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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di giuseppe (del 07/08/2011 @ 21:15:08, in blog, linkato 105 volte)
E così ci siamo, agosto capo dell’anno, al primo fine – settimana del mese, segna in maniera ultimativa il periodo delle cosiddette vacanze, o “ferie” che dir si voglia, nell’accezione comune, corrente, generalizzata e, in fondo, scontata, banale ancor più in fondo.
Beh, oggi, in un giorno con poca luce e gravoso nel clima, grigio - Torino e plumbea samsonite, il concetto appare ancor di più un’astrazione, più che un conformismo, o una tappa obbligata.
Ma quanti sono quelli che non vanno in vacanza!?!
A loro penso: ai pochi che rifiutano il concetto stesso; ai tanti che, pur accettandolo e volendolo assecondare, non possono permetterselo, in primo luogo per ragioni economiche; e a tutti quelli che sono soli, e spesso di solitudine dovuto alla penuria.
Poi, penso al tema di attualità che ho visto variamente esercitato in questi giorni, per lo più con superficialità e all’acqua di rose, con chiacchiere da bar dello sport, più che da comunicati del Quirinale, o da articoli di giornale.
Un ceto politico senza più dignità, né legittimazione, nella maggioranza della popolazione, crede di aver dati messaggi significativi fingendo di ridurre i compensi, o i giorni di “ferie”.
Ora, la politica non è un lavoro: è una missione, e un servizio.
E i costi della politica dovrebbero essere limitati a consentire a chi non ne ha i mezzi materiali ad accedere a questa missione e ad esercitare questo servizio, a favore del popolo sovrano.
Come tutti sappiamo, la realtà è ben diversa: la politica è diventata una carriera, un circolo chiuso in cui si entra per cooptazione, un meccanismo di privilegi e di sfruttamento parassitario delle risorse, che finanzia i suoi esponenti e le sue organizzazione in maniera oltraggiosa, per quanto legale, col finanziamento pubblico, e in maniera addirittura esecranda, perché illegale, con le clientele e i comitati di affari, senza entrare nel merito di come si chiamino dal punto di vista del codice penale.
C’è poco da dibattere: tutto il resto è demagogia, pour parler, flatus vocis.
Meglio ricorrere ad alcune immagini, di cui sono stato a vario titolo, ma comunque testimone e che esporrò senza commenti, affinché possiate voi liberamente trarre le conseguenze, da quel che appare, e dunque è.
Due sono vecchie, e due recenti.
La prima – è vero, caro Sergio Chiarla, la ricordo spesso, perché mi sembra oltremodo significativa – è di Aldo Moro, il quale, quando scendeva in spiaggia, a Bari, andava in riva al mare in giacca e cravatta.
La seconda, è la sua casetta, in realtà agglomerato di fortuna e rifugio alla buona, nemmeno spartano, in cui Amintore Fanfani trascorreva qualche giorno di riposo al fresco dell’Appennino toscano.
La terza, è del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni che si fa intervistare per parlare di manovre economiche e sacrifici sullo sfondo di una località esclusiva, in cui evidentemente dimorava, fra il popolo dei grandi barconi di lusso e delle grandi evasioni fiscali.
La quarta, del presidente della Camera Gianfranco Fini, che, agli inizi di luglio, nel bel mezzo dei guai e delle questioni che tutti sapete, se ne era andato al mare, chissà dove e se ne è tornato tutto abbronzato, come Obama, chioserebbe da par suo Silvio Berlusconi.
Di giuseppe (del 06/08/2011 @ 22:52:07, in blog, linkato 109 volte)
Sarah e Yara, le differenze significative – 9
A CHE PUNTO E’ LA NOTTE
Se gli inquirenti, ma, soprattutto, i magistrati hanno brancolato a lungo nel buio – l’impressione è che continuino a farlo ancora adesso, aggiungo subito, per le ragioni che ho già ampiamente illustrato e che cercherò qui di seguito di ripetere in sintesi estrema- la notte è ancora fonda ad Avetrana, e ormai è un anno, e a Brembate, e son nove mesi.
Per la piccola, povera Sarah, la situazione è stata per così dire cristallizzata, ma forse sarebbe meglio dire incancrenita, dopo l’arresto anche di “zia Cosima”, su un’ipotesi che non ha movente plausibile, non è suffragata da prove e non pare, tout court, proprio plausibile.
Lo stesso modo di operare – fidandosi dei rilievi scientifici e tecnologici, anziché delle sane, risolutive indagini poliziesche e rifiutandosi di allargare il campo investigativo a scenari più estesi e più complessi, per quanto più scomodi e più dolorosi – ha invece gelato la situazione per la piccola, povera Yara, con estenuanti test e controanalisi, che di proroga in proroga vanno all’incontrario sulla strada della verità, di cui non è stata data ancora nemmeno una direzione.
Stando così le cose, al momento le due storie possono essere seguite e raccontate solamente o sulla base delle risultanze chimiche, biologiche, o sulla base dei tecnicismi legali, giudiziari: ma risultanze e tecnicismi che invece di spiegare e chiarire, confondono e ingarbugliano.
Stando così le cose, il brunovespismo, o salvosottilismo che dir si voglia dilagante, con il suo carrozzone di conduttori re dell’audience della vergogna, di reginette televisive e colonnelli in pensione, ha intanto trovato e già ampiamente sfruttato nelle more dei casi di Sarah e Yara il nuovo argomento da spremere fino all’inverosimile e sfruttare senza pudore in Melania Rea.
Stando così le cose, la notte è ancora fonda ad Avetrana e dintorni, come pure tutto intorno a Brembate: di luce di verità, almeno un barlume, non è dato vedere.
( 6 agosto 2011 – 9 – continua – Le precedenti puntate sono sulla home page di
questo sito )
Di giuseppe (del 05/08/2011 @ 14:27:22, in blog, linkato 92 volte)
“Laureata in filosofia e lavora con le parole”- dicono di Loredana De Vitis le brevi note biografiche in coda a “Storie d’amore inventato” ( www.ilmiolibro.it - 8 euro – oppure nelle librerie Feltrinelli ), un agile ed elegante volumetto, di cinque brevi racconti, il suo esordio nella narrativa.
