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Benvenuto Nel blog di Giuseppe Puppo:
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Di giuseppe (del 05/02/2010 @ 14:47:06, in blog, linkato 2 volte)
Lontano. Sono andato via e ci sono rimasto tanto, e per viaggiare ho usato il treno.
Ho in memoria viaggi interminabili, già di per sé resi estenuanti dalla lontananza e fatti diventare poi allucinanti da lunghe soste inspiegabili in aperta campagna; ma conservo pure immagini piacevolissime che mi tornano gradite: del mare aperto, su spiagge, affollate, o deserte, a seconda delle stagioni, lungo la costa adriatica, vicino a case, palazzine, o villette, con il giardino, le piante, la salvia e il rosmarino, lungo le strade provinciali, su cui corrono auto, coi fari accesi di notte, che si incrociano e incrociano le cose della vita.
Conserviamo poi tutti in quello che abbiamo imparato a chiamare l’immaginario collettivo le memorie eroiche di quando il treno era sinonimo di progresso, di velocità, di forza e ingegno degli esseri umani.
Ora, in Italia abbiamo un’emergenza, comunque un gravissimo problema. Certo, ce ne sono tanti altri, ma quando si parla di riforme, di assetti istituzionali, di organi e settori specifici, si dovrebbe considerare che fra le criticità da affrontare immediatamente ci sono le Ferrovie dello Stato, o Trenitalia che dir si voglia, come si chiama l’ente dopo la sostanziale privatizzazione di alcuni anni fa, quando si credeva che l’aziendalizzazione fosse un toccasana per tutto e per tutti. Invece- ci scusiamo per il disagio, e certo… - la realtà è ben diversa.
Certo, magari prima molti settori erano dispersivi e, senza razionalizzazione di spesa, risultavano onerosi per lo Stato.
Ma, tanto per fare due altri esempi, la Sip era un’azienda seria, anzi fiore all’occhiello dello Stato, di cui era emanazione, suoi qualificati e prestigiosi dipendenti compresi e nella realtà dei fatti al servizio dei cittadini: e lo stesso le Poste, e l’Enel.
Ora, ci sono settori, campi di attività, che non possono essere liberalizzati, sottoposti alle logiche dei processi di aziendalizzazione e delle logiche del mercato, come invece è avvenuto in Italia, in quanto non producono formaggini, o succhi di frutta, ma servizi essenziali, e quindi devono essere emanazione dello Stato, non campo di speculazione, e profitto, e arricchimento per i privati, come sono diventate tutte, grazie alle logiche politiche del neocapitalismo selvaggio e della globalizzazione, grazie alle servitù dei potere e dei sindacalisti della triplice , coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti: servizi diventati di qualità pessima, rispetto a prima e a costi per i cittadini e le famiglie italiane diventati operosissimi.
Già, proprio così: servizi sono diventati di infima qualità, mentre i costi sono saliti in maniera spropositata, con buona pace di tutte le così dette Authority, introdotte anch’esse dal potere, quale ipotetico contrasto allo strapotere delle aziende: in realtà sono una vera e propria ulteriore presa in giro per i cittadini, che fingono di difendere, o tutelare: insomma, oltre ai danni, pure le beffe.
In particolare, per le Ferrovie siamo a una vera e propria emergenza.
Pochi centimetri di neve sono bastati prima di Natale a far saltare i collegamenti fra Milano e Bologna, con conseguenze catastrofiche che molti di noi hanno vissuto direttamente, o quanto meno conoscono bene, perché le si debba ricordare qui.
Una notte d’inverno molti viaggiatori sono stati trasportati da Trenitalia direttamente all’inferno.
Lo stesso invece non è avvenuto nei tratti milanesi gestiti dalle Ferrovie Nord di Milano, una società autonoma, che ha provveduto a impedire che gelassero i cambi, cosa che Trenitalia, o chi per essa, non ha fatto, perché non può più fare, perché, grazie alle logiche dell’aziendalizzazione, sono stati tagliati molti posti di lavoro, a tutto danno degli utenti. Infatti, non è un caso.
