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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di giuseppe (del 11/11/2009 @ 06:53:13, in blog, linkato 134 volte)
La partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende è ritornata prepotentemente d’attualità nel dibattito politico italiano delle ultime settimane. Non si tratta nemmeno più di un’utopia, perché essa è stata e da tempo effettivamente realizzata in alcune realtà europee, specie in Germania, per quanto in forme limitative, mentre in Italia si discute ancora, più o meno a titolo di esercitazione accademica.
Bene, anche questa è una idea – forza che la destra sociale – e penso al Msi – ha sempre cavalcato, senza purtroppo riuscire ad attuarla, per poi improvvisamente e colpevolmente dimenticarla e cancellarla, nelle sue evoluzioni nel frattempo sopravvenute, in Alleanza nazionale e tanto più in Popolo della libertà, insieme a tanti valori e tante proposte quanto mai ancor oggi inedite e più che mai valide.
Per la precisione, anche a livello ideologico, la partecipazione dei lavoratori agli utili e non solo, pure alla gestione delle imprese, costituisce una caratteristica di forza dirompente, che supera d’un sol colpo logiche vetero – marxiste e neo – capitaliste.
Il modello della democrazia partecipativa va esteso anche a tutti gli altri lavoratori e ai liberi professionisti, affinché tutti quanti, attraverso le loro categorie professionali, possano partecipare e decidere, non soltanto parlare e ratificare come adesso, nei processi costituivi e ordinativi dello Stato, la cui autorità, per inciso, va urgentemente riaffermata.
Infine, le logiche del lavoro just in time, delle persone utilizzate e spremute, oltre che sottopagate, finchè servono e poi relegate e variamente riconvertite, in spregio a ogni dignità umana, vanno subito cancellate in ogni forma, a cominciare da quella del precariato e a finire con le gabbie salariali.
Se c’è ancora una destra sociale, prenda nota, sia capace di rimettere tutto questo nell’agenda del dibattito politico e con questo tutto affronti le prossime prove elettorali.
Di giuseppe (del 07/11/2009 @ 15:55:59, in blog, linkato 267 volte)
Le notizie di questi ultimi giorni inerenti “il tesoro nascosto di casa Agnelli”, le indagini del fisco e la ripresa della causa civile intentata da Margherita Agnelli presso il Tribunale di Torino hanno prepotentemente rilanciato all’attenzione generale un caso per tanti versi emblematico, e anzi decisivo.
L’informazione più libera e spregiudicata, attenta a tutto quanto sfugge, per calcolo, o semplicemente per negligenza, all’informazione ufficiale, ha già ripreso e commentato gli sviluppi del caso, fra cui le reazioni di chi, rendendo merito, si chiedeva come mai nessuno avesse finora trovato nulla da eccepire sull’enorme mole di denaro “trattato” in nero sui fondi esteri.
Bene, nel mio libro “Ottanta metri di mistero – La tragica morte di Edoardo Agnelli”, Edizioni Koinè, uscito nello scorso mese di febbraio, nelle pagine iniziali, io mi chiedo e chiedo – una domanda fra tutte – quanto negli ultimi decenni al gruppo Fiat abbia dato lo Stato italiano, come agevolazioni, contributi a fondo perduto, cassa integrazione e operazioni varie, a sostegno di un’industria che si diceva andasse male, mentre, scopriamo adesso, ciò non impediva ai proprietari di famiglia di accumulare patrimoni ingenti, per di più segreti; e altri interrogativi, logici, che qualunque cittadino italiano, partecipe della res publica e attento al bene comune, dovrebbe porsi.
L’attualità però sposta ora l’attenzione su di un aspetto che io reputo molto importante e che fa anch’esso parte dalla questione dell’”eredità contesa” tornata prepotentemente all’attenzione generale in questi giorni.
Al netto delle tante considerazioni possibili al riguardo, si tratta in estrema sintesi di questo: dopo la morte del padre, a distanza di circa un anno di “trattative”, nel 2004, in Svizzera, Margherita sottoscrisse un patto con la madre, in virtù del quale avrebbe rinunciato alle quote nella finanziaria di famiglia, la “Dicembre”, attraverso cui si controlla l’intero impero economico e finanziario, liquidatele con 105 milioni, in cambio di beni mobili e immobiliari, per un ammontare complessivo stimabile in un miliardo e centosessantasei milioni ( di euro, ovvio ), mentre la madre Marella Agnelli avrebbe avuto il via libera per trasferire le quote della “Dicembre” a John Elkann, erede designato, oltre a una rendita mensile di circa 770mila euro al mese, usufrutto di altri beni e altre proprietà.
Tutto a posto?
No, niente in ordine, perché a distanza di pochi anni, nel maggio 2007, dopo ripetute richieste di chiarimenti rimaste inevase, Margherita intenta una causa civile, tesa a far luce sull’effettivo patrimonio del gruppo, avendo avuto prove dell’esistenza di un “tesoro segreto”, stimabile in un miliardo e 463 milioni di euro, nascosto all’estero.
