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 RIEVOCATI/ "Dove Nietzsche e Marx si davano la mano, e parlavano insieme dell'ultima festa..."... di giuseppe
 
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Sandro Giovannini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 28/02/2010 @ 10:52:50, in blog, linkato 17 volte)

Ci piace!?!

Mah, francamente no, non ci piace, non ci può piacere.

Quello che abbiamo imparato a chiamare l’immaginario collettivo è in gran parte alimentato dai modelli di comportamento e dalle pratiche indicazioni fornite dalla televisione, comunque da tutto il can can mediatico, vecchio e nuovo, che intorno ad essa continua a ruotare. Il “Grande Fratello” ne è l’espressione migliore, nel senso di più completa, immediata e invasiva.

 

Quello che stupisce è la mancanza di autenticità, cioè di realtà, in ciò che pure viene definito “reality”. Sono gli autori del programma che, a tavolino, a freddo, artificialmente, impostano e pianificano le vicende ( per quanto il termine sia qui sprecato ) che accadono “nella casa”, a cominciare dalla scelta dei “protagonisti” e dalle loro successive caratterizzazioni.

C’è un obiettivo preciso: creare artificialmente, dal nulla, l’interesse ( ma quali emozioni? ), l’audience, quindi le operazioni materiali ad esso connesse, che sono poi il senso dell’intera operazione.

L’obiettivo preciso dei protagonisti sta invece nella loro ferma volontà ( che pare l’unica cosa che abbiano ben chiara ) di riuscire nel mondo dello spettacolo. Un tempo, ciò significava sacrificio, studio, applicazione, esercizio e gavetta, oltre al genio e al talento; oggi, tutto ciò rimane marginale, riservato a una esigua minoranza, mentre per lo più la riuscita consiste nell’apparizione in qualche spettacolo televisivo, non importa in che veste, anche di semplice comparsa, senz’arte, né parte.

Quello che stupisce ancora, in seconda battuta, è l’egoismo, la sopraffazione, la falsità con cui i protagonisti del “Grande Fratello” rispondono alle sollecitazioni da cui sono impostati, assecondando i fili da cui sono manovrati. Possibile che a nessuno sia mai sorta, o almeno abbiano mai manifestato, un filo di ironia, e auto – ironia, in tutti questi giorni passati “nella casa” sotto le inquadrature delle telecamere?

Come è possibile che abbiano preso tutto sul serio, troppo sul serio, in maniera univoca e totalitaria? Ciò stupisce, ancora di più del fatto che nessun dubbio sia venuto alla grandissima fetta di pubblico che li segue e ad essi si uniforma.

Vedete, “Amici” ( tanto per citare l’altro programma di culto del momento ) almeno dimostra che al successo si arriva con talento innato, con la passione coltivata, con l’esercizio quotidiano, col sacrificio diuturno. “Il Grande Fratello”, no. “Il Grande Fratello”, al contrario, indica che per arrivare a essere famosi basta riuscire a stare dietro una telecamera, non importa come e perché, manifestando comportamenti marci di consumismo, retorica, menefreghismo e finzione. Così, si diventa eroi per una stagione, non importa se breve, che comunque risolve l’esistenza: perché poi c’è la parte delle foto sui settimanali scandalistici, e l’arte della partecipazione lautamente retribuita alle feste in discoteca.

Un’altra cosa poi, ancora più importante. Come è possibile che ragazzi di venti, trenta anni, quelli che fino a una generazione fa, da secoli hanno sempre sognato di cambiare il mondo e si sono comunque battuti per riuscirci, siano da oltre tre mesi alle prese con discorsi fondati sul nulla? Eppure, bene o male, hanno studiato, qualcuno pure abbastanza, ma è come se non l’avessero fatto. Parlano un italiano storpiato, involuto, portatore di handicap morfologici e sintattici. In una lingua di tal genere, il loro universo culturale spazia poi dal taglio dei capelli, ai tatuaggi; dalle liti per una valigia, o un pupazzo, ai flirt veri o presunti. Non il crollo delle borse, la crisi economica, Gandhi, o Che Guevara, sia mai non dico entrato, ma abbia mai almeno sfiorato anche uno solo dei loro discorsi? Possibile che in oltre tre mesi non abbiano letto un libro? O non si siano mai interrogati sulla guerra in Afghanistan, sulla desertificazione, sull’inquinamento? Possibile che il loro universo sia delimitato dai guantini di Maicol che fa la caricatura delle caricature da avanspettacolo dei gay, e dagli abiti sgargianti in pura seta di un sedicente Principe, falso come il suo nome? Peggio.

Possibile che nessun dubbio, almeno un sospetto, una perplessità, non sia venuto nemmeno a uno degli “intellettuali” che fanno da contorno all’ambaradan mediatico del “Grande Fratello”? Lasciamo stare Platinette, ma, ecco, uno come Alfonso Signorini, che dirige due giornali dalle tirature sensazionali, come fa a parlare di amenità simili come se parlasse dei più importanti temi economici e sociali, e per di più con un fiore in mano? Uno come Alessandro Cecchi Paone? Una come Barbara Palombelli?

Per non dire di un fine intellettuale imprestato di volta in volta alla psichiatria, alla politica, alla religione e ora alla critica sociale quale Alessandro Meluzzi?

Come fanno anche a parlare sul serio delle amenità false, oltre che diseducative, propinate dai protagonisti del “Grande Fratello”?

Il “sogno” italiano che dalla televisione partì agli inizi degli anni Novanta e prese poi corpo, con tutto il suo peso, in termini di rinnovamento e creatività, con un’occasione di riuscita per tutti, la ventata di rinnovamento che dalla società, passò alla politica, dopo due decenni ha perso gran parte delle sue connotazioni positive e nella degenerazione degli stanchi imitatori con vent’anni di ritardo mostra oramai un cupo disfacimento.

No, non ci piace. Non possiamo ottenere nessuna soddisfazione dalle ragioni del marketing e di tutto un sistema ad esso finalizzato.

Punto.

Giuseppe Puppo

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Di giuseppe (del 14/02/2010 @ 09:52:25, in blog, linkato 11 volte)

In un’altra vita, ho fatto per sette anni l’addetto – stampa dell’assessorato alla sanità della Regione Piemonte, e quindi dal mio osservatorio privilegiato qualche cosa ho potuto vedere e ho potuto capire, anche a proposito di sostanze stupefacenti.

