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"...Contro tutto questo voi non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare...”.

Pier Paolo Pasolini
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MONTESARCHIO, CAMPO HOBBIT, “PRIMO RADUNO DELLA GIOVENTU’ NAZIONALE”: C’ERO ANCH’IO!
Di giuseppe (del 14/06/2007 @ 15:39:18, in blog, linkato 36848 volte)

Un paginone celebrativo di Alessandra Longo su “Repubblica” di venerdì scorso, con le opportune rievocazioni, integrato oggi da una precisazione di Marco Tarchi, evidentemente piccato per non essere stato interpellato sull’argomento e quindi ospitato per compensazione.

In quelle settimane, Marco Tarchi, intraprendente universitario fiorentino, esponente di spicco della corrente rautiana, era stato indicato dai centri provinciali come prossimo leader dell’organizzazione giovanile del “Fronte della gioventù” a grande maggioranza; per statuto, però, la nomina spettava al segretario nazionale del Msi, Giorgio Almirante, che invece, poche settimane dopo, gli preferì un garbatissimo, quanto anonimo e sconosciuto ai più bolognese emigrato a Roma, tal Gianfranco Fini.

Oggi Marco Tarchi, che, piccato per quell’ingiusta esclusione, dopo poco lasciò il partito ( sempre piccato, eh? ) fa il baronetto universitario, l’intellettuale d’elite. Gianfranco Fini, beh...Fa Gianfranco Fini.

Un convegno lo scorso fine settimana, a Benevento, in memoria di Generoso Simeone, l’organizzatore, nel frattempo scomparso, con la partecipazione di Pino Rauti e tanti altri esponenti politici, ovviamente con la brillante assenza di tutti quelli nel frattempo diventati di Alleanza nazionale.

Un dibattito che in questi giorni rimbalza su internet da un sito all’altro.

Così la destra italiana ha finora celebrato il trentennale del suo momento più bello e intenso, dal punto di vista creativo: il “primo raduno della gioventù nazionale”, svoltosi a Montesarchio, in provincia di Benevento, l’11 e 12 giugno 1977, passato alla storia con nome di Campo Hobbit.

Ce ne furono altri due, poi, negli anni seguenti( più frequentati e meglio strutturati, sui monti dell’ Abruzzo, in provincia dell’Aquila, nel 1978 e nel 1980), ma indubbiamente il primo fu quello storico e l’attributo non sembri esagerato: fu il primo che ruppe il ghiaccio, che creò il fenomeno, che aprì e segnò una nuova fase politica, moderna e anzi contemporanea, per la destra italiana.

Grazie a Pino Rauti, imparammo a fare politica in modo nuovo, contemporaneo, con le organizzazioni parallele; l’attualizzazione delle tradizioni; l’attenzione, lo studio, il dialogo nei confronti dei “nemici”; l’importanza e l’uso dei mass – media vecchi e nuovi; la musica; la grafica; l’ecologia e tante altre cose belle e importanti.

Gli altri due – io partecipai a tutti e tre – furono uno sviluppo, un’articolazione e un’affermazione del discorso: ma quello storico, la data - cardine, il simbolo, fu Montesarchio, l’11 e 12 giugno 2007. Così importante, da lasciare indelebile in tutti coloro che vi parteciparono come un marchio, il crisma e il carisma, nell’affermazione un’identità solare e creativa destinata a durare per sempre.

E io c’ero! Sì sì io ci sono stato, a Montesarchio, c’ero anch’io!

Dio, sono passati trent’anni? Mah... Ma sì, infatti non mi ricordo bene proprio niente; certo, ho presente il filo rosso, il motivo di fondo delle ragioni dell’importanza, chiaro e preciso, ma, quanto al resto, ai particolari, adesso rivedo soltanto squarci, scene isolate, momenti.

All’epoca mi trovavo da qualche mese a Napoli, ufficialmente per studiare all’università, anche se poi facevo tutto, tranne che studiare: pratica giornalistica, sperando in entrare al quotidiano “Roma” di Napoli, che nel frattempo però aveva chiuso; animatore di una radio libera, radio Sud 95; disk – jockey e quant’altro.

Partii il pomeriggio del giorno prima, venerdì, con i camerati del circolo “Controcorrente” di Napoli che frequentavo abitualmente: il mitico Pietro Golia, Gabriele Marzocco, Giuseppe Marro, un certo  Beniamino, calabrese, del quale ora non so più il cognome e altri.

