Questa mattina a leggere i giornali vecchi e nuovi prima mi è preso lo sconforto e poi mi è venuta la malinconia, che fino a sera non mi lascerà più.
C’erano, infatti, le ultime cronache della brutta storia dell’asilo di Rignano Flaminio, di cui, tanto per cambiare, non si è capito ancora niente, dopo mesi di atti giudiziari altalenanti e discordanti, ma, soprattutto, dopo tanti bei programmi in tivù dei brunivespi, degli enrichi mentani e delle irenepivette di turno.
Questo già di per sé “non è bello”, come dicono qui a Torino, quando vogliono significare una autentica schifezza.
Abbiamo, infatti, bambini di pochissimi anni molestati sessualmente dagli educatori del loro asilo, una specie di sacrilegio, una nefandezza estrema; oppure, siamo di fronte ad educatori innocenti, molestati dai genitori dei bambini, da loro suggestionati oltremodo, per questioni di soldi: i risarcimenti pubblici, che avrebbero in caso di condanna degli accusati.
Nell’uno o nell’altro caso, comunque vada, sarà una sconfitta: o l’una, o l’altra, sempre di un’autentica schifezza si tratta.
Già è immondo, quindi, qualsivoglia delle due ipotesi sia, il fatto in sé.
Poi è turpe che mentre la giustizia si mostra lenta e impacciata, incapace di dirimere e risolvere, comunque dominata dai potenti e dai ricchi, i processi si facciano in televisione, per fare spettacolo, per dare pubblico in pasto alla pubblicità, non certo per fare giustizia.
Ecco, ci mancava soltanto l’avvocato Taormina e il degrado che c’è dentro, questo squallore senza rimedio non si riesce a sopportare.
A volte ritornano.
Purtroppo.
Erano passati appena pochi mesi che non lo si vedeva, né lo si sentiva, né lo si leggeva più, da quando era calato - momentaneamente - il sipario sul processo per il delitto di Cogne, dominato dall’emerito principe del foro nazionale, nonché dei salotti televisivi, che ne aveva fatte e disfatte di tutti i colori, e non aveva risparmiato nessuno, nemmeno i suoi stessi assistiti, i quali, alla fine – ma dopo anni di taorminate quotidiane – lo avevano licenziato in tronco, poco prima della sentenza di secondo grado.
Ma sono stati mesi talmente numerosi ed intensi, da aver lasciato un segno indelebile, in quello che abbiamo imparato a chiamare “l’immaginario collettivo”.
Ecco Carlo Taormina tuonare contro i magistrati malvagi ed incapaci, che a suo dire accusavano ingiustamente la povera Annamaria e avrebbero voluto mandarla in carcere innocente soltanto per dare credito ai propri errori.
Eccolo pavoneggiarsi nelle aule del Tribunale di Torino; smontare prove e rimontare inganni; impostare strategie difensive sempre più arzigogolate, se non assurde.
Eccolo prendere quell’aria da padreterno.
Eccolo sdoppiarsi fra sapiente politico e fine giurista.
Eccolo accavallare le gambe sugli sgabelli degli studi televisivi e promettere: “Vi dirò io chi è il vero assassino”, e poi annunciare “Fra una settimana farò il nome” e poi ancora “Domani vi svelerò il vero colpevole” e poi di nuovo “Domani, domani farò il nome”, ignaro, insensibile, strafottente, di fronte al coro immenso che nel frattempo si era levato dal famoso immaginario collettivo, che non ne poteva più, stremato: “Oh che palle! E diccelo chi è, se lo sai davvero, faccelo, faccelo, sto cazzo di nome!”.
Ora siamo come prima, più di prima.
Carlo Taormina superstar.
Mutatis mutandis, ‘stavolta fa l’avvocato delle presunte vittime, cioè tutela le famiglie dei bambini, quindi si pone contro gli educatori dell’asilo, accusati dai magistrati di molestie sessuali.
Qundi, da innocentista è diventato colpevolista, da garantista forcaiolo.
Brilla poi la sua rara coerenza: ce l’ha sempre coi magistrati, prima perché volevano sbattere in carcere la povera Annamaria, ora perché non vogliono farlo con le maestrine dell’asilo.
‘Stavolta però per Taormina ogni sospetto è buono, ogni circostanza diventa un elemento di accusa, ogni straccio di ipotesi una prova; e perciò tuona reboante: “Queste sono prove! Vogliamo il carcere!” e sollecita i magistrati a sbattere in cella gli imputati, senza nemmeno aspettare il processo, di questa brutta storia di sesso, bugie e videotape. Ah, e soldi, sempre i maledetti soldi.
Ma Carlo Taormina lo sa, che oggi in Italia i processi si celebrano prima in televisione e poi sui giornali e in questo scenario ora, pur se uguale e contrario a quello di pochi mesi or sono, da Cogne a Rignano Flaminio, dalla Valle d’Aosta, al Lazio, alla Sicilia, egli ritorna, dominatore incontrastato, di questa nostra povera giustizia – spettacolo, in cui la legge non è più uguale per tutti, ma sorride sempre e soltanto al peso dei potenti, al colore dei soldi, e alle telecamere degli studi televisivi.
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