SIMBOLEGGIATO/Il serpente che si morde la coda... di giuseppe
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Noi siamo letterati ed artisti, e siamo uomini pensanti e responsabilmente coinvolti nelle cose che cupamente ci attorniano.
Traiamo la nostra legittimazione più profonda ed individuata dalla visione, dall’emozione, dalla persuasione della sacralità, dell’identità, della socialità nazionale ed europea.
Questo è il nostro mondo e per questo noi viviamo e ci battiamo.
Di giuseppe (del 03/05/2013 @ 18:03:38, in blog, linkato 12 volte)
Gli ultimi mesi di Silvio (aggiornamento di “Metafisica del bunga bunga”)
Una mattina di due anni e mezzo fa, poco dopo l’uscita di “Metafisica del bunga bunga”( Etimpresa, Torino, 2011) , il primo tentativo di bilancio storico del “berlusconismo” – operazione culturale e di costume, prima che politica, che con esso ho tentato, per primo in Italia, e che necessita ora di un doveroso aggiornamento, che qui di seguito mi accingo a fare- trovai nella mia posta una mail di Mediaset.
Pensavo fosse uno dei soliti comunicati – stampa, sui loro programmi, che mi mandano, e invece no. Conteneva, infatti, la spiegazione di come arricchirsi in tempi di crisi finanziaria, diceva proprio così e le istruzioni per l’uso di un’organizzazione che insegna a operare in borsa, specificatamente sul mercato dei cambi, con tanto di agevolazioni tipiche del marketing per i nuovi “operatori”. Mi sono stropicciato gli occhi. La mia prima reazione è stata di incredulità. Ma questi di Mediaset - pensai - allo stesso modo del loro partito-azienda, hanno allora perso completamente il senso della realtà? Farei un torto alle vostre intelligenze se spiegassi perché, in relazione a un invito del genere. La risposta alla domanda comunque non ce l’ho. E poi, comunque, mi è venuta nostalgia per quegli anni - gli anni di che belli erano i film - in cui Mediaset preparava e anzi conquistava gli Italiani a colpi di fiducia ben prima della discesa in campo, dell’amaro calice e della creazione incredibile del credibile partito-azienda.
Eravamo fiduciosi, convinti che un mondo migliore fosse possibile e talmente trascinati dal “nuovo” che avanzava, da vivere in un mulino bianco, lavorando creativamente tutto il giorno, magari in una delle nuove professioni e dei nuovi mestieri nel frattempo sopraggiunti e poi la sera di corsa a casa, dal biscione che ci aspettava, per deliziarci di nuovi film e di nuovi prodotti. “L’Amerika” era già qui. Oggi, quasi vent’anni dopo, il richiamo da ultima spiaggia del comunicato aziendale trovato nella mia mail, mi è sembrato un chiaro segno dei tempi: il serpente, pardon, il biscione che si morde la coda, ma che non finisce e ricomincia, finisce e basta, allo stesso modo con cui aveva cominciato. Mi sono poi subito intristito: non so dire se perché avevo venti anni di meno ed ero ancora ragazzo anche io e vedevo Lady Oscar, Drive in e Happy days; se perché ci avevo creduto anche io, a tutto quanto; o se, semplicemente, perché è in tutta evidenza non solo la fine di un ciclo, ma il crollo di ogni illusione creativa e liberatoria al riguardo.
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Ci sono due frasi e una foto che caratterizzano e fissano storicamente le ultime fasi dell’ultimo governo Berlusconi, finito con le sue dimissioni nel novembre 2011.
La prima è quella con cui egli commentò la propria rigida manovra fiscale, esprimendo lo stato d’animo di chi, a suo dire, sarebbe stato costretto dagli eventi di crisi planetaria e dalle pressioni ineludibili dei partner europei “a mettere le mani nelle tasche degli Italiani”, contrariamente a quanto sempre annunciato e sottolineato come motivo di vanto.
Un altro dei segni della fine di un ciclo. Nella fattispecie, va a negare una delle caratteristiche di fondo del “movimento” del 1994: proprio come in tanti processi rivoluzionari, si parte in un modo e si finisce praticamente all’opposto. Con la mancata esemplificazione burocratica; con le liberalizzazioni a vantaggio di pochissimi e a danno di tutti i cittadini; con una partitocrazia diventata ancora più soffocante e sfacciata, di quella della così detta “prima repubblica”; con il senso dello Stato disgregato, il bilancio è catastrofico.
La metamorfosi poi in un vero e proprio governo tecnico, che obbedisce da servo agli ordini dei banchieri, è la suprema mortificazione per la Politica.
L’uomo appare decisamente stanco, appannato, provato, incapace di districarsi dal dissidio pubblico/privato in cui è sprofondato, impotente. Non si accorge poi che negli ultimi mesi – dagli accanimenti nei bunga bunga e alle bruttezze varie ad esso collegate, dall’intervento contro Gheddafi, a questa manovra finanziaria – sta praticamente contraddicendo il suo personaggio, il suo mito, il suo operato storico. Sta finendo per consunzione, in cui ogni passaggio è un degrado; con un cupio dissolvi; con una lagna, non almeno con uno schianto; con una vergognosa e pratica ritrattazione e contraddizione di quanto sempre sostenuto, una vera e propria esperienza storica, che si annunciava e pure di esserlo cercò seriamente, straordinariamente pulita e creatrice.
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La seconda, quella pronunciata in morte dell’amico Gheddafi, al quale aveva baciato le mani, per poi partecipare alla guerra ordita contro di lui: “Sic transit gloria mundi”
Sento ripetere che Silvio Berlusconi non voleva ( non avrebbe voluto ) pochi mesi or sono la guerra contro la Libia e che la colpa sarebbe del presidente francese Sarkozy e di quello italiano Napolitano, i quali lo avrebbero tirato per i capelli.
Mi risparmio la facile quanto efficace battuta, perché purtroppo non c’è niente da ridere.
Il bilancio, pochi mesi dopo, comunque vadano a finire le cose, è già catastrofico e potrebbe diventare drammatico, e drammatico in senso epocale: l’Italia ha di nuovo negato la propria Costituzione; ha rinnegato la propria vocazione mediterranea, a lungo perseguita in passato con profitto, sostituendola con una atlantica, grigia e dannosa; ha fatto da servo degli Americani e dei Francesi; è andata contro i propri stessi interessi economici, già ben avviati in Libia; ha fatto l’ennesima figuraccia storica, andando a colpire un capo di Stato con il quale aveva appena firmato un trattato di amicizia, ricevendolo in pompa magna; si è trovata invasa dall’emigrazione non più controllata proveniente dalle vicine coste e ne sarà invasa sempre di più. Questo, per un presunto “intervento umanitario”, che ha causato immani carneficine, ha destabilizzato un paese sovrano, con una guerra civile e comunque un’instabilità che andrà avanti chissà per quanto ancora e ha giovato soltanto ai mercanti di armi e alle multinazionali del petrolio.
Ora, dire, adesso, come sento da più parti, a fronte del bilancio impressionante, ma realistico che si è delineato in tutta evidenza e che però era facile prevedere, che Silvio Berlusconi non voleva ( non avrebbe voluto ) la guerra non significa giustificarlo, significa aggravarne colpe e responsabilità.
E’ questa ( questo bilancio impressionante ) un’altra concausa che peserà molto e in negativo sulla valutazione storica dell’uomo e dell’opera.
In Italia il Presidente della Repubblica non ha poteri reali ed effettivi. A volere la guerra erano “i comunisti”, come li chiama lui. Il Presidente francese non aveva nessun modo di obbligarlo a un atto autolesionistico. E allora? C’era una sola ragione per trascinare in guerra l’Italia contro la Libia?
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Di come i partner europei abbiano ripagato tanta abnegazione, più o meno volontaria, testimonia poi la foto celebre della Merkel e di Sarkozy che ridono di lui, dopo che, in conferenza stampa al termine di un loro vertice bilaterale, era stato loro chiesto in che considerazione lo tenessero.
Intendiamoci: una foto che ha fatto male all’Italia, cioè che ha fatto male a tutti noi e solo per ultimo ha fatto male a Silvio; ma che è emblematica di quel cupio dissolvi, di quella lagna, con cui il suo astro si va spegnendo.
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Le ultime vicende sono note.
Le ripercorriamo velocemente solamente per fissarne il significato in sede di bilancio storico.
L’appoggio al governo – Monti dei così detti tecnici; la decisione di andare a votare qualche mese prima della naturale scadenza della legislatura che si era aperta cinque anni prima con la sua netta vittoria; l’impossibile rimonta, il risultato elettorale di oltre sei milioni di voti in meno spacciato per trionfo, soltanto perché quasi a ridosso di quello del Pd, che di voti ne ha persi dal canto suo “solo” tre milioni e mezzo; la insistita volontà di tornare alla maggioranza che sosteneva il governo Monti proprio con il Pd, con i “comunisti”, dopo aver pervicacemente richiesto e ottenuto la rielezione a presidente della Repubblica del “comunista” Giorgio Napolitano.
