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 CRITICATO/Per le sue affermazioni a "Viva radio2" il conduttore Fiorello ... di giuseppe
 
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano. Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea. Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.

Sandro Giovannini
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 22/06/2010 @ 16:30:58, in blog, linkato 43 volte)
L'amico di vecchia data Sandro Giovannini di Pesaro, dopo il fallimento del tentativo di ridar vita al glorioso periodico “L. - T., mi invita a seguire la redazione di un manifesto programmatico che insieme agli altri collaboratori della rivista vorrebbe al più presto redigere e diffondere. Concordo sul fatto che qualcosa bisogna pur fare, nello squallore culturale e politico in cui ci ritroviamo e devo dire nella quasi totalità di noi senza colpa. Politicamente, si sente l'esigenza di un soggetto unitario, al di fuori del Pdl e non per per navigazioni a vista di stampo elettoralistico, e ci vuol poco a capirlo, anche se sarà difficile arrivare a qualcosa di concreto, per quanti alcuni, dal basso, ci stiano provando, con l'unico risultato, finora, di aumentare la confusione e di dar ragione a chi nel Pdl c'è rimasto, o c'è entrato, pianificando la propria carriera in politica, o nella gestione dell'ordinaria amministrazione del proprio interesse individuale e particolare. Ma è culturalmente che sono ancora più preoccupato, perché abbiamo lasciato perdere tutto un patrimonio di valori, di di contenuti e di idee oggi più attuali, vive e creative che mai e per il resto navighiamo a vista nell'individualismo e nel menefreghismo più sfrenato, in cui, alla faccia della comunità, ognuno pensa soltanto a sé stesso nell'arrivismo più sfrenato e con tutte le occasioni, anche le più discutibili, possibili, e non ascolta gli altri, anzi nemmeno più li riconosce. Per citare un bel verso dello stesso Sandro Giovannini, non siamo più nemmeno un gregge di pecore matte, magari fossimo almeno un gregge, non importa come: siamo una serie di cani sciolti, inferociti dagli insuccessi, incattiviti dalla fame, la maggior parte; o stroncati dall'opulenza, sazi e disperati, pochi e che ormai si compiacciono di abbaiare al servizio del padrone, oppure contro alla luna piena, nella notte dei sentimenti e degli ideali. Siccome la mia educazione sentimentale è avvenuta negli anni Settanta, quando si diceva che il personale è politico, parlo per ragioni personali. Lasciamo stare i miei ultimi due libri, specie l'ultimo sulla tragica morte di Edoardo Agnelli, ché altrimenti il discorso sarebbe più lungo e più cattivo. Parliamo di una cosa nuova, per me e tutto sommato abbastanza rara nel mondo cui faccio riferimento, il teatro. Ho portato in giro Marinetti, ho fatto sentire la sua poesia, per tutto il 2009 con tutta una serie di contorcimenti, di svilimenti e di incazzature, per riuscire a mettere su sei o sette serate, dal costo di tre-quattrocento euro l'una, nel menefreghismo generale, là dove si spendono e si spandono centinaia di migliaia di euro per – non voglio dire altro – ben altri contenuti. Poi, ho scritto un testo teatrale completo, per una vera compagnia di attori, sull'incontro fra Pasolini e Pound, con tutta una serie di studi e rivelazioni inedite e non ho trovato uno, dico uno, che me lo prendesse in considerazione, che si prendesse il fastidio di leggerlo e poi di dirmi almeno che non lo avrebbe considerato per questo o quel motivo. O uno che avesse fatto da tramite, uno che si fosse impegnato a trovarmi una compagnia di attori, o un regista professionista e me ne dolgo, sia chiaro, a parte la mia autostima, per i contenuti, della nostra cultura, i nostri contenuti, che il mio lavoro su Pasolini e Pound rivaluta e vuol diffondere. Al lavoro, alla Regione Piemonte, anzi, al Consiglio Regionale, da giornalista e addetto alla comunicazione, mi hanno in tre-quattro anni, da quando sono cambiati gli amministratori retrocesso a facitore di fotocopie e attaccatore di etichette sulle buste, senza che ci sia stato nessuno che mi abbia difeso politicamente, o meta politicamente, o semplicemente sindacalmente. Mi fermo qui e sia ben chiaro che a richiesta posso fare nomi e cognomi, per dimostrare che mi riferisco a fatti precisi e non a semplici circostanze. Ora, me ne sono tornato a Lecce e ricomincio da me. Sono qui da quasi due mesi, in aspettativa ( non retribuita, sia ben chiaro ) e sto lavorando a un progetto di comunicazione multimediale, con un'agenzia di pubblicità. A luglio sarà di nuovo a Torino e aspetterò che mi arrivi il trasferimento dal Consiglio Regionale in qualche ente qui al Sud, almeno così mi hanno promesso, dopo tutte le domande che ho presentato, con documentazione che ne attesta il diritto, anzi, la necessità, ammesso e non concesso che arrivi, questo trasferimento e non si perda nei meandri della burocrazia. Ecco, pubblico e privato. Ho dato la mia adesione e per il futuro, non per il passato, al nuovo progetto di Sandro Giovannini. Ma quelle che ho descritto in estrema sintesi sono le mie condizioni psicologiche e materiali, che in questo particolare momento della mia vita mi condizionano pesantemente ed era giusto nell'occasione farne partecipe chi nel nostro mondo, che per con un'etichetta di comodità chiamiamo di destra, va parlando ancora di politica, di cultura, o, peggio, di comunità.
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Di giuseppe (del 11/05/2010 @ 11:51:06, in blog, linkato 118 volte)
Perché non ti risponde mai nessuno, quando hai bisogno? Passi, per i politici di turno, con i quali hai bisogno di relaziona: li vedi, li sai, li immagini, nelle loro espressioni sempre contrite e contrariate, sofferenti, che sembrano reggere sulle proprie spalle le sorti dell’universo mondo, anche se non sono capi di Stato, né di governo, ma consiglieri di circoscrizione, e allora lasci subito ogni speranza. Ma poi c’è pure il privato, inteso come mondo del lavoro e degli affari. Se cerchi un aiuto, un parere, un semplice consiglio, ma pure una prestazione professionale, o una consulenza, hai voglia a provare e riprovare! E a lasciare il tuo numero! Hai bisogno di tanto tempo e di tantissima pazienza, prima di arrivare a stabilire un contatto, che sia il commercialista, o l’avvocato, il tecnico della tv, o l’idraulico. Discorso a parte per i famigerati call – center delle grandi aziende, che ti fanno dialogare con le segreterie telefoniche, con le opzioni numerate, con gli elenchi casistici, e poi ti mettono in attesa, prima che cada irrimediabilmente la linea. Ma adesso mi sembra che questa disdicevole abitudine si sia estesa anche al privato, inteso come personale, come i tuoi parenti, amici e conoscenti. Ecco, non solo non va bene, ma va proprio male, siamo arrivati al limite della sopportazione. Non trovi mai nessuno, tutti sempre impegnati sono, anzi: “in riunione”, manco fossero nel team di Obama, che ne so? O nell’unità di crisi della protezione civile dopo terremoto. E se lasci detto, non richiama mai nessuno, tranquillo: al massimo, provando e riprovando, con rassegnazione, anzi, con ferocia, riuscirai a parlarci per sfinimento. Io non so perché fan tutti così: forse perché sono maleducati, forse stressati, forse perché credono così facendo di sembrare importanti. Di sicuro so che non è perché hanno da fare e certo so che comunque fare così non è sinonimo di prestigio, bensì di cafonaggine. Una delle regole di vita più salutari e più preziosa che ho imparato è: bisogna stabilire priorità. Già, bisogna sempre stabilire priorità. Esattamente questo. Comunque il tempo non esiste, il tempo lo facciamo noi, con le opere e i giorni della nostra vita. Ecco perché la frase tanto abusata: “non ho avuto tempo” non solo non significa nulla, ma è pure indice di cattiva organizzazione mentale. Infine, credo che proprio questa sia la differenza fra gli esseri umani grandi e nobili, e tutti gli altri: saper rispondere. Vedete… Quando ero ancora un giovane studente universitario, appena trasferitomi nel Nord Italia, dove, ovviamente, non conoscevo nessuno, volendo proseguire le esperienze giornalistiche iniziate in gioventù, non trovai niente di meglio che scrivere una lettera…Addirittura a Indro Montanelli, allora( eravamo agli inizi degli anni Ottanta ) direttore del “Giornale”, per chiedergli se potesse aiutarmi a cominciare da qualche parte, o in qualche modo Bene, a quella lettera semplice e scarna, anzi velleitaria, di uno sconosciuto studente universitario che gli chiedeva l’impossibile, il più famoso e importante giornalista italiano, rispose! Si scusava di non poter fare nulla di concreto, ma mi dette il consiglio di insistere e mi salutava dandomi del tu ( come si usa fra colleghi giornalisti ). E aveva risposto di persona! Con la sua mitica “Olivetti lettera 22” e con le correzioni fatte a mano! Capite ora perché Indro Montanelli era un grande? Ecco, la prossima volta che qualcuno vi cerca, vi lascia un messaggio, vi manda una mail, rispondete, appena possibile, anche soltanto per dire di no, ma per favore, rispondete!
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Di giuseppe (del 16/04/2010 @ 20:05:36, in blog, linkato 208 volte)

