E così, dopo due anni da quella memorabile estate del 2005, in cui banche e banchieri, avventure e avventurieri movimentarono le cronache finanziarie prima e politiche poi, con qualche digressione pure in quelle rosa, sono uscite pure le intercettazioni delle conversazioni che alcuni di quei protagonisti ebbero con i leader dei Democratici di sinistra, oggi maggioranza di governo.
Gli stralci, pubblicati dai maggiori quotidiani con gran cautela e una circospezione che la dice lunga sulla volontà di non urtare oltremodo la sensibilità degli interessati, non aggiungono niente di nuovo di sostanziale a quanto già si sapeva: le manovre delle cooperative rosse che, al fianco degli spericolati finanzieri d’assalto, tentavano la scalata alle grandi banche.
Vicende analoghe erano del resto già avvenute in passato, sia pure sotto altre forme: vedi l’acquisizione della Banca del Salento da parte del Monte dei Paschi di Siena.
Insomma, gli intrecci fra gli ambienti politici di sinistra e l’ alta finanza, non solo nazionale, ma anche internazionale, quella che ora fa capo alla City londinese, sono una realtà acquisita e consolidata. E insomma, i D.s. sono un consolidato centro di interessi, ma non dei lavoratori, bensì di apparati di poteri finanziari, alla faccia anzi dei lavoratori: hanno costruito un formidabile intreccio di società che controllano con i loro esponenti, dal piano locale a quello nazionale e sono poi partiti verso il controllo sempre più diffuso e diretto della finanza.
Ora, che volete che importi, sapendo questo, aver letto le frasi rivolte a Giovanni Consorte, il manager dell’Unipol e delle cooperative rosse, da Piero Fassino ( “Come siamo messi?” ) e da Massimo D’Alema ( “Ma quanti soldi ti servono ancora?” – “Facci sognare!” ) ?
Ecco che cosa è oggi la politica, ecco che cosa è il partito dei D.s. e questo è quanto. Un comitato d’affari controllato dall’economia, che pensa soltanto a consolidare all’ombra di questa le proprie rendite di posizione e i propri interessi finanziari.
Però c’è una frase che non può passare inosservata.
Bisogna sottolinearla, pur senza replicare, perché sarebbe inutile: e sarebbe inutile, perché fa cadere le braccia, perché se uno non capisce da solo certe cose, uno nella sua posizione, se non le ha capite finora, beh, allora è tutto inutile.
Ci riferiamo alle parole di Nicola Latorre, uomo della nomenklatura diessina, attuale vicepresidente del gruppo dell’Ulivo al Senato, che ieri, commentando le indiscrezioni giornalistiche, ha fra l’altro dichiarato: “Sono cose che non hanno rilevanza penale”.
Ecco, basta.
“Sono cose che non hanno rilevanza penale”, certo.
Ma hanno una rilevanza morale e sostanziale gigantesca.
Trascriviamo qui di seguito per le mie care blogghine e i miei cari blogghini quanto appena ieri avevamo annotato in questa sede, sia pure per altre vicende:
La politica ha un’etica, che esula dagli aspetti legali! Non sono i giudici dover giudicare i politici e men che mai il loro operato va valutato con i codici di procedura: devono farlo i cittadini e in base alle regole della morale!
Ora, i cittadini, gli elettori di sinistra in primo luogo, sono schifati nel sapere dei rapporti che intercorrevano – e ahimè intercorrono – fra i loro leader, i loro governanti e gli avventurieri della finanza, i capitalisti d’assalto, i signori del denaro: c’è da vomitare, a constatare che la politica, invece che di interessarsi del bene comune, si interessa degli affari dei grandi capitali della finanza internazionale, ecco che c’è.
Pur tuttavia, vogliamo concludere con un sorriso: quello procuratoci, ancora una volta, nel suo lessico colorito, divertito e divertente, dal solito Stefano Ricucci.
Una frase che però, sia pur indirettamente, da sola nuoce ai D.s. più di tutte quelle rivolte contro di essi in maniera seria dalla polemica politica ufficiale.
In una delle intercettazioni pubblicate adesso, parlando con Nicola Latorre e raccontandogli delle difficoltà incontrate nelle sue operazioni finanziarie, si autoproclama “compagno” e rivela di aver chiesto l’iscrizione al partito a Giovanni Consorte, ben sapendo quanto ciò gli avrebbe giovato per i suoi affari: “Glielo ho detto questa mattina...Datemi una tessera, perché io non gliela faccio più, eh”.
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