In particolare, ho imparato alcuni concetti forti e chiari, che mi sono tornati in mente in questi giorni, a proposito dell’attenzione mediatica concentrata sulle dichiarazioni del musicista italiano Morgan.

Quello che so io, poco, ma semplice, è, in primo luogo, che quando si parla di droghe vecchie e nuove, bisogna contare fino a …dieci, qualunque sia il messaggio che si vuol estrinsecare, anche se con intenti positivi. V

edete, per esempio: alcuni anni fa Alleanza nazionale lanciò una campagna contro gli spinelli e lo fece con uno slogan - boomerang, tale che se i produttori di hashish e marijuana si fossero messi a posta a pubblicizzare la diffusione dei loro prodotti non avrebbero potuto fare di meglio. Ciò vale anche e soprattutto quando a parlare sono personaggi pubblici, a maggior ragione coloro i quali, per una ragione, o per l’altra, a torto, o a ragione, sono punti di riferimento, modelli di comportamento, miti per le giovani generazioni: in tal senso le dichiarazioni di Morgan, di una gravità inaudita, hanno avuto un effetto devastante.

Va da sé che le droghe non sono curative, ma distruttive: che non risolvono nessun problema, anzi lo acuiscono.

Poi in nessun caso possono essere taciuti gli effetti perniciosi che esse, cocaina in primis, hanno sempre e comunque sulla salute fisica e psichica di chi le assume, anche saltuariamente.

So poi che l’intera questione non può essere rivestita, o coperta, o strumentalizzata, dagli interessi partitici: non può essere materia di scontro fra centro – destra o centro – sinistra, insomma, anche perché non esistono soluzioni univoche, non c’è una soluzione, quando il problema si presenta, a volte in tutta la sua drammaticità, ma possono esistere soltanto rimedi parziali, mirati, valutati caso per caso e che comunque una liberazione soggettiva è una vera e propria impresa, lenta e difficile. Infine, so che l’unica arma efficace è la prevenzione: si tratta di dare a ognuno di noi, affinché non cada nel baratro delle droghe, da cui da cui poi rimane molto problematico venir fuori, occasioni, motivazioni, interessi, passioni, ideali. Esattamente quello che la nostra società contemporanea e l’immaginario collettivo che la sottende non hanno saputo fare negli ultimi decenni.

Questo so io. E voi?

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Di giuseppe (del 13/02/2010 @ 09:11:56, in blog, linkato 14 volte)

Dagli inizi del 2010 Nicola Vacca “riapre” la sua rubrica di poesia, ospitata da “Linea quotidiano”:

“Dal 2001 al 2006 ho curato sul Secolo d’Italia una rubrica fissa di poesia. Si chiamava ‘Nel verso giusto’ e usciva il martedì. Per molti era diventata un appuntamento imperdibile. Cosa insolita nella storia della stampa quotidiana italiana, uno spazio di 3000 battute dedicato alla poesia. L’iniziativa riscosse l’attenzione dei media. Ma soprattutto ho ricevuto l’attenzione di molti lettori , poeti e di lettori – poeti che mi facevano pervenire in redazione i loro libri. Molti critici mi invidiavano , nel senso buono del termine, questo spazio nel quale ampiamente e in assoluta libertà potevo parlare e sparlare con onestà intellettuale di tendenze poetiche, libri e tutto quello che riguardava il mondo del verso. Personalmente l’ho sempre definito uno spazio corsaro, e così lo hanno percepito anche i miei lettori affezionati. Il mio interesse andava e va soprattutto alla piccola e media editoria, in cui oggi è possibile trovare ancora la buona poesia. Non ho fatto sconti ai poeti laureati e al loro potere culturale. Dopo qualche anno la rubrica ritorna: torno a firmare Nel verso giusto con lo stesso spirito corsaro e sempre dalla parte di chi ama la poesia e la considera una cosa onesta. Chi volesse inviarmi i propri libri può farlo al seguente indirizzo: Nicola Vacca c/o Gianni Lendini, via Po 116, 00198 Roma. Vi assicuro che nulla passerà inosservato. Poi, come sempre ho fatto, dedicherò maggiore attenzione alla piccola e media editoria. Sono contento di questa possibilità per la poesia che ha sempre più necessità di essere divulgata e testimoniata. Soprattutto mi auguro che nel nostro Paese si torni a dare al mondo del verso la giusta considerazione”.

***

LA CRISI

La vita non è facile

lo sanno i poeti.

Tutte le mattine fanno i conti con le parole

camminano senza mappa.

Tengono tra le mani

la poesia che succede nella crudeltà

di un altro giorno di paura.

E sempre agli inizi del nuovo anno è pronta la sua nuova raccolta, la nona, di trentotto componimenti,“Esperienza degli affanni”, per le edizioni Il foglio ( 84 pagg. 6 euro ).

Si tratta di una splendida conferma.

Dal “personale” dell’intimo quotidiano che nei suoi versi diventava valore universale ed assoluto delle prime raccolte, al “politico” dell’impegno civile, nella protesta e nella ricerca incessante di lampi di luce nel buio che circonda la nostra identità di contemporanei, degli ultimi lavori, Nicola Vacca dà un’altra superba prova di maturità espressiva, senza retorica, e con semplice, ma precisa efficacia di contenuti. “Giriamo a vuoto, perché abbiamo perso il baricentro. Siamo avvitati intorno a una pericolosa involuzione che sta minando le fondamenta della nostra specie, che non è più capace di guardarsi dentro. Manchiamo di impegno e di responsabilità. La politica non è più in grado di dare risposte alla società, il primato della cultura è stato demolito da un’omologazione mediatica che ha completamente reso superfluo il valore fondamentale della conoscenza. C’è una brutta aria, un asettico analfabetismo emotivo ci sta togliendo definitivamente la meraviglia dello stupore. Insomma, dovremmo iniziare a fiutare l’odore del pericolo, invece continuiamo a farci del male aprendo la strada a un’Apocalisse postmoderna che ci annienterà. Ezra Pound scriveva che il compito del poeta è quello di riempire il caos. E aveva perfettamente ragione. La poesia riesce a vedere quello che altre discipline non guardano nemmeno. L’invisibile che contiene verità assolute. Bisogna costruire con parole che dicono e che a volte possono risultare scomode, ma devono dire, quindi significare. L’immagine del vuoto che annuncia tumulti è la fotografia dell’impoverimento del nostro tempo interiore che ha bisogno dell’unica rivoluzione possibile, quella del cuore che tarda a venire. Dal punto di vista relazionale bisogna stare attenti al nulla nel quale la crisi economica, che è soprattutto crisi morale, ci ha trascinato. Si avverte il pericolo del conflitto sociale. E questa volta i tumulti lascerebbero il segno. A questo serve la poesia. Porre domande sulla vita, non smettere mai di interrogarsi, cercare di evocare, affermare per combattere il nichilismo che avanza dappertutto. Soltanto la parola che chiama le cose con il loro nome può limitare i danni”.