Andammo in treno, un trenino da far-west, che fermava in tutte le stazioni e aspettava sempre chissà che prima di ripartire. L’unica volta che ripartì subito fu, a qualche chilometro dalla destinazione, proprio quella in cui scendemmo a bere alla fontanina sui binari, e ci lasciò in due o tre in una sperduta stazione - fantasma nelle valli del Sannio.

Così, arrivammo a Montesarchio in autostop qualche ora dopo gli altri, che trovammo già a montare le tende.

In realtà, il Campo Hobbit di Tolkien, di narrativa e cinema, tranne appunto il nome, non aveva niente: più prosaicamente si trattava del campo di calcio del paese, fuori il centro abitato, sulla strada che portava verso la provincia di Avellino. Per di più, un campo di calcio senza erba, tutto pieno di pietre, recintato da una rete, opportunamente rinforzata da lamiere.

Mi ricordo che Generoso Simeone, l’organizzatore del posto, ci informò della presenza dei paraggi di nugoli di “compagni”, gli extraparlamentari di sinistra, decisi a impedire con la forza – e ti pareva - “il raduno fascista” e diede disposizioni sui comportamenti da adottare in caso di “attacco”. Non c’erano pistole fra di noi, sia ben chiaro, né spranghe, né bastoni: le nostre uniche armi erano l’intelligenza, i cartelloni, le ragioni della testa e quelle del cuore.

Ma questo era il clima comunque e sempre di violenza dell’epoca ( eravamo in pieni anni di piombo ): un po’ perché c’ero abituato e avevo imparato a vincere la tensione e la paura, la cosa mi lasciò abbastanza indifferente; poi, nella fattispecie, in mezzo a quelli di “Controcorrente” di Napoli, rotti a tante esperienze tipiche di quegli anni, mi sentivo sicuro: me la sarei cavata ancora una volta, anche se ci avesse attaccato l’Armata rossa di Stalin.

Se quella notte e l’altra seguente non riuscii a chiudere occhio non fu certo per motivi di paura fisica, di scontri, o agguati notturni: fu perché su quel campo di calcio c’erano pietre dappertutto, che si stagliavano sotto la tenda, sotto il sacco a pelo, in qualunque posizione ti girassi e rigirassi e si conficcavano in corpo, impedendoti di prendere sonno. Non è un caso che, dopo quelle volte, sviluppai una consapevole idiosincrasia per qualunque tipo di campeggio.

Ora, non mi ricordo molto altro e mi dispiace: delle discussioni politiche, i dibattiti, per esempio, niente di niente. Tutto improvvisato: scambi di racconti di esperienze e numeri di telefono, racconti di iniziative, confronti, lasciati agli incontri casuali, in mezzo al campo, fra i partecipanti provenienti da tutta Italia, in pieno spirito di improvvisazione e di anarchia tipici dell’ambiente. Nelle altre due edizioni, negli anni seguenti, le cose migliorarono molto, dal punto di vista organizzativo e logistico: eppure, non furono così belli come quello, il primo, una magia, una pazzia, una magica follia. 

Per esempio, da Lecce, dopo tanti giri, erano arrivati anche Valerio Melcore e Angelo Scardia, già all’epoca inseparabili; si separarono la notte, quando Valerio dormì nella macchina parcheggiata lì vicino e invece Angelo, insieme ad altri due compagni di viaggio, prese una camera nell’albergo del paese, per quanto nessuno di loro avesse i soldi per pagare il conto all’indomani: e l’oste previdente li mandò al terzo piano per evitare che scappassero senza lasciare i documenti, come avevano progettato e mandò poi la fattura a casa dei genitori.

Per dormire, ho detto prima. Per mangiare, ci arrangiammo tutti, fra provviste portate al sacco e occasionali, estemporanei approvvigionamenti di viveri: per meglio dire, magiammo pochissimo e niente proprio. In tutto, dentro, eravamo un migliaio, non di più: fuori, schierati per tutta la lunghezza del rettangolo, lungo la strada, i poliziotti erano almeno il doppio.

Sembrava peggio di un campo di concentramento: i servizi igienici improvvisati, non un bar, un punto di ristoro.