Forse perché con le parole ci lavora, ma delle parole la De Vitis ha un gran rispetto
Sa- e lo dimostra – che esse possono diventare leggere e frizzanti, come le atmosfere che nella narrativa creano e dilatano, ma pure pesanti come pietre, come macigni, quando segnano la vita quotidiana: quindi, comunque, importanti.
“Che vantaggi dà studiare filosofia? A che serve?” – chiede a un certo punto uno dei suoi personaggi, il più riuscito, delineato a tutto tondo in poche battute, il belloccio di turno, sedicente artista e falsamente alternativo, stiloso quanto in autentico, in fondo noioso e banale, perfetta attualizzazione dei vitelloni di provincia del nuovo secolo e del nuovo millennio. A pensare e a far pensare, a riflettere e a far riflettere, a cercare, a organizzare, ecco, a questo serve la filosofia, e scusate se è poco: a dare alle cose della vita, se non un senso, almeno una spiegazione, senza di cui tutto sarebbe più grigio e amorfo.
Poi, la De Vitis sa- e lo dimostra – che parlano le cose, che divani, armadi, mensole, specchi, occhiali, libri, quaderni, collane, a saperle ascoltare, dicono di noi e degli altri più e meglio di quanto potremmo in altri modi desumere, parlano le strade, le stanze, gli appartamenti, le stazioni ferroviarie: ne colga più e meglio, l’autrice, senza paura, ché in tale capacità ha uno dei suoi punti di forza, quello che altrimenti potremmo soltanto meno efficacemente comprendere.
Mancano invece i suoni, i rumori, ed è uno spunto di ulteriore conquista creativa, per la scrittrice, quando, in un futuro più o meno prossimo, giocoforza si cimenterà con la dimensione dilatata del racconto lungo, o del romanzo. Là l’aspettiamo, per un naturale assestamento del suo stile, che già c’è, ( riconosciuto di recente anche in un altro racconto da un premio importante per giovani scrittori, quale il concorso nazionale Subway-Letteratura 2011 ) ma che, per curiosità devo dire naturale, attendiamo al varco di situazioni più complesse e articolate.
Se, come dice un’altra protagonista di questi racconti, ci inventiamo l’amore per sopravvivere, l’amore che descrive la De Vitis dal suo osservatorio privilegiato di trentenne impegnata e attenta tanto a guardare, tanto a riflettere su quel che vede intorno a sé, è quello “inventato”, appunto, leggero, frammentato, fluido, evanescente, dei nostri giorni, di una generazione di nuovo to young to die, to old to rock’n’roll; sono ragazzi già troppo vecchi per sogni adolescenziali e aspettative rivoluzionarie, ma pure troppo giovani per poter in qualche modo accedere a un’organica assunzione di responsabilità; e i loro amori sono precari come i lavori che sono costretti ad accettare.
Aver saputo cogliere questa “educazione sentimentale ( cito a mia volta una citazione di un’altra protagonista, che ne ha paura però e quindi lascia subito cadere ) rimasta incompiuta, questo disagio di fondo, senza l’agio di porsi contro, in una sostanziale accettazione, con l’alibi dell’impossibilità a reagire, in una rassegnazione senza rimedio, è di Loredana De Vitis il merito principale, che ne fa già una buona scrittrice e ne anticipa potenzialità a lungo respiro e di lungo corso.
Intanto – buona lettura! – l’invito è a godersi i cinque racconti di questa sua opera prima: fra le pagine chiare e le pagine scure, molto rimane della condizione esistenziale di un’intera generazione, della sua identità sminuita, della sua realtà parcellizzata.
Una coppia che scoppia, ma, pur scoppiata, continua, neanche più per solitudine, o viltà, ma per disperazione. Una serata fra amici, che nella provincia profonda diventa “evento”, dall’insostenibile leggerezza dell’essere inappagato. Una relazione clandestina, di un’amante che scopre di colpo quanto essa sia squallida, ancorché romantica, o eccitante. L’amore al tempo della chat, dal virtuale, al reale, e ritorno. E l’ultimo racconto che non ho capito bene: ci riuscirete di certo meglio voi, ve ne lascio il compito, e la sorpresa.
Di giuseppe (del 24/09/2010 @ 19:57:51, in blog, linkato 479 volte)
Qui di seguito il testo completo del mio commento al programma di questa notte.
Negli ultimi giorni, i media italiani ( Ansa, Sette, Corriere della Sera, Oggi, Libero e tanti altri, finanche “La Stampa”, non ci posso credere ) hanno riscoperto la complessa questione legata alla tragica morte di Edoardo Agnelli, su cui avevo condotto, dopo anni di silenzi e omissioni, la mia inchiesta giornalistica pubblicata dalla Koinè nuove edizioni, nel gennaio 2009 col titolo “Ottanta metri di mistero”: è un dato di fatto che essa, stante i numerosi riscontri avuti già allora, per quanto non eclatanti come gli ultimi, costituisce la vera riapertura del caso, con buona pace di quanti soltanto ora ne hanno rivendicato la paternità.
Tengo a ribadire che io non avevo fatto un'indagine per dimostrare che Edoardo fosse stato ucciso: avevo cercato la verità per quanto possibile, con la limitatezza delle mie possibilità di giornalista e non di poliziotto, o magistrato e avevo scritto quello che avevo trovato, senza pregiudizi.
Poi, che quello che avevo trovato converge inequivocabilmente, con almeno una ventina di elementi concreti e non ipotesi, o congetture astratte, verso la direzione precisa che smentisce la versione ufficiale del suicidio, è un altro paio di mani: se avessi trovato il contrario, avrei scritto il contrario, non mi stancherò mai di ripeterlo, anche adesso che, alla luce di nuovi sviluppi, molti dei quali ancora inediti, sto preparando un secondo libro sull'intera vicenda, per poterle dare una dimensione organica e abbastanza precisa, almeno nelle indicazioni di fondo.
Credo che nel giro di qualche settimana finirò il nuovo lavoro, che vorrei intitolare “Chi ha ucciso Edoardo Agnelli?”, tanto per rendere l'idea: ma di questo si occuperà l'editore che, fra l'altro, devo ancora individuare. Vedremo.