Internet è un mezzo prezioso, che in pochi anni ha rivoluzionato il nostro modo di essere, di informarci e di comunicare: posta elettronica, motori di ricerca, diffusione della cultura popolare, collegamenti audio/video gratuiti in tempo reale, blog, community e quant'altro sono soltanto alcune delle straordinarie opportunità offerte in tal senso e ormai consolidate negli ultimi anni, fino ad entrare nella quotidianità condivisa della nostra identità di contemporanei. Ma internet è un mezzo e quindi come tale di per sé neutro, il cui valore è dato dall'uso che se ne fa e che pertanto anche effetti oggettivamente negativi può produrre.

Senza scomodare il suo Maestro Marshall Mc Luhan, questa fondamentale verità va ricordata al professor Derrick De Kerckhove, che sostenne che My Space avesse inventato “strategie alternative di socializzazione”; mentre, dal canto suo, un altro professore, l'americano Edward Castronova, aveva esaltato l'importanza delle così dette realtà virtuali che si erano affermate negli ultimi tempi, quali veri e propri universi paralleli, sul web, tipo "Second life", tanto per intenderci, cioè la simulazione sotto falsa identità, in un mondo artefatto, una vera e propria seconda vita, appunto, proprio quando questo aspetto particolare si era andato dissolvendo, con la stessa rapidità con cui si era materializzato. Realtà virtuali assai deludenti, quelle dei così detti “social network”, va invece aggiunto, in cui trionfano esibizionismo, egoismo e frustrazione. Non c’era bisogno degli ultimi eclatanti esempi ripresi dalle cronache negli ultimi tempi, tipo i gruppi di sostegno alle violenze, o le vergognose ingiurie ai disabili, per accorgersene: internet sta assumendo questa brutta, assai negativa caratterizzazione di solletico agli istinti animaleschi, per cui si ci mette a cercare e purtroppo spesso a trovare, il peggio di sé. Poi, ancora, di fuga dalla realtà, una realtà dove sempre di più e sempre più spesso siamo incompresi, soli e senza speranze, a favore di paradisi artificiali in cui surrogati virtuali danno un apparente sollievo, per poi invece far sprofondare in condizioni peggiori di solitudine e di frustrazione.

Quanto a "My space" esperienze di frequentazione diretta portano a una valutazione anch'essa nella fattispecie negativa. In sintesi estrema, "My space" è un'accozzaglia di vetrine dentro ciascuna delle quali si agita, più o meno saltuariamente, a seconda dei suoi tempi e dei suoi modi: una persona che ha in testa di mettere in mostra quello che fa, e se non altro sé stesso, senza guardare cosa c'è nelle altre. Il trionfo dell'esibizionismo e l' egoismo elevato a sistema, quindi. Le vetrine dei profili sono poi compartimenti stagni, che non comunicano fra di loro. Come i bambini delle scuole elementari, tutti sono interessati a "farsi amici" un maggior numero di persone possibili: "Mi fai amico? Sì, ti faccio amico, ma tu mi fai amico a me?". Il brutto è che non c'è nessuna amicizia reale, nessun processo di conoscenza, di condivisione, di partecipazione, ma soltanto l'interesse materiale a poter così appiccicare la propria etichetta sulla vetrina del sedicente e presunto amico. Poi, c'è chi vende i suoi dischi, chi i suoi prodotti, per ogni settore merceologico, chi pubblicizza negozi e chi club prive; chi vende sé stesso, il proprio corpo, o il proprio cervello; chi si esalta occupando tutte le nicchie più incredibili di quelle che chiamano "perversioni" sessuali; chi pianifica truffe planetarie, cercando di agganciare i single per estorcere informazioni prima e denaro poi e chissà quante altre simili miserie. Infantilismo di ritorno, egoismo parcellizzato, conformismo elevato a sistema, stupidità diffusa di cui abbonda pure Facebook, come rilevato da un’altra sperimentazione, appena infelicemente conclusa, durata alcuni mesi.