***

"A destra per caso. Conversazioni su un viaggio" ( Il Foglio letterario, pp. 90, euro 10 )

A marzo, poi, in uscita una riflessione propriamente politica di Nicola Vacca, scritta a quattro mani e anzi a due voci con Carlo Gambescia: un poeta e un sociologo, due intellettuali curiosi e intelligenti, affascinanti e creativi, comunque due uomini liberi, che si interrogano, a metà fra convincimento e delusione, sui loro percorsi politici degli ultimi anni, fra i sentieri impervi e a volte scalcinati della destra italiana.

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Di giuseppe (del 05/02/2010 @ 14:47:06, in blog, linkato 15 volte)

Lontano. Sono andato via e ci sono rimasto tanto, e per viaggiare ho usato il treno.

Ho in memoria viaggi interminabili, già di per sé resi estenuanti dalla lontananza e fatti diventare poi allucinanti da lunghe soste inspiegabili in aperta campagna; ma conservo pure immagini piacevolissime che mi tornano gradite: del mare aperto, su spiagge, affollate, o deserte, a seconda delle stagioni, lungo la costa adriatica, vicino a case, palazzine, o villette, con il giardino, le piante, la salvia e il rosmarino, lungo le strade provinciali, su cui corrono auto, coi fari accesi di notte, che si incrociano e incrociano le cose della vita.

Conserviamo poi tutti in quello che abbiamo imparato a chiamare l’immaginario collettivo le memorie eroiche di quando il treno era sinonimo di progresso, di velocità, di forza e ingegno degli esseri umani.

Ora, in Italia abbiamo un’emergenza, comunque un gravissimo problema. Certo, ce ne sono tanti altri, ma quando si parla di riforme, di assetti istituzionali, di organi e settori specifici, si dovrebbe considerare che fra le criticità da affrontare immediatamente ci sono le Ferrovie dello Stato, o Trenitalia che dir si voglia, come si chiama l’ente dopo la sostanziale privatizzazione di alcuni anni fa, quando si credeva che l’aziendalizzazione fosse un toccasana per tutto e per tutti. Invece- ci scusiamo per il disagio, e certo… - la realtà è ben diversa.

Certo, magari prima molti settori erano dispersivi e, senza razionalizzazione di spesa, risultavano onerosi per lo Stato.

Ma, tanto per fare due altri esempi, la Sip era un’azienda seria, anzi fiore all’occhiello dello Stato, di cui era emanazione, suoi qualificati e prestigiosi dipendenti compresi e nella realtà dei fatti al servizio dei cittadini: e lo stesso le Poste, e l’Enel.

Ora, ci sono settori, campi di attività, che non possono essere liberalizzati, sottoposti alle logiche dei processi di aziendalizzazione e delle logiche del mercato, come invece è avvenuto in Italia, in quanto non producono formaggini, o succhi di frutta, ma servizi essenziali, e quindi devono essere emanazione dello Stato, non campo di speculazione, e profitto, e arricchimento per i privati, come sono diventate tutte, grazie alle logiche politiche del neocapitalismo selvaggio e della globalizzazione, grazie alle servitù dei potere e dei sindacalisti della triplice , coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti: servizi diventati di qualità pessima, rispetto a prima e a costi per i cittadini e le famiglie italiane diventati operosissimi.

Già, proprio così: servizi sono diventati di infima qualità, mentre i costi sono saliti in maniera spropositata, con buona pace di tutte le così dette Authority, introdotte anch’esse dal potere, quale ipotetico contrasto allo strapotere delle aziende: in realtà sono una vera e propria ulteriore presa in giro per i cittadini, che fingono di difendere, o tutelare: insomma, oltre ai danni, pure le beffe.

In particolare, per le Ferrovie siamo a una vera e propria emergenza.

Pochi centimetri di neve sono bastati prima di Natale a far saltare i collegamenti fra Milano e Bologna, con conseguenze catastrofiche che molti di noi hanno vissuto direttamente, o quanto meno conoscono bene, perché le si debba ricordare qui.

Una notte d’inverno molti viaggiatori sono stati trasportati da Trenitalia direttamente all’inferno.

Lo stesso invece non è avvenuto nei tratti milanesi gestiti dalle Ferrovie Nord di Milano, una società autonoma, che ha provveduto a impedire che gelassero i cambi, cosa che Trenitalia, o chi per essa, non ha fatto, perché non può più fare, perché, grazie alle logiche dell’aziendalizzazione, sono stati tagliati molti posti di lavoro, a tutto danno degli utenti. Infatti, non è un caso.

Catastrofe di Natale a parte, sempre come ognuno sa, o può agevolmente constatare, frequentando le stazioni ferroviarie, i ritardi non sono più un’eccezione, per quanto diffusa: sono la regola; e ritardi che rispondono a logiche misteriose e imponderabili, spesso tout court assurdi.

A proposito di stazioni: sono diventati luoghi di bruttezza estrema, che deturpano le nostre città, concentrato di disagio, ricettacolo di disperazione, con le aree dei dintorni intere, pressoché infrequentabili.

A Torino, per dire di quella che conosco meglio, per esempio, sono più di dieci anni che Porta Nuova e le strade vicine sono interessate da lavori interminabili, con conseguenze estetiche e sociali ugualmente allucinanti. Per non dire delle nuove già realizzate. Roma e Milano diventano invivibili, non appena si supera il ristretto cerchio degli arrivi/partenze; Trieste è un percorso assurdo, imbarazzante. Tutte, vecchie nuove, posti allucinanti: senza sale d’attesa, servizi igienici, o servizi. Da poco ci raccontano, favoleggiando, della così detta alta velocità nel frattempo realizzata.