Nel frattempo, sollecitato, anzi, tirato per i capelli, da più parti, ho due, o tre cose da dire, che non possono aspettare, riguardo il programma di Giovanni Minoli per “La storia siamo noi”, andato in onda su Rai 2 giovedì 23 scorso, in seconda serata, come si dice in gergo, con un eufemismo, in quanto è iniziato poco prima di mezzanotte ed è finito a notte fonda, come di solito squallidamente avviene oramai per quei pochi programmi di qualità e di cultura che sono sopravvissuti alla Chernobyl generale prodotto dalla televisione, pubblica e privata che sia senza differenza alcuna.
Ciò nonostante, ho appreso con grande soddisfazione che ha avuto oltre un milione di telespettatori, più di quanto fosse ragionevolmente aspettarsi e uno share lusinghiero, il che dovrebbe far riflettere i responsabili dei palinsesti, se ancora ne avessero la capacità propositiva.
Non avendo altre possibilità, in quanto da alcuni anni non mi fanno più scrivere su nessun quotidiano, o periodico, della carta stampata, chiedo ospitalità ai blog e ai siti di contro-informazione di internet, che poi è anche meglio: e ringrazio di cuore chi vorrà pubblicarmi e i lettori che mi onoreranno della loro attenzione.
Nella trasmissione in questione, sono stato definito di essere “un complottista” e mi pare di aver già risposto, ma mi permetto di aggiungere un elemento che non avevo mai rivelato.
Nel novembre del 2000, facevo l'addetto – stampa dell' assessorato alla sanità della Regione Piemonte: mi sarebbe stato facile, dal mio osservatorio privilegiato, acquisire atti e documenti, fra l'altro e invece niente. Invece, anche io, come quasi tutti, non ebbi nessun sospetto: fui coinvolto dall'impostazione generale che era stata data, di “suicidio” senza ombra di dubbio, anche se viceversa, come scoprii soltanto in seguito, quando, nella primavera del 2008, fra l'altro per puro caso, iniziai a occuparmi del caso e ho già detto come, di ombre e di dubbi ce n'erano tanti.
L'altra sera, anzi, l'altra notte, poi, mi sono sentito dire di essere una specie di speculatore, che si è fatto pubblicità, nonché di aver fatto col mio libro una “cazzata”, da parte di un raffinato intellettuale della Gallia Cisalpina, che, malgrado la sua ancor giovane età, sugli argomenti relativi a speculazioni, pubblicità e “cazzate” può evidentemente disquisire con autorità, dall'alto del suo magistrale curriculum vitae.
Quindi va bene.
Comunque caso mai io, prima di “Ottanta metri di mistero”, in oltre già trenta anni di attività pubblicistica, ho scritto una decina fra libri, saggi, romanzi e opere teatrali e centinaia di articoli di giornali.
Poi, se un merito mi piglio, con “Ottanta metri di mistero”, al di là del poter forse un giorno stabilire se si tratti di suicidio, oppure omicidio, è quello di aver restituito ad Edoardo la sua vera dimensione di uomo attento e partecipe, convinto che un mondo migliore fosse possibile e intenzionato a dare il proprio esemplare contributo, intervenendo direttamente nella realtà dei fatti con i mezzi che avrebbe potuto avere, se non ne fosse stato estromesso. Questo, io penso che sia ancora più importante, del poter accertare se morì suicida, o assassinato.
Come ho avuto già modo di sottolineare, Edoardo
“..Era caratterialmente diverso da quello che in molti volevano far credere. Era sensibile, generoso, estremamente preparato in economia e in politica internazionale.
Non è vero che non fosse interessato alla vita dell'azienda di famiglia. Al contrario, creedeva che le industrie dovessero essere al servizio della comunità e non viceversa.
Per alcuni versi, è stato un precursore della finanza etica.
Già otto anni fa, Edoardo aveva previsto, nei suoi scritti, la crisi del sistema americano che ora stiamo vivendo".
Di questo anche l'altra notte qualche cenno è stato fatto, nel programma di Giovanni Minoli, che è poi il documentario – inchiesta firmato da Alberto D'Onofrio e Alessandra Ugolini.
Non entro nel merito delle singole questioni, e sarebbero tante, che la visione ha suscitato in me.
Dico che mi è piaciuto e lo dico senza ironia. Dico che ha giovato alla causa e lo dico con gratitudine.
Però, Giovanni Minoli poteva risparmiarsi dal trarre le sue conclusioni personali, che andavano lasciate alla sensibilità di ognuno dei telespettatori.
Poi, le ha tratte sulla base di molte lacune e omissioni, di merito, presenti nel programma: perché non è stato inserito quella parte del discorso di Marco Bava, che dimostra, letteratura scientifica alla mano, che le lesioni sul corpo di Edoardo NON sono compatibili con quel volo, da ottanta, o settantatré metri che siano? E invece è stato fatto affermare il contrario da altri, sulla base di esami compiuti su rilievi fotografici? Dai...
Perché è stato omesso di riferire che sul certificato di morte è stato scritto che Edoardo era alto 1.75 e pesava 75 chili, mentre invece era quasi due metri e in quel momento andava oltre il quintale? E che zoppicava d'un piede? E come si fa a sostenere che il povero pastore supertestimone contrario alla tesi ufficiale è un pazzo visionario?
E...Va bene, basta. Fra l'altro, io per primo credo che un programma televisivo non sia il modo più opportuno per fare discorsi specifici, che necessitano di ben altri contesti e ben altre sedi.
Potrei continuare a lungo. Ma mi fermo qui: ho già abusato del vostro spazio e della vostra attenzione. Me ne scuso e vi ringrazio.
Di giuseppe (del 22/06/2010 @ 16:30:58, in blog, linkato 462 volte)
L'amico di vecchia data Sandro Giovannini di Pesaro, dopo il fallimento del tentativo di ridar vita al glorioso periodico “L. - T., mi invita a seguire la redazione di un manifesto programmatico che insieme agli altri collaboratori della rivista vorrebbe al più presto redigere e diffondere.
Concordo sul fatto che qualcosa bisogna pur fare, nello squallore culturale e politico in cui ci ritroviamo e devo dire nella quasi totalità di noi senza colpa.