E’ la moda del momento, che ha rapidamente soppiantato prima Second life ( che però era un vero e proprio bluff ) e poi My space, grazie all’effetto di amplificazione che ne hanno fatto, sempre per moda e per conformismo superficiale, un po’ tutti gli altri mass – media, giornali in testa, con quell’abbondante dose di ignoranza, dilettantismo, pressappochismo e fretta che contraddistingue ormai gran parte del giornalismo. Come tutte le mode, passerà anche questa, così come è iniziata: però, lascerà di sé ben poco. Anche Facebook è in buona parte un bluff, perché le stratosferiche cifre di adesione tanto strombazzate sono fittizie: una cosa sono gli iscritti, un’altra, ben diversa e nettamente inferiore, ma proprio inferiore, diciamo il 10% sono gli iscritti che lo usano con una certa regolarità. E fanno testi questi ultimi, non i primi. Quanto alla caccia al maggior numero di amici possibili, col tetto massimo imposto di cinquemila, per chi la pratica è un segnale non di prestigio, o importanza, ma di egoismo e menefreghismo, in quanto non si possono seguire con reciprocità e attenzione più di cento, centocinquanta amici, perchè oltre tale soglia diventa tecnicamente, materialmente impossibile.

Poi, gli utenti regolari sono irrimediabilmente afflitti dalle stesse sindromi di quelli di My space: l’aggravante è che mentre uno su My space si nascondeva di solito dietro un nick, qui su Facebook ci sta col proprio vero nome e cognome. Nonostante ciò, eccolo alle prese con i sondaggi più strampalati, con le adesioni ai gruppi più stravaganti, ed eccolo diventare fan di nani, saltimbanchi e ballerine. La peculiarità di questo sistema è che dovrebbe tenere in collegamento chi già si conosce: quindi, pure noioso è, ché almeno su My Space qualcuno/qualcuna sconosciuta che ti piaceva potevi conoscerla, e la speranza di farci qualcosa era sempre ben viva e presente. Qui il massimo della trasgressione è che ti ritrovi le ex fidanzate aggregate in aperta contraddizione con il motto vendittiano “amici mai”. Mogli in carica e fidanzate, o sedicenti, o presunte tali in carica, del resto vigilano, e si rovinano il fegato, oltre a rovinare poi il fegato e spesso anche altro dei loro rispettivi iscritti a Facebook, quando, per esempio, scoprono che il meschino mandò un messaggio ambiguo a una sua “amica” e la sventurata, come la monaca di Monza, rispose. Per non dire dei casini di proporzioni bibliche piantati e giustamente alla scoperta della risposta: “relazione complicata” che qualche altro meschino ha dato alla domanda di definire la propria situazione sentimentale. Ahimè, le relazioni di per sé sono tutte complicate e questa dicitura è poi un capolavoro di ipocrisia: vuol dire, oh, sono impegnato, ma non fa niente, voi provateci lo stesso! I peggiori di tutti, i politici, quelli che pensano che Obama abbia vinto le elezioni in America grazie a internet e sognano di fare le preferenze – là dove rimangono – grazie a Facebook. Con qualche lodevole eccezione: ne ho visto uno, per esempio, fare una discussione in tempo reale con tutti i suoi amici, per decidere le decisioni da adottare e cioè ecco un uso sapiente e lodevole, cioè uno strumento di democrazia partecipativa, un aggiornamento della tradizione delle assemblee di partito, senza limiti e confini.

Già, perché poi internet, social network compresi, nella fattispecie, se usato in alcune fondamentali e fenomenali applicazioni possibili, come le consultazioni sui temi in agenda, o i forum di partecipazione, fino alle votazioni, potrebbe essere la realizzazione dell’utopia della democrazia diretta, dove la piazza virtuale sostituisce e anzi sostanzia la piazza della polis greca: così, grazie a internet, i giovani di oggi potrebbero essere i veri democratici di domani. Intanto, però, su internet i politici, nella stragrande maggioranza, anche se magari semplici consiglieri di circoscrizione, o di enti utili soltanto a loro, credono di reggere sulle proprie spalle le sorti del mondo e, come se fossero tanti Martin Luther King, fanno collezione di seguaci e fans. Infine, per tutti, l’effetto Grande fratello. Il sottile piacere ( piacere? Mah… ) di stare sotto i riflettori, almeno questa è l’illusione che regala Facebook, facendo perdere il senso delle cose. Se piove, o c’è il sole, ecco un pensiero stupendo, spacciato come riflessione profonda sul senso della vita. Un litigio con la fidanzata, ricostruito quale evento fatidico. Oppure ecco l’elenco di quanto mangiato a pranzo e “apriamo il dibattito”, una fenomenale discussione, una delle tappe miliari della storia del pensiero del genere umano. Senza senso della misura, spesso senza nemmeno il senso del ridicolo e senza nessun rimpianto per le agende cartacee, i bigliettini, gli appuntamenti al solito posto.

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Di giuseppe (del 28/02/2010 @ 10:52:50, in blog, linkato 577 volte)

Ci piace!?!

Mah, francamente no, non ci piace, non ci può piacere.

Quello che abbiamo imparato a chiamare l’immaginario collettivo è in gran parte alimentato dai modelli di comportamento e dalle pratiche indicazioni fornite dalla televisione, comunque da tutto il can can mediatico, vecchio e nuovo, che intorno ad essa continua a ruotare. Il “Grande Fratello” ne è l’espressione migliore, nel senso di più completa, immediata e invasiva.