Questa cifra astronomica sarebbe stata ottenuta attraverso manovre finanziarie della società con sede in Lussemburgo denominata Exor, cioè a suoi soci occulti e che in ultima e definitiva analisi altri non sarebbero stati che l’avvocato Gianni Agnelli stesso, mentre sfugge del tutto ancora oggi chi dopo la sua morte ne abbia avuto controllo, gestione e disponibilità. A ciò va aggiunto il quadro ottenibile collegando altre società in vario modo riconducibili al gruppo, o alla persona fisica dell’avvocato Agnelli, tutte holding con sede all’estero, di cui almeno adesso si sa nome e domicilio fiscale: la Fima, a Panama; la Vencon, nelle Isole Vergini, come pure le altre denominate Sikestone Invest, Sigma Portaolio, Springrest, Fima Finance, Calamus Trading; la European Ventures, nelle isole Cayman; la Alkyone, nel Liechtenstein e, infine, una non meglio qualificata società Farella.
A questa composita galassia, va affiancata la rete altrettanto estesa di banche che gestiscono il patrimonio occulto talmente consistente, da essere pure difficilmente quantificabile e comunque, come visto, astronomico, vale a dire la Morgan Stanley, la Hofmann, la Credit Suisse, la Ubs e la Deutsche Bank di Zurigo; la LGT di Vaduz; la Lombard Odier Darier Hentsch, la Jp Morgan e la Pictet di Ginevra; l’Intesa San Paolo di Torino, la Popolare di Bergamo, la Royal Bank di Montreal, la Lazard di Parigi, l’Artesia dell’Aia e la Dexia del Lussenburgo.
Incredibile.
Pure io, prima casualmente, poi con convinzione, dalla questione dell’eredità contesa partii nella mia inchiesta giornalistica, nella primavera del 2008, per il mio libro uscito nel febbraio 2009, dal momento che, casualmente, mentre cercavo di capirci qualcosa nel processo che si celebrava a Torino per la denuncia di Margherita, mi imbattei nella morte di Edoardo, archiviata come “suicidio”.
Voglio qui semplicemente mettere a fuoco – e ricordare - uno dei tanti aspetti che ho scoperto, forse il più inquietante: poco prima di morire, a Edoardo fu offerto qualcosa di simile di quanto fu in seguito offerto a Margherita, che, come detto, accettò, salvo poi pentirsene anni dopo e dare il via al processo civile. Edoardo invece si rifiutò di accettare, poche settimane e pochi giorni prima di morire. Me lo raccontano tre testimoni diversi, ognuno dei quali nulla sa dell’altro e a ognuno dei quali Edoardo parlò di persona direttamente.
Ecco, io credo che il destino di Edoardo sia stato segnato dagli enormi interessi dei gruppi di potere all’interno dell’impero finanziario ed economico della Fiat, gruppi che già avevano estromesso di fatto Edoardo e volevano del tutto eliminare l’eventualità che egli potesse reclamare, come più volte aveva fatto invano in passato, i suoi diritti, sia di possesso, sia di gestione.
Già – ed è un’altra cosa importante, che ho scoperto col mio libro – Edoardo non era quel personaggio eccentrico che hanno a lungo variamente illustrato, disilluso e disinteressato. Edoardo era motivato e impegnato, ed era convinto che un mondo migliore fosse possibile e avrebbe voluto dare il suo non certo secondario contributo alla pratica realizzazione di un sistema economico e sociale più equo e più giusto. Ecco, questo è quanto.
Rimando chi potrebbe obiettare che si tratta di teorie ai circa venti elementi concreti che concretamente, appunto, ostano alla versione ufficiale del suicidio dame scoperti e …Ah, non voglio farmi pubblicità, credetemi: le copie della prima edizione sono andate pressoché esaurite e non so nemmeno se il mio editore nei prossimi mesi vorrà farne un’altra. Scrivo, sull’onda di quanto successo negli ultimi giorni, per segnalare questo aspetto, del tesoro segreto di casa Agnelli, che io ritengo, come detto, fondamentale e decisivo, non solo a fini tributari e politici, ma come vera e propria articolazione di partenza pure per la tragica morte di Edoardo Agnelli.
Meglio di me, come sempre per gli aspetti economici e finanziari, lo spiega Marco Bava, storico amico e consulente di Edoardo: “La verità che cerca Margherita non può disgiunta da quella sulla morte di Edoardo in quanto all’epoca dell’omicidio fra i temi sul tavolo il più rilevante era quella della successione. Come avvenuto per Margherita, anche per Edoardo, si voleva estrometterlo dall’eredità, per quanto riguarda la sua quota della società “Dicembre”, cioè la società che di fatto controlla la Fiat. Edoardo non aderì a quella proposta in quanto all’interno della “Dicembre” erano presenti membri non della famiglia Agnelli, vale a dire Grande Stevens padre e figlia e Gabetti. All’epoca ed ancora oggi, se non è stato modificato, l’articolo 7 dello statuto della “Dicembre” avrebbe consentito, qualora fosse morto uno dei soci, agli altri soci di acquisire la quota dello stesso per poche centinaia di migliaia di euro, per fare un esempio con centomila euro circa il controllo della Fiat. Per fare chiarezza adesso l’unica strada possibile è la riesumazione della salma di Edoardo e procedere all’autopsia”.
Informo infine chi ha a cuore il caso che a settembre è stato qui a Torino il regista Alberto D’Onofrio che ha realizzato per conto della Rai un documentario di un’ora interamente dedicato al “mistero” della morte di Edoardo, lavoro che, sia per l’autorevolezza dell’autore, sia per il prestigio delle personalità che saranno coinvolte, si annuncia dirompente.
Questa storia non finisce qui, e non finisce mai di stupire. Continuano ad arrivarmi segnalazioni di vario tipo. Vi cito soltanto le ultime tre in ordine di tempo.