Catastrofe di Natale a parte, sempre come ognuno sa, o può agevolmente constatare, frequentando le stazioni ferroviarie, i ritardi non sono più un’eccezione, per quanto diffusa: sono la regola; e ritardi che rispondono a logiche misteriose e imponderabili, spesso tout court assurdi.
A proposito di stazioni: sono diventati luoghi di bruttezza estrema, che deturpano le nostre città, concentrato di disagio, ricettacolo di disperazione, con le aree dei dintorni intere, pressoché infrequentabili.
A Torino, per dire di quella che conosco meglio, per esempio, sono più di dieci anni che Porta Nuova e le strade vicine sono interessate da lavori interminabili, con conseguenze estetiche e sociali ugualmente allucinanti. Per non dire delle nuove già realizzate. Roma e Milano diventano invivibili, non appena si supera il ristretto cerchio degli arrivi/partenze; Trieste è un percorso assurdo, imbarazzante. Tutte, vecchie nuove, posti allucinanti: senza sale d’attesa, servizi igienici, o servizi. Da poco ci raccontano, favoleggiando, della così detta alta velocità nel frattempo realizzata.
Ora, in primo luogo, essa è costata uno sproposito per tutti noi, cioè allo Stato ( già, bella logica, quella di TreniItalia, pubblica quando deve battere cassa, o scaricare perdite, privata quando deve incassare e assicurarsi guadagni: vorrei capire che aziende ibride sono queste: come la Fiat, già, che ha fatto scuola… ) cifre astronomiche, superiori a quelle degli altri Paesi europei.
Poi, come il Cristo di Carlo Levi, si è fermata a Eboli, o già di lì, colpendo e penalizzando ulteriormente il Mezzogiorno d’Italia; infine, ha costi di utilizzo per gli utenti proibitivi, riservati a una fascia precisa di utenti, quelli che possono permettersi di pagare biglietti elevatissimi, i ricchi e i nuovi ricchi e gli arricchiti.
Per tutti gli altri, come i pendolari, altro che alta velocità: a costi comunque rilevanti, bassissima velocità, con orari da anni Trenta; su vagoni super-affollati, così programmati apposta; senza manutenzione e che partono già, anche sulle lunghe distanze, con i riscaldamenti rotti, le porte scassate e i bagni sporchi: una vergogna, una vera e propria vergogna, di cui non sappiamo nemmeno a chi dobbiamo dire grazie.
Di giuseppe (del 30/01/2010 @ 16:58:16, in blog, linkato 17 volte)
Come in precedenza il critico letterario francese Roland Barthes si era “divertito”, nel 1977, a ricavare dai personaggi dei romanzi una sorta di “summa” nel suo bellissimo, quanto impegnativo, saggio “Frammenti di un discorso amoroso” ( Einaudi ), così io nel 2006 cercai di fare lo stesso, aggiornamento incluso delle regole e teorie sull’argomento, nel mio libro “Breviario d’amore” ( Azimut libri ), partendo però dai protagonisti del “gossip” e dalle manifestazioni artistiche più popolari, come i film e le canzoni.
In particolare, dal “pezzo” di Jovanotti “Un raggio di sole” elaborai tutta una attualizzazione dei comportamenti di coppia scaturiti dalle vere e proprie modifiche epocali nel frattempo sopravvenute. In questi giorni ho sentito la nuova canzone del cantautore romano, “Baciami ancora”, inserita nel film omonimo, di Gabriele Muccino, come è noto “sequel” del fortunato “L’ultimo bacio”, da ieri nelle sale: di nuovo, dal brano musicale mi sono scaturite alcune considerazioni, che proverò qui di seguito sinteticamente ad esporre.
Intanto, mi è piaciuta la “tecnica narrativa”, del testo, di derivazione “rap”, in linea con lo stile di Jovanotti: un elenco di brevissimi flash che qui si fonde alla perfezione con il linguaggio cinematografico, a comporre, scatto dopo scatto, individuando i momenti più intensi, senza tempi morti, o di routine, appunto come in un film, “una vita in un giorno”, ogni giorno, insieme, un mosaico composito e completo di una storia d’amore, attraverso “…un’impresa impossibile…un riflesso di sole sull’onda di un fiume…un quaderno di appunti…una casa…un aereo che vola… un cielo…una stanza…un pensiero che sfugge…un errore perfetto…un diamante.. un difetto…un respiro profondo per non impazzire…”.