Tutto incomprensibile, se analizzato con il metro dell’inizio del ciclo; tutto comprensibile, se con quello della fine, perché della fine, lenta, ma progressiva, si tratta, anche se il sistema, nei tanti perniciosi effetti prodotti, del berlusconismo, sopravvivrà all’uomo, come mi chiedevo già nel 2011 nel dodicesimo e ultimo capitolo di “Metafisica del bunga bunga”, “Cosa resterà dei nostri anni?”.
Una lotta a qualunque costo, anche a quello supremo di rinnegarsi, di modificarsi diametralmente, di contraddirsi, di offendere gli Italiani riproponendosi come salvatore dai quei mali che o non aveva saputo evitare, o aveva addirittura direttamente provocato, e comunque con la propria incapacità acuito.
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Eppure aveva seriamente pensato per la prima volta di mollare tutto, di andarsene per le sue tante ville sparse nel mondo e magari di costruirne di nuove, di dedicarsi a tempo pieno agli agi del bunga bunga del resto mai cessati, l’eco mediatica dei quali fra l’altro non aveva mai cessato di abbattersi molesta su di lui.
Poi, contro – ordine. Non lascia, anzi, da presidente del Pdl – di cui ancora nulla è dato sapere del presunto rinnovamento, tanto sbandierato e preannunciato, ma finora senza costrutto – pare voglia esaltare le proprie capacità di leader e di comunicatore. Le primarie per scegliere il nuovo candidato a premier tanto strombazzate, non si faranno, stavano scherzando.
Ma come possono criticare in campagna elettorale i provvedimenti del governo Monti che essi per primi hanno promosso e sostenuto?
Di quali capacità di rinnovamento daranno prova?
Come eviteranno di essere sommersi dalle ventate di disillusione, scontento e sconforto che montano di giorno in giorno sempre più minacciosi?
Delle mirabolanti novità, destinate a sconvolgere addirittura il modo stesso di fare politica, invece poi nessuna traccia.
Gli ultimi mesi di Silvio sono stati agitatissimi, turbati da suggestioni movimentiste, ipotesi di aggregazioni elettoralistiche, invidie per Beppe Grillo, prima studiato e poi demonizzato in maniera apocalittico, da nuovo nemico principale; desideri di rivalse da un lato, e impossibili giustificazioni plausibili all’appoggio dato governo Monti sempre più massiccio e indistinto; appiattimento sulle posizioni dominanti della finanza internazionale; condizionamenti dei tanti più o meno autorevoli esponenti “consiglieri” che vivono di politica e non per la politica, su tutti sempre e comunque Gianni Letta, col suo “giannilettismo” vero e proprio uomo ombra del berlusconismo e primo responsabile di degenerazioni, storture e bruttezze varie di cui nemmeno giorno dopo giorno esso si è reso conto di stare perpetrando.
Mentre monta il vento dell’antipolitica, o meglio, adesso della protesta popolare ragionata, ragionevole e giustissima, soffia in tutt’altre direzioni e, opportunamente alimentata dallo sbocco nel Movimento 5 Stelle, si gonfia minacciando di travolgere tutto e tutti, in una specie di tsunami e però salutare, Silvio Berlusconi decide che il giudizio della Storia, che pure nei mesi scorsi aveva cominciato ad articolarsi nei suoi confronti, può aspettare, decide di ambire a un nuovo giudizio della cronaca.
Recupera un’altra volta il rapporto con la Lega Nord, travolta anch’essa da incapacità e scandali, e con tutta una serie di partiti e partitini che aggrega in coalizione, pur affermando che un eventuale voto ad essi sarebbe stato un voto inutile.
Sfodera in campagna elettorale tutta una serie di colpi di teatro, anzi, di televisione, di cui è maestro, e arriva al sublime con la lettera agli Italiani sulla restituzione dell’Imu, la tassa sulla casa – un provvedimento introdotto dal governo Monti con il consenso determinante del Pdl - in cui una promessa, soltanto una promessa e per giunta molto campata in aria e del tutto improbabile, viene fatta passare per impegno preciso e concreto, con addirittura le indicazioni operative per la riscossione.
Così, Silvio Berlusconi è di nuovo al governo, nella maggioranza, uguale a quella che si era scannata in campagna elettorale dopo aver sostenuto lo stesso governo, e sostenuta dallo stesso presidente, fortemente voluto ad un nuovo incarico.
Il nuovo premier, Enrico Letta, il nipote del suo “uomo ombra”, Gianni, esattamente come lo zio esponente dell’alta finanza internazionale, per meglio dire servo politico dei banchieri dei veri poteri forti e autore nel 1997 di un libro profetico, “Euro sì. Morire per Maastricht”.
L’appoggio di Silvio al nipote del suo uomo – ombra chiude poi una questione fin troppo a lungo dibattuta, in certi ambienti, che, credendolo, continuavano a manifestargli appoggio, se non simpatia: se cioè egli all’alta finanza internazionale sia stato estraneo, o anzi ne sia stato vittima.
La risposta ora è chiara e peserà in maniera determinante nel bilancio storico, in maniera maggiore delle sentenze dei vari procedimenti giudiziari cui è sottoposto che continuano a vederlo imputato, o delle sue amanti che continuano a diventare ministro e sottosegretario di Stato: magari ne era pure estraneo, all’origine, ma progressivamente non ha saputo, né voluto, sottrarsi ai piani di dominazione e progressivamente ne è diventato prima organico, poi alleato e infine comp
Di giuseppe (del 19/04/2013 @ 21:08:46, in blog, linkato 17 volte)
Per gentile concessione dell’editore Etimpresa, pubblico qui di seguito una parte del capitolo VI - Non smettere di sognare – del mio saggio del 2011, “Metafisica del bunga bunga”, con l’aggiornamento dovuto all’attualità di questi ultimi giorni.
…Una brutta storia, che ha causato drammi privati e sofferenze a più persone, coinvolgendo il presidente, anche in seguito alla successiva separazione fra la donna e il marito, in tutta una serie di ripercussioni, faticosamente messe a tacere.
Causa di divorzio il presidente è stato pure a suo dire del giornalista Giovanni Porcelli con la moglie, consigliere regionale della Campania, Antonia Ruggiero, da lui accusata di aver avuto per anni una relazione clandestina proprio con Silvio Berlusconi. A margine delle polemiche, definite dalla donna “vergognose strumentalizzazioni politiche”, la notizia di una consulenza di diciottomila euro elargita nel 2010 dalla presidenza del consiglio alla sorella di Antonia, Dora.
Un contributo pubblico però certo più facile da spiegare dei tanti privati di cui ogni tanto e sempre più spesso si apprende, per una ragione, o per l’altra, dalla stampa, e che la presunta generosità con cui vengono superficialmente e sbrigativamente sempre spiegate, quando vengono spiegate, dal presidente, nei confronti di chiunque e per qualsiasi motivo gli chieda aiuto, convince sempre meno.
Come i ventimila euro che, fra altri e diversi bonifici , risultano agli atti processuali della procura di Milano nei confronti di Anna Palumbo, madre di Noemi, quella Noemi causa a sua volta – o meglio, goccia che ha fatto traboccare il vaso – del secondo divorzio di Silvio, quello da Veronica Lario, la quale, come visto, lo accusò nella circostanza scatenante, di frequentare minorenni e di essere malato.
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Noemi, Noemi Letizia, Noemi di nome e Letizia di cognome, napoletana, all’inizio della storia minorenne, è stata invece la prima “papi girl”, dall’appellativo -vezzeggiativo “papi”, come tutte presero a chiamarlo affettuosamente da allora in avanti, dopo di lei, nel privato e anzi nell’intimità, come pure fra di loro, specie quando ne parlavano al telefono, con la paura di essere intercettate e dunque con l’accortezza di celarne l’identità, almeno formalmente, per quanto “nonnino” sarebbe stato almeno anagraficamente più corretto.
Ad essere precisi, però, pure il “copywriter” del termine è oggetto di contesa: secondo la velina Elisa Alloro, il volto buonista e adorante del velinismo con ambizioni politiche, che ha scritto una mielosa lettera a Veronica Lario, per giustificare e lodare l’ex marito, lo avrebbe creato durante una trasmissione televisiva la modella brasiliana Renata Teixeira, festeggiando da par suo un gol del Milan, per rimarcare la familiarità con il Presidente, senza peraltro mai averlo conosciuto di persona.
Ad un’altra brasiliana, Michele Conceicao, questa fin troppo coinvolta negli avvenimenti berlusconiani, spetta poi l’onore di averlo ufficiliazzato in forma scritta, nel suo fenomenale e irresistibile lessico italo -portoghese, immortalandolo nella memoria del telefonino come “Papi silvio beluscone”.