Politicamente, si sente l'esigenza di un soggetto unitario, al di fuori del Pdl e non per per navigazioni a vista di stampo elettoralistico, e ci vuol poco a capirlo, anche se sarà difficile arrivare a qualcosa di concreto, per quanti alcuni, dal basso, ci stiano provando, con l'unico risultato, finora, di aumentare la confusione e di dar ragione a chi nel Pdl c'è rimasto, o c'è entrato, pianificando la propria carriera in politica, o nella gestione dell'ordinaria amministrazione del proprio interesse individuale e particolare.
Ma è culturalmente che sono ancora più preoccupato, perché abbiamo lasciato perdere tutto un patrimonio di valori, di di contenuti e di idee oggi più attuali, vive e creative che mai e per il resto navighiamo a vista nell'individualismo e nel menefreghismo più sfrenato, in cui, alla faccia della comunità, ognuno pensa soltanto a sé stesso nell'arrivismo più sfrenato e con tutte le occasioni, anche le più discutibili, possibili, e non ascolta gli altri, anzi nemmeno più li riconosce.
Per citare un bel verso dello stesso Sandro Giovannini, non siamo più nemmeno un gregge di pecore matte, magari fossimo almeno un gregge, non importa come: siamo una serie di cani sciolti, inferociti dagli insuccessi, incattiviti dalla fame, la maggior parte; o stroncati dall'opulenza, sazi e disperati, pochi e che ormai si compiacciono di abbaiare al servizio del padrone, oppure contro alla luna piena, nella notte dei sentimenti e degli ideali.
Siccome la mia educazione sentimentale è avvenuta negli anni Settanta, quando si diceva che il personale è politico, parlo per ragioni personali.
Lasciamo stare i miei ultimi due libri, specie l'ultimo sulla tragica morte di Edoardo Agnelli, ché altrimenti il discorso sarebbe più lungo e più cattivo.
Parliamo di una cosa nuova, per me e tutto sommato abbastanza rara nel mondo cui faccio riferimento, il teatro.
Ho portato in giro Marinetti, ho fatto sentire la sua poesia, per tutto il 2009 con tutta una serie di contorcimenti, di svilimenti e di incazzature, per riuscire a mettere su sei o sette serate, dal costo di tre-quattrocento euro l'una, nel menefreghismo generale, là dove si spendono e si spandono centinaia di migliaia di euro per – non voglio dire altro – ben altri contenuti.
Poi, ho scritto un testo teatrale completo, per una vera compagnia di attori, sull'incontro fra Pasolini e Pound, con tutta una serie di studi e rivelazioni inedite e non ho trovato uno, dico uno, che me lo prendesse in considerazione, che si prendesse il fastidio di leggerlo e poi di dirmi almeno che non lo avrebbe considerato per questo o quel motivo. O uno che avesse fatto da tramite, uno che si fosse impegnato a trovarmi una compagnia di attori, o un regista professionista e me ne dolgo, sia chiaro, a parte la mia autostima, per i contenuti, della nostra cultura, i nostri contenuti, che il mio lavoro su Pasolini e Pound rivaluta e vuol diffondere.
Al lavoro, alla Regione Piemonte, anzi, al Consiglio Regionale, da giornalista e addetto alla comunicazione, mi hanno in tre-quattro anni, da quando sono cambiati gli amministratori retrocesso a facitore di fotocopie e attaccatore di etichette sulle buste, senza che ci sia stato nessuno che mi abbia difeso politicamente, o meta politicamente, o semplicemente sindacalmente.
Mi fermo qui e sia ben chiaro che a richiesta posso fare nomi e cognomi, per dimostrare che mi riferisco a fatti precisi e non a semplici circostanze.
Ora, me ne sono tornato a Lecce e ricomincio da me. Sono qui da quasi due mesi, in aspettativa ( non retribuita, sia ben chiaro ) e sto lavorando a un progetto di comunicazione multimediale, con un'agenzia di pubblicità.
A luglio sarà di nuovo a Torino e aspetterò che mi arrivi il trasferimento dal Consiglio Regionale in qualche ente qui al Sud, almeno così mi hanno promesso, dopo tutte le domande che ho presentato, con documentazione che ne attesta il diritto, anzi, la necessità, ammesso e non concesso che arrivi, questo trasferimento e non si perda nei meandri della burocrazia.
Ecco, pubblico e privato.
Ho dato la mia adesione e per il futuro, non per il passato, al nuovo progetto di Sandro Giovannini.
Ma quelle che ho descritto in estrema sintesi sono le mie condizioni psicologiche e materiali, che in questo particolare momento della mia vita mi condizionano pesantemente ed era giusto nell'occasione farne partecipe chi nel nostro mondo, che per con un'etichetta di comodità chiamiamo di destra, va parlando ancora di politica, di cultura, o, peggio, di comunità.
Di giuseppe (del 11/05/2010 @ 11:51:06, in blog, linkato 596 volte)
Perché non ti risponde mai nessuno, quando hai bisogno?
Passi, per i politici di turno, con i quali hai bisogno di relaziona: li vedi, li sai, li immagini, nelle loro espressioni sempre contrite e contrariate, sofferenti, che sembrano reggere sulle proprie spalle le sorti dell’universo mondo, anche se non sono capi di Stato, né di governo, ma consiglieri di circoscrizione, e allora lasci subito ogni speranza.
Ma poi c’è pure il privato, inteso come mondo del lavoro e degli affari. Se cerchi un aiuto, un parere, un semplice consiglio, ma pure una prestazione professionale, o una consulenza, hai voglia a provare e riprovare! E a lasciare il tuo numero! Hai bisogno di tanto tempo e di tantissima pazienza, prima di arrivare a stabilire un contatto, che sia il commercialista, o l’avvocato, il tecnico della tv, o l’idraulico.
Discorso a parte per i famigerati call – center delle grandi aziende, che ti fanno dialogare con le segreterie telefoniche, con le opzioni numerate, con gli elenchi casistici, e poi ti mettono in attesa, prima che cada irrimediabilmente la linea.
Ma adesso mi sembra che questa disdicevole abitudine si sia estesa anche al privato, inteso come personale, come i tuoi parenti, amici e conoscenti. Ecco, non solo non va bene, ma va proprio male, siamo arrivati al limite della sopportazione.
Non trovi mai nessuno, tutti sempre impegnati sono, anzi: “in riunione”, manco fossero nel team di Obama, che ne so? O nell’unità di crisi della protezione civile dopo terremoto.