La testimonianza di un’amica, vera e sincera, americana, di Edoardo, da Washington.
La tesi del professor Prof. Guido Angeloni, Presidente dell'Associazione grafologica Filografia, già docente nel corso di Laurea in Scienze grafologiche (LUMSA ROMA) e perito del Tribunale di Viterbo, il quale mi scrive che: “Edoardo non aveva il segno grafologico della tendenza al suicidio (da non confondere con l'obbligatorio passaggio all'atto), da me scoperto. Il segno di cui sopra, attualmente, è presente in 260 casi su 264. Fanno eccezione: 1) un giovane chimico che si è ucciso nel 44, per sfuggire alle torture dei suoi carcieri e, dunque, per non essere costretto a rivelare i nomi dei suoi compagni della resistenza, 2) Van Gogh, il cui suicidio desta moltissimi dubbi e che è, a dir poco, "strano"; 3) Una paziente psichiatra, defenestrata, che, con probabilità, si è gettata nel vuoto perchè rincorreva la "libertà". In altre parole, il segno da me scoperto sembra costituire la classica condizione necessaria ma non sufficiente per il passaggio all'atto suicida. E nella grafia di Edoardo Agnelli era assente: di conseguenza ...”
Infime, la “segnalazione” di un pastore/agricoltore il quale arrivò per primo sulla scena del fatto quella mattina e che – pare – smentisca le ricostruzioni ufficiali: lavorerò su quest’altra “pista” nelle prossime settimane, magari in compagnia di quel galantuomo, giornalista di razza, vecchio stampo che è Antonio Parisi, a Roma, grazie al quale ebbi il primo articolo importante sul settimanale “Visto”, che ruppe il muro di gomma che disperavo di poter bucare. E invece molto in seguito è stato scritto e detto, su quanto ho scoperto col mio libro. Ma – ripeto – comunque questa storia non finisce qui, anzi probabilmente il meglio deve ancora venire.
Di giuseppe (del 15/10/2009 @ 18:00:43, in blog, linkato 249 volte)
Il mucchietto di ritagli e appunti in arretrato sulla mia scrivania, accumulato durante il recente soggiorno a Lecce, sta scemando a vista d’occhio.
Ho ancora però un altro paio di questioni che mi stanno a cuore da affrontare e non importa se in arretrato e pregresse, perché sono svincolate dalla stretta attualità.
Ecco, durante il mio recente soggiorno a Lecce ho potuto constatare che nelle locali edicole con un euro ti danno il quotidiano locale "Il quotidiano di Lecce", appunto, più in abbinato "Il Messaggero"; oppure, a scelta, l’altro quotidiano locale, che, se pur di Bari, esce con un’edizione anche a Lecce, “La Gazzetta del Mezzogiorno”, più in abbinato “La stampa”; e sempre comunque aggiungono un altro quotidiano, tipo free press, che si chiama Puglia.
Insomma con un euro hai tre quotidiani, di cui uno di spessore nazionale; e con due, addirittura cinque, di cui due di spessore nazionale: insomma, tanto da poter trascorrere leggendo o mezza giornata intera, o tutto quanto il giorno, dall’alba al tramonto.
Mentre io mi trovavo là e verificavo ciò, era in preparazione la manifestazione indetta dal centro .- sinistra per la libertà di stampa che sarebbe minacciata, o sarebbe stata negata, in Italia, dal governo – Berlusconi.
Ora, col mio fascio di quotidiani sotto il braccio, già giorni fa pensavo che sostenere che in Italia non c’è libertà di stampa fosse una grandissima cazzata e fare in Italia una manifestazione per difendere la libertà di stampa fosse un esercizio risibile.
Dopo aver visto l’evento stesso e studiato le reazioni, nei giorni seguenti, le mie idee, del resto logicamente e facilmente verificabili, si sono rafforzate.
Questa manifestazione del centro sinistra e purtroppo appoggiata dal quel retaggio di soviet supremum comunista – eh sì è! Quando ci vuole ci vuole!! – che è il sindacato unico dei giornalisti italiani, è stata una grande cazzata.
In Italia addirittura il Governo e da anni dà i soldi a tutti per far uscire giornali, pure ai gruppo industriali consolidati, li dà; lì dà pure a giornali che hanno più redattori, che lettori; ogni giorno escono decine e decine di testate, ci sono migliaia e migliaia di edizioni e dai, per favore, per favore…
Quanto alle querele di Berlusconi: ha sbagliato, sì; molti dei suoi atteggiamenti nei confronti dei giornalisti sono sbagliati; perché qualunque cosa scrivano, da parte di un premier i giornali non si querelano e sempre da parte di un premier alle domande, a tutte le domande, si risponde sempre; mentre non si risponde mai in nessun modo alla satira, men che mai minacciando repressione: e questo dall’errore e anzi dall’orrore che fecero i Metelli ai danni di Livio Andronico nell’antica Roma.
Ma detto ciò, è detto tutto e il resto sono soltanto pretesti e polemiche politiche, gli uni e le altre del tutto inconsistenti.
Dove erano le truppe del centro sinistra, quando l’allora capo del Governo Massimo D’Alema querelò Forattini?
Dove erano quando il governo Prodi, l’ultimo di una prassi consolidata, sceglieva per Rai 1 il giornalista – controllato e gradito di turno? E’ da quando esiste la Rai che il Governo controlla Rai 1; che Rai 2 viene invasa da una forza della coalizione vincente e Rai 3 invece comunque è occupata dai comunisti: perché costoro protestano soltanto ora?