Poi, faceva caldo, ma caldo proprio, un caldo secco, forte, prepotente, ai primi di giugno, di trent’anni fa, in quel paesino del profondo Sud che stento si trovava sulle carte geografiche ( ma quale clima impazzito dei discorsi di adesso! ) e il sole batteva impietoso, senza soluzione di continuità, dall’alba al tramonto.

Eppure il clima che si respirava – questo me lo ricordo bene! – era di una dolce primavera, di un risveglio, di un aprirsi alla vita da protagonisti.

Nessuno di quei mille del primo Campo Hobbit poteva neppure lontanamente immaginare cosa sarebbe avvenuto in futuro da un punto di vista politico: sopravvivere fisicamente, non finire in galera per qualche resistenza a pubblico ufficiale, sembravano i migliori risultati possibili.

Nessuno pensava a carriere, a poltrone, a incarichi a consulenze e cose simili. C’era passione, c’era interesse ideale e non materiale. C’era creatività, c’era voglia di uscire dal ghetto e conquistare il mondo.

C’erano ideali.

C’era il sole, c’era la luce e bastava la speranza, a farla diventare certezza: sapevamo che “il domani appartiene a noi”. Esattamente questo.

Poi, di altro, per quanto mi sforzi, proprio non ricordo adesso.

Le canzoni, sì, le esibizioni canore di singoli e gruppi, che si succedevano sul palco.

I cartelloni, gli striscioni esposti, i murales.

Le tante ragazze, bellissime e bravissime, principesse e guerriere.

Le croci celtiche.

Poi, mi ricordo soltanto che tornai a Napoli sempre in treno il pomeriggio della domenica. Arrivai nella pensione che mi ospitava a sera. Mi vedo ora uno scorcio di periferia napoletana di palazzoni grigi e cielo plumbeo sgangherato al tramonto.

Avevo fame e sete di proporzioni bibliche, ma ancora di più avevo sonno, talmente sonno che, appena entrato in stanza, “mangerò domani a pranzo”, pensai, e mi buttai sul letto così come ero.

Mi svegliai invece all’ora di cena del giorno dopo. Avevo dormito per quasi venti ore di fila senza muovermi di un centimetro! Una specie di record ineguagliato e ineguagliabile...E ricordo come fu buona quella cena consumata subito dopo, tutto contento della pazzia che avevo appena finito di fare, in quel fine settimana surreale, felice, sicuro, convinto, appassionato come ero, alla vicina mensa universitaria di via Mezzocannone, e quella sensazione di pienezza che mi veniva mangiando, per fame, ma per fame brutta, per fame vera, dopo aver investito in questo le mie ultime cinquecento lire.

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# 1
sì, c'ero anch'io...è stato proprio come hai scritto: "Nessuno pensava a carriere, a poltrone, a incarichi a consulenze e
cose simili. C’era passione, c’era interesse ideale e non materiale. C’era creatività, c’era voglia di uscire dal ghetto e conquistare il mondo.
C’erano ideali.
C’era il sole, c’era la luce e bastava la speranza, a farla diventare certezza: sapevamo che “il domani appartiene a noi”. Esattamente questo.
Di  Federica  (inviato il 08/08/2008 @ 12:29:39)
# 2
ANNI '70
Post n°70 pubblicato il 01 Febbraio 2010 da afrikano

Noi siamo i reduci dagli anni Settanta. Lo siamo soprattutto per questioni anagrafiche (eravamo troppo giovani per “fare il 68”), ma ne siamo orgogliosi perché, si voglia o no ammetterlo, la stagione degli anni ‘70 ha rappresentato, per i ragazzi di quella generazione, innanzitutto la possibilità di realizzare il desiderio, proprio della maggior parte degli adolescenti, di poter partecipare e contribuire a quanto accadeva nel mondo. E questo discorso è valido per tutti i diversi movimenti, sia quelli di sinistra che quelli di destra, perché anche a destra negli anni ‘70 si è iniziato a fare politica in modo diverso. Naturalmente, per quanto mi riguarda, posso parlare con cognizione di causa solo di quello che accadeva a destra – a destra c’era la voglia di nuovo, c’erano modelli da seguire, c’erano attività da fare e come in tutti i movimenti politici giovanili a qu
Di  gildo scalinci  (inviato il 02/02/2010 @ 14:23:21)

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