 

Quello che stupisce è la mancanza di autenticità, cioè di realtà, in ciò che pure viene definito “reality”. Sono gli autori del programma che, a tavolino, a freddo, artificialmente, impostano e pianificano le vicende ( per quanto il termine sia qui sprecato ) che accadono “nella casa”, a cominciare dalla scelta dei “protagonisti” e dalle loro successive caratterizzazioni.

C’è un obiettivo preciso: creare artificialmente, dal nulla, l’interesse ( ma quali emozioni? ), l’audience, quindi le operazioni materiali ad esso connesse, che sono poi il senso dell’intera operazione.

L’obiettivo preciso dei protagonisti sta invece nella loro ferma volontà ( che pare l’unica cosa che abbiano ben chiara ) di riuscire nel mondo dello spettacolo. Un tempo, ciò significava sacrificio, studio, applicazione, esercizio e gavetta, oltre al genio e al talento; oggi, tutto ciò rimane marginale, riservato a una esigua minoranza, mentre per lo più la riuscita consiste nell’apparizione in qualche spettacolo televisivo, non importa in che veste, anche di semplice comparsa, senz’arte, né parte.

Quello che stupisce ancora, in seconda battuta, è l’egoismo, la sopraffazione, la falsità con cui i protagonisti del “Grande Fratello” rispondono alle sollecitazioni da cui sono impostati, assecondando i fili da cui sono manovrati. Possibile che a nessuno sia mai sorta, o almeno abbiano mai manifestato, un filo di ironia, e auto – ironia, in tutti questi giorni passati “nella casa” sotto le inquadrature delle telecamere?

Come è possibile che abbiano preso tutto sul serio, troppo sul serio, in maniera univoca e totalitaria? Ciò stupisce, ancora di più del fatto che nessun dubbio sia venuto alla grandissima fetta di pubblico che li segue e ad essi si uniforma.

Vedete, “Amici” ( tanto per citare l’altro programma di culto del momento ) almeno dimostra che al successo si arriva con talento innato, con la passione coltivata, con l’esercizio quotidiano, col sacrificio diuturno. “Il Grande Fratello”, no. “Il Grande Fratello”, al contrario, indica che per arrivare a essere famosi basta riuscire a stare dietro una telecamera, non importa come e perché, manifestando comportamenti marci di consumismo, retorica, menefreghismo e finzione. Così, si diventa eroi per una stagione, non importa se breve, che comunque risolve l’esistenza: perché poi c’è la parte delle foto sui settimanali scandalistici, e l’arte della partecipazione lautamente retribuita alle feste in discoteca.

Un’altra cosa poi, ancora più importante. Come è possibile che ragazzi di venti, trenta anni, quelli che fino a una generazione fa, da secoli hanno sempre sognato di cambiare il mondo e si sono comunque battuti per riuscirci, siano da oltre tre mesi alle prese con discorsi fondati sul nulla? Eppure, bene o male, hanno studiato, qualcuno pure abbastanza, ma è come se non l’avessero fatto. Parlano un italiano storpiato, involuto, portatore di handicap morfologici e sintattici. In una lingua di tal genere, il loro universo culturale spazia poi dal taglio dei capelli, ai tatuaggi; dalle liti per una valigia, o un pupazzo, ai flirt veri o presunti. Non il crollo delle borse, la crisi economica, Gandhi, o Che Guevara, sia mai non dico entrato, ma abbia mai almeno sfiorato anche uno solo dei loro discorsi? Possibile che in oltre tre mesi non abbiano letto un libro? O non si siano mai interrogati sulla guerra in Afghanistan, sulla desertificazione, sull’inquinamento? Possibile che il loro universo sia delimitato dai guantini di Maicol che fa la caricatura delle caricature da avanspettacolo dei gay, e dagli abiti sgargianti in pura seta di un sedicente Principe, falso come il suo nome? Peggio.

Possibile che nessun dubbio, almeno un sospetto, una perplessità, non sia venuto nemmeno a uno degli “intellettuali” che fanno da contorno all’ambaradan mediatico del “Grande Fratello”? Lasciamo stare Platinette, ma, ecco, uno come Alfonso Signorini, che dirige due giornali dalle tirature sensazionali, come fa a parlare di amenità simili come se parlasse dei più importanti temi economici e sociali, e per di più con un fiore in mano? Uno come Alessandro Cecchi Paone? Una come Barbara Palombelli?

Per non dire di un fine intellettuale imprestato di volta in volta alla psichiatria, alla politica, alla religione e ora alla critica sociale quale Alessandro Meluzzi?

Come fanno anche a parlare sul serio delle amenità false, oltre che diseducative, propinate dai protagonisti del “Grande Fratello”?

Il “sogno” italiano che dalla televisione partì agli inizi degli anni Novanta e prese poi corpo, con tutto il suo peso, in termini di rinnovamento e creatività, con un’occasione di riuscita per tutti, la ventata di rinnovamento che dalla società, passò alla politica, dopo due decenni ha perso gran parte delle sue connotazioni positive e nella degenerazione degli stanchi imitatori con vent’anni di ritardo mostra oramai un cupo disfacimento.

No, non ci piace. Non possiamo ottenere nessuna soddisfazione dalle ragioni del marketing e di tutto un sistema ad esso finalizzato.

Punto.

Giuseppe Puppo

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Di giuseppe (del 14/02/2010 @ 09:52:25, in blog, linkato 194 volte)

In un’altra vita, ho fatto per sette anni l’addetto – stampa dell’assessorato alla sanità della Regione Piemonte, e quindi dal mio osservatorio privilegiato qualche cosa ho potuto vedere e ho potuto capire, anche a proposito di sostanze stupefacenti.

In particolare, ho imparato alcuni concetti forti e chiari, che mi sono tornati in mente in questi giorni, a proposito dell’attenzione mediatica concentrata sulle dichiarazioni del musicista italiano Morgan.

Quello che so io, poco, ma semplice, è, in primo luogo, che quando si parla di droghe vecchie e nuove, bisogna contare fino a …dieci, qualunque sia il messaggio che si vuol estrinsecare, anche se con intenti positivi. V

edete, per esempio: alcuni anni fa Alleanza nazionale lanciò una campagna contro gli spinelli e lo fece con uno slogan - boomerang, tale che se i produttori di hashish e marijuana si fossero messi a posta a pubblicizzare la diffusione dei loro prodotti non avrebbero potuto fare di meglio. Ciò vale anche e soprattutto quando a parlare sono personaggi pubblici, a maggior ragione coloro i quali, per una ragione, o per l’altra, a torto, o a ragione, sono punti di riferimento, modelli di comportamento, miti per le giovani generazioni: in tal senso le dichiarazioni di Morgan, di una gravità inaudita, hanno avuto un effetto devastante.