Quanto alle Reti Mediaset: dove erano costoro quando Prodi, D’Alema, ancora Prodi e insomma tutti loro questa anomalia tutta italiana non dico non seppero risolvere, ma neppure affrontare? Ve lo dico io dove erano: erano e sono stati per anni e anni al Governo. E perché non l’hanno fatto? Ve lo dico io perché non l’hanno fatto: perché Mediaset è piena di comunisti vecchi e nuovi, altro che libertà di stampa minacciata! E con i soldi di Mediaset e aziende collegate hanno prosperato e prosperano decine e decine di sedicenti intellettuali, registi, attori, nani, saltimbanchi e ballerine tutti comunisti.
Oh!
Poi, certo, i problemi ci sono, in Italia, dove manca un editore puro e chi fa l’editore fa anche l’editore, ma soprattutto fa affari, finanza più o meno creativa e politica più o meno attiva, in un guazzabuglio pressoché inestricabile.
Se c’è Berlusconi da un lato, c’è De Benedetti dall’altro: e se l’uno non è un angelo, l’altro non è certo uno stinco di santo. Ipocriti, falsi e sì, farabutti, sì: ancora una volta i comunisti hanno guadagnato sul campo le loro tradizionali qualifiche.
Ah, rimane Casini…
Va bene, pronti: la sua ( nuova ) famiglia del conflitto di interessi dell’editoria italiana è la paradigmatica esemplificazione.
Per chiudere in bruttezza, eccomi infine al sindacato unico dei giornalisti italiani, ultimo retaggio mondiale del soviet supremum del Pcus di brezneviana memoria. Invece di fare manifestazioni politiche contro Berlusconi, faccia educazione alla vera libertà, che è quella dai poteri economici, dai poteri forti, dai gruppi industriali e finanziari, che condizionano pesantemente i giornalisti italiani: ma soprattutto faccia capire loro che sono essi stessi spesso ad auto – censurarsi e ad autocondizionarsi.
Esiste nella nostra mente una sorta di limite, di confine, che è fatto dalle nostre ansie, dalle nostre paure, dalle limitazioni che per ansia e per paura ci auto-affliggiamo, ma che può essere abbattuto, e superato, un po’ alla volta, dopo di che tutto diventa possibile, anche essere un uomo veramente libero.
Di giuseppe (del 15/10/2009 @ 17:57:34, in blog, linkato 119 volte)
C’è sempre tanto da leggere, da imparare, da commentare, su tutti i mass – media: che valgono per come lo si usa.
Fra le altre cose che ho appena finito di leggere, ce n’era più di una a proposito del premio Nobel per la pace dato al Presidente americano Obama, che mi sollecita qualche riflessione.
La prima è che avevo ben donde a dire che Obama era come tutti gli altri: è il sistema americano stesso che crea una falsa contrapposizione fra democratici e repubblicani in realtà due facce della stessa medaglia.
Con Obama l’operazione è stata formalmente ancora più sofisticata, ma in realtà uguale a tutte le altre, che hanno sempre portato al massimo posto di comando un cameriere di banchieri e fabbricanti di armi, pronto a servirli e il massimo della scelta è stato fra quali banchieri e quali fabbricanti di armi dovessero essere serviti dal cameriere di turno alla Casa Bianca.
Quanto al Nobel per la pace dato a Obama, alle sue intenzioni, alle parole, non è più nemmeno un incoraggiamento, o un auspicio, ma un tributo alla colossale presa in giro, alla mistificazione planetaria, attuata dal sistema americano, con la faccia di Obama: e infatti, per festeggiare degnamente la vittoria di immagine, ecco pronti altre migliaia e migliaia di soldati da mandare a combattere e a morire in guerra, per gli interessi economici dei banchieri e dei fabbricanti di armi.
Ora e scrivo per questo, in questo momento in cui non si è costretti a farlo sotto il peso emotivo di notizie funeree dal fronte, vorrei ricordare a tutti che è in corso una guerra, una guerra in cui l’Italia è schierata al fianco degli Americani, una guerra senza motivo, se non quello di servire i loro interessi, compattando la potenza militare della nato sotto tale grande egida di servilismo agli usa, in spregio al nostro dettato costituzionale e senza che gli Italiani siano informati correttamente né delle reali ragioni per cui abbiamo mandato i nostri ragazzi a combattere e a morire in Afghanistan, né del reale andamento delle operazioni belliche.
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Inventing Peace Another focus in my lab is what we call "peace innovation." We're investigating how technology can help change attitudes and behaviors in ways that bring about global harmony. We know this is an idealistic project and we may fail. But given the state of the world, choosing not to pursue this line of research would be irrational. I created a Stanford course on Peace Innovation, and I was pleased with how the students performed. We’ve starting solving a big piece of the puzzle: creating simple and reliable methods to measure peace-related outcomes. ( da: www.bjfogg.com )
Se gli accademici di Stoccolma non fossero ormai una combriccola di parrucconi dalle idée confuse, diciamo così, tanto per usare un eufemismo, avrebbero trovato certo più degne e meritevoli personalità cui assegnare il premio Nobel per la pace. Ne voglio indicare qui uno.
