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“Nessuna meta è irraggiungibile, quando ho qualcosa da dire”

Nicola Vacca
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Di giuseppe (del 30/01/2010 @ 16:58:16, in blog, linkato 1075 volte)

Come in precedenza il critico letterario francese Roland Barthes si era “divertito”, nel 1977, a ricavare dai personaggi dei romanzi una sorta di “summa” nel suo bellissimo, quanto impegnativo, saggio “Frammenti di un discorso amoroso” ( Einaudi ), così io nel 2006 cercai di fare lo stesso, aggiornamento incluso delle regole e teorie sull’argomento, nel mio libro “Breviario d’amore” ( Azimut libri ), partendo però dai protagonisti del “gossip” e dalle manifestazioni artistiche più popolari, come i film e le canzoni.

In particolare, dal “pezzo” di Jovanotti “Un raggio di sole” elaborai tutta una attualizzazione dei comportamenti di coppia scaturiti dalle vere e proprie modifiche epocali nel frattempo sopravvenute. In questi giorni ho sentito la nuova canzone del cantautore romano, “Baciami ancora”, inserita nel film omonimo, di Gabriele Muccino, come è noto “sequel” del fortunato “L’ultimo bacio”, da ieri nelle sale: di nuovo, dal brano musicale mi sono scaturite alcune considerazioni, che proverò qui di seguito sinteticamente ad esporre.

Intanto, mi è piaciuta la “tecnica narrativa”, del testo, di derivazione “rap”, in linea con lo stile di Jovanotti: un elenco di brevissimi flash che qui si fonde alla perfezione con il linguaggio cinematografico, a comporre, scatto dopo scatto, individuando i momenti più intensi, senza tempi morti, o di routine, appunto come in un film, “una vita in un giorno”, ogni giorno, insieme, un mosaico composito e completo di una storia d’amore, attraverso “…un’impresa impossibile…un riflesso di sole sull’onda di un fiume…un quaderno di appunti…una casa…un aereo che vola… un cielo…una stanza…un pensiero che sfugge…un errore perfetto…un diamante.. un difetto…un respiro profondo per non impazzire…”.

Poi – qui la difficoltà, brillantemente superata, con un puzzle che risulta alla fine luminoso, solare, gioioso – viene celebrato un amore maturo, una storia che da rivoluzione, dopo esaltazioni, dubbi, vicissitudini, è diventata istituzione: troviamo quindi la lucida consapevolezza della positività creativa e della poesia quotidiana che l’amore può sviluppare anche – e stavo per dire: soprattutto - nelle fasi successive a quelle iniziali dell’infatuazione, quando dal microcosmo a due si esce alla luce del sole e nel mondo, con la convivenza, sempre di per sé problematica, con le attività, con la quotidianità cui prima o poi ogni coppia è chiamata.

Voglio dire: è facile parlare, come di solito fan tutti, delle estasi e dei tormenti, degli afflati erotici e dei cuori che palpitano, quando le cose son facili e quando tutto appare rose e fiori; più difficile esprimere quanto e certo di più, pure di vera e propria felicità autosufficiente e autoalimentatesi, l’amore può dare nelle fasi successive, quelle della maturità faticosamente conseguita, a chi ne abbia una consapevolezza, raggiunta attraverso la sofferenza, perché “l’amore fa soffrire”, nel crocifiggersi per un altro, come ha scritto il filosofo Michael Quoist; e perché soltanto chi ha sofferto tanto, può amare tanto, come ha detto l’attrice Sandra Maggio.

Prima d’ora – si magna, la poesia, parvis, alle canzoni, componere licet – avevo trovato una capacità simile soltanto nelle poesie degli ultimi anni di Nicola Vacca, il grande, il più bravo e il più vero poeta d’amore dei giorni nostri, per sua moglie Serena.

Anzi, c’è qui ora una precisa indicazione: se l’amore può far mettere le ali e far volare idealmente i due protagonisti, “la giustizia del mondo punisce chi ha le ali e non vola” a inseguire tutte le onde del nostro destino”.

Mamma-amante-figlia-impegno”: poi, la femmina trova e dà la completa realizzazione.

E così “è l’amore che detta ogni legge”: proprio quell’ “amor che move il sole e le altre stelle”, nella splendida attualizzazione e valorizzazione che Jovanotti ne fa adesso per la nostra identità di contemporanei, direi a un livello sociologico e metapolitico, tanto per citare i metodi esplorativi e conoscitivi adoperati dal più interessante novista culturale che mi capiti di leggere ultimamente, Carlo Gambescia.

Infine – lo apprendo in questo momento - “son tornate le lucciole a Roma nei parchi” e me ne rallegro, perché lungi dal contraddire la celeberrima metafora di Pier Paolo Pasolini, ciò gli dà conforto e assume poi un valore allegorico: quanto basta e avanza per incaricare una profonda conoscitrice della città eterna, come la mia amica Elisa Donghi, di preparare per tempo una mappa dettagliata, che permetta di esplorare e attestare in loco il mirabolante fenomeno, magari con le foto di Giulio, non appena passerà questo lungo inverno non tanto qui al Nord, quanto al Sud, dove fra poco tornerà la primavera.

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