Ma quante meraviglie, quante delizie, continua a riservarci questa nostra Italia!
Da alcuni giorni, i quotidiani riportano alcuni stralci delle intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura nell’ambito delle inchieste relative ai “traffici”, chiamiamoli così, del fotografo milanese Fabrizio Corona, la così detta “puttanopoli”, come è stata ribattezzata, un torbido intreccio di sesso, droga e ricatti, che in un modo o nell’altro coinvolge tanti nomi più o meno noti del gossip nazionale.
Ma non è di questo che, almeno direttamente, intendiamo parlare, no, perché, direttamente, è salutare stenderci sopra quel pietoso velo, anzi, una bella, spessa coperta. Vogliamo soffermarci, invece, sulle espressioni usate dai protagonisti, le parole fra loro pesanti, il lessico famigliare dell’allegra combriccola, per vedere che cosa cambia, attraverso i termini della cronaca, nel bene, nel male, nel nostro linguaggio, che poi è, tout court, la nostra dimensione pubblica e privata.
Abbiamo ritrovato quell’italiano greve raffazzonato, scorretto e volgare, che già trovammo ai tempi di Stefano Ricucci e dei suoi furbetti del quartierino, ora, nelle intercettazioni riguardanti Fabrizio Corona e i suoi compagni di after house, ancora più scomposto e indecente, soprattutto nella constatazione che esso è ormai la koinè appiccicaticcia e generalizzata di una condizione umana e sociale senza più freni, né remore, né idee né ideali, meschina e tesa soltanto, in un egoismo orribile, all’apparire, all’avere, all’ostentare.
Dice Fabrizio Corona alla ex moglie Nina Moric, in un esasperato colloquio in cui la donna, anche per ottenere qualcosa per il figlio di quattro anni, gli rinfaccia, fra l’altro, di essere stato l’amante di Lele Mora e di poterlo mandare per tante altre circostanze in galera: “Non ti darò una lira! Ma tu che donna sei? Vuoi che ci facciamo la guerra? Vuoi che ci facciamo lo sputtanamento? Per il mantenimento del figlio ti do 500 euro al mese anche se andiamo per le vie legali”.
Ecco, vedete che delizie!?! Sono poche parole, tre frasi in croce, ma basterebbero già per scriverci su un trattato sociologico.
Beh, in estrema sintesi, apprendiamo esterrefatti come Lele Mora, l’impresario di attrici, presentatrici e vallette, che appariva sempre circondato da super-fighe, abbia in realtà anche altri interessi, per la serie: il pane sempre a chi non può o non vuol mangiarlo...Nella fattispecie, preferendo il cambio di vocale!
Poi, il fotografo – impresario, uno, dai conti ostentati del suo commercialista, con casa da oltre due milioni e mezzo di euro, ma che dichiara al fisco guadagni da studente par - time in un call center, che versa per il mantenimento del proprio figlioletto di quattro anni 500 euro al mese, la metà di quanto abitualmente prendeva una delle ragazze del suo giro per una sola notte in compagnia dell’impresario, o del finanziere di turno.
Ma a scandalizzare chi ancora riesce a farlo, nonostante tutto, è quella frase – “Vuoi che ci facciamo lo sputtanamento?” – è quella parola . “lo sputtanamento”.
Che brutta espressione, che brutto vocabolo! Sputtanamento...
Circondati da puttane, pronti ad approfittare della prostituzione, o a prostituirsi in tanti modi anch’essi, i compagni di after house quello temono, quello hanno per incubo da tenere lontano, quello cercano di impedire con ogni mezzo, anche comprando le foto compromettenti, che li ritraggono in circostanze imbarazzanti, quello devono evitare, costi quel che costi: lo sputtanamento! Mica pensano a non fare, o non far fare certe cose, mica importa loro di cambiare abitudini, comportamenti, vizi e vizietti, mica si danno regole morali, mica si interrogano su come vivono e su quello che fanno, o fanno fare no: basta che non si sappia in giro, basta evitare “lo sputtanamento”, morte vera in quest’Italia dei vizi privati e delle pubbliche virtù, della sua ipocrisia congenita e della sua bassezza acquisita.