Va da sé che le droghe non sono curative, ma distruttive: che non risolvono nessun problema, anzi lo acuiscono.

Poi in nessun caso possono essere taciuti gli effetti perniciosi che esse, cocaina in primis, hanno sempre e comunque sulla salute fisica e psichica di chi le assume, anche saltuariamente.

So poi che l’intera questione non può essere rivestita, o coperta, o strumentalizzata, dagli interessi partitici: non può essere materia di scontro fra centro – destra o centro – sinistra, insomma, anche perché non esistono soluzioni univoche, non c’è una soluzione, quando il problema si presenta, a volte in tutta la sua drammaticità, ma possono esistere soltanto rimedi parziali, mirati, valutati caso per caso e che comunque una liberazione soggettiva è una vera e propria impresa, lenta e difficile. Infine, so che l’unica arma efficace è la prevenzione: si tratta di dare a ognuno di noi, affinché non cada nel baratro delle droghe, da cui da cui poi rimane molto problematico venir fuori, occasioni, motivazioni, interessi, passioni, ideali. Esattamente quello che la nostra società contemporanea e l’immaginario collettivo che la sottende non hanno saputo fare negli ultimi decenni.

Questo so io. E voi?

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Di giuseppe (del 13/02/2010 @ 09:11:56, in blog, linkato 243 volte)

Dagli inizi del 2010 Nicola Vacca “riapre” la sua rubrica di poesia, ospitata da “Linea quotidiano”:

“Dal 2001 al 2006 ho curato sul Secolo d’Italia una rubrica fissa di poesia. Si chiamava ‘Nel verso giusto’ e usciva il martedì. Per molti era diventata un appuntamento imperdibile. Cosa insolita nella storia della stampa quotidiana italiana, uno spazio di 3000 battute dedicato alla poesia. L’iniziativa riscosse l’attenzione dei media. Ma soprattutto ho ricevuto l’attenzione di molti lettori , poeti e di lettori – poeti che mi facevano pervenire in redazione i loro libri. Molti critici mi invidiavano , nel senso buono del termine, questo spazio nel quale ampiamente e in assoluta libertà potevo parlare e sparlare con onestà intellettuale di tendenze poetiche, libri e tutto quello che riguardava il mondo del verso. Personalmente l’ho sempre definito uno spazio corsaro, e così lo hanno percepito anche i miei lettori affezionati. Il mio interesse andava e va soprattutto alla piccola e media editoria, in cui oggi è possibile trovare ancora la buona poesia. Non ho fatto sconti ai poeti laureati e al loro potere culturale. Dopo qualche anno la rubrica ritorna: torno a firmare Nel verso giusto con lo stesso spirito corsaro e sempre dalla parte di chi ama la poesia e la considera una cosa onesta. Chi volesse inviarmi i propri libri può farlo al seguente indirizzo: Nicola Vacca c/o Gianni Lendini, via Po 116, 00198 Roma. Vi assicuro che nulla passerà inosservato. Poi, come sempre ho fatto, dedicherò maggiore attenzione alla piccola e media editoria. Sono contento di questa possibilità per la poesia che ha sempre più necessità di essere divulgata e testimoniata. Soprattutto mi auguro che nel nostro Paese si torni a dare al mondo del verso la giusta considerazione”.

***

LA CRISI

La vita non è facile

lo sanno i poeti.

Tutte le mattine fanno i conti con le parole

camminano senza mappa.

Tengono tra le mani

la poesia che succede nella crudeltà

di un altro giorno di paura.

E sempre agli inizi del nuovo anno è pronta la sua nuova raccolta, la nona, di trentotto componimenti,“Esperienza degli affanni”, per le edizioni Il foglio ( 84 pagg. 6 euro ).

Si tratta di una splendida conferma.

Dal “personale” dell’intimo quotidiano che nei suoi versi diventava valore universale ed assoluto delle prime raccolte, al “politico” dell’impegno civile, nella protesta e nella ricerca incessante di lampi di luce nel buio che circonda la nostra identità di contemporanei, degli ultimi lavori, Nicola Vacca dà un’altra superba prova di maturità espressiva, senza retorica, e con semplice, ma precisa efficacia di contenuti. “Giriamo a vuoto, perché abbiamo perso il baricentro. Siamo avvitati intorno a una pericolosa involuzione che sta minando le fondamenta della nostra specie, che non è più capace di guardarsi dentro. Manchiamo di impegno e di responsabilità. La politica non è più in grado di dare risposte alla società, il primato della cultura è stato demolito da un’omologazione mediatica che ha completamente reso superfluo il valore fondamentale della conoscenza. C’è una brutta aria, un asettico analfabetismo emotivo ci sta togliendo definitivamente la meraviglia dello stupore. Insomma, dovremmo iniziare a fiutare l’odore del pericolo, invece continuiamo a farci del male aprendo la strada a un’Apocalisse postmoderna che ci annienterà. Ezra Pound scriveva che il compito del poeta è quello di riempire il caos. E aveva perfettamente ragione. La poesia riesce a vedere quello che altre discipline non guardano nemmeno. L’invisibile che contiene verità assolute. Bisogna costruire con parole che dicono e che a volte possono risultare scomode, ma devono dire, quindi significare. L’immagine del vuoto che annuncia tumulti è la fotografia dell’impoverimento del nostro tempo interiore che ha bisogno dell’unica rivoluzione possibile, quella del cuore che tarda a venire. Dal punto di vista relazionale bisogna stare attenti al nulla nel quale la crisi economica, che è soprattutto crisi morale, ci ha trascinato. Si avverte il pericolo del conflitto sociale. E questa volta i tumulti lascerebbero il segno. A questo serve la poesia. Porre domande sulla vita, non smettere mai di interrogarsi, cercare di evocare, affermare per combattere il nichilismo che avanza dappertutto. Soltanto la parola che chiama le cose con il loro nome può limitare i danni”.