Di sicuro Noemi Letizia è la prima insomma delle tante frequentatrici di cui si sono occupate a profusione le cronache rosa, rossa, bianca e nera degli ultimi due anni, a cominciare dall’aprile del 2009.
Pure, la prima buccia di banana su cui egli è rovinosamente scivolato. La prima che ha dato adito non solamente a pettegolezzi, il che sarebbe stato il minimo, ma pure a pesanti interrogativi sulla opportunità, di più, sulla liceità di simili comportamenti.
Ora, siamo tutti uomini di mondo.
I più colti di noi hanno letto poi “Uno nessuno e centomila” di Luigi Pirandello e sanno che non esiste la verità, esistono sempre tante verità.
Infine, i più sofisticati hanno pure letto “Lolita” di Vladimir Nabokov e sanno già come possono andare certe cose.
Non staremo quindi qui a indulgere in una impossibile quanto velleitaria e pure inutile ricerca di come siano andati effettivamente i fatti, tanto meno in un accanimento dei risvolti sentimentali e sessuali, che non sono emersi nelle variopinte cronache di cui dicevamo prima.
Fatto sta che Veronica Lario, appreso che il marito era andato a Napoli alla festa del diciottesimo compleanno della sua “figlioccia”, anziché stare a Milano in famiglia alla festa della sua vera figlia, decise di divorziare in tronco e, come si dice in questi casi, certo avrà avuto i suoi buoni motivi.
Sicuramente, richiesto di doverose spiegazioni sugli avvenimenti, Silvio Berlusconi ha ripetutamente mentito alla così detta “opinione pubblica” nel ricostruire i fatti, per giunta spergiurando: ha raccontato cioè bugie a profusione. Val la pena di ricordare che gli Americani non perdonarono a Billy Clinton non quello che aveva fatto, o, per meglio dire, si era fatto fare, bensì le bugie che disse per cercare di giustificare quanto era successo con Monica Lewinsky. E non venitemi a dire che non siamo Americani, siamo Italiani e qui siamo pure a Napoli, paisà, in quanto comunque è stata per Berlusconi, tout court, una figuraccia, nel voler difendere l’indifendibile, che ha aggravato la sua già ampiamente compromessa posizione.
La storia si è snodata nel tempo ed è continuata fino a entrare nel gran calderone degli scandali, feste o festini che siano.
Tre buoni motivi, per approfondire, alla ricerca dei significati ultimi di questi fatti, di quanto va al di là del fisico: quello che appunto fa la “metafisica”.
Il mio Maestro Julius Evola, tanto per citare un altro libro, scrisse nel 1957 un saggio che ha la mia età e che mi è particolarmente caro, “Metafisica del sesso”, lo chiamò, per cercare di capire e far capire i significati più profondi, anzi, più elevati, fino al sacro, dei comportamenti sessuali.
Più modestamente io mi sono dato il compito di ricercare che cosa ci sia dietro, sopra o sotto che sia, a tutto quello che bunga bunga abbiamo oramai imparato a definire.
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Sognava pure Noemi, ancora adolescente, tentando di entrare in qualche modo nel mondo dello spettacolo, il sogno insomma del velinismo che accomuna gran parte delle ragazze e ragazzine italiane.
A lei è andata ancora meglio: a parte le promesse più o meno esplicite ricevute di aiuti per una carriera nello spettacolo, o nella politica (ma meglio: “e”, non “o”, perché nell’universo berlusconiano dilagante i due piani sono sovrapposti e saldati, fino a costituirne uno solo) come da lei stessa raccontato nell’aprile del 2008 in una ingenua e per molti versi profetica intervista rilasciata subito dopo che la frequentazione divenne di dominio pubblico, Noemi è diventata la preferita, a suo dire, “la cocca di papi”, come la definivano le altre del grande giri delle feste o festini, con malcelata invidia, avviando una ininterrotta serie di presenze nelle varie dimore del Presidente, testimonianza tangibile di una relazione protrattasi nel corso degli anni, dall’autunno del 2008, alla primavera del 2011, ad adesso, quando sono spuntati fuori bonifici bancari che testimoniano i risvolti economici delle frequentazioni.
“Cresciuta alla luce del Vangelo e al culto di Silvio”, secondo sua madre, in realtà Noemi Silvio l’ha conosciuto per strade molto meno evangeliche e nient’affatto politiche, come ha rivelato quello che era il fidanzato di allora, un coetaneo operaio , prima che cominciasse la relazione e ben presto poi diventato un ex, raccontando di come la sua “Memi” sia cambiata, fino a diventare irriconoscibile: “Mi è stato quasi subito chiaro che tra me e lei non poteva andare avanti. Era come pretendere che Britney Spears stesse con il macellaio dell’angolo”.
Le foto da modella che Noemi, per non smettere di sognare aveva mandato agli inizi del 2008 a un’ importante agenzia di Roma, “di quelle che fanno lavorare le modelle, le ballerine, insomma le agenzie a cui si devono rivolgere le ragazze che vogliono fare spettacolo”, vengono visionate da Emilio Fede in trasferta e tramite lui finiscono nell’abitazione romana del Presidente, il quale rimane folgorato dalla “purezza” del “viso angelico”, come le dice telefonandole personalmente.
Oggi quella ragazza acqua e sapone non esiste più. Si è trasformata in una donna che dimostra venti anni di più della sua età di ventiduenne, assimilata al modello di fatalona esplosiva, di oca giuliva, di grandi fratelli e sorelle, di pupe e secchioni, purtroppo oggi tanto in voga.
Migliaia e migliaia di euro di lifting spesi per imbruttirsi, anzi deturparsi.
Ritorna ogni tanto agli onori delle cronache, anche se stancamente, perché qualcuno – l’ultimo, il suo agente del tempo, Francesco Chiesa Soprani – ha qualcosa da aggiungere di piccante, scottante, compromettente, alle già ampie rivelazioni esistenti sulla vicenda, e perché le ultime, in ordine di tempo, rivelazioni, fanno ogni volta ripartire, anche se stancamente, le polemiche politiche sulla moralità dell’uomo pure per le presunte spiegazioni date e non date sull’intera vicenda, tutte ampiamente contradditorie, di volta in volta smentite dalle nuove rivelazioni di turno, in un circolo mediatico che non sembra avere esaurimento, se non per inerzia, per stanchezza, per sfinimento.
Papi intanto pare avere sempre nuove vite.
Le età di Noemi, invece, sembrano essersi fermate per sempre.
Di giuseppe (del 06/04/2013 @ 14:52:38, in blog, linkato 21 volte)
“Più chiara dell’alba, più limpida dell’acqua” - RITRATTO DI SIGNORA –
Per gentile concessione dell’editore, Etimpresa di Sergio Chiarla, pubblico qui di seguito il capitolo VII di “Metafisica del bunga bunga”, Torino, 2011, dedicato a Ruby “Rubacuori”.
Sollecitato dalle notizie di attualità dell’altro giorno – e in attesa di un primo esito delle vicende giudiziarie correlate – ho aggiunto in coda un breve aggiornamento.
Anche tutto quanto il mio saggio, che risale oramai a due anni fa esatti, necessita di un aggiornamento, che dovrò, più prima che poi, preparare.
Rimane comunque valido il motivo di fondo di tutto ragionamento di inchiesta da me dipanato in questo lavoro: tentare il primo bilancio storico del “berlusconismo”, perché, al di là degli alterni avvenimenti politici, quindi pure al di là delle storie umane, economiche e sociali di Silvio Berlusconi, è il “berlusconismo” stesso che rimane valido, nel senso che rimane operante tutto il sistema che in un ventennio intorno a lui si è sviluppato e di cui è necessario non soltanto fare memoria condivisa, ma pure fare una revisione operativa nelle forme del “politco”.
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La storia di Ruby, breve, ma intensa, è di una violenza dirompente e di una drammatica attualità, di questa Italia nostra povera, ma brutta, sazia e disperata, del nuovo secolo e del nuovo millennio, con i significati pesanti che si porta dietro, con le tristi riflessioni che sollecita.
Al di là del vorticoso giro di dichiarazioni, esternazioni, affermazioni, ritrattazioni, negazioni, deduzioni e contro - deduzioni che da mesi si sviluppa intorno ad essa, cui in molti hanno partecipato, ma cui ha ovviamente contribuito, in buona, o cattiva fede, la protagonista stessa, che usa la menzogna come uno scudo, la mezza verità come una corazza e l’omissione come un pugnale, e che però alla fine rimane chiara e limpida, come si è definita in un dei rari afflati poetici, rivolto ad un dei tanti conoscenti occasionali, di cui è stata capace nelle sue esuberanti conversazioni telefoniche (“Puoi tornare a riprenderti i tuoi soldi, io sono più chiara dell’alba, più limpida dell’acqua”), è possibile ricostruirla con sufficiente approssimazione, è doveroso commentarla con lucida severità.