Poi – qui la difficoltà, brillantemente superata, con un puzzle che risulta alla fine luminoso, solare, gioioso – viene celebrato un amore maturo, una storia che da rivoluzione, dopo esaltazioni, dubbi, vicissitudini, è diventata istituzione: troviamo quindi la lucida consapevolezza della positività creativa e della poesia quotidiana che l’amore può sviluppare anche – e stavo per dire: soprattutto - nelle fasi successive a quelle iniziali dell’infatuazione, quando dal microcosmo a due si esce alla luce del sole e nel mondo, con la convivenza, sempre di per sé problematica, con le attività, con la quotidianità cui prima o poi ogni coppia è chiamata.
Voglio dire: è facile parlare, come di solito fan tutti, delle estasi e dei tormenti, degli afflati erotici e dei cuori che palpitano, quando le cose son facili e quando tutto appare rose e fiori; più difficile esprimere quanto e certo di più, pure di vera e propria felicità autosufficiente e autoalimentatesi, l’amore può dare nelle fasi successive, quelle della maturità faticosamente conseguita, a chi ne abbia una consapevolezza, raggiunta attraverso la sofferenza, perché “l’amore fa soffrire”, nel crocifiggersi per un altro, come ha scritto il filosofo Michael Quoist; e perché soltanto chi ha sofferto tanto, può amare tanto, come ha detto l’attrice Sandra Maggio.
Prima d’ora – si magna, la poesia, parvis, alle canzoni, componere licet – avevo trovato una capacità simile soltanto nelle poesie degli ultimi anni di Nicola Vacca, il grande, il più bravo e il più vero poeta d’amore dei giorni nostri, per sua moglie Serena.
Anzi, c’è qui ora una precisa indicazione: se l’amore può far mettere le ali e far volare idealmente i due protagonisti, “la giustizia del mondo punisce chi ha le ali e non vola” a “inseguire tutte le onde del nostro destino”.
“Mamma-amante-figlia-impegno”: poi, la femmina trova e dà la completa realizzazione.
E così “è l’amore che detta ogni legge”: proprio quell’ “amor che move il sole e le altre stelle”, nella splendida attualizzazione e valorizzazione che Jovanotti ne fa adesso per la nostra identità di contemporanei, direi a un livello sociologico e metapolitico, tanto per citare i metodi esplorativi e conoscitivi adoperati dal più interessante novista culturale che mi capiti di leggere ultimamente, Carlo Gambescia.
Infine – lo apprendo in questo momento - “son tornate le lucciole a Roma nei parchi” e me ne rallegro, perché lungi dal contraddire la celeberrima metafora di Pier Paolo Pasolini, ciò gli dà conforto e assume poi un valore allegorico: quanto basta e avanza per incaricare una profonda conoscitrice della città eterna, come la mia amica Elisa Donghi, di preparare per tempo una mappa dettagliata, che permetta di esplorare e attestare in loco il mirabolante fenomeno, magari con le foto di Giulio, non appena passerà questo lungo inverno non tanto qui al Nord, quanto al Sud, dove fra poco tornerà la primavera.
Di giuseppe (del 06/12/2009 @ 14:10:56, in blog, linkato 28 volte)
Tappa conclusiva ad Asti, del “Filippo Tommaso Marinetti tour”, che per tutto questo 2009, da gennaio a dicembre, ha portato in giro per il Piemonte l’uomo e l’opera, anche in questo fedele agli insegnamenti del Maestro: che le idee camminano con le gambe degli uomini e che bisogna portare direttamente la cultura sul territorio con serate a tema ed iniziative specifiche.
Ospitati anche nell’ambito di alcune importanti rassegne culturali, città per città abbiamo degnamente celebrato il centenario del Futurismo, andando a cogliere l’attualità di alcuni suoi messaggi di fondo, da non dimenticare, anzi, da attualizzare, perché oggi più che mai validissimi.