Tanto attenti all’ “immagine”, altro imperativo categorico! “E’ come quando vai al supermercato, paghi uno e prendi due!” – dice sempre Fabrizio Corona a uno dei suoi interlocutori interessati alle “ragazze – immagine” per un “evento” e, a scanso di equivoci, spiega bene che insieme nel prezzo pagato per la presenza della valletta di turno alla manifestazione pubblica era compresa la prestazione sessuale privata a parte.
Ma cosa è dunque questa “immagine” che a ogni piè sospinto viene evocata, o per costruirsene e accreditarsene una, o per evitare di vedersela screditata e distrutta? E’ la metafora dell’ipocrisia, è il significato dell’egoismo, questa è l’immagine!
Ecco appunto, in uno dei tanti stralci dei documenti giudiziari pubblicati dai quotidiani in questi giorni, un altro uomo di immagine, imprenditore dell’immagine, Matteo Combi, creatore di una linea di abbigliamento, col logo della margherita,alle prese con il poliziotto che lo interroga e che vuol sapere chi erano le ragazze con le quali si accompagnava:
“Beh, una persona che poi io ho avuto una storia è stata la Gregoraci”.
Ma...Mah...Ma ancora la Gregoraci? E’ mai possibile che a ogni inchiesta e a ogni intecettazione, mese dopo mese, anno dopo anno, c’entri sempre la Elisabetta Gregoraci, raccomandata da Berlusconi in persona per lavorare a “Buona domenica”, il programma nazional – popolare delle buone famiglie italiane, la compagna integerrima di Flavio Briatore magister elegantiarum?!?
Ma non è di lei che vogliamo interessarci: è dell’italiano di Matteo Cambi, che vogliamo dire! Non sanno parlare! Ricchi, anzi ricchissimi ( “Gente che incula i soldi”, nella compita e compunta espressione con cui lo stesso Corona definiva le persone che frequentava ) prestigiosi, potenti e poi, quando devono esprimersi, usano solecismi ed anacoluti che un tempo avrebbero fatto arrossire di vergogna! Un tempo, quando erano bel altri i metri di giudizio di una persona e di cui la cultura, anche quella minima, ma solida, della buona e sana scuola elementare di un tempo, l’educazione, il rispetto erano le solidissime fondamenta!
“Una persona che poi io ho avuto una storia”, questo pronome relativo martirizzato, così come il congiuntivo comunemente vilipeso e negato, sono la rappresentazione di un popolo che non sa più parlare nella propria lingua, se non nelle forme sciatte e volgari in cui l’ha riadattata, anzi ridotta.
La lingua di Dante e Petrarca, quella di Foscolo e Manzoni, di Ungaretti e Montale, nemmeno pure più quella di Mike Bongiorno, la lingua per cui siamo diventati un popolo e per cui abbiamo adesso una memoria, di civiltà, di identità, di unità, di appartenenza, la lingua delle nostre radici, della nostra storia e della nostra cultura, del nostro agire e interagire, ora ridotta a un romanesco spurio, a un ibrido gergale raffazzonato, in cui i pronomi sono impazziti, i congiuntivi sono spariti e trionfa soltanto la volgarità!
Un italiano poi senza più punteggiatura. Quella punteggiatura, simbolo dell’ordine esteriore, a sua volta indice dell’ordine interiore. Alessandro Manzoni stava un giorno a decidere se mettere, o levare una virgola. Gli insegnanti delle scuole elementari e medie stavano fino a qualche decennio fa ore e ore a spiegarne il corretto uso primo e la possibile personalizzazione stilistica poi. Oggi, la punteggiatura non esiste. In compenso, esistono le abbreviazioni, le lettere – mostro, come la K.
Ecco un messaggio della madre della valletta Francesca Lodo, a sua figlia, con l’intento di darle buoni consigli, non di odine morale, come soltanto qualche ingenuo potrebbe pensare, bensì di spregiudicata partecipazione : “Di Corona tu non sai nulla di ciò Ke potrebbe fare in nero. Anche di te e Cocco non dire nulla potresti incasinarti e potrebbero assillarti di domande”.
Ecco l’assassinio del pronome relativo, lo sterminio della punteggiatura, il trionfo della lettera – mostro K, con la perla finale dell’uso creativo, fai da te, del verbo!