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Comincia diciotto anni fa in uno dei tanti paesini sperduti del Marocco, da dove si scappa se si può per sfuggire alla miseria e a cercare almeno la speranza di vita migliore, verso le coste vicine eppur lontane dell’ Italia e dove chi rimane non desidera altro che scappare e si dispera ogni giorno per non esserci riuscito.
Anche Ruby è scappata, anche Ruby è andata veloce.
Non ha avuto né infanzia, né adolescenza.
Portava tutto con sé, tutto quello che aveva: la formosa e imponente bellezza del suo corpo.
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Altro che nipote di Mubarak! E pare che il capo di governo egiziano si sia arrabbiato non poco dopo aver appreso di essere stato tirato in ballo in una vicenda come questa, anche se poi ha avuto ben presto cose più serie cui pensare: in seguito ai rivolgimenti interni ha dovuto lasciare il potere e insomma certo questa storia gli ha portato sfiga.
Karima El Mahroug ha lasciato prima la terra natia, poi la famiglia, e sono due segni che come ogni emigrante sa, per averlo provato sulla propria anima, prima ancora che sulla propria pelle, lasciano il segno.
E’ sempre la fame che spinge chi lascia casa e famiglia, è sempre la disperazione lo spago che tiene insieme la valigia dei sogni, è sempre la speranza che ti fa andare avanti, in un modo o nell’altro, per poter riuscire un domani a dire: ”Ce l’ho fatta”.
Gli inizi sono stati difficilissimi, né poteva essere diversamente.
In una Sicilia sospesa fra tradizione e modernità, sono anni di giorni di comunità di recupero per persone a vario titolo in difficoltà, di notti senza tetto, né legge.
Quella legge che pure i suoi vari ed eterogenei conoscenti hanno lo scrupolo di considerare, che, almeno questi siciliani, tutti sapevano bene di non poter, né dover infrangere, pur lottando con impulsi – è il caso di dirlo – corposi che provano a gestire in qualche modo, con tanta ipocrisia innanzi tutto verso sé stessi, con molta approssimazione verso gli altri.
Le ospitalità soltanto apparentemente disinteressate, le proposte più o meno indecenti diventano ben presto una prassi che la ragazza impara a riconoscere e a sfruttare.
Tanto, poi, c’è sempre un posto da commessa, o da barista, c’è sempre un giochino particolare da rifiutare, c’è sempre un telefonino da rubare, una oggettino d’oro di cui appropriarsi, una denuncia da collezionare, un affidamento da cui continuare a scappare.
Il giorno più importante arriva a sedici anni, nel mese di luglio del 2009.
Il luogo è Sant’Alessio Siculo, una località balneare, dove, come è costume ovunque nella stagione delle vacanze, si tiene uno dei tanti concorsi estivi, “Una ragazza per il cinema”, si chiama, cui, per circostanze occasionali e fortuite, era stata invitata a partecipare da uno degli organizzatori, che l’aveva notata per strada.
Ha il numero 77 sulla fascia che le mettono addosso.
Nella cabala del Lotto, le gambe delle donne.
Oh sì, le gambe delle donne sono il compasso che misura la bellezza del mondo.
Un numero profetico, poi. Qualcuno di importante, di molto importante, di lì a pochi mesi le dirà, subito dopo averla vista entrare per la prima volta a casa sua, come prima frase di accoglienza: “Che belle gambe lunghe che hai!”.
Ma questo allora non poteva saperlo, o neanche lontanamente immaginare.
Quale “membro” della giuria del concorso, a Sant’Alessio Siculo quella notte c’è anche (E dagli! E va beh, dai, ma allora ditelo!) Emilio Fede: “Se vuoi fare televisione io ti posso aiutare”.
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Karima El Mahroug, in arte Ruby, ha fatto pochissima televisione (memorabile solo come pessimo esempio di giornalismo servile del suo intervistatore l’unico programma cui ha partecipato), non ha fatto cinema, almeno finora: ha fatto la pubblicità, la cubista, la ragazza immagine, l’accompagnatrice, l’ospite d’onore addirittura al gran ballo della nobiltà a Vienna e tante altre cose ancora, ma non ha fatto cinema.
Però da quella notte la sua vita diventa un film, che si gira nella Milano da sniffare del Duemila, quantum mutata ab illa da bere dei socialisti degli anni Ottanta, che faceva scandalo con qualche serata allegra in discoteca, che si divertiva con le caricature degli stilisti, che marciava compatta verso la modernizzazione e che rubava, a detta di chi rubava, non per il piacer mio, ma per far piacere al dio partito.
Oggi Milano di fretta brulicante di traffici e di affari, è sempre Milano col cuore in mano, “Ti capì bauscia”, è sempre, che banche, che uffici, Milano vicina all’Europa.
Quella del Pirellone maestoso piazzato davanti la monumentale e ancora avveniristica stazione Centrale, della metropolitana che ti porta in ogni posto, della Madunina e della Scala, della cotoletta e del panettone, delle autostrade e delle tangenziali.
Ma è una Milano ferita dall’integrazione non riuscita, devastata dall’uso della cocaina parcellizzato sul territorio, svilita dai così detti “pierre” che organizzano feste e festini, umiliata dalla mancanza di prospettive, incattivita dall’egoismo, da cui, dal venerdì pomeriggio, quelli che negli altri giorni ci stanno a correre dietro al profitto e al guadagno, non vedono l’ora di scappare e quelli che sono costretti a rimanerci, per lo più nei tanti sobborghi residenziali a nord e a sud, a est e a ovest, hanno davanti a sé la rappresentazione della malinconia.
C’è la solitudine della povertà, della penuria, del bisogno. Ma c’è anche la solitudine dello sfinimento, dell’abbrutimento, della tristezza.
***
E’ in questa Milano che Ruby arriva a girare il film della sua nuova vita, rigorosamente in notturna.
Nell’immaginario individuale ha un solo nome, quello di una discoteca un po’ da sempre famosa. La conoscerà. Ma conoscerà pure le altre colonie della così detta “scuderia” di Lele Mora, le agenzie di reclutamento, i saloni di bellezza, gli alberghi a cinque stelle lusso, i ristoranti del momento, i capannoni fieristici, i centri commerciali, le stanze condivise con altre ragazze delle più disparate e disperate nazionalità.
La Milano del bunga – bunga, insomma.
Una di quelle notti, che un caso maldestro ha fatto coincidere con la notte di San Valentino, una sua più smaliziata e introdotta amica la va a prendere in taxi e la porta fuori la città, verso i sobborghi – bene della metropoli.
Il taxi rallenta nei pressi di una imponente ed elegante costruzione, l’amica cerca sul telefonino il numero giusto di qualcuno là dentro.
“Quella sera avevo un tailleur pantalone color panna e una camicia con il collo alto, i capelli raccolti a banana. Il taxi si è avvicinato ad un ingresso laterale. Priscilla ha chiamato in villa e i Carabinieri ci hanno lasciato passare. Quando ho visto quel villone ho chiesto alla mia amica dove fossimo. E lei mi ha detto- Dal presidente. Mi è preso un colpo. Io fino a pochi mesi prima dormivo su di una panchina in mezzo le strade di Catania”.
Fu la prima di tante altre notti a villa San Martino, Arcore, Milano, Italia.
La Milano del bunga bunga diventa per Ruby quella dell’ostentazione, forse per ingenuità, forse per confusione, forse per sfacciataggine, forse per rivalsa, forse per un po’ di tutte quante queste cose messe insieme: del numero di telefono privato del capo del governo italiano da mostrare con un sorriso a destra e a manca; delle banconote da cinquecento euro usate per pagare pure l’acqua minerale e le sigarette; delle polemiche feroci e dei casini, in cui giostrare con sufficiente disinvoltura, serena sopportazione e lucida determinazione derivante dalla fame atavica a lungo patita: “Finché c’è lui si mangia”.
*** AGGIORNAMENTO DEL 6 APRILE 2013 ***
Due anni dopo, fatti di cronaca bianca, per la nascita di una figlia, rosa e rossa, e pure di nera, per via dei procedimenti giudiziari in corso che la vedono coinvolta, anzi a dire il vero sulla dirittura d’arrivo della sentenza del principale, Ruby ritorna prepotentemente alla ribalta una mattina dell’incerta primavera milanese. Anzi, scatena un vero e proprio putiferio mediatico.
Gira la scena più forte finora del film della sua vita
Davanti al Tribunale di Milano, alla presenza puntuale e dunque sospetta di giornalisti, fotografi e operatori, non sappiamo quanto di propria volontà e quanto da altrui ispirazione, Ruby declama la sua verità su alcuni aspetti degli avvenimenti di cui è stata protagonista.