Ora, in primo luogo, essa è costata uno sproposito per tutti noi, cioè allo Stato ( già, bella logica, quella di TreniItalia, pubblica quando deve battere cassa, o scaricare perdite, privata quando deve incassare e assicurarsi guadagni: vorrei capire che aziende ibride sono queste: come la Fiat, già, che ha fatto scuola… ) cifre astronomiche, superiori a quelle degli altri Paesi europei.

Poi, come il Cristo di Carlo Levi, si è fermata a Eboli, o già di lì, colpendo e penalizzando ulteriormente il Mezzogiorno d’Italia; infine, ha costi di utilizzo per gli utenti proibitivi, riservati a una fascia precisa di utenti, quelli che possono permettersi di pagare biglietti elevatissimi, i ricchi e i nuovi ricchi e gli arricchiti.

Per tutti gli altri, come i pendolari, altro che alta velocità: a costi comunque rilevanti, bassissima velocità, con orari da anni Trenta; su vagoni super-affollati, così programmati apposta; senza manutenzione e che partono già, anche sulle lunghe distanze, con i riscaldamenti rotti, le porte scassate e i bagni sporchi: una vergogna, una vera e propria vergogna, di cui non sappiamo nemmeno a chi dobbiamo dire grazie.

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Di giuseppe (del 30/01/2010 @ 16:58:16, in blog, linkato 62 volte)

Come in precedenza il critico letterario francese Roland Barthes si era “divertito”, nel 1977, a ricavare dai personaggi dei romanzi una sorta di “summa” nel suo bellissimo, quanto impegnativo, saggio “Frammenti di un discorso amoroso” ( Einaudi ), così io nel 2006 cercai di fare lo stesso, aggiornamento incluso delle regole e teorie sull’argomento, nel mio libro “Breviario d’amore” ( Azimut libri ), partendo però dai protagonisti del “gossip” e dalle manifestazioni artistiche più popolari, come i film e le canzoni.

In particolare, dal “pezzo” di Jovanotti “Un raggio di sole” elaborai tutta una attualizzazione dei comportamenti di coppia scaturiti dalle vere e proprie modifiche epocali nel frattempo sopravvenute. In questi giorni ho sentito la nuova canzone del cantautore romano, “Baciami ancora”, inserita nel film omonimo, di Gabriele Muccino, come è noto “sequel” del fortunato “L’ultimo bacio”, da ieri nelle sale: di nuovo, dal brano musicale mi sono scaturite alcune considerazioni, che proverò qui di seguito sinteticamente ad esporre.

Intanto, mi è piaciuta la “tecnica narrativa”, del testo, di derivazione “rap”, in linea con lo stile di Jovanotti: un elenco di brevissimi flash che qui si fonde alla perfezione con il linguaggio cinematografico, a comporre, scatto dopo scatto, individuando i momenti più intensi, senza tempi morti, o di routine, appunto come in un film, “una vita in un giorno”, ogni giorno, insieme, un mosaico composito e completo di una storia d’amore, attraverso “…un’impresa impossibile…un riflesso di sole sull’onda di un fiume…un quaderno di appunti…una casa…un aereo che vola… un cielo…una stanza…un pensiero che sfugge…un errore perfetto…un diamante.. un difetto…un respiro profondo per non impazzire…”.

Poi – qui la difficoltà, brillantemente superata, con un puzzle che risulta alla fine luminoso, solare, gioioso – viene celebrato un amore maturo, una storia che da rivoluzione, dopo esaltazioni, dubbi, vicissitudini, è diventata istituzione: troviamo quindi la lucida consapevolezza della positività creativa e della poesia quotidiana che l’amore può sviluppare anche – e stavo per dire: soprattutto - nelle fasi successive a quelle iniziali dell’infatuazione, quando dal microcosmo a due si esce alla luce del sole e nel mondo, con la convivenza, sempre di per sé problematica, con le attività, con la quotidianità cui prima o poi ogni coppia è chiamata.

Voglio dire: è facile parlare, come di solito fan tutti, delle estasi e dei tormenti, degli afflati erotici e dei cuori che palpitano, quando le cose son facili e quando tutto appare rose e fiori; più difficile esprimere quanto e certo di più, pure di vera e propria felicità autosufficiente e autoalimentatesi, l’amore può dare nelle fasi successive, quelle della maturità faticosamente conseguita, a chi ne abbia una consapevolezza, raggiunta attraverso la sofferenza, perché “l’amore fa soffrire”, nel crocifiggersi per un altro, come ha scritto il filosofo Michael Quoist; e perché soltanto chi ha sofferto tanto, può amare tanto, come ha detto l’attrice Sandra Maggio.

Prima d’ora – si magna, la poesia, parvis, alle canzoni, componere licet – avevo trovato una capacità simile soltanto nelle poesie degli ultimi anni di Nicola Vacca, il grande, il più bravo e il più vero poeta d’amore dei giorni nostri, per sua moglie Serena.

Anzi, c’è qui ora una precisa indicazione: se l’amore può far mettere le ali e far volare idealmente i due protagonisti, “la giustizia del mondo punisce chi ha le ali e non vola” a inseguire tutte le onde del nostro destino”.

Mamma-amante-figlia-impegno”: poi, la femmina trova e dà la completa realizzazione.

E così “è l’amore che detta ogni legge”: proprio quell’ “amor che move il sole e le altre stelle”, nella splendida attualizzazione e valorizzazione che Jovanotti ne fa adesso per la nostra identità di contemporanei, direi a un livello sociologico e metapolitico, tanto per citare i metodi esplorativi e conoscitivi adoperati dal più interessante novista culturale che mi capiti di leggere ultimamente, Carlo Gambescia.

Infine – lo apprendo in questo momento - “son tornate le lucciole a Roma nei parchi” e me ne rallegro, perché lungi dal contraddire la celeberrima metafora di Pier Paolo Pasolini, ciò gli dà conforto e assume poi un valore allegorico: quanto basta e avanza per incaricare una profonda conoscitrice della città eterna, come la mia amica Elisa Donghi, di preparare per tempo una mappa dettagliata, che permetta di esplorare e attestare in loco il mirabolante fenomeno, magari con le foto di Giulio, non appena passerà questo lungo inverno non tanto qui al Nord, quanto al Sud, dove fra poco tornerà la primavera.