E’ BJ Fogg, studioso dei nuovi mass media e delle tecnologie della persuasione contemporanee, fra i cui strumenti ci sono, come è noto, i social network, fra cui Facebook e un po’ tutti i blog. Ne mette in risalto le straordinarie potenzialità di comunicazione di idee e di diffusione di ideali. Ne ha uno anch’egli, lanciato con l’ Università di Stanford. Costruire la pace nel mondo e, fedele ai propri insegnamenti, sui grandi traguardo da raggiungere a piccoli passi, costruire la pace nel mondo entro i prossimi trenta anni.
Io penso che trenta anni siano pochi, che ne servano almeno trecento. Però è vero. Le grandi rivoluzioni non avvengono da un giorno all’altro, le grandi rivoluzioni avvengono nell’arco di molti e molti anni prima e dopo le date – simbolo. Ci sono voluti secoli per, per esempio, abolire la schiavitù e le leggi razziali: nei tanto additati a campioni di libertà Stati Uniti d’America – giova ricordarlo – le ultime leggi razziali sono state abolite negli anni sessanta, appena quaranta anni fa.
Voglio dire questo: ci sono i contesti storici e i processi storici che hanno i loro modi e i loro tempi, di cui bisogna sempre avere lucida consapevolezza, storicizzando quello che ci si trova ad affrontare.
E volevo dire soprattutto quest’altro: è a gente come BJ Fogg che vanno dati i Nobel per la pace, perché hanno avviato una grande rivoluzione epocale, di cui sono e saranno protagonisti attivi tutti coloro che, soprattutto nelle giovani generazioni, questa grande rivoluzione epocale, di costruire la cultura della pace, giorno per giorno si fanno artefici, anche semplicemente scrivendo, o leggendo, o diffondendo, qualche notizia, o qualche commento, su un qualche blog.
Di giuseppe (del 10/10/2009 @ 19:47:09, in blog, linkato 169 volte)
Continuo a dirvi quanto ho ancora in arretrato, le parole che non vi ho detto nei giorni scorsi, perché in viaggio, ma che ritengo di dovervi dire, perché in testa e nel cuore.
Ho conservato, sottolineato ed evidenziato un articolo di prima pagina di Edmondo Berselli su “la Repubblica” del 21 settembre scorso, dal titolo “I nemici immaginari del governo descamisado” in cui l’autore, prendendo lo spunto da alcune dichiarazioni polemiche del ministro Renato Brunetta, attacca l’intero governo attuale di Silvio Berlusconi, definendolo “populista” in senso spregiativo e paragonandolo, sempre in senso profondamente spregiativo, al “perdonismo”, chiudendo poi l’infame pezzo in bruttezza con una caricatura – storpiatura di Evita.
Ora, ci sarebbe molto da discutere sul “populismo” di questo governo, perché poi secondo me “del popolo” realmente c’è solo il nome, e in Forza Italia, come in Alleanza nazionale, come nella Lega Nord, a reti unificate, sono prevalse istanze e interessi di commercianti, artigiani, piccoli e medi imprenditori e insomma dei ceti medio alti, e poco e nulla è stato fatto per ceti medi immergenti, operai, poveri, esclusi ed emarginati.
Ma in questa sede non voglio discutere questo, appena il tempo di ricordare ai miei ex camerati di Alleanza nazionale le parole, i concetti, con cui Giorgio Almirante chiuse nel 1948 il primo congresso del Msi, là dove stanno le nostre radici ( almeno le mie son sempre là ) esaltando la matrice sociale, sottolineata fin nel nome e indicando la vocazione squisitamente popolare al nuovo partito, anzi e non a caso: movimento.
Voglio invece ricordare la straordinaria figura storica del peronismo, che in quegli anni, dal dopoguerra in avanti e fino a che gli fu possibile, fece compiere al popolo argentino un significativo balzo di modernizzazione ed esso stesso si caratterizzò quale il più importante e più attuale tentativo di effettiva ridistribuzione della ricchezza e di reale giustizia sociale: esattamente questo. Ora, dopo Juan Peron, ai nostri giorni è esattamente questa la missione di Hugo Chavez in Venezuela. Voglio ricordarlo a Edmondo Berselli, ai suoi colleghi del giornale – partito di “la Repubblica” e a tutta quanta la sinistra come al solito, contrariamente a quello che dice di voler essere e che infatti smentisce continuamente nei fatti, con la puzza sotto al naso, quella dei salotti radical – chic, del generone romano, dei perbenisti torinesi, degli speculatori milanesi, dei banchieri e dei velisti amici di Massimo D’Alema.
Li esorto a studiare. E lasciate stare in pace Evita, per favore! La santa del popolo, non l’icona pop di Madonna, ma lei stessa, Evita, la vera Madonna dei poveri e dei diseredati, ai quali diede benessere e dignità. T
rovatasi al fianco di un uomo straordinario, come Juan Peron, che, non dimentichiamolo, aveva il mito del fascismo italiano, da cui egli aveva appreso l’interclassimo, la modernizzazione e la tensione alla giustizia sociale, Evita divenne più straordinaria di lui e ha lasciato uno degli esempi più commoventi e più significativi di quanto la passione politica possa ispirare idealmente e concretamente realizzare. Una favola bella.
Un po’ l’ho raccontata anche io. Se volete saperne qualcosa di più, e mi scuso l’auto - citazione, perché io stesso volevo provocare la vostra curiosità, “Ritratti del Novecento” – in lettura libera e gratuita sul mio sito web www.giuseppepuppo.it - contiene un capitolo interamente dedicato a Evita. Ecco, tanto per capire che cosa davvero fu il peronismo e che cosa significhi amare e servire il popolo, con buona pace della nostra sinistra con la puzza sotto al naso.
