperasti da altri, spesso senza citarne la fonte, cioè io, ma va beh, che ci voglio fare? questo è il costume!) ma soprattutto fornirà nuovi, eclatanti e fondamentali motivi per poter arrivare finalmente alla verità.
|
|
Ci sono persone collegate
|
<
|
maggio 2013
|
>
|
L |
M |
M |
G |
V |
S |
D |
| | | 1 |
2 |
|
4 |
5 |
6 |
7 |
8 |
9 |
10 |
11 |
12 |
13 |
14 |
15 |
16 |
17 |
18 |
|
20 |
21 |
22 |
23 |
24 |
25 |
26 |
27 |
28 |
29 |
30 |
31 |
|
|
| |
|
|
|
|
|
|
Listening Musica...
Reading Libri...
Watching Film...
22/05/2013 @ 08:04:44
script eseguito in 63 ms
|