E se lasci detto, non richiama mai nessuno, tranquillo: al massimo, provando e riprovando, con rassegnazione, anzi, con ferocia, riuscirai a parlarci per sfinimento.
Io non so perché fan tutti così: forse perché sono maleducati, forse stressati, forse perché credono così facendo di sembrare importanti. Di sicuro so che non è perché hanno da fare e certo so che comunque fare così non è sinonimo di prestigio, bensì di cafonaggine.
Una delle regole di vita più salutari e più preziosa che ho imparato è: bisogna stabilire priorità. Già, bisogna sempre stabilire priorità. Esattamente questo.
Comunque il tempo non esiste, il tempo lo facciamo noi, con le opere e i giorni della nostra vita. Ecco perché la frase tanto abusata: “non ho avuto tempo” non solo non significa nulla, ma è pure indice di cattiva organizzazione mentale.
Infine, credo che proprio questa sia la differenza fra gli esseri umani grandi e nobili, e tutti gli altri: saper rispondere.
Vedete…
Quando ero ancora un giovane studente universitario, appena trasferitomi nel Nord Italia, dove, ovviamente, non conoscevo nessuno, volendo proseguire le esperienze giornalistiche iniziate in gioventù, non trovai niente di meglio che scrivere una lettera…Addirittura a Indro Montanelli, allora( eravamo agli inizi degli anni Ottanta ) direttore del “Giornale”, per chiedergli se potesse aiutarmi a cominciare da qualche parte, o in qualche modo
Bene, a quella lettera semplice e scarna, anzi velleitaria, di uno sconosciuto studente universitario che gli chiedeva l’impossibile, il più famoso e importante giornalista italiano, rispose!
Si scusava di non poter fare nulla di concreto, ma mi dette il consiglio di insistere e mi salutava dandomi del tu ( come si usa fra colleghi giornalisti ).
E aveva risposto di persona! Con la sua mitica “Olivetti lettera 22” e con le correzioni fatte a mano!
Capite ora perché Indro Montanelli era un grande?
Ecco, la prossima volta che qualcuno vi cerca, vi lascia un messaggio, vi manda una mail, rispondete, appena possibile, anche soltanto per dire di no, ma per favore, rispondete!
Di giuseppe (del 16/04/2010 @ 20:05:36, in blog, linkato 792 volte)
Internet è un mezzo prezioso, che in pochi anni ha rivoluzionato il nostro modo di essere, di informarci e di comunicare: posta elettronica, motori di ricerca, diffusione della cultura popolare, collegamenti audio/video gratuiti in tempo reale, blog, community e quant'altro sono soltanto alcune delle straordinarie opportunità offerte in tal senso e ormai consolidate negli ultimi anni, fino ad entrare nella quotidianità condivisa della nostra identità di contemporanei. Ma internet è un mezzo e quindi come tale di per sé neutro, il cui valore è dato dall'uso che se ne fa e che pertanto anche effetti oggettivamente negativi può produrre.
Senza scomodare il suo Maestro Marshall Mc Luhan, questa fondamentale verità va ricordata al professor Derrick De Kerckhove, che sostenne che My Space avesse inventato “strategie alternative di socializzazione”; mentre, dal canto suo, un altro professore, l'americano Edward Castronova, aveva esaltato l'importanza delle così dette realtà virtuali che si erano affermate negli ultimi tempi, quali veri e propri universi paralleli, sul web, tipo "Second life", tanto per intenderci, cioè la simulazione sotto falsa identità, in un mondo artefatto, una vera e propria seconda vita, appunto, proprio quando questo aspetto particolare si era andato dissolvendo, con la stessa rapidità con cui si era materializzato. Realtà virtuali assai deludenti, quelle dei così detti “social network”, va invece aggiunto, in cui trionfano esibizionismo, egoismo e frustrazione. Non c’era bisogno degli ultimi eclatanti esempi ripresi dalle cronache negli ultimi tempi, tipo i gruppi di sostegno alle violenze, o le vergognose ingiurie ai disabili, per accorgersene: internet sta assumendo questa brutta, assai negativa caratterizzazione di solletico agli istinti animaleschi, per cui si ci mette a cercare e purtroppo spesso a trovare, il peggio di sé. Poi, ancora, di fuga dalla realtà, una realtà dove sempre di più e sempre più spesso siamo incompresi, soli e senza speranze, a favore di paradisi artificiali in cui surrogati virtuali danno un apparente sollievo, per poi invece far sprofondare in condizioni peggiori di solitudine e di frustrazione.
Quanto a "My space" esperienze di frequentazione diretta portano a una valutazione anch'essa nella fattispecie negativa. In sintesi estrema, "My space" è un'accozzaglia di vetrine dentro ciascuna delle quali si agita, più o meno saltuariamente, a seconda dei suoi tempi e dei suoi modi: una persona che ha in testa di mettere in mostra quello che fa, e se non altro sé stesso, senza guardare cosa c'è nelle altre. Il trionfo dell'esibizionismo e l' egoismo elevato a sistema, quindi. Le vetrine dei profili sono poi compartimenti stagni, che non comunicano fra di loro. Come i bambini delle scuole elementari, tutti sono interessati a "farsi amici" un maggior numero di persone possibili: "Mi fai amico? Sì, ti faccio amico, ma tu mi fai amico a me?". Il brutto è che non c'è nessuna amicizia reale, nessun processo di conoscenza, di condivisione, di partecipazione, ma soltanto l'interesse materiale a poter così appiccicare la propria etichetta sulla vetrina del sedicente e presunto amico. Poi, c'è chi vende i suoi dischi, chi i suoi prodotti, per ogni settore merceologico, chi pubblicizza negozi e chi club prive; chi vende sé stesso, il proprio corpo, o il proprio cervello; chi si esalta occupando tutte le nicchie più incredibili di quelle che chiamano "perversioni" sessuali; chi pianifica truffe planetarie, cercando di agganciare i single per estorcere informazioni prima e denaro poi e chissà quante altre simili miserie. Infantilismo di ritorno, egoismo parcellizzato, conformismo elevato a sistema, stupidità diffusa di cui abbonda pure Facebook, come rilevato da un’altra sperimentazione, appena infelicemente conclusa, durata alcuni mesi.