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Di giuseppe (del 06/12/2009 @ 14:10:56, in blog, linkato 45 volte)

Tappa conclusiva ad Asti, del “Filippo Tommaso Marinetti tour”, che per tutto questo 2009, da gennaio a dicembre, ha portato in giro per il Piemonte l’uomo e l’opera, anche in questo fedele agli insegnamenti del Maestro: che le idee camminano con le gambe degli uomini e che bisogna portare direttamente la cultura sul territorio con serate a tema ed iniziative specifiche.

Ospitati anche nell’ambito di alcune importanti rassegne culturali, città per città abbiamo degnamente celebrato il centenario del Futurismo, andando a cogliere l’attualità di alcuni suoi messaggi di fondo, da non dimenticare, anzi, da attualizzare, perché oggi più che mai validissimi.

In primis, che non bisogna avere paura della modernità, delle innovazioni tecnologiche introdotte nella quotidianità e pure degli sconvolgimenti epocali, per quanto radicali, portate dalla modernità, al contrario: la dimensione delle umane capacità deve misurarsi con il confronto e l’uso intelligente delle novità, in ciò costruendo la nostra identità di contemporanei.

Poi, ecco l’altro insegnamento: i futuristi volevano fare dell’arte non un concetto astratto, un comportamento settoriale, una camera separata, magari di compensazione, no, al contrario; volevano fare dell’arte una dimensione quotidiana, capace di spronare e di mobilitare l’esistenza. Una realtà, insomma, non solo, ma pure una suggestione positiva e creativa, ben operante nel futuro prossimo e remoto. Ce n’è rimasta così poca, di Bellezza, nel mondo, che dobbiamo subito rimboccarci tutti le maniche e dare, ciascuno come può, il proprio contributo, per alzarne urgentemente il livello.

Nato apparentemente per caso, “Voglio combattere ancora!”, poi, personalmente mi ha permesso di viaggiare nello spazio e nel tempo; sempre questo spettacolo, mi ha regalato nuovi entusiasmi e nuove prospettive; mi ha concesso di confrontarmi con centinaia di persone, dai politici agli studenti; e, last but not least, di scoprire la magia del teatro.

C’è una sensazione su questa terra degli esseri umani che trovo esaltante, una fetta di piacere puro, una sensazione che non conoscevo e che adesso non cambierei con niente di ciò che appartiene al Cielo. E’ quando, chissà da che, ti ritrovi protagonista, assoluto, come avere un’altra vita, quando si apre il sipario, si accendono le luci che ti entrano negli occhi e non vedi niente altro davanti a te, se non il buio, ma sai che non c’è vuoto, ci sono persone, là, che stanno a guardarti, a sentirti e quel silenzio tu devi riempire, creando motivi e personaggi, per loro, che stanno lì, per loro soltanto.

A differenza degli altri mezzi di comunicazione e di espressione artistica, di tutti gli altri mezzi, infatti, soltanto a teatro succede questo miracolo: che essi, gli spettatori, attivi e non passivi, creano insieme a te che stai sul palco; e, ancora, che ogni volta è diversa da tutte le altre, perché ogni volta, per un piglio differente, per i toni, le atmosfere, i luoghi, le circostanze, insomma per tutto, ogni volta non è mai uguale alle precedenti: è sempre un’esperienza unica. E’ questa la magia del Teatro, che lo rende unico, irripetibile e in questo sta il suo fascino particolare, particolarissimo. E’ una magia che consiglio a tutti voi, da spettatori attivi, anche voi impareggiabili protagonisti davanti alla scena.

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Di giuseppe (del 22/11/2009 @ 19:19:23, in blog, linkato 41 volte)

Mancano ancora quattro mesi e mezzo, ma da sei e in particolare in queste ultime settimane la campagna elettorale per le regionali è già cominciata. Fosse almeno quella dei dibattiti, dei confronti, delle proposte…No, invece è quella dei candidati al consiglio partiti con grande anticipo e grande dispiego di mezzi economici.

Va bene che è in palio uno stipendio sui quindicimila euro per cinque anni, più liquidazione e pensione: meglio del “win for life”, il nuovo concorso della Sisal, insomma…

Per quanto abbastanza noioso, fare il consigliere regionale è comunque un buon posto nella nomenklatura di regime, un privilegio nella casta, e dunque, ora che, a differenza delle elezioni politiche, l’incarico bisogna conquistarselo di persona e gli elettori sono chiamati ad eleggere, non a ratificare scelte già compiute, con le preferenze, la caccia grossa al tesoro è partita con largo anticipo, e però…

Mancano quattro mesi e mezzo, ma ho visto già le cose più incredibili: c’è chi ricorda l’ortografia del proprio cognome; chi ha fatto contratti con giornali e giornalisti compiacenti per pubblicità occulte; chi si è messo sui cartelloni davanti alle edicole e chi semplicemente ha riempito con foto e slogan gli spazi della pubblicità commerciale, come se fosse un salame, o un detersivo, visto che la pubblicità elettorale in senso stesso sarebbe vietata.

Il peggiore di tutti, quello ( meglio stendere sul nome il pietoso velo del silenzio ) che è partito adesso col telemarketing – le telefonate a tappeto con un disco pre – registrato - un servizio che costa fra l’altro moltissimo e che fino ad ora faceva, con le abitudini consolidate, chi poteva permetterselo, soltanto negli ultimi quindici giorni.

Così, non cambia molto: alle scelte dei partiti nelle politiche, si sono sostituite le differenze economiche, dal momento che, come è ovvio, soltanto chi può permettersi di spendere cifre astronomiche ha possibilità di essere eletto, altro che la democrazia partecipativa, altro che la democrazia classica!

Triste segno dei tempi, una politica ridotta a commercio mercantile, senza più non dico ideali, ma nemmeno idee, e tanto meno le gambe degli uomini e delle donne che le idee, quando c’erano, facevano camminare.

Una politica di casta, incapace di modernizzare, progettare il futuro, rispondere alle sfide epocali, risolvere i problemi e dare fiducia, speranza, entusiasmo; capace soltanto di gestire e male l’ordinaria amministrazione, al servizio dei propri interessi e delle proprie clientele. Uno squallore unico. Io che, se non altro per coerenza con le mie radici, oltre che perché questi comunisti sono sempre comunisti, tutti, e mi dispiace dare ragione a Silvio, voterò nell’ambito della coalizione di centro – destra, a marzo sceglierò un candidato giovane e senza mezzi economici: ammesso che ne mettano in lista uno da qualche parte, uno che abbia fatto gavetta da ragazzo; che si sia esercitato proficuamente nelle sezioni di partito e nel proprio comune, o quartiere; estraneo ai potentati economici e politici; attento ai valori culturali, di supremazia della cultura sulla politica; che vada in giro a fare comizi; che abbia idee e buona volontà e non abbia perso il contatto col mondo reale, con la vita vera.