Di giuseppe (del 07/10/2009 @ 18:16:49, in blog, linkato 129 volte)
Un’altra notizia che ho in arretrato, che è passata senza effetto e che invece avrebbe meritato una rivolta concreta, su cui bisogna almeno riflettere e sottolineare, riguarda i telefonini, entrati ormai in maniera preponderante e invadente, per tante ragioni, nella nostra vita quotidiana.
Uno studio specialistico dell’ente di Stato finlandese mette in risalto il fatto che le tariffe applicate in Italia sono fra le più care, e per certi aspetti le più care in assoluto, rispetto a tutti gli altri paesi europei. Questo è il dato saliente e incontrovertibile, senza a starvi qui a riportare classifiche e percentuali.
C’è un’altra considerazione da fare: in Italia i poveri utenti sono lasciati nelle grinfie delle compagnie telefoniche e anzi gli organismi preposti ad aiutarli finiscono per fare il gioco dei fornitori di servizi, non dei cittadini, senza contare la gran quantità di risorse umane ed economiche che le Regioni mettono a disposizione, in pratica, degli interessi di Telecom- Tim, Vodafone, Wind, H3g e quant’altri, gestendo per loro conto e a loro tornaconto le migliaia e migliaia di controversie, per inadempienze e scorrettezze di vario tipo, che le aziende non possono e non vogliono gestire attraverso i loro call- center. Questi sono dati di fatto.
L’Autorità per le comunicazioni, che dovrebbe intervenire, fa soltanto fumo e niente arrosto, e non mi meraviglio: l’ Autorità è composta da dirigenti nominati dai partiti politici, i quali sono poi quelli che hanno dato le concessioni alle compagnie telefoniche, pagate a caro prezzo, ma ad ancor più caro prezzo da esse fatte fruttare negli anni, con prelievi ingiustificati direttamente dalle tasche dei cittadini. Tanto per fare un esempio: i costi di ricarica, per tanti anni ingiustamente pretesi e prelevati; o ancora adesso i guadagni astronomici sugli sms, che hanno un costo industriale di un centesimo, e vengono fatti pagare anche 15 centesimo l’uno. Ecco perché tanta pubblicità invadente e sfacciata, ecco perché tanta speculazione su decine di milioni di persone, cioè tutti noi, ogni giorno, senza che nessuno faccia qualcosa.
Non rimane che confidare nell’indipendenza della Magistratura, che prima o poi è auspicabile si muova per andare a verificare che cosa stia succedendo nella telefonia italiana, mobile ed…immobile.
Di giuseppe (del 05/10/2009 @ 19:49:24, in blog, linkato 225 volte)
Ho sulla scrivania di casa una collinetta di ritagli di giornali, per ognuno dei quali mi ripropongo di scrivere qualcosa, quando me ne verrà la voglia, o, meglio, quando potrò, perché sono sempre fedele a una delle mie regole di vita: bisogna stabilire priorità, e in questo momento scrivere, per piacere, o per dovere, non è la priorità. Ma ce n’è uno cui non so resistere, perché è irresistibile, per la serie: la realtà ha più fantasia di noi; e dunque non posso esimermi dal raccontarlo, per quanto non sia prioritario e nemmeno più importante: ma mi fa sorridere, e tanto basta e avanza.
Ho trovato questa notizia in un quotidiano di Lecce, dove sono stato nei giorni scorsi. Si tratta di una breve di cronaca, un lancio di agenzia, o una corrispondenza raffazzonata, da Sarno, come è noto grosso centro della pianura campana, in provincia di Salerno, San Marzano sul Sarno, per la precisione.
In questo paesino, che, come ognun vede, prende il nome dal prodotto agricolo tipico del posto, è accaduto alla fine del mese scorso che un esercente, il titolare del bar “Cafè do Brasil”, così si chiama il suo locale, è finito in guai grossi come montagne, perché i Carabinieri, evidentemente non apprezzando il suo spiccato spirito imprenditoriale, lo hanno arrestato, insieme ad altre sette persone, comprese alcune “ballerine” di origini sudamericane.
Il Nostro, infatti, nel suo locale vendeva agli avventori abituali i biglietti di una singolare lotteria settimanale, che, al costo di venti euro a numero, assegnava all’unico vincitore una notte d’amore con una ehm “ballerina”, di solito di nazionalità brasiliana, o venezuelana.
La riffa andava avanti dall’inizio di quest’anno ed incontrava un favore crescente fra i residenti maschi, e ti credo: con un tutto sommato piccolo investimento, chiamiamolo così, si poteva vincere una notte memorabile con una ragazza da sballo, di quelle che i paesani probabilmente potevano vedere soltanto in tv, o sui filmini porno di internet: pensare di averla invece a propria completa disposizione…
Peccato che tutto ciò, che sarebbe poi spirito di iniziativa, o imprenditoria creativa che dir si voglia, per i Carabinieri si chiami invece sfruttamento della prostituzione, reato penale con custodia cautelare in carcere, con buona pace del barista e di ognuno dei suoi tanti fortunati “utilizzatori finali”, per usare il lessico dell’avvocato Ghedini.