E’ la moda del momento, che ha rapidamente soppiantato prima Second life ( che però era un vero e proprio bluff ) e poi My space, grazie all’effetto di amplificazione che ne hanno fatto, sempre per moda e per conformismo superficiale, un po’ tutti gli altri mass – media, giornali in testa, con quell’abbondante dose di ignoranza, dilettantismo, pressappochismo e fretta che contraddistingue ormai gran parte del giornalismo. Come tutte le mode, passerà anche questa, così come è iniziata: però, lascerà di sé ben poco. Anche Facebook è in buona parte un bluff, perché le stratosferiche cifre di adesione tanto strombazzate sono fittizie: una cosa sono gli iscritti, un’altra, ben diversa e nettamente inferiore, ma proprio inferiore, diciamo il 10% sono gli iscritti che lo usano con una certa regolarità. E fanno testi questi ultimi, non i primi. Quanto alla caccia al maggior numero di amici possibili, col tetto massimo imposto di cinquemila, per chi la pratica è un segnale non di prestigio, o importanza, ma di egoismo e menefreghismo, in quanto non si possono seguire con reciprocità e attenzione più di cento, centocinquanta amici, perchè oltre tale soglia diventa tecnicamente, materialmente impossibile.
Poi, gli utenti regolari sono irrimediabilmente afflitti dalle stesse sindromi di quelli di My space: l’aggravante è che mentre uno su My space si nascondeva di solito dietro un nick, qui su Facebook ci sta col proprio vero nome e cognome. Nonostante ciò, eccolo alle prese con i sondaggi più strampalati, con le adesioni ai gruppi più stravaganti, ed eccolo diventare fan di nani, saltimbanchi e ballerine. La peculiarità di questo sistema è che dovrebbe tenere in collegamento chi già si conosce: quindi, pure noioso è, ché almeno su My Space qualcuno/qualcuna sconosciuta che ti piaceva potevi conoscerla, e la speranza di farci qualcosa era sempre ben viva e presente. Qui il massimo della trasgressione è che ti ritrovi le ex fidanzate aggregate in aperta contraddizione con il motto vendittiano “amici mai”. Mogli in carica e fidanzate, o sedicenti, o presunte tali in carica, del resto vigilano, e si rovinano il fegato, oltre a rovinare poi il fegato e spesso anche altro dei loro rispettivi iscritti a Facebook, quando, per esempio, scoprono che il meschino mandò un messaggio ambiguo a una sua “amica” e la sventurata, come la monaca di Monza, rispose. Per non dire dei casini di proporzioni bibliche piantati e giustamente alla scoperta della risposta: “relazione complicata” che qualche altro meschino ha dato alla domanda di definire la propria situazione sentimentale. Ahimè, le relazioni di per sé sono tutte complicate e questa dicitura è poi un capolavoro di ipocrisia: vuol dire, oh, sono impegnato, ma non fa niente, voi provateci lo stesso! I peggiori di tutti, i politici, quelli che pensano che Obama abbia vinto le elezioni in America grazie a internet e sognano di fare le preferenze – là dove rimangono – grazie a Facebook. Con qualche lodevole eccezione: ne ho visto uno, per esempio, fare una discussione in tempo reale con tutti i suoi amici, per decidere le decisioni da adottare e cioè ecco un uso sapiente e lodevole, cioè uno strumento di democrazia partecipativa, un aggiornamento della tradizione delle assemblee di partito, senza limiti e confini.
Già, perché poi internet, social network compresi, nella fattispecie, se usato in alcune fondamentali e fenomenali applicazioni possibili, come le consultazioni sui temi in agenda, o i forum di partecipazione, fino alle votazioni, potrebbe essere la realizzazione dell’utopia della democrazia diretta, dove la piazza virtuale sostituisce e anzi sostanzia la piazza della polis greca: così, grazie a internet, i giovani di oggi potrebbero essere i veri democratici di domani. Intanto, però, su internet i politici, nella stragrande maggioranza, anche se magari semplici consiglieri di circoscrizione, o di enti utili soltanto a loro, credono di reggere sulle proprie spalle le sorti del mondo e, come se fossero tanti Martin Luther King, fanno collezione di seguaci e fans. Infine, per tutti, l’effetto Grande fratello. Il sottile piacere ( piacere? Mah… ) di stare sotto i riflettori, almeno questa è l’illusione che regala Facebook, facendo perdere il senso delle cose. Se piove, o c’è il sole, ecco un pensiero stupendo, spacciato come riflessione profonda sul senso della vita. Un litigio con la fidanzata, ricostruito quale evento fatidico. Oppure ecco l’elenco di quanto mangiato a pranzo e “apriamo il dibattito”, una fenomenale discussione, una delle tappe miliari della storia del pensiero del genere umano. Senza senso della misura, spesso senza nemmeno il senso del ridicolo e senza nessun rimpianto per le agende cartacee, i bigliettini, gli appuntamenti al solito posto.
Di giuseppe (del 28/02/2010 @ 10:52:50, in blog, linkato 2345 volte)
Ci piace!?!
Mah, francamente no, non ci piace, non ci può piacere.
Quello che abbiamo imparato a chiamare l’immaginario collettivo è in gran parte alimentato dai modelli di comportamento e dalle pratiche indicazioni fornite dalla televisione, comunque da tutto il can can mediatico, vecchio e nuovo, che intorno ad essa continua a ruotare. Il “Grande Fratello” ne è l’espressione migliore, nel senso di più completa, immediata e invasiva.
Quello che stupisce è la mancanza di autenticità, cioè di realtà, in ciò che pure viene definito “reality”. Sono gli autori del programma che, a tavolino, a freddo, artificialmente, impostano e pianificano le vicende ( per quanto il termine sia qui sprecato ) che accadono “nella casa”, a cominciare dalla scelta dei “protagonisti” e dalle loro successive caratterizzazioni.
C’è un obiettivo preciso: creare artificialmente, dal nulla, l’interesse ( ma quali emozioni? ), l’audience, quindi le operazioni materiali ad esso connesse, che sono poi il senso dell’intera operazione.