Gli farò campagna elettorale per quel che posso, a modo mio, e gratis, naturalmente. E’ il mio modo di sopravvivere e di reagire allo squallore.

Se c’è qualcuno che la pensa come me, parliamone…

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Di giuseppe (del 11/11/2009 @ 06:53:13, in blog, linkato 53 volte)

La partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende è ritornata prepotentemente d’attualità nel dibattito politico italiano delle ultime settimane. Non si tratta nemmeno più di un’utopia, perché essa è stata e da tempo effettivamente realizzata in alcune realtà europee, specie in Germania, per quanto in forme limitative, mentre in Italia si discute ancora, più o meno a titolo di esercitazione accademica.

Bene, anche questa è una idea – forza che la destra sociale – e penso al Msi – ha sempre cavalcato, senza purtroppo riuscire ad attuarla, per poi improvvisamente e colpevolmente dimenticarla e cancellarla, nelle sue evoluzioni nel frattempo sopravvenute, in Alleanza nazionale e tanto più in Popolo della libertà, insieme a tanti valori e tante proposte quanto mai ancor oggi inedite e più che mai valide.

Per la precisione, anche a livello ideologico, la partecipazione dei lavoratori agli utili e non solo, pure alla gestione delle imprese, costituisce una caratteristica di forza dirompente, che supera d’un sol colpo logiche vetero – marxiste e neo – capitaliste.

Il modello della democrazia partecipativa va esteso anche a tutti gli altri lavoratori e ai liberi professionisti, affinché tutti quanti, attraverso le loro categorie professionali, possano partecipare e decidere, non soltanto parlare e ratificare come adesso, nei processi costituivi e ordinativi dello Stato, la cui autorità, per inciso, va urgentemente riaffermata.

Infine, le logiche del lavoro just in time, delle persone utilizzate e spremute, oltre che sottopagate, finchè servono e poi relegate e variamente riconvertite, in spregio a ogni dignità umana, vanno subito cancellate in ogni forma, a cominciare da quella del precariato e a finire con le gabbie salariali.

Se c’è ancora una destra sociale, prenda nota, sia capace di rimettere tutto questo nell’agenda del dibattito politico e con questo tutto affronti le prossime prove elettorali.

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Di giuseppe (del 07/11/2009 @ 15:55:59, in blog, linkato 104 volte)

Le notizie di questi ultimi giorni inerenti “il tesoro nascosto di casa Agnelli”, le indagini del fisco e la ripresa della causa civile intentata da Margherita Agnelli presso il Tribunale di Torino hanno prepotentemente rilanciato all’attenzione generale un caso per tanti versi emblematico, e anzi decisivo.

L’informazione più libera e spregiudicata, attenta a tutto quanto sfugge, per calcolo, o semplicemente per negligenza, all’informazione ufficiale, ha già ripreso e commentato gli sviluppi del caso, fra cui le reazioni di chi, rendendo merito, si chiedeva come mai nessuno avesse finora trovato nulla da eccepire sull’enorme mole di denaro “trattato” in nero sui fondi esteri.

Bene, nel mio libro “Ottanta metri di mistero – La tragica morte di Edoardo Agnelli”, Edizioni Koinè, uscito nello scorso mese di febbraio, nelle pagine iniziali, io mi chiedo e chiedo – una domanda fra tutte – quanto negli ultimi decenni al gruppo Fiat abbia dato lo Stato italiano, come agevolazioni, contributi a fondo perduto, cassa integrazione e operazioni varie, a sostegno di un’industria che si diceva andasse male, mentre, scopriamo adesso, ciò non impediva ai proprietari di famiglia di accumulare patrimoni ingenti, per di più segreti; e altri interrogativi, logici, che qualunque cittadino italiano, partecipe della res publica e attento al bene comune, dovrebbe porsi.

L’attualità però sposta ora l’attenzione su di un aspetto che io reputo molto importante e che fa anch’esso parte dalla questione dell’”eredità contesa” tornata prepotentemente all’attenzione generale in questi giorni.

Al netto delle tante considerazioni possibili al riguardo, si tratta in estrema sintesi di questo: dopo la morte del padre, a distanza di circa un anno di “trattative”, nel 2004, in Svizzera, Margherita sottoscrisse un patto con la madre, in virtù del quale avrebbe rinunciato alle quote nella finanziaria di famiglia, la “Dicembre”, attraverso cui si controlla l’intero impero economico e finanziario, liquidatele con 105 milioni, in cambio di beni mobili e immobiliari, per un ammontare complessivo stimabile in un miliardo e centosessantasei milioni ( di euro, ovvio ), mentre la madre Marella Agnelli avrebbe avuto il via libera per trasferire le quote della “Dicembre” a John Elkann, erede designato, oltre a una rendita mensile di circa 770mila euro al mese, usufrutto di altri beni e altre proprietà.

Tutto a posto?

No, niente in ordine, perché a distanza di pochi anni, nel maggio 2007, dopo ripetute richieste di chiarimenti rimaste inevase, Margherita intenta una causa civile, tesa a far luce sull’effettivo patrimonio del gruppo, avendo avuto prove dell’esistenza di un “tesoro segreto”, stimabile in un miliardo e 463 milioni di euro, nascosto all’estero.

Questa cifra astronomica sarebbe stata ottenuta attraverso manovre finanziarie della società con sede in Lussemburgo denominata Exor, cioè a suoi soci occulti e che in ultima e definitiva analisi altri non sarebbero stati che l’avvocato Gianni Agnelli stesso, mentre sfugge del tutto ancora oggi chi dopo la sua morte ne abbia avuto controllo, gestione e disponibilità. A ciò va aggiunto il quadro ottenibile collegando altre società in vario modo riconducibili al gruppo, o alla persona fisica dell’avvocato Agnelli, tutte holding con sede all’estero, di cui almeno adesso si sa nome e domicilio fiscale: la Fima, a Panama; la Vencon, nelle Isole Vergini, come pure le altre denominate Sikestone Invest, Sigma Portaolio, Springrest, Fima Finance, Calamus Trading; la European Ventures, nelle isole Cayman; la Alkyone, nel Liechtenstein e, infine, una non meglio qualificata società Farella.