In estrema sintesi, sostiene di non aver avuto rapporti sessuali con Silvio Berlusconi; di aver subito “violenza psicologica” dai magistrati; di essere vittima dell’accanimento loro nei confronti del presidente: “Ho capito che è in corso una guerra contro Berlusconi e io sono rimasta coinvolta, ma non voglio che la mia vita venga distrutta”.
Mentre in Italia la crisi da economica è diventata disperazione sociale, e quella politica, avvoltasi una specie di rebus irrisolvibile, non riesce ad articolare risposte concrete; e mentre nel mondo si levano vecchi e nuovi venti di guerra nucleare, la – come chiamarla? – “piazzata” di Ruby trova sui mass media la più ampia eco possibile e nemmeno immaginabile.
Il Tg5 ci fa l’apertura serale, Studio aperto segue a ruota, il Tg4 esonda e non osiamo pensare che cosa sarebbe accaduto se ne fosse stato ancora direttore Emilio Fede; tutti gli altri telegiornali abbondano; dedicano ampio spazio tutti i giornali, sia nelle edizioni on line, sia cartacee ( i così detti grandi giornali, mica “Cronaca vera” e “Di più”); infine sui “social” si scatena una vera e propria tempesta mediatica.
Tutto ciò ci consente una prima, amara riflessione, sulla nuova prova di superficialità, di servilismo, di pressappochismo – a essere indulgenti – data nella fattispecie dal giornalismo nostrano.
La seconda è sulla nuova prova della volgarità trionfante oramai sui social network. I commenti sono stati tantissimi, ma pressoché tutti quanti tout court volgari, a cominciare dalle reazioni della così dette “Olgettine”, cioè le altre ragazze del “Bunga bunga”, sulle parole delle quali ci sarebbe da condurre uno studio specifico che dimostrerebbe come oramai sempre di più si ragiona meno e sempre meno si argomenta di più; di come si parli per slogan e frasi fatte; di come si vada avanti di fretta e di sensazionalismi; di come ci si liberi delle parole, anche quelle scritte, come nelle altre meno nobili funzioni corporali.
Su tutto questo guazzabuglio pressoché inestricabile di personale e di politico, di vizi privati e di pubbliche virtù, di sussurri e grida, l’oscuro oggetto del desiderio di Ruby diventa ora la purezza, dopo il peccato: andata in onda proprio nella manzoniana e dunque sul tema ben preparata Milano, la scena più importante della sua vita, a ben vedere tutta quanta giocata proprio su simile drammatico conflitto psicologico, si chiude artisticamente con le sue lacrime, che non riescono a essere catartiche, ma sono almeno umanamente compassionevoli, perché spia del dissidio interiore che adesso la sconvolge.
Di giuseppe (del 02/03/2013 @ 15:08:51, in blog, linkato 32 volte)
Marco Bava, rimbalzato di nuovo agli onori e gli oneri delle cronache, in seguito alla sentenza del Tribunale di Torino di due giorni fa, di cui desidero farvi partecipi, perché, come proverò a spiegare, di grande importanza, è una persona straordinaria. Eccezionale veramente. Dovreste conoscerlo, per poi o restarne affascinati, o decidere subito di non volerlo rivedere mai più.
Io ne restai affascinato, perché mi piacque e da allora, e son passati oramai quattro anni, sono restato sempre in contatto con lui, in un modo o nell’altro.
Al costo sempre di lunghi contraddittori, a volte di estenuanti discussioni, continuando a darci del “lei” come il primo giorno, ma comunque in contatto.
Ogni cosa che dice -ed è appunto per questo che mi piace- è interessante, fa pensare, provoca reazioni intelligenti a catena, anche se poi bisogna articolarla, verificarla, postillarla, prosciugarla, e ogni volta è un lavoraccio, credetemi.
Io gli rimprovero di fare a volte confusione inutile, di prestarsi sovente a polemiche controproducenti, magari di isolarsi e così fare il gioco cattivo dei tanti nemici che si è fatto, gridando verità scomode, ma esaltanti, però tanto è inutile.
Egli invece mi rimprovera di essere superstizioso, di non credere ai complotti, e soprattutto di non seguire i suoi consigli, e ha ragione, li seguo poco e punto. La prima volta, ancora me ne pento: mi convinse a demolire la mia amatissima “Nordsudovestest”, così si chiamava la mia macchina, una “Tempra” di colore verde smeraldo, che, per quanto provata e vecchissima, comunque funzionava, per sfruttare gli eco-incentivi che mi sarebbero così toccati, iscrivendomi ad un servizio di auto a noleggio, con presunta convenienza economica per me e vantaggi per l’ambiente tutto. Così feci, solo che i vantaggi – realizzai poi- erano proprio presunti, mentre invece ancora mi ricordo la mesta cerimonia del funerale di “Nordsudovestest” che andava alla rottamazione, agganciata al carro-attrezzi, e io che seguivo il feretro , a piedi, affranto, fra le strade meno male deserte di una Torino come me stremata nell’afa di agosto.
Marco Bava gira in bici, coerente con le proprie convinzioni, per risparmiare sofferenze all’ambiente e al portafogli e per non far guadagnare le compagnie petrolifere. Solo che poi ogni volta non sa dove lasciare la bicicletta, e non può allontanarsi più di tanto, con conseguenti estemporanei discorsi in loco, o lunghe camminate fianco a fianco, con in mezzo il suo mezzo preferito.
Va in macchina solo in casi eccezionali, come quella volta che da Torino andammo insieme a Casale Monferrato, andata e ritorno, per una conferenza, e fu un viaggio memorabile, visto che durò dal primo pomeriggio a notte fonda, per tante ragioni, specie l’ultima, sulla base delle sue convinzioni, per cui ebbe il coraggio di lasciarmi, nel gelo invernale di Torino, alla fermata dell’autobus dell’ultima corsa, che aspettai a lungo e intirizzito, per poter tornare finalmente a casa, come nell’”Anabasi” di Senofonte, come nell’ “Ultimo metrò” di Truffaut.
Per non dire di quando, per un programma televisivo, andammo a Roma, in treni e in alberghi opportunamente separati…
Vi voglio invece dire di come si definisce subito sul suo sito, che, malgrado le mie esortazioni, si ostina a gestire da solo, con esiti a mio modo di intendere allucinanti: “perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile, antimarchionne, antiberlusconi, antichiamparino, antifassino, anticolaninno”.
Perfetto.
Tutto vero. In realtà da autodidatta ha due lauree, una in economia, ed infatti la sua attività principale – ma ne ha talmente tante, da rendere la scelta problematica- è l’analista finanziario ( capisce bene, anzi in questo è un vero e proprio genio, di bilanci, strategie aziendali et similia ) e l’altra in giurisprudenza, competenza acquisita non solo con gli studi, ma anche e soprattutto nella pratica, visto che ha sempre un processo in corso, a causa delle querele che si attira come mosche al miele in seguito alle sue prese di posizione pubbliche, di cui appunto, se ne avrete voglia, potrete trovare sul suo sito una fin troppo esauriente esposizione.
La sua specialità però è di andare da piccolo azionista alle assemblee dei soci della Fiat e cantarle e menarle di santa ragione ai vertici della multinazionale, un po’ come ha fatto Beppe Grillo pochi giorni or sono all’assemblea dei soci del Monte dei Paschi di Siena.
Ah, naturalmente in passato ha litigato pure con Beppe Grillo, adesso non so bene per quale ragione, ma non ci va d’accordo: Marco Bava ha litigato con tutti i politici, e pure con tutti i personaggi pubblici di questo mondo; l’unico con cui non ha litigato – almeno, finora, e magari succederà per questo blog che a sua insaputa gli sto dedicando – credo di essere io.
Ma nel cuore di Marco Bava c’è una sola questione che lo sospinge e lo anime in tutto e per tutto, gli dà forza, entusiasmo, finanche, pur nella tristezza, la solita giovialità di vivere: stabilire la verità sulla fine di Edoardo Agnelli.
Come sanno i lettori della mia inchiesta giornalistica “Ottanta metri di mistero – La tragica morte di Edoardo Agnelli” ( Koinè nuove edizioni, Roma, 2009) , in cui c’è una lunga intervista con lui – e fu l’occasione per cui ci conoscemmo - Marco Bava di Edoardo Agnelli fu il consigliere finanziario, ma soprattutto per lunghi anni fu vero e sincero amico.
Fu il primo Bava nel 2000 ad avanzare dubbi motivati su quello che a caldo fu classificato come suicidio. Dopo l’uscita del mio libro, che in pratica ha riaperto il caso, fu il più accanito a smontare – alla luce degli elementi che raccolsi – la versione ufficiale. Dopo ogni nuovo libro, ogni nuovo film, ogni nuovo articolo che dal 2009 si sono nel frattempo susseguiti, senza soluzione di continuità, su questo e non certo marginale mistero italiano ancora irrisolto, Bava è sempre il più solerte a chiedere la riapertura delle indagini per omicidio.