***

"A destra per caso. Conversazioni su un viaggio" ( Il Foglio letterario, pp. 90, euro 10 )

A marzo, poi, in uscita una riflessione propriamente politica di Nicola Vacca, scritta a quattro mani e anzi a due voci con Carlo Gambescia: un poeta e un sociologo, due intellettuali curiosi e intelligenti, affascinanti e creativi, comunque due uomini liberi, che si interrogano, a metà fra convincimento e delusione, sui loro percorsi politici degli ultimi anni, fra i sentieri impervi e a volte scalcinati della destra italiana.

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Di giuseppe (del 05/02/2010 @ 14:47:06, in blog, linkato 103 volte)

Lontano. Sono andato via e ci sono rimasto tanto, e per viaggiare ho usato il treno.

Ho in memoria viaggi interminabili, già di per sé resi estenuanti dalla lontananza e fatti diventare poi allucinanti da lunghe soste inspiegabili in aperta campagna; ma conservo pure immagini piacevolissime che mi tornano gradite: del mare aperto, su spiagge, affollate, o deserte, a seconda delle stagioni, lungo la costa adriatica, vicino a case, palazzine, o villette, con il giardino, le piante, la salvia e il rosmarino, lungo le strade provinciali, su cui corrono auto, coi fari accesi di notte, che si incrociano e incrociano le cose della vita.

Conserviamo poi tutti in quello che abbiamo imparato a chiamare l’immaginario collettivo le memorie eroiche di quando il treno era sinonimo di progresso, di velocità, di forza e ingegno degli esseri umani.

Ora, in Italia abbiamo un’emergenza, comunque un gravissimo problema. Certo, ce ne sono tanti altri, ma quando si parla di riforme, di assetti istituzionali, di organi e settori specifici, si dovrebbe considerare che fra le criticità da affrontare immediatamente ci sono le Ferrovie dello Stato, o Trenitalia che dir si voglia, come si chiama l’ente dopo la sostanziale privatizzazione di alcuni anni fa, quando si credeva che l’aziendalizzazione fosse un toccasana per tutto e per tutti. Invece- ci scusiamo per il disagio, e certo… - la realtà è ben diversa.

Certo, magari prima molti settori erano dispersivi e, senza razionalizzazione di spesa, risultavano onerosi per lo Stato.

Ma, tanto per fare due altri esempi, la Sip era un’azienda seria, anzi fiore all’occhiello dello Stato, di cui era emanazione, suoi qualificati e prestigiosi dipendenti compresi e nella realtà dei fatti al servizio dei cittadini: e lo stesso le Poste, e l’Enel.

Ora, ci sono settori, campi di attività, che non possono essere liberalizzati, sottoposti alle logiche dei processi di aziendalizzazione e delle logiche del mercato, come invece è avvenuto in Italia, in quanto non producono formaggini, o succhi di frutta, ma servizi essenziali, e quindi devono essere emanazione dello Stato, non campo di speculazione, e profitto, e arricchimento per i privati, come sono diventate tutte, grazie alle logiche politiche del neocapitalismo selvaggio e della globalizzazione, grazie alle servitù dei potere e dei sindacalisti della triplice , coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti: servizi diventati di qualità pessima, rispetto a prima e a costi per i cittadini e le famiglie italiane diventati operosissimi.

Già, proprio così: servizi sono diventati di infima qualità, mentre i costi sono saliti in maniera spropositata, con buona pace di tutte le così dette Authority, introdotte anch’esse dal potere, quale ipotetico contrasto allo strapotere delle aziende: in realtà sono una vera e propria ulteriore presa in giro per i cittadini, che fingono di difendere, o tutelare: insomma, oltre ai danni, pure le beffe.

In particolare, per le Ferrovie siamo a una vera e propria emergenza.

Pochi centimetri di neve sono bastati prima di Natale a far saltare i collegamenti fra Milano e Bologna, con conseguenze catastrofiche che molti di noi hanno vissuto direttamente, o quanto meno conoscono bene, perché le si debba ricordare qui.

Una notte d’inverno molti viaggiatori sono stati trasportati da Trenitalia direttamente all’inferno.

Lo stesso invece non è avvenuto nei tratti milanesi gestiti dalle Ferrovie Nord di Milano, una società autonoma, che ha provveduto a impedire che gelassero i cambi, cosa che Trenitalia, o chi per essa, non ha fatto, perché non può più fare, perché, grazie alle logiche dell’aziendalizzazione, sono stati tagliati molti posti di lavoro, a tutto danno degli utenti. Infatti, non è un caso.

Catastrofe di Natale a parte, sempre come ognuno sa, o può agevolmente constatare, frequentando le stazioni ferroviarie, i ritardi non sono più un’eccezione, per quanto diffusa: sono la regola; e ritardi che rispondono a logiche misteriose e imponderabili, spesso tout court assurdi.

A proposito di stazioni: sono diventati luoghi di bruttezza estrema, che deturpano le nostre città, concentrato di disagio, ricettacolo di disperazione, con le aree dei dintorni intere, pressoché infrequentabili.

A Torino, per dire di quella che conosco meglio, per esempio, sono più di dieci anni che Porta Nuova e le strade vicine sono interessate da lavori interminabili, con conseguenze estetiche e sociali ugualmente allucinanti. Per non dire delle nuove già realizzate. Roma e Milano diventano invivibili, non appena si supera il ristretto cerchio degli arrivi/partenze; Trieste è un percorso assurdo, imbarazzante. Tutte, vecchie nuove, posti allucinanti: senza sale d’attesa, servizi igienici, o servizi. Da poco ci raccontano, favoleggiando, della così detta alta velocità nel frattempo realizzata.

Ora, in primo luogo, essa è costata uno sproposito per tutti noi, cioè allo Stato ( già, bella logica, quella di TreniItalia, pubblica quando deve battere cassa, o scaricare perdite, privata quando deve incassare e assicurarsi guadagni: vorrei capire che aziende ibride sono queste: come la Fiat, già, che ha fatto scuola… ) cifre astronomiche, superiori a quelle degli altri Paesi europei.

Poi, come il Cristo di Carlo Levi, si è fermata a Eboli, o già di lì, colpendo e penalizzando ulteriormente il Mezzogiorno d’Italia; infine, ha costi di utilizzo per gli utenti proibitivi, riservati a una fascia precisa di utenti, quelli che possono permettersi di pagare biglietti elevatissimi, i ricchi e i nuovi ricchi e gli arricchiti.