A questa composita galassia, va affiancata la rete altrettanto estesa di banche che gestiscono il patrimonio occulto talmente consistente, da essere pure difficilmente quantificabile e comunque, come visto, astronomico, vale a dire la Morgan Stanley, la Hofmann, la Credit Suisse, la Ubs e la Deutsche Bank di Zurigo; la LGT di Vaduz; la Lombard Odier Darier Hentsch, la Jp Morgan e la Pictet di Ginevra; l’Intesa San Paolo di Torino, la Popolare di Bergamo, la Royal Bank di Montreal, la Lazard di Parigi, l’Artesia dell’Aia e la Dexia del Lussenburgo.

Incredibile.

Pure io, prima casualmente, poi con convinzione, dalla questione dell’eredità contesa partii nella mia inchiesta giornalistica, nella primavera del 2008, per il mio libro uscito nel febbraio 2009, dal momento che, casualmente, mentre cercavo di capirci qualcosa nel processo che si celebrava a Torino per la denuncia di Margherita, mi imbattei nella morte di Edoardo, archiviata come “suicidio”.

Voglio qui semplicemente mettere a fuoco – e ricordare - uno dei tanti aspetti che ho scoperto, forse il più inquietante: poco prima di morire, a Edoardo fu offerto qualcosa di simile di quanto fu in seguito offerto a Margherita, che, come detto, accettò, salvo poi pentirsene anni dopo e dare il via al processo civile. Edoardo invece si rifiutò di accettare, poche settimane e pochi giorni prima di morire. Me lo raccontano tre testimoni diversi, ognuno dei quali nulla sa dell’altro e a ognuno dei quali Edoardo parlò di persona direttamente.

Ecco, io credo che il destino di Edoardo sia stato segnato dagli enormi interessi dei gruppi di potere all’interno dell’impero finanziario ed economico della Fiat, gruppi che già avevano estromesso di fatto Edoardo e volevano del tutto eliminare l’eventualità che egli potesse reclamare, come più volte aveva fatto invano in passato, i suoi diritti, sia di possesso, sia di gestione.

Già – ed è un’altra cosa importante, che ho scoperto col mio libro – Edoardo non era quel personaggio eccentrico che hanno a lungo variamente illustrato, disilluso e disinteressato. Edoardo era motivato e impegnato, ed era convinto che un mondo migliore fosse possibile e avrebbe voluto dare il suo non certo secondario contributo alla pratica realizzazione di un sistema economico e sociale più equo e più giusto. Ecco, questo è quanto.

Rimando chi potrebbe obiettare che si tratta di teorie ai circa venti elementi concreti che concretamente, appunto, ostano alla versione ufficiale del suicidio dame scoperti e …Ah, non voglio farmi pubblicità, credetemi: le copie della prima edizione sono andate pressoché esaurite e non so nemmeno se il mio editore nei prossimi mesi vorrà farne un’altra. Scrivo, sull’onda di quanto successo negli ultimi giorni, per segnalare questo aspetto, del tesoro segreto di casa Agnelli, che io ritengo, come detto, fondamentale e decisivo, non solo a fini tributari e politici, ma come vera e propria articolazione di partenza pure per la tragica morte di Edoardo Agnelli.

Meglio di me, come sempre per gli aspetti economici e finanziari, lo spiega Marco Bava, storico amico e consulente di Edoardo: “La verità che cerca Margherita non può disgiunta da quella sulla morte di Edoardo in quanto all’epoca dell’omicidio fra i temi sul tavolo il più rilevante era quella della successione. Come avvenuto per Margherita, anche per Edoardo, si voleva estrometterlo dall’eredità, per quanto riguarda la sua quota della società “Dicembre”, cioè la società che di fatto controlla la Fiat. Edoardo non aderì a quella proposta in quanto all’interno della “Dicembre” erano presenti membri non della famiglia Agnelli, vale a dire Grande Stevens padre e figlia e Gabetti. All’epoca ed ancora oggi, se non è stato modificato, l’articolo 7 dello statuto della “Dicembre” avrebbe consentito, qualora fosse morto uno dei soci, agli altri soci di acquisire la quota dello stesso per poche centinaia di migliaia di euro, per fare un esempio con centomila euro circa il controllo della Fiat. Per fare chiarezza adesso l’unica strada possibile è la riesumazione della salma di Edoardo e procedere all’autopsia”.

Informo infine chi ha a cuore il caso che a settembre è stato qui a Torino il regista Alberto D’Onofrio che ha realizzato per conto della Rai un documentario di un’ora interamente dedicato al “mistero” della morte di Edoardo, lavoro che, sia per l’autorevolezza dell’autore, sia per il prestigio delle personalità che saranno coinvolte, si annuncia dirompente.

Questa storia non finisce qui, e non finisce mai di stupire. Continuano ad arrivarmi segnalazioni di vario tipo. Vi cito soltanto le ultime tre in ordine di tempo.

La testimonianza di un’amica, vera e sincera, americana, di Edoardo, da Washington.

La tesi del professor Prof. Guido Angeloni, Presidente dell'Associazione grafologica Filografia, già docente nel corso di Laurea in Scienze grafologiche (LUMSA ROMA) e perito del Tribunale di Viterbo, il quale mi scrive che: “Edoardo non aveva il segno grafologico della tendenza al suicidio (da non confondere con l'obbligatorio passaggio all'atto), da me scoperto. Il segno di cui sopra, attualmente, è presente in 260 casi su 264. Fanno eccezione: 1) un giovane chimico che si è ucciso nel 44, per sfuggire alle torture dei suoi carcieri e, dunque, per non essere costretto a rivelare i nomi dei suoi compagni della resistenza, 2) Van Gogh, il cui suicidio desta moltissimi dubbi e che è, a dir poco, "strano"; 3) Una paziente psichiatra, defenestrata, che, con probabilità, si è gettata nel vuoto perchè rincorreva la "libertà". In altre parole, il segno da me scoperto sembra costituire la classica condizione necessaria ma non sufficiente per il passaggio all'atto suicida. E nella grafia di Edoardo Agnelli era assente: di conseguenza ...”