Beh, io ho finito: mi sono divertito a leggere e a scrivere e spero che vi siate divertiti a leggere anche voi. Vi lascio alle vostre considerazioni. E siccome siete uomini e donne di buone letture, magari vi eserciterete pure pensando al film di Francesco Laudadio con Monica Bellucci, alla canzone per Bocca di rosa di Fabrizio De Andrè, o alle memorie delle sue puttane tristi di Gabriel Garcia Marquez. Fate voi. Comunque, se sorriderete insieme a me io avrò colto nel segno.
Di giuseppe (del 03/10/2009 @ 11:00:45, in blog, linkato 119 volte)
Era finanche bellissima Torino, ieri pomeriggio, ai Murazzi. Fra l’altro, ero ripassato davanti a quel punto in cui, un anno fa, ebbi un’emozione profondissima, ora nella mia mente indistruttibile, quando accadde una specie di miracolo, di sogno che si fa realtà. Ma questa volta, adesso, ero io ad essere inquadrato, e proprio tecnicamente, con tanto di telecamere, obiettivi, microfoni e aggeggi vari, specchi, cavi e quant’altro: e sì, un buon artigiano si vede dagli attrezzi che ha e che può e sa usare.
Il regista Alberto D’Onofrio studiava i giochi di luce, le inquadrature, dava disposizioni; i tecnici predisponevano gli strumenti; l’assistente Alessandra Ugolini faceva una cosa, mentre già ne aveva altre due da fare.
Le signore bene passavano in bicicletta, sotto ai Murazzi, e fra i curiosi si fermavano a sorridere anch’esse: “Bella Torino, neh?!?”. Sì, bellissima, ieri pomeriggio, ai Murazzi, col sole che batteva sul fiume e poi scompariva piano piano di lato, con il verde della collina, sull’altra riva e l’azzurro, forse il celeste, dell’acqua tranquilla, con le canoe, i ponti, gli approdi, era bellissima Torino, ieri pomeriggio, il silenzio soave e profondo appena incrinato, di tanto in tanto, ma tanto da incrinare di disappunto il volto di Alberto D’Onofrio, dal passaggio di qualche barca a motore, o dalle prove – audio dei locali per la notte.
La luce mi scolpiva il volto, mentre rispondevo alle domande. Non avevo voluto saperle in anticipo, perché io mai intervisterei qualcuno che voglia sapere in anticipo le mie domande. Beh, anche nella fattispecie, avrei voluto farle io, le domande: mi piace di più stare dall’altra parte, non da questa. Al regista Alberto D’Onofrio avrei voluto chiedere del suo programma precedente, l’inchiesta sui costumi sessuali dei giovani “Pelle” e confrontarmi con lui su Pier Paolo Pasolini e i “Comizi d’amore”; oppure parlare di “Sesso, bugie e videotape”, che, ho scoperto, perché qualche domanda alla fine sono riuscito a fargliela, essere il suo film-cult. Ma tranne scarse e brevi occasioni, non ce n’è stata la possibilità.
Questo era un altro programma, un altro film, il suo nuovo documentario interamente dedicato alla morte di Edoardo Agnelli, nove anni dopo e nove mesi dopo la consegna all’editore del mio libro “Ottanta metri di mistero” ( uscito poi lo scorso febbraio ) che ha riaperto il caso, lasciato nel dimenticatoio dell’indifferenza, del servilismo, della sudditanza psicologica, della paura.
“La storia siamo noi”, sì, gramscianamente artefici nel quotidiano, passo dopo passo, da protagonisti, degli sconvolgimenti epocali della nostra vita e delle modificazioni epocali del mondo intero, che giorno dopo giorno, spesso con un’intensità inaspettata e con una rapidità sconvolgente, accadono dentro e fuori di noi stessi.
Non solo non so quando questo programma – documentario, pur voluto direttamente dal direttore Giovanni Minoli, andrà in onda, su quale canale Rai, e a che ora: non so SE andrà in onda. So infatti di pressioni, e diffide questa volta esplicite, piovute dall’altro e direttamente.
Ancora non ci posso credere, ma ora lo capisco, l’ho provato direttamente: la riapertura del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli dà fastidio a molti. Ma so che Alberto D’Onofrio e la sua troupe lavorano bene, con arte, scienza, coscienza e conoscenza.
So che dal documentario verranno fuori comunque altri importanti tasselli, pure nuovi a quelli che ho incastrato io nel mio libro, capaci di comporre in maniera più completa e più nitida il puzzle della morte del povero Edoardo.
So che questa nostra storia non finisce qui.
Di giuseppe (del 01/10/2009 @ 19:37:24, in blog, linkato 116 volte)
Ho appena appreso che i ragazzi del Centro Studi L'ARALDO di Torino hanno annullato la serata, anzi, la nottata, di domani, 2 ottobre, in cui, come fanno ogni anno, avevano previsto la salita a piedi alla Sacra di San Michele.
Si tratta di un’iniziativa con cui essi intendo ricordare la figura umana, spirituale e storica di Corneliu Zelea Codreanu, il Capo dei Cuib, e della sua Legione, come è noto dedicata a San Michele: uno degli esempi più puri e più belli di quanto la passione politica abbia saputo nobilitare gli animi e costruire giustizia sociale.
In più quest’anno l’iniziativa era stata intitolata alla memoria di Aldo Abrate, uno degli animatori del Centro, prematuramente scomparso.
Bene, cioè male: infatti i ragazzi dell’Araldo, come essi scrivono in un comunicato appena giuntomi via mail, hanno deciso di annullare la loro iniziativa in seguito a precise pressioni ricevute in tal senso dalla Polizia, che a sua volta riferiva contrarietà alla iniziativa dell’Araldo trasmesse da “livelli istituzionali”.