In primis, che non bisogna avere paura della modernità, delle innovazioni tecnologiche introdotte nella quotidianità e pure degli sconvolgimenti epocali, per quanto radicali, portate dalla modernità, al contrario: la dimensione delle umane capacità deve misurarsi con il confronto e l’uso intelligente delle novità, in ciò costruendo la nostra identità di contemporanei.
Poi, ecco l’altro insegnamento: i futuristi volevano fare dell’arte non un concetto astratto, un comportamento settoriale, una camera separata, magari di compensazione, no, al contrario; volevano fare dell’arte una dimensione quotidiana, capace di spronare e di mobilitare l’esistenza. Una realtà, insomma, non solo, ma pure una suggestione positiva e creativa, ben operante nel futuro prossimo e remoto. Ce n’è rimasta così poca, di Bellezza, nel mondo, che dobbiamo subito rimboccarci tutti le maniche e dare, ciascuno come può, il proprio contributo, per alzarne urgentemente il livello.
Nato apparentemente per caso, “Voglio combattere ancora!”, poi, personalmente mi ha permesso di viaggiare nello spazio e nel tempo; sempre questo spettacolo, mi ha regalato nuovi entusiasmi e nuove prospettive; mi ha concesso di confrontarmi con centinaia di persone, dai politici agli studenti; e, last but not least, di scoprire la magia del teatro.
C’è una sensazione su questa terra degli esseri umani che trovo esaltante, una fetta di piacere puro, una sensazione che non conoscevo e che adesso non cambierei con niente di ciò che appartiene al Cielo. E’ quando, chissà da che, ti ritrovi protagonista, assoluto, come avere un’altra vita, quando si apre il sipario, si accendono le luci che ti entrano negli occhi e non vedi niente altro davanti a te, se non il buio, ma sai che non c’è vuoto, ci sono persone, là, che stanno a guardarti, a sentirti e quel silenzio tu devi riempire, creando motivi e personaggi, per loro, che stanno lì, per loro soltanto.
A differenza degli altri mezzi di comunicazione e di espressione artistica, di tutti gli altri mezzi, infatti, soltanto a teatro succede questo miracolo: che essi, gli spettatori, attivi e non passivi, creano insieme a te che stai sul palco; e, ancora, che ogni volta è diversa da tutte le altre, perché ogni volta, per un piglio differente, per i toni, le atmosfere, i luoghi, le circostanze, insomma per tutto, ogni volta non è mai uguale alle precedenti: è sempre un’esperienza unica. E’ questa la magia del Teatro, che lo rende unico, irripetibile e in questo sta il suo fascino particolare, particolarissimo. E’ una magia che consiglio a tutti voi, da spettatori attivi, anche voi impareggiabili protagonisti davanti alla scena.
Di giuseppe (del 22/11/2009 @ 19:19:23, in blog, linkato 25 volte)
Mancano ancora quattro mesi e mezzo, ma da sei e in particolare in queste ultime settimane la campagna elettorale per le regionali è già cominciata. Fosse almeno quella dei dibattiti, dei confronti, delle proposte…No, invece è quella dei candidati al consiglio partiti con grande anticipo e grande dispiego di mezzi economici.
Va bene che è in palio uno stipendio sui quindicimila euro per cinque anni, più liquidazione e pensione: meglio del “win for life”, il nuovo concorso della Sisal, insomma…
Per quanto abbastanza noioso, fare il consigliere regionale è comunque un buon posto nella nomenklatura di regime, un privilegio nella casta, e dunque, ora che, a differenza delle elezioni politiche, l’incarico bisogna conquistarselo di persona e gli elettori sono chiamati ad eleggere, non a ratificare scelte già compiute, con le preferenze, la caccia grossa al tesoro è partita con largo anticipo, e però…
Mancano quattro mesi e mezzo, ma ho visto già le cose più incredibili: c’è chi ricorda l’ortografia del proprio cognome; chi ha fatto contratti con giornali e giornalisti compiacenti per pubblicità occulte; chi si è messo sui cartelloni davanti alle edicole e chi semplicemente ha riempito con foto e slogan gli spazi della pubblicità commerciale, come se fosse un salame, o un detersivo, visto che la pubblicità elettorale in senso stesso sarebbe vietata.