Infime, la “segnalazione” di un pastore/agricoltore il quale arrivò per primo sulla scena del fatto quella mattina e che – pare – smentisca le ricostruzioni ufficiali: lavorerò su quest’altra “pista” nelle prossime settimane, magari in compagnia di quel galantuomo, giornalista di razza, vecchio stampo che è Antonio Parisi, a Roma, grazie al quale ebbi il primo articolo importante sul settimanale “Visto”, che ruppe il muro di gomma che disperavo di poter bucare. E invece molto in seguito è stato scritto e detto, su quanto ho scoperto col mio libro. Ma – ripeto – comunque questa storia non finisce qui, anzi probabilmente il meglio deve ancora venire.

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Il mucchietto di ritagli e appunti in arretrato sulla mia scrivania, accumulato durante il recente soggiorno a Lecce, sta scemando a vista d’occhio.

Ho ancora però un altro paio di questioni che mi stanno a cuore da affrontare e non importa se in arretrato e pregresse, perché sono svincolate dalla stretta attualità.

Ecco, durante il mio recente soggiorno a Lecce ho potuto constatare che nelle locali edicole con un euro ti danno il quotidiano locale "Il quotidiano di Lecce", appunto, più in abbinato "Il Messaggero"; oppure, a scelta, l’altro quotidiano locale, che, se pur di Bari, esce con un’edizione anche a Lecce, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, più in abbinato “La stampa”; e sempre comunque aggiungono un altro quotidiano, tipo free press, che si chiama Puglia.

Insomma con un euro hai tre quotidiani, di cui uno di spessore nazionale; e con due, addirittura cinque, di cui due di spessore nazionale: insomma, tanto da poter trascorrere leggendo o mezza giornata intera, o tutto quanto il giorno, dall’alba al tramonto.

Mentre io mi trovavo là e verificavo ciò, era in preparazione la manifestazione indetta dal centro .- sinistra per la libertà di stampa che sarebbe minacciata, o sarebbe stata negata, in Italia, dal governo – Berlusconi.

Ora, col mio fascio di quotidiani sotto il braccio, già giorni fa pensavo che sostenere che in Italia non c’è libertà di stampa fosse una grandissima cazzata e fare in Italia una manifestazione per difendere la libertà di stampa fosse un esercizio risibile.

Dopo aver visto l’evento stesso e studiato le reazioni, nei giorni seguenti, le mie idee, del resto logicamente e facilmente verificabili, si sono rafforzate.

Questa manifestazione del centro sinistra e purtroppo appoggiata dal quel retaggio di soviet supremum comunista – eh sì è! Quando ci vuole ci vuole!! – che è il sindacato unico dei giornalisti italiani, è stata una grande cazzata.

In Italia addirittura il Governo e da anni dà i soldi a tutti per far uscire giornali, pure ai gruppo industriali consolidati, li dà; lì dà pure a giornali che hanno più redattori, che lettori; ogni giorno escono decine e decine di testate, ci sono migliaia e migliaia di edizioni e dai, per favore, per favore…

Quanto alle querele di Berlusconi: ha sbagliato, sì; molti dei suoi atteggiamenti nei confronti dei giornalisti sono sbagliati; perché qualunque cosa scrivano, da parte di un premier i giornali non si querelano e sempre da parte di un premier alle domande, a tutte le domande, si risponde sempre; mentre non si risponde mai in nessun modo alla satira, men che mai minacciando repressione: e questo dall’errore e anzi dall’orrore che fecero i Metelli ai danni di Livio Andronico nell’antica Roma.

Ma detto ciò, è detto tutto e il resto sono soltanto pretesti e polemiche politiche, gli uni e le altre del tutto inconsistenti.

Dove erano le truppe del centro sinistra, quando l’allora capo del Governo Massimo D’Alema querelò Forattini?

Dove erano quando il governo Prodi, l’ultimo di una prassi consolidata, sceglieva per Rai 1 il giornalista – controllato e gradito di turno? E’ da quando esiste la Rai che il Governo controlla Rai 1; che Rai 2 viene invasa da una forza della coalizione vincente e Rai 3 invece comunque è occupata dai comunisti: perché costoro protestano soltanto ora?

Quanto alle Reti Mediaset: dove erano costoro quando Prodi, D’Alema, ancora Prodi e insomma tutti loro questa anomalia tutta italiana non dico non seppero risolvere, ma neppure affrontare? Ve lo dico io dove erano: erano e sono stati per anni e anni al Governo. E perché non l’hanno fatto? Ve lo dico io perché non l’hanno fatto: perché Mediaset è piena di comunisti vecchi e nuovi, altro che libertà di stampa minacciata! E con i soldi di Mediaset e aziende collegate hanno prosperato e prosperano decine e decine di sedicenti intellettuali, registi, attori, nani, saltimbanchi e ballerine tutti comunisti.

Oh!

Poi, certo, i problemi ci sono, in Italia, dove manca un editore puro e chi fa l’editore fa anche l’editore, ma soprattutto fa affari, finanza più o meno creativa e politica più o meno attiva, in un guazzabuglio pressoché inestricabile.

Se c’è Berlusconi da un lato, c’è De Benedetti dall’altro: e se l’uno non è un angelo, l’altro non è certo uno stinco di santo. Ipocriti, falsi e sì, farabutti, sì: ancora una volta i comunisti hanno guadagnato sul campo le loro tradizionali qualifiche.

Ah, rimane Casini…

Va bene, pronti: la sua ( nuova ) famiglia del conflitto di interessi dell’editoria italiana è la paradigmatica esemplificazione.

Per chiudere in bruttezza, eccomi infine al sindacato unico dei giornalisti italiani, ultimo retaggio mondiale del soviet supremum del Pcus di brezneviana memoria. Invece di fare manifestazioni politiche contro Berlusconi, faccia educazione alla vera libertà, che è quella dai poteri economici, dai poteri forti, dai gruppi industriali e finanziari, che condizionano pesantemente i giornalisti italiani: ma soprattutto faccia capire loro che sono essi stessi spesso ad auto – censurarsi e ad autocondizionarsi.

Esiste nella nostra mente una sorta di limite, di confine, che è fatto dalle nostre ansie, dalle nostre paure, dalle limitazioni che per ansia e per paura ci auto-affliggiamo, ma che può essere abbattuto, e superato, un po’ alla volta, dopo di che tutto diventa possibile, anche essere un uomo veramente libero.

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