Ora, non è bello che la Polizia “consigli” di annullare una manifestazione libera, tranquilla, pacifica, spirituale, prima ancora che di valenza storica e culturale, ma è poi addirittura vergognoso il fatto che non si capisce quale livello istituzionale e chi in particolare abbia provato fastidio e paura di fronte al nome di Corneliu Zelea Codreanu.
Non è la prima volta che i ragazzi dell’Araldo subiscono intimidazioni, pressioni e limitazioni nella loro meritoria opera di organizzazione culturale; fra l’altro, nel corso di questi ultimi anni essi hanno saputo far conoscere motivi e personaggi negati, o dimenticati, dalla cultura ufficiale di regime e da quella delle tv.
Vorrei che fosse l’ultima.
Per chi volesse contattarli, ecco i loro indirizzi: via M.Spanzotti 7/a, Torino; centrostudi@araldo.info
Di giuseppe (del 12/09/2009 @ 13:24:11, in blog, linkato 132 volte)
MICHELE PLACIDO
Reduce dal “flop” pauroso ad agosto della sua ultima “performance” teatrale, a Marina di Pietrasanta, dove, dopo mezzora di “spettacolo”, gli spettatori hanno preso d’assalto il botteghino, pretendendo la restituzione del costo del biglietto, fa ora il reduce del Sessantotto, un altro, col suo ultimo film, “Il grande sogno”, presentato alla Mostra di Venezia.
Del film, non avendolo visto, è giusto non dire nulla.
Di quello che Michele Placido ha detto e fatto in sede di conferenza – stampa di presentazione, clamorosamente smentendo il suo cognome, invece sì.
Primo, ha dato in escandescenze nei confronti di una giornalista, “colpevole” di aver fatto una domanda “scomoda”. Era straniera, e non è un caso. In Italia oramai, per conformismo, per piaggeria, per timore, sono in pochi i giornalisti capaci di fare ancora domande vere, e non “assist” graditi, al “potente” di turno. La malcapitata, “colpevole” di aver chiesto al “potente” di turno in campo culturale, e quindi dichiaratamente di sinistra, come mai avesse fatto un film con i soldi di Berlusconi - contraddizione palese e del resto ampiamente diffusa - si è vista, basita, assalire da tutta una serie di parolacce e concettacci, entrambi del tutto fuori luogo, nemmeno a sproposito, proprio assurdi.
Già questo è, diciamo così, assai sgradevole.
Qualcuno dovrebbe spiegare ai potenti di turno che le conferenze – stampa, quantunque nella prassi oramai ampiamente svilite, comunque non sono passerelle in cui pavoneggiarsi, ma occasioni di confronto critico; e che alle domande non si risponde con i “cazzo”, ma con le risposte, per quanto difficili e problematiche.
Ma non è finita qui.
Da buon reduce, un altro, del Sessantotto, di quei comunisti che volevano cambiare il mondo, e sono finiti invece nelle banche, nei giornali, o, più semplicemente, a lavorare per Silvio Berlusconi, Michele Placido pontifica prendendosela con Pasolini, che, come è noto, fra studenti – comunisti e borghesi – e poliziotti – servitori dello Stato e figli del popolo – si schierò a favore dei poliziotti.
In ultimo, per finire in bruttezza, dedica il suo film a Dino Boffo, l’ex direttore dell’ “Avvenire”, a suo dire “un uomo che incarna lo spirito del Sessantotto” e davvero non si capisce a quale spirito Michele Placido, nella fattispecie, si riferisse. Lo Spirito Santo, almeno, di sicuro no.
VOTO: 4/ Arrogante
ROBERTO COTA
Rilascia una lunga e prestigiosa intervista a Vittorio Zincone, per il supplemento settimanale del “Corriere della sera”, uscita – coincidenza significativa - proprio nel giorno in cui, quantunque non ancora ufficiale, decolla la sua candidatura a Presidente della Regione Piemonte per il centro – destra, nelle elezioni regionali del marzo prossimo.
Nonostante il “tu” inopinatamente adottato, il giornalista fa abbastanza, come è suo dovere etico, per metterlo il difficoltà, ma Roberto Cota riesce nella non facile impresa di schivare le trappole e scansare le insidie, e soltanto questo già di per sé lo qualifica positivamente: inorridisco al pensiero di cosa sarebbe venuto fuori a certe domande, se al suo posto ci fosse stato qualcun altro esponente della Lega, tipo Matteo Salvini, o Roberto Calderoli.
Arriva a definire “dei pirla” quei leghisti che prendono posizioni estemporanee, razziste e violente, e questo gli fa onore.
Parla poi di tradizioni da difendere, di identità da salvaguardare, di radici storiche, di popolo: riesce cioè a mettere in risalto la parte migliore della sua appartenenza partitica, del resto ampiamente condivisibile.
Dal “politico” al “personale”, ripercorre poi con onestà il proprio percorso, adoperando pure un lessico semplice e immediato, “vicino alla gente” Rimane però – questo, il difetto della prestazione – sempre in difesa e non riesce a essere realmente propositivo, se non nei del resto ampiamente consolidati concetti di federalismo e lotta all’immigrazione clandestina. Mancano le idee – forza per il Piemonte, qualche specifico concetto capace di entusiasmare, e mobilitare. Ma avrà tempo per pensarci. Intanto, un buon inizio di campagna elettorale.
VOTO: Bravo/ 7+
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