L’obiettivo preciso dei protagonisti sta invece nella loro ferma volontà ( che pare l’unica cosa che abbiano ben chiara ) di riuscire nel mondo dello spettacolo. Un tempo, ciò significava sacrificio, studio, applicazione, esercizio e gavetta, oltre al genio e al talento; oggi, tutto ciò rimane marginale, riservato a una esigua minoranza, mentre per lo più la riuscita consiste nell’apparizione in qualche spettacolo televisivo, non importa in che veste, anche di semplice comparsa, senz’arte, né parte.
Quello che stupisce ancora, in seconda battuta, è l’egoismo, la sopraffazione, la falsità con cui i protagonisti del “Grande Fratello” rispondono alle sollecitazioni da cui sono impostati, assecondando i fili da cui sono manovrati. Possibile che a nessuno sia mai sorta, o almeno abbiano mai manifestato, un filo di ironia, e auto – ironia, in tutti questi giorni passati “nella casa” sotto le inquadrature delle telecamere?
Come è possibile che abbiano preso tutto sul serio, troppo sul serio, in maniera univoca e totalitaria? Ciò stupisce, ancora di più del fatto che nessun dubbio sia venuto alla grandissima fetta di pubblico che li segue e ad essi si uniforma.
Vedete, “Amici” ( tanto per citare l’altro programma di culto del momento ) almeno dimostra che al successo si arriva con talento innato, con la passione coltivata, con l’esercizio quotidiano, col sacrificio diuturno. “Il Grande Fratello”, no. “Il Grande Fratello”, al contrario, indica che per arrivare a essere famosi basta riuscire a stare dietro una telecamera, non importa come e perché, manifestando comportamenti marci di consumismo, retorica, menefreghismo e finzione. Così, si diventa eroi per una stagione, non importa se breve, che comunque risolve l’esistenza: perché poi c’è la parte delle foto sui settimanali scandalistici, e l’arte della partecipazione lautamente retribuita alle feste in discoteca.
Un’altra cosa poi, ancora più importante. Come è possibile che ragazzi di venti, trenta anni, quelli che fino a una generazione fa, da secoli hanno sempre sognato di cambiare il mondo e si sono comunque battuti per riuscirci, siano da oltre tre mesi alle prese con discorsi fondati sul nulla? Eppure, bene o male, hanno studiato, qualcuno pure abbastanza, ma è come se non l’avessero fatto. Parlano un italiano storpiato, involuto, portatore di handicap morfologici e sintattici. In una lingua di tal genere, il loro universo culturale spazia poi dal taglio dei capelli, ai tatuaggi; dalle liti per una valigia, o un pupazzo, ai flirt veri o presunti. Non il crollo delle borse, la crisi economica, Gandhi, o Che Guevara, sia mai non dico entrato, ma abbia mai almeno sfiorato anche uno solo dei loro discorsi? Possibile che in oltre tre mesi non abbiano letto un libro? O non si siano mai interrogati sulla guerra in Afghanistan, sulla desertificazione, sull’inquinamento? Possibile che il loro universo sia delimitato dai guantini di Maicol che fa la caricatura delle caricature da avanspettacolo dei gay, e dagli abiti sgargianti in pura seta di un sedicente Principe, falso come il suo nome? Peggio.
Possibile che nessun dubbio, almeno un sospetto, una perplessità, non sia venuto nemmeno a uno degli “intellettuali” che fanno da contorno all’ambaradan mediatico del “Grande Fratello”? Lasciamo stare Platinette, ma, ecco, uno come Alfonso Signorini, che dirige due giornali dalle tirature sensazionali, come fa a parlare di amenità simili come se parlasse dei più importanti temi economici e sociali, e per di più con un fiore in mano? Uno come Alessandro Cecchi Paone? Una come Barbara Palombelli?
Per non dire di un fine intellettuale imprestato di volta in volta alla psichiatria, alla politica, alla religione e ora alla critica sociale quale Alessandro Meluzzi?
Come fanno anche a parlare sul serio delle amenità false, oltre che diseducative, propinate dai protagonisti del “Grande Fratello”?
Il “sogno” italiano che dalla televisione partì agli inizi degli anni Novanta e prese poi corpo, con tutto il suo peso, in termini di rinnovamento e creatività, con un’occasione di riuscita per tutti, la ventata di rinnovamento che dalla società, passò alla politica, dopo due decenni ha perso gran parte delle sue connotazioni positive e nella degenerazione degli stanchi imitatori con vent’anni di ritardo mostra oramai un cupo disfacimento.
No, non ci piace. Non possiamo ottenere nessuna soddisfazione dalle ragioni del marketing e di tutto un sistema ad esso finalizzato.
Punto.
Giuseppe Puppo
Di giuseppe (del 14/02/2010 @ 09:52:25, in blog, linkato 416 volte)
In un’altra vita, ho fatto per sette anni l’addetto – stampa dell’assessorato alla sanità della Regione Piemonte, e quindi dal mio osservatorio privilegiato qualche cosa ho potuto vedere e ho potuto capire, anche a proposito di sostanze stupefacenti.
In particolare, ho imparato alcuni concetti forti e chiari, che mi sono tornati in mente in questi giorni, a proposito dell’attenzione mediatica concentrata sulle dichiarazioni del musicista italiano Morgan.
Quello che so io, poco, ma semplice, è, in primo luogo, che quando si parla di droghe vecchie e nuove, bisogna contare fino a …dieci, qualunque sia il messaggio che si vuol estrinsecare, anche se con intenti positivi. V
edete, per esempio: alcuni anni fa Alleanza nazionale lanciò una campagna contro gli spinelli e lo fece con uno slogan - boomerang, tale che se i produttori di hashish e marijuana si fossero messi a posta a pubblicizzare la diffusione dei loro prodotti non avrebbero potuto fare di meglio. Ciò vale anche e soprattutto quando a parlare sono personaggi pubblici, a maggior ragione coloro i quali, per una ragione, o per l’altra, a torto, o a ragione, sono punti di riferimento, modelli di comportamento, miti per le giovani generazioni: in tal senso le dichiarazioni di Morgan, di una gravità inaudita, hanno avuto un effetto devastante.
Va da sé che le droghe non sono curative, ma distruttive: che non risolvono nessun problema, anzi lo acuiscono.