Il peggiore di tutti, quello ( meglio stendere sul nome il pietoso velo del silenzio ) che è partito adesso col telemarketing – le telefonate a tappeto con un disco pre – registrato - un servizio che costa fra l’altro moltissimo e che fino ad ora faceva, con le abitudini consolidate, chi poteva permetterselo, soltanto negli ultimi quindici giorni.
Così, non cambia molto: alle scelte dei partiti nelle politiche, si sono sostituite le differenze economiche, dal momento che, come è ovvio, soltanto chi può permettersi di spendere cifre astronomiche ha possibilità di essere eletto, altro che la democrazia partecipativa, altro che la democrazia classica!
Triste segno dei tempi, una politica ridotta a commercio mercantile, senza più non dico ideali, ma nemmeno idee, e tanto meno le gambe degli uomini e delle donne che le idee, quando c’erano, facevano camminare.
Una politica di casta, incapace di modernizzare, progettare il futuro, rispondere alle sfide epocali, risolvere i problemi e dare fiducia, speranza, entusiasmo; capace soltanto di gestire e male l’ordinaria amministrazione, al servizio dei propri interessi e delle proprie clientele. Uno squallore unico. Io che, se non altro per coerenza con le mie radici, oltre che perché questi comunisti sono sempre comunisti, tutti, e mi dispiace dare ragione a Silvio, voterò nell’ambito della coalizione di centro – destra, a marzo sceglierò un candidato giovane e senza mezzi economici: ammesso che ne mettano in lista uno da qualche parte, uno che abbia fatto gavetta da ragazzo; che si sia esercitato proficuamente nelle sezioni di partito e nel proprio comune, o quartiere; estraneo ai potentati economici e politici; attento ai valori culturali, di supremazia della cultura sulla politica; che vada in giro a fare comizi; che abbia idee e buona volontà e non abbia perso il contatto col mondo reale, con la vita vera.
Gli farò campagna elettorale per quel che posso, a modo mio, e gratis, naturalmente. E’ il mio modo di sopravvivere e di reagire allo squallore.
Se c’è qualcuno che la pensa come me, parliamone…
Di giuseppe (del 11/11/2009 @ 06:53:13, in blog, linkato 40 volte)
La partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende è ritornata prepotentemente d’attualità nel dibattito politico italiano delle ultime settimane. Non si tratta nemmeno più di un’utopia, perché essa è stata e da tempo effettivamente realizzata in alcune realtà europee, specie in Germania, per quanto in forme limitative, mentre in Italia si discute ancora, più o meno a titolo di esercitazione accademica.
Bene, anche questa è una idea – forza che la destra sociale – e penso al Msi – ha sempre cavalcato, senza purtroppo riuscire ad attuarla, per poi improvvisamente e colpevolmente dimenticarla e cancellarla, nelle sue evoluzioni nel frattempo sopravvenute, in Alleanza nazionale e tanto più in Popolo della libertà, insieme a tanti valori e tante proposte quanto mai ancor oggi inedite e più che mai valide.
Per la precisione, anche a livello ideologico, la partecipazione dei lavoratori agli utili e non solo, pure alla gestione delle imprese, costituisce una caratteristica di forza dirompente, che supera d’un sol colpo logiche vetero – marxiste e neo – capitaliste.
Il modello della democrazia partecipativa va esteso anche a tutti gli altri lavoratori e ai liberi professionisti, affinché tutti quanti, attraverso le loro categorie professionali, possano partecipare e decidere, non soltanto parlare e ratificare come adesso, nei processi costituivi e ordinativi dello Stato, la cui autorità, per inciso, va urgentemente riaffermata.
Infine, le logiche del lavoro just in time, delle persone utilizzate e spremute, oltre che sottopagate, finchè servono e poi relegate e variamente riconvertite, in spregio a ogni dignità umana, vanno subito cancellate in ogni forma, a cominciare da quella del precariato e a finire con le gabbie salariali.
Se c’è ancora una destra sociale, prenda nota, sia capace di rimettere tutto questo nell’agenda del dibattito politico e con questo tutto affronti le prossime prove elettorali.
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09/02/2010 @ 11.42.19
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