Per tutti gli altri, come i pendolari, altro che alta velocità: a costi comunque rilevanti, bassissima velocità, con orari da anni Trenta; su vagoni super-affollati, così programmati apposta; senza manutenzione e che partono già, anche sulle lunghe distanze, con i riscaldamenti rotti, le porte scassate e i bagni sporchi: una vergogna, una vera e propria vergogna, di cui non sappiamo nemmeno a chi dobbiamo dire grazie.

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Di giuseppe (del 30/01/2010 @ 16:58:16, in blog, linkato 504 volte)

Come in precedenza il critico letterario francese Roland Barthes si era “divertito”, nel 1977, a ricavare dai personaggi dei romanzi una sorta di “summa” nel suo bellissimo, quanto impegnativo, saggio “Frammenti di un discorso amoroso” ( Einaudi ), così io nel 2006 cercai di fare lo stesso, aggiornamento incluso delle regole e teorie sull’argomento, nel mio libro “Breviario d’amore” ( Azimut libri ), partendo però dai protagonisti del “gossip” e dalle manifestazioni artistiche più popolari, come i film e le canzoni.

In particolare, dal “pezzo” di Jovanotti “Un raggio di sole” elaborai tutta una attualizzazione dei comportamenti di coppia scaturiti dalle vere e proprie modifiche epocali nel frattempo sopravvenute. In questi giorni ho sentito la nuova canzone del cantautore romano, “Baciami ancora”, inserita nel film omonimo, di Gabriele Muccino, come è noto “sequel” del fortunato “L’ultimo bacio”, da ieri nelle sale: di nuovo, dal brano musicale mi sono scaturite alcune considerazioni, che proverò qui di seguito sinteticamente ad esporre.

Intanto, mi è piaciuta la “tecnica narrativa”, del testo, di derivazione “rap”, in linea con lo stile di Jovanotti: un elenco di brevissimi flash che qui si fonde alla perfezione con il linguaggio cinematografico, a comporre, scatto dopo scatto, individuando i momenti più intensi, senza tempi morti, o di routine, appunto come in un film, “una vita in un giorno”, ogni giorno, insieme, un mosaico composito e completo di una storia d’amore, attraverso “…un’impresa impossibile…un riflesso di sole sull’onda di un fiume…un quaderno di appunti…una casa…un aereo che vola… un cielo…una stanza…un pensiero che sfugge…un errore perfetto…un diamante.. un difetto…un respiro profondo per non impazzire…”.

Poi – qui la difficoltà, brillantemente superata, con un puzzle che risulta alla fine luminoso, solare, gioioso – viene celebrato un amore maturo, una storia che da rivoluzione, dopo esaltazioni, dubbi, vicissitudini, è diventata istituzione: troviamo quindi la lucida consapevolezza della positività creativa e della poesia quotidiana che l’amore può sviluppare anche – e stavo per dire: soprattutto - nelle fasi successive a quelle iniziali dell’infatuazione, quando dal microcosmo a due si esce alla luce del sole e nel mondo, con la convivenza, sempre di per sé problematica, con le attività, con la quotidianità cui prima o poi ogni coppia è chiamata.

Voglio dire: è facile parlare, come di solito fan tutti, delle estasi e dei tormenti, degli afflati erotici e dei cuori che palpitano, quando le cose son facili e quando tutto appare rose e fiori; più difficile esprimere quanto e certo di più, pure di vera e propria felicità autosufficiente e autoalimentatesi, l’amore può dare nelle fasi successive, quelle della maturità faticosamente conseguita, a chi ne abbia una consapevolezza, raggiunta attraverso la sofferenza, perché “l’amore fa soffrire”, nel crocifiggersi per un altro, come ha scritto il filosofo Michael Quoist; e perché soltanto chi ha sofferto tanto, può amare tanto, come ha detto l’attrice Sandra Maggio.

Prima d’ora – si magna, la poesia, parvis, alle canzoni, componere licet – avevo trovato una capacità simile soltanto nelle poesie degli ultimi anni di Nicola Vacca, il grande, il più bravo e il più vero poeta d’amore dei giorni nostri, per sua moglie Serena.

Anzi, c’è qui ora una precisa indicazione: se l’amore può far mettere le ali e far volare idealmente i due protagonisti, “la giustizia del mondo punisce chi ha le ali e non vola” a inseguire tutte le onde del nostro destino”.

Mamma-amante-figlia-impegno”: poi, la femmina trova e dà la completa realizzazione.

E così “è l’amore che detta ogni legge”: proprio quell’ “amor che move il sole e le altre stelle”, nella splendida attualizzazione e valorizzazione che Jovanotti ne fa adesso per la nostra identità di contemporanei, direi a un livello sociologico e metapolitico, tanto per citare i metodi esplorativi e conoscitivi adoperati dal più interessante novista culturale che mi capiti di leggere ultimamente, Carlo Gambescia.

Infine – lo apprendo in questo momento - “son tornate le lucciole a Roma nei parchi” e me ne rallegro, perché lungi dal contraddire la celeberrima metafora di Pier Paolo Pasolini, ciò gli dà conforto e assume poi un valore allegorico: quanto basta e avanza per incaricare una profonda conoscitrice della città eterna, come la mia amica Elisa Donghi, di preparare per tempo una mappa dettagliata, che permetta di esplorare e attestare in loco il mirabolante fenomeno, magari con le foto di Giulio, non appena passerà questo lungo inverno non tanto qui al Nord, quanto al Sud, dove fra poco tornerà la primavera.

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Di giuseppe (del 06/12/2009 @ 14:10:56, in blog, linkato 140 volte)

Tappa conclusiva ad Asti, del “Filippo Tommaso Marinetti tour”, che per tutto questo 2009, da gennaio a dicembre, ha portato in giro per il Piemonte l’uomo e l’opera, anche in questo fedele agli insegnamenti del Maestro: che le idee camminano con le gambe degli uomini e che bisogna portare direttamente la cultura sul territorio con serate a tema ed iniziative specifiche.

Ospitati anche nell’ambito di alcune importanti rassegne culturali, città per città abbiamo degnamente celebrato il centenario del Futurismo, andando a cogliere l’attualità di alcuni suoi messaggi di fondo, da non dimenticare, anzi, da attualizzare, perché oggi più che mai validissimi.