Poi in nessun caso possono essere taciuti gli effetti perniciosi che esse, cocaina in primis, hanno sempre e comunque sulla salute fisica e psichica di chi le assume, anche saltuariamente.
So poi che l’intera questione non può essere rivestita, o coperta, o strumentalizzata, dagli interessi partitici: non può essere materia di scontro fra centro – destra o centro – sinistra, insomma, anche perché non esistono soluzioni univoche, non c’è una soluzione, quando il problema si presenta, a volte in tutta la sua drammaticità, ma possono esistere soltanto rimedi parziali, mirati, valutati caso per caso e che comunque una liberazione soggettiva è una vera e propria impresa, lenta e difficile. Infine, so che l’unica arma efficace è la prevenzione: si tratta di dare a ognuno di noi, affinché non cada nel baratro delle droghe, da cui da cui poi rimane molto problematico venir fuori, occasioni, motivazioni, interessi, passioni, ideali. Esattamente quello che la nostra società contemporanea e l’immaginario collettivo che la sottende non hanno saputo fare negli ultimi decenni.
Questo so io. E voi?
Di giuseppe (del 13/02/2010 @ 09:11:56, in blog, linkato 635 volte)
Dagli inizi del 2010 Nicola Vacca “riapre” la sua rubrica di poesia, ospitata da “Linea quotidiano”:
“Dal 2001 al 2006 ho curato sul Secolo d’Italia una rubrica fissa di poesia. Si chiamava ‘Nel verso giusto’ e usciva il martedì. Per molti era diventata un appuntamento imperdibile. Cosa insolita nella storia della stampa quotidiana italiana, uno spazio di 3000 battute dedicato alla poesia. L’iniziativa riscosse l’attenzione dei media. Ma soprattutto ho ricevuto l’attenzione di molti lettori , poeti e di lettori – poeti che mi facevano pervenire in redazione i loro libri. Molti critici mi invidiavano , nel senso buono del termine, questo spazio nel quale ampiamente e in assoluta libertà potevo parlare e sparlare con onestà intellettuale di tendenze poetiche, libri e tutto quello che riguardava il mondo del verso. Personalmente l’ho sempre definito uno spazio corsaro, e così lo hanno percepito anche i miei lettori affezionati. Il mio interesse andava e va soprattutto alla piccola e media editoria, in cui oggi è possibile trovare ancora la buona poesia. Non ho fatto sconti ai poeti laureati e al loro potere culturale. Dopo qualche anno la rubrica ritorna: torno a firmare Nel verso giusto con lo stesso spirito corsaro e sempre dalla parte di chi ama la poesia e la considera una cosa onesta. Chi volesse inviarmi i propri libri può farlo al seguente indirizzo: Nicola Vacca c/o Gianni Lendini, via Po 116, 00198 Roma. Vi assicuro che nulla passerà inosservato. Poi, come sempre ho fatto, dedicherò maggiore attenzione alla piccola e media editoria. Sono contento di questa possibilità per la poesia che ha sempre più necessità di essere divulgata e testimoniata. Soprattutto mi auguro che nel nostro Paese si torni a dare al mondo del verso la giusta considerazione”.
***
LA CRISI
La vita non è facile
lo sanno i poeti.
Tutte le mattine fanno i conti con le parole
camminano senza mappa.
Tengono tra le mani
la poesia che succede nella crudeltà
di un altro giorno di paura.
E sempre agli inizi del nuovo anno è pronta la sua nuova raccolta, la nona, di trentotto componimenti,“Esperienza degli affanni”, per le edizioni Il foglio ( 84 pagg. 6 euro ).
Si tratta di una splendida conferma.
Dal “personale” dell’intimo quotidiano che nei suoi versi diventava valore universale ed assoluto delle prime raccolte, al “politico” dell’impegno civile, nella protesta e nella ricerca incessante di lampi di luce nel buio che circonda la nostra identità di contemporanei, degli ultimi lavori, Nicola Vacca dà un’altra superba prova di maturità espressiva, senza retorica, e con semplice, ma precisa efficacia di contenuti. “Giriamo a vuoto, perché abbiamo perso il baricentro. Siamo avvitati intorno a una pericolosa involuzione che sta minando le fondamenta della nostra specie, che non è più capace di guardarsi dentro. Manchiamo di impegno e di responsabilità. La politica non è più in grado di dare risposte alla società, il primato della cultura è stato demolito da un’omologazione mediatica che ha completamente reso superfluo il valore fondamentale della conoscenza. C’è una brutta aria, un asettico analfabetismo emotivo ci sta togliendo definitivamente la meraviglia dello stupore. Insomma, dovremmo iniziare a fiutare l’odore del pericolo, invece continuiamo a farci del male aprendo la strada a un’Apocalisse postmoderna che ci annienterà. Ezra Pound scriveva che il compito del poeta è quello di riempire il caos. E aveva perfettamente ragione. La poesia riesce a vedere quello che altre discipline non guardano nemmeno. L’invisibile che contiene verità assolute. Bisogna costruire con parole che dicono e che a volte possono risultare scomode, ma devono dire, quindi significare. L’immagine del vuoto che annuncia tumulti è la fotografia dell’impoverimento del nostro tempo interiore che ha bisogno dell’unica rivoluzione possibile, quella del cuore che tarda a venire. Dal punto di vista relazionale bisogna stare attenti al nulla nel quale la crisi economica, che è soprattutto crisi morale, ci ha trascinato. Si avverte il pericolo del conflitto sociale. E questa volta i tumulti lascerebbero il segno. A questo serve la poesia. Porre domande sulla vita, non smettere mai di interrogarsi, cercare di evocare, affermare per combattere il nichilismo che avanza dappertutto. Soltanto la parola che chiama le cose con il loro nome può limitare i danni”.
***
"A destra per caso. Conversazioni su un viaggio" ( Il Foglio letterario, pp. 90, euro 10 )
A marzo, poi, in uscita una riflessione propriamente politica di Nicola Vacca, scritta a quattro mani e anzi a due voci con Carlo Gambescia: un poeta e un sociologo, due intellettuali curiosi e intelligenti, affascinanti e creativi, comunque due uomini liberi, che si interrogano, a metà fra convincimento e delusione, sui loro percorsi politici degli ultimi anni, fra i sentieri impervi e a volte scalcinati della destra italiana.
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