Lo farà pure – ne sono sicuro, e a maggior ragione - quando, a breve – e ve lo preannuncio contento, perché ho finalmente trovato un editore adeguato – uscirà il mio secondo saggio dedicato al caso, che si intitola “Un giallo troppo complicato?” e che contiene nuove, sconvolgenti rivelazioni: sarà la volta buona che la magistratura si decida ad indagare a fondo?
Intanto la magistratura- ed è notizia di due giorni fa, importantissima, al di là del singolo caso, ma in quanto pronunciamento di merito su tutta quanta la faccenda– ha assolto Marco Bava dall’accusa di diffamazione intentatagli dalla Fiat per alcune sue affermazioni pubbliche riguardo la morte di Edoardo Agnelli.
Il giudice Maria Sterpos scrive infatti nella sentenza assolutoria:” E' chiaro che se qualcuno si era assunto il compito di tutelare Edoardo Agnelli, non lo ha svolto in modo adeguato, sia che egli sia stato ucciso sia che si sia suicidato…Da sempre Bava ha sostenuto che Edoardo Agnelli è stato ucciso a causa presumibilmente di un suo scomodo ruolo negli equilibri di potere interni alla Fiat…Dubbi sulle circostanze della morte del figlio dell'Avvocato sono stati sollevati da molti".
Queste adesso non sono più chiacchiere di bar, o articoli di giornali. Queste sono parole scritte da un giudice. Il caso è di nuovo riaperto. Fra poco, il mio nuovo lavoro, “Un giallo troppo complicato”, fermo da due anni, ma ora in pubblicazione, ricostruirà tutta la vicenda, a partire dai numerosi elementi da me raccolti in “Ottanta metri di mistero” ( che continuano a essere adoperasti da altri, spesso senza citarne la fonte, cioè io, ma va beh, che ci voglio fare? questo è il costume!) ma soprattutto fornirà nuovi, eclatanti e fondamentali motivi per poter arrivare finalmente alla verità.
Di giuseppe (del 26/02/2013 @ 20:27:33, in blog, linkato 62 volte)
Le rivoluzioni non accadono un giorno preciso e non accadono mai per caso, ma sono preparate e anzi provocate da un lungo processo di ragioni e di motivazioni. Per esempio: la rivoluzione francese NON avvenne il 14 luglio 1789, ma durò decenni e fu generata da cause concrete e da ispirazioni ideali che si prepararono per molto tempo prima.
Ho ripetuto nelle ultime settimane che in Italia ci sarebbe stata una vera e propria rivoluzione e che la giornata del 25 febbraio 2013 sarebbe stata una giornata storica: me ne sarete tutti testimoni. Infatti.
Altro che sondaggi passati ed exit poll di ieri, nei confronti di cui– anche per questo in molti potrebbero testimoniare- a caldo ho espresso la mia incredulità, e infatti!
Poi, evidentemente bisogna essere tecnici e scienziati, per di più lautamente retribuiti, per sballare completamente i sondaggi e le proiezioni!
Peggio. Bisogna essere politici della così detta seconda repubblica per non avere più non soltanto radicamento sul territorio, ma pure radicamento sulla realtà, per sottovalutarla e minimizzarla, e dunque mistificarla completamente.
Il vero intellettuale sa essere lungimirante: non dico di prevedere il futuro, perché di tale genio profetico oramai non ce n'è più, ma di capire almeno quello che sta avvenendo, beh questo sì.
Poi, alla cultura spetta il primato sulla politica, deve saper essere per essa fonte di ispirazione, di idee-forza, di riferimento concreto.
Alla luce di tutto questo, ma a lume (delle televisioni, coi i loro sondaggisti, opinionisti e politicanti) spento, proviamo, guardando i fatti, a capire che cosa cambia, nel bene, nel male, intorno a noi e pure dentro di noi, nella nostra società, nella nostra identità stessa di contemporanei, perché è vero, forse sì, tanto il mondo non lo cambi, ma certo la tua esistenza, la vita tua, la puoi cambiare, e migliorare.
Ieri è stata una giornata storica, ribadisco. Preparata da un processo sempre più diffuso e generalizzato di sfiducia nella politica tradizionale, fino a una preciso e motivato, più che giusto sentimento di rancore; provocata da una lenta, faticosa, ma sempre più precisa proposizione non di uno dei soliti programmi elettorali, da libro dei sogni e da promesse mendaci, bensì di una vera e propria proposta di rigenerazione radicale. Altro che sterile protesta! Altro che mancanza di programmi!
Tutto ciò, non calato dall’alto, in maniera verticistica, ma costruito dal basso, in maniera comunitaria.
Ieri è diventato partito di massa, il primo partito di massa al mondo, e il primo – ma è un dato marginale, per quanto pur fondamentale, e questo la dice lunga sull’importanza dell’evento – per consenso popolare in Italia, costruito dal basso, grazie a internet e che grazie a internet sarà gestito, per crescere ancora e prosperare, a vantaggio di tutti.
La forma-partito postmoderna, su cui legioni di politologi e accademici si sono esercitati a lungo, senza riuscire a prevederlo, nemmeno a definirlo, è poi una comunità.
Ieri ha incontrato il grande consenso di massa, è diventato il primo partito al mondo di questo genere, e il primo per importanza in Italia, un Movimento che è poi una comunità, una vera e propria comunità costruita e gestita da tutti insieme, città per città, paese per paese, per migliorare in primo luogo sé stessi, e così facendo contribuire a migliorare gli altri; una comunità in cui ci si confronta, ci si aiuta, ci si mette in discussione e ci si migliora giorno dopo giorno.
Ieri la frase vuote e rese prive di riscontro, della politica come servizio per gli altri, come interesse e carico dei bisogni, dell’interesse e del disinteresse, che tante volte e da tanti abbiamo sentito ripetere in questi anni, hanno ritrovato la propria dignità e la propria autentica ragione di essere nei fatti.
Ieri ha ritrovato la sua dignità lo Stato, il senso dello Stato, lo Stato come comunità, che era stato negato, vilipeso e tradito in questi ultimi due decenni dai particolarismi, dai localismi, dai processi di disgregazione, di privatizzazione, di aziendalizzazione.
Ieri sono morte per sempre le etichette di una destra e di una sinistra che non hanno più ragione di essere e che sono ora e ripeto ora per sempre categorie storiche, come lo sono da decenni la destra e la sinistra storiche.
Superando antichi pregiudizi ideologici nella pratica quotidiana che ho cercato di delineare prima, da quel po’ che ne ho capito io frequentando e da studioso, da giornalista, la comunità leccese del Movimento 5 Stelle, e che ho cercato di sintetizzare fin qui adesso, antiche scuole, percorsi diversi, professionalità differenti e le più disparate suggestioni, si sono incontrate e si sono armonicamente fuse su idee e progetti buoni e validi per sé stessi e per gli altri.
Propria come sognava Antonello Venditti oramai quarant’anni fa ina canzone all’epoca famosa, Nietzsche e Marx si sono dati la mano e hanno parlato insieme dell’ultima festa, ma pure adesso del banchetto per tenere pubblica l’acqua, della raccolta di firme contro le devastazioni ambientali, della chiusura dell’Ilva, della scuola e della sanità da riconsegnare al pubblico e alla efficienza e all’efficacia.
Parleranno pure fra poco della ridiscussione del debito, della sovranità monetaria, della decrescita felice, e si daranno ancora la mano, si sorrideranno; ma siamo già davvero oltre, oltre la destra e la sinistra, come sembrava non dovesse succedere mai.
Dopo la fine dell’ultima guerra, dopo un interminabile Dopoguerra, in Italia soltanto durato sessantotto anni, siamo usciti dal tunnel delle ideologie e ci siamo ritrovati felici alla luce delle idee – forza.
A proposito di guerre, il Movimento è il primo e unico partito di massa, che è contro la guerra, contro le guerre del neocolonialismo e della globalizzazione, e finalmente: qui si sono dati la mano, benedicendolo, Ezra Pound e Giorgio La Pira.
Ieri è rinato nella pratica quotidiana l’esempio del Mahatma Gandhi: perché questa rivoluzione è pacifica, non violenta, tranquilla e semplice, come sanno essere tranquille e alla fine semplici le cose davvero forti e sentite e che sono per questo premiate e fatte diventare inarrestabili prima e vincenti poi dai processi storici.
Ieri è diventata realtà possibile il mito delle democrazia partecipativa, realizzato e pure parzialmente solamente duemila e cinquecento anni fa nell’antica Grecia, in cui l’agorà e la rete, e, come mi disse dieci anni fa il professor Stephen Coleman, consulente del governo inglese per i nuovi mass-media in una frase diventata profetica nel corso di un’intervista, “i giovani saranno i veri democratici di domani grazie a internet”.
Ieri ha ritrovato la sua dignità lo Stato, il senso dello Stato, lo Stato come comunità, che era stato negato, vilipeso e tradito in questi ultimi due decenni dai particolarismi, dai localismi, dai processi di disgregazione, di privatizzazione, di aziendalizzazione.
Ieri hanno vinto i giovani: le giovani generazioni hanno reclamato il loro diritto a uscire dalla precarietà e a riprendere in mano le redini della loro vita.
Io li ho guardati in faccia, questi ragazzi condannati al precariato, all’avvilimento, alla mancanza di prospettive, in un sabato italiano fatto di noia, di mancanza di entusiasmo, di penuria, da affogare nell’alcool, se non da alleviare con il peggio: ragazzi che la politica aveva abbandonato a un’esistenza da precari e da gregari, se non da sudditi e da schiavi; ho chiesto loro per chi avrebbero votato; ho sentito una risposta univoca e visto i loro occhi illuminarsi, e io mi sono stropicciato i miei.
Ecco, amici che avete votato Movimento 5 Stelle: voi ieri non avete fatto soltanto una croce su di un simbolo, voi avete votato tutto questo, voi siete stati non solo testimoni, ma protagonisti di una data storica, per tutto questo vi siete pronunciati e tutto questo avete imposto.
Poi, avete scelto persone che vi chiedono aiuto, di non lasciarli soli, di stringervi intorno a loro.
Ora, non mollate, continuate non a votare, ma a partecipare e a seguire e, davvero, nessuno resti indietro.
Questo Movimento non si ferma più nemmeno se diventerà segretario del Pd il Grande Puffo, nemmeno se Berlusconi prometterà di restituire l’Irperf.
E’ rinata la speranza ieri, è tornato l’entusiasmo, è venuta la Bellezza ed è arrivata la giovinezza al potere!
Di giuseppe (del 08/02/2013 @ 20:32:28, in blog, linkato 38 volte)
Ho risentito proprio oggi a telefono, per alcuni consigli inerenti le mie condizioni di salute, un mio caro e buon amico, del quale taccio il nome per rispetto della privacy e che adesso – si vede che è il suo giorno – mi è ritornato di nuovo in mente, a proposito del discorso che sto per farvi, se avrete come al solito al pazienza e la bontà di leggermi.
Potrò indicare lui quale testimone del fatti, se qualcuno di voi vorrà un riscontro della veridicità dell’edificante storiella che mi accingo, sia pur in estrema sintesi, a raccontarvi, per aggancio e commento all’attualità di questi giorni, dominati dall’uso e dall’abuso dei sondaggi elettorali, in vista delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio oramai incombenti.
Nel 1994, anno fatidico, quando si votava per la prima con il maggioritario e per la prima volta tante cose avvenivano, nel collegio per la camera di Chivasso si contendevano la vittoria il candidato di centro – sinistra, tradizionalmente vincete in quella zona, che si chiamava Oscar Bertetto e il candidato di centro – destra, che invece quella volta partiva favorito, in virtù dell’onda lunga della neonata Forza Italia e del proprio chiamiamolo così radicamento sul territorio e che poi era l’attuale vicepresidente del consiglio superiore della magistratura, Michele Vietti.
Terzo incomodo, il mio amico e medico del vicino paese di Montanaro, Antonio D’Ambrosio – morto nemmeno un anno fa, pace all’anima sua e questo è anche un modo di ricordarlo con simpatia – che si presentava per il Msi: già, incredibile, al Nord Forza Italia e Msi erano divisi e contrapposti, al Sud uniti e compatti, ma va beh, questa è un’altra storia.
Il buon Antonio D’Ambrosio aveva dunque, da solo, ben poche speranze di avere più voti degli altri due, ma ci teneva e si meritava di fare almeno bella figura, dal momento che era medico condotto stimato da tutti nella zona; che faceva politica davvero per passione e che aveva messi insieme praticamente da solo e trovato a uno a uno gli elettori missini, fino a due anni prima pochissimi e sconosciuti.
Mi chiese consiglio sul da farsi in campagna elettorale.
Gliene diedi alcuni e per lo più “cattivi”: gli spiegai che, poiché partiva chiaramente distanziato dagli altri due evidentemente più forti, avrebbe potuto avere qualche speranza di fare bella figura solamente se fosse riuscito ad accreditarsi come rivale alla pari, con uguali possibilità di vittoria.
Faticai non poco a convincerlo, anzi, lo convinsi a fare solamente una cosa, che egli, vincendo la sua ritrosia e la sua rettitudine, si prestò a eseguire. Ma era la più importante.
Poco più di quindici giorni prima del voto si sarebbe tenuto un confronto pubblico fra i tre candidati, organizzato dai mass media locali e il mio consiglio a D’Ambrosio era quello di asserire convinto che era proprio lui il favorito, come attestava un sondaggio sull’intero collegio, realizzato con il metodo delle interviste telefoniche.
Siccome proprio non ne voleva sapere di barare, e voleva almeno una pezza d’appoggio, glielo realizzai davvero io il sondaggio, chiamando pro forma una decina di suoi pazienti e chiedendo per chi avessero votato: nessun valore scientifico, ma massimo valore ai fini della propaganda.
La mattina del dibattito, al comune di Chivasso, di fronte al folto pubblico, gli misi in tasca il foglietto, con i risultati del così detto “sondaggio” che però nessuno, tranne me e lui, sapeva essere farlocco e su cui pure, essendo all’epoca la pratica agli albori, nessuno avrebbe potuto dubitare dell’efficacia.
D’Ambrosio mi sorrise e si apprestò a recitare la parte: devo dire che fu pressoché perfetto e da buon giocatore di poker il bluff gli riuscì benissimo.
C’era tanta gente, al confronto e la curiosità era alle stelle.
Cominciarono i primi due, avanzando legittime aspirazioni di vittoria ed elencando i propri meriti di fronte all’elettorato che, a loro dire, li seguiva numeroso e convinto.
Quando toccò a lui, D’Ambrosio sorrise e sorridendo, calmo e tranquillo, disse che i suoi avversari politici si sbagliavano, che le loro erano soltanto speranze e che invece gli elettori avrebbero premiato lui, a sorpresa.
A differenza di loro, egli avrebbe potuto provarlo.
“Ho fatto realizzare un sondaggio sulle intenzioni di voto” ( disse più o meno così; Bertetto smise la sua aria di sufficienza e Vietti strabuzzò gli occhi ).
“Ho fatto fare alcune migliaia di telefonate, in cui è stato chiesto agli elettori di esprimere la propria intenzione di voto, cosa che quasi tutti hanno accettato di anticipare ben volentieri, e i risultati sono chiarissimi, anzi ora ve li comunico in anteprima” ( continuò più o meno in questo modo e tirò fuori dalla tasca della giacca il foglietto su cui gli avevo scarabocchiato alcune cifre; Bertetto si incupì e Vietti storse le labbra )
“Allora ecco quanto appare chiarissimo, dunque, io ho la metà dei voti: D’Ambrosio è al 50 %, Vietti al 25% e Bertetto al 15%; gli indecisi sono al 10%” ( Bertetto diventò viola e Vietti si accasciò sulla poltrona”).
Ho finito di raccontare, amici cari. Quelle elezioni, per la cronaca, furono poi vinte da Michele Vietti, ma Antonio D’Ambrosio, sulle ali di quel “sondaggio”, ripreso con enfasi da tutti i mass media, arrivò al 12%, in una zona in cui il Msi, quando c’era, prendeva se pure l’1% e si accreditò come astro nascente, come avrebbe confermato di essere davvero nelle successive elezioni regionali.
E a chi di quel “sondaggio” gli chiedeva conto, anche a distanza di tempo, raccontava sempre sorridendo, divertito e divertente, dicendosene ignaro e ovviamente dava la colpa a me, accusandomi di aver telefonato soltanto ai suoi parenti e ai suoi pazienti.
Il perché io abbia riesumato adesso il simpatico aneddoto, amici cari, è lampante e comunque ve lo sottoscrivo rapidamente.
Sono passati da quell’alba dei sondaggi quasi vent’anni, ma, credetemi, non è cambiato niente. I sondaggi non hanno valore scientifico alcuno: sono fatti a uso e consumo di chi li commissiona e servono a esclusivo uso di propaganda. Gli istituti che li realizzano hanno lo stesso peso specifico che avevo io, col mio per D’Ambrosio: il campione è sempre del tutto soggettivo, le risposte sono falsate, i risultati del tutto inaffidabili. Per dirne una: non tengono conto dell’enorme massa di risposte che dichiarano di essere del tutto indecisi. Nessuna campagna elettorale, pure la più intelligente, aggressiva e trasgressiva, può cambiare le carte in tavola e incidere sulle reali volontà dell’elettorato: può assecondarle, sollecitarle, coccolarle, ma mai determinarle.
Lasciate perdere i sondaggi, con cui tentano con l’ultima possibilità rimasta loro di rimbambirvi e confondervi le idee su chi sia il primo partito e quale sia la prima coalizione, credetemi, amici miei e preparatevi alle vere sorprese, a urne aperte e a conti fatti, con le schede vere. Ne vedremo delle belle, ci potete giurare.
Di giuseppe (del 01/02/2013 @ 13:55:33, in blog, linkato 69 volte)
Dedicato ai miei amici di Torino e di Milano, e ai miei amici di Lecce
1/LAVAVETRI
A Lecce quando fai benzina in modalità “servito” quasi sempre il benzinaio si sente in dovere di pulirti il vetro dell’auto.
Nelle città del Nord non esiste, neppure a pagare, o a pregare: all’uopo schiere di giovani e anziani immigrati extracomunitari presidiano in forze gli incroci e, a semaforo rosso, svolgono anche se non richiesti il servizio e pretendono un obolo.
2/ ROTONDE
Anche a Lecce, come nel resto d’Italia, ovunque, il traffico automobilistico è caotico.
Anche qui, se piove aumenta notevolmente, come se due gocce d’acqua sulla testa potessero essere letali.
La differenza è che non è ordinato, anzi, ognuno fa un po’ quello che vuole, anche se nell’anarchia si cammina un po’ quasi sempre, anche se lentamente.
Ciclisti e motociclisti sono i più indisciplinati di tutti, ma anche i pedoni non scherzano.
Riguardo agli automobilisti, la carenza maggiore, la spia del menefreghismo, è l’omissione delle frecce, a destra, o a sinistra, in caso di svolta, pressoché sistematica.
Luogo paradigmatico, le rotatorie.
Oramai sono una caratteristica diffusa in tutta Europa: dicono che agevolino e snelliscano il traffico, anche se i dubbi nella pratica quotidiana diventano tantissimi in proposito.
La differenza è che a Lecce celebrano pure il trionfo della prepotenza. Non passa chi impegna per primo il centro, come detta il codice della strada: passa il più prepotente, il primo che accelera e conta sulla frenata dell’altro, anzi, del nemico automobilista.
A Londra, notato più volte nei sobborghi, succede invece che ogni auto senta il dovere di fermarsi e fare segno all’altro di passare per primo.
Quando capita a Lecce un automobilista inglese, magari arrivando alla rotonda della superstrada per Brindisi e si comporta nel modo a lui abituale, vede dietro di sé gestacci e ode imprecazioni, che per fortuna non capisce.
3/ORARI
Benché la deregulation sia stata introdotta per legge sull’intero territorio nazionale, anche se inosservata sulla carta, nel senso che per lo più si è rimasti fermi alla rigida normativa quo ante, a Lecce gli esercenti praticano sugli orari dei loro negozi la deregulation selvaggia, nel senso che aprono e chiudono quando vogliono, sistematicamente pure in contraddizione con sé stessi, cioè con gli orari esposti al pubblico, si capisce in via del tutto teorica, periodi di ferie e giorni di riposo compresi e anzi specialmente.
Dalle 14 alle 17 circa, poi, vige una sorta di coprifuoco.
I casi più emblematici sono i giornalai, che chissà perché fanno mezza giornata; i tabaccai, che non hanno neanche un minimo di abitudini e infine i farmacisti.
Unico caso al mondo, a Lecce c’è una farmacia sola aperta di turno non di notte, ma nelle fatidiche ore pomeridiane del coprifuoco.
4/ CAFFE’
Stretto, scottante, possibilmente da seduto. Tre S compongono la ricetta della felicità, un attimo di puro piacere dei sensi, del caffè a Lecce, che, così servito, a meno di esplicita variante richiesta, sempre comunque con un bicchierino di acqua a parte, costa 70/80 cent.
D’estate, comune il caffè in ghiaccio, o con la granita di caffè; oppure – tipicamente leccese – l’espressino freddo, con una crema fresca e rinfrescante dello stesso gusto.
Al Nord in genere il caffè è abbastanza acquoso, inodore, insapore, tiepido; costa almeno un euro e se vuoi un bicchiere d’acqua devi chiedere, a Torino specificare pure se la vuoi di frigo, o fuori frigo, e pagarla a parte almeno 50 cent.
D’estate, se chiedi un caffè in ghiaccio, ti guardano come se fossi un pazzo furioso e nella migliore delle ipotesi, pure dopo aver spiegato, malgrado ogni spiegazione, il barista ti fa uno shakerato insipido; a Milano aggiungono in silenzio “We, terun, va a dà via i ciap”, o frase simile, che non c’è bisogno di tradurre; dell’espressino freddo è meglio proprio non far menzione, per non scatenare ulteriori reazioni nel malcapitato barista.
Unica superiorità nordista riscontrata in un caso più unico che raro, a Trieste, al bar nel piazzale davanti la stazione, lato sinistro, per andare in centro: caffè profumato e stretto, servito con panna fresca nella tazzina, pagato 70 cent.
5/ PASTI
A Lecce si fa colazione al bar col pasticciotto, piccolo o grande che sia, o cornetto, o krafen, che è inutile descrivere; se l’orario è posticipato, magari col rustico, altra tipicità salentina, vera e propria bomba calorica e colesterolica.
Il pranzo si fa mediamente verso le 14, 14.30, se non proprio più tardi e costituisce il pasto principale; si beve il vino rosso, o rosato, almeno qualche bicchiere, che d’estate, col caldo impossibile, diventano micidiali nel successivo riposino obbligatorio e danno le allucinazioni oniriche, provocando al risveglio un cerchio in testa fino all’arrivo delle prime ombre della sera.
La merende non esiste.
La cena, rigidamente a tarda ora, è frugale, un calzone, una frisella, un panino, una birra e poi.
Se al Nord adottate con qualche ospite, o convivente, per quanto possibile, un simile regime alimentare, sarete subito etichettati come originali, se vi va bene, come dissociati, nella peggiore delle ipotesi.
Spettacolare l’espressione di chi si vede servita per la prima volta una frisella, o, ignaro, incappa nel nocciolo dell’oliva della “puccia”
Fa il paio con quella del meridionale che per la prima volta si vede servita la carne cruda.
In Piemonte e in Lombardia si fa colazione con i biscottini, o i croissant. Il pranzo è alle 12.00/12.30 e si chiama colazione, il che ingenera sempre nel malcapitato meridionale dubbi amletici, quando viene invitato con la formula di rito “ci vediamo a colazione per un boccone”.
Ci si vede cioè alla mezza per il pranzo, che è abbastanza frugale e viene adoperato anche per contatti, o conversazioni di lavoro.
Il pasto principale è la cena, che – Dio, com’è complicata l’Italia! – si chiama pranzo: nelle case viene servita alle 18.30/19.00, un tantino più tardi se andate a mangiare fuori, mai comunque più tardi delle 21.00, quando cioè a Lecce alla cena si comincia appena a pensare, per consumarla sempre nelle ore successive.
E abbiamo appena festeggiato pure il 151.mo anniversario dell’Italia unita.
6/ EXTRAPASTI
A Lecce si fuma come in tutte le altre città, ma le cicche si buttano per terra, come del resto quasi ovunque, ma al Nord se qualche zelante passante vi coglie reo di simile nefandezza si sente in dovere di farvi la predica laica.
Purtroppo a Lecce si fuma altro più che nelle altre città d’Italia, lo spinello è un rito consumato fin dalla più giovanissima età e protratto in età avanzata, in un assoluto, assolutorio e disarmate trionfo del tardo, ma molto tardo, giovanilismo di ritorno.
Alcuni se lo fanno tranquillamente camminando per strada, come se fossero sigarette normali, diffondendo senza cura il caratteristico odore dell’erba.
Sul resto, sul peggio, stendiamo quel pietoso velo.
Sempre a Lecce, si beve fuori pasto poco e niente, la sera più che altro birra; rimane qualche osteria dove si celebra il rito collettivo di brigata della bevuta collettiva, che ha regole ferree e spietate; comunque, la birra non va mai servita al vicino con la schiuma, grave offesa.
Agli antipodi il Veneto, il Nord-est in genere, dove si beve un grappino, anzi, si comincia a bere grappa con la colazione del mattino presto, il così detto “cicchettino”. Ma ho visto il vocabolo “cicchetto” pure sulla vetrina di un bar alla moda di Lecce.
Fuori dai pasti, i giovani anche a Lecce masticano spesso gomma appunto da masticare, l’americana chewingum, che qui si chiama “gingomma”, in un mirabolante adattamento dialettale dall’inglese originale