Ha corso seri pericoli di sputtanamento, con relativo crollo dell’immagine, anche quel politico importante, di primo piano, del quale però le cronache giornalistiche non hanno rivelato il nome, sorpreso e inseguito da uno dei fotografi che lavoravano per l’agenzia di Fabrizio Corona, tale Max Scarfoni, nel corso di un lungo e partecipato “puttan tour” notturno, lo scorso 14 settembre. In quell’ italiano “romaneschizzato” tipico della politica e della tivù ormai dilagante, così Max Scarfoni riferisce al suo boss: “Ma ti stai rendendo conto? Hai capito di che stamo a parlà? Cioè ma m’hai capito che ti sto a di? Ciò lui con la zoccola vicina, con le tette così, col transessuale, tutta nuda, vicino alla macchina sua...Ma quale scorta? Era lui da solo! Se l’è fatte tutte le mignotte, ci hai presente che a ogni mignotta, a ogni transessuale, lui s’è fermato? A ognuna si fermava e le guardava e ciò la foto di lui con la macchina tutto quanto col transessuale vicino”.
Lui e la zoccola.
Lui è il politico potente e influente, che chissà poi perché ci immaginiamo ferocemente contrario ai “dico” e alle unioni di fatto.
Lei, la trans, la zoccola. Ecco un’altra orribile vocabolo, passato dal dialetto napoletano alla koinè della vergogna.
Tra i due, il vero animale che dovrebbe suscitare ribrezzo è il politico, non la trans, magari costretta a prostituirsi per necessità economiche, impedita nelle proprie “normali” realizzazioni dalla morale e dalle leggi di questa nostra società disegnata da quei politici, che poi di notte, in incognito, senza scorta, si vanno a cercare problematiche, assai conflittuali compagnie!
Ma basta con i politici, basta con le solite veline, dolcemente ossequiose, o finemente protestanti ( “Mica sono una marchettara!” ), basta con la sempre in mezzo ai gossip più piccanti Michelle Hunziker!
Caliamo il sipario, con un edificante quadretto familiare. Beh, non ci posso credere, un’altra volta Silvio Berlusconi di mezzo c’è! Questa volta però non ne ha colpa, poverino! Se le colpe dei padri non ricadano sui figli, nemmeno quelle dei figli ricadano sui padri! Però povero Silvio, sempre in mezzo lo vanno a cacciare! E stavolta la prediletta figlia Barbara... Era successo che, sempre lo scorso settembre, la donzelletta se n’era andata in discoteca e, non sappiamo scortata da chi, si era fatta, ehm, per così dire “palpeggiare” da un occasionale avventore. Poco male, se non fosse stato presente lì tal Bicio, sempre della premiata fotograferia Corona, il quale così la raccontava al capo: “Ho fatto la Barbara Berlusconi tutta ubriaca all’ Hollywood. Il tipo non è il fidanzato, ma uno che le la baccagliava dentro. Lei è entrata da sola, è uscito questo qua che l’ha seguita, l’ha presa di dietro....Si vede che sono un po’ allegrotti, barcollano, si baciano appassionatamente, lui le tocca il sedere....”.
Le cose han seguito poi il solito andazzo, col vip che paga pur di non far uscire in giro le foto compromettenti. Ma in questo caso, a pagare è stato il papà Silvio, che, a dire di Barbara, notando il suo imbarazzo, senza colpo ferire, non solo ha sganciato ventimila euro, ma pure senza chiederle la benché minima spiegazione in merito.
Ora, una volta mio padre dovette pagare qualcosa come duemila lire, per colpa mia, ché non ricordo nemmeno più cosa avevo combinato, e non solo stette un mese prima e un mese dopo a chiedermene conto, ma pure mi diede per questo, o tentò almeno di darmi, qualcosa come duemila schiaffoni!
Meglio se Silvio le avesse chieste, quelle spiegazioni, e le avesse dato, insieme ai ventimila euro finiti a Corona, direttamente a sua figlia Barbara, qualcosa come ventimila calcioni in quel sedere che, come mostrato dalle foto al Bicio, l’allegra ragazza si era fatto piacevolmente palpeggiare in pubblico dal primo arrivato!
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