In primis, che non bisogna avere paura della modernità, delle innovazioni tecnologiche introdotte nella quotidianità e pure degli sconvolgimenti epocali, per quanto radicali, portate dalla modernità, al contrario: la dimensione delle umane capacità deve misurarsi con il confronto e l’uso intelligente delle novità, in ciò costruendo la nostra identità di contemporanei.

Poi, ecco l’altro insegnamento: i futuristi volevano fare dell’arte non un concetto astratto, un comportamento settoriale, una camera separata, magari di compensazione, no, al contrario; volevano fare dell’arte una dimensione quotidiana, capace di spronare e di mobilitare l’esistenza. Una realtà, insomma, non solo, ma pure una suggestione positiva e creativa, ben operante nel futuro prossimo e remoto. Ce n’è rimasta così poca, di Bellezza, nel mondo, che dobbiamo subito rimboccarci tutti le maniche e dare, ciascuno come può, il proprio contributo, per alzarne urgentemente il livello.

Nato apparentemente per caso, “Voglio combattere ancora!”, poi, personalmente mi ha permesso di viaggiare nello spazio e nel tempo; sempre questo spettacolo, mi ha regalato nuovi entusiasmi e nuove prospettive; mi ha concesso di confrontarmi con centinaia di persone, dai politici agli studenti; e, last but not least, di scoprire la magia del teatro.

C’è una sensazione su questa terra degli esseri umani che trovo esaltante, una fetta di piacere puro, una sensazione che non conoscevo e che adesso non cambierei con niente di ciò che appartiene al Cielo. E’ quando, chissà da che, ti ritrovi protagonista, assoluto, come avere un’altra vita, quando si apre il sipario, si accendono le luci che ti entrano negli occhi e non vedi niente altro davanti a te, se non il buio, ma sai che non c’è vuoto, ci sono persone, là, che stanno a guardarti, a sentirti e quel silenzio tu devi riempire, creando motivi e personaggi, per loro, che stanno lì, per loro soltanto.

A differenza degli altri mezzi di comunicazione e di espressione artistica, di tutti gli altri mezzi, infatti, soltanto a teatro succede questo miracolo: che essi, gli spettatori, attivi e non passivi, creano insieme a te che stai sul palco; e, ancora, che ogni volta è diversa da tutte le altre, perché ogni volta, per un piglio differente, per i toni, le atmosfere, i luoghi, le circostanze, insomma per tutto, ogni volta non è mai uguale alle precedenti: è sempre un’esperienza unica. E’ questa la magia del Teatro, che lo rende unico, irripetibile e in questo sta il suo fascino particolare, particolarissimo. E’ una magia che consiglio a tutti voi, da spettatori attivi, anche voi impareggiabili protagonisti davanti alla scena.

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Di giuseppe (del 22/11/2009 @ 19:19:23, in blog, linkato 119 volte)

Mancano ancora quattro mesi e mezzo, ma da sei e in particolare in queste ultime settimane la campagna elettorale per le regionali è già cominciata. Fosse almeno quella dei dibattiti, dei confronti, delle proposte…No, invece è quella dei candidati al consiglio partiti con grande anticipo e grande dispiego di mezzi economici.

Va bene che è in palio uno stipendio sui quindicimila euro per cinque anni, più liquidazione e pensione: meglio del “win for life”, il nuovo concorso della Sisal, insomma…

Per quanto abbastanza noioso, fare il consigliere regionale è comunque un buon posto nella nomenklatura di regime, un privilegio nella casta, e dunque, ora che, a differenza delle elezioni politiche, l’incarico bisogna conquistarselo di persona e gli elettori sono chiamati ad eleggere, non a ratificare scelte già compiute, con le preferenze, la caccia grossa al tesoro è partita con largo anticipo, e però…

Mancano quattro mesi e mezzo, ma ho visto già le cose più incredibili: c’è chi ricorda l’ortografia del proprio cognome; chi ha fatto contratti con giornali e giornalisti compiacenti per pubblicità occulte; chi si è messo sui cartelloni davanti alle edicole e chi semplicemente ha riempito con foto e slogan gli spazi della pubblicità commerciale, come se fosse un salame, o un detersivo, visto che la pubblicità elettorale in senso stesso sarebbe vietata.

Il peggiore di tutti, quello ( meglio stendere sul nome il pietoso velo del silenzio ) che è partito adesso col telemarketing – le telefonate a tappeto con un disco pre – registrato - un servizio che costa fra l’altro moltissimo e che fino ad ora faceva, con le abitudini consolidate, chi poteva permetterselo, soltanto negli ultimi quindici giorni.

Così, non cambia molto: alle scelte dei partiti nelle politiche, si sono sostituite le differenze economiche, dal momento che, come è ovvio, soltanto chi può permettersi di spendere cifre astronomiche ha possibilità di essere eletto, altro che la democrazia partecipativa, altro che la democrazia classica!

Triste segno dei tempi, una politica ridotta a commercio mercantile, senza più non dico ideali, ma nemmeno idee, e tanto meno le gambe degli uomini e delle donne che le idee, quando c’erano, facevano camminare.

Una politica di casta, incapace di modernizzare, progettare il futuro, rispondere alle sfide epocali, risolvere i problemi e dare fiducia, speranza, entusiasmo; capace soltanto di gestire e male l’ordinaria amministrazione, al servizio dei propri interessi e delle proprie clientele. Uno squallore unico. Io che, se non altro per coerenza con le mie radici, oltre che perché questi comunisti sono sempre comunisti, tutti, e mi dispiace dare ragione a Silvio, voterò nell’ambito della coalizione di centro – destra, a marzo sceglierò un candidato giovane e senza mezzi economici: ammesso che ne mettano in lista uno da qualche parte, uno che abbia fatto gavetta da ragazzo; che si sia esercitato proficuamente nelle sezioni di partito e nel proprio comune, o quartiere; estraneo ai potentati economici e politici; attento ai valori culturali, di supremazia della cultura sulla politica; che vada in giro a fare comizi; che abbia idee e buona volontà e non abbia perso il contatto col mondo reale, con la vita vera.

Gli farò campagna elettorale per quel che posso, a modo mio, e gratis, naturalmente. E’ il mio modo di sopravvivere e di reagire allo squallore.

Se c’è qualcuno che la pensa come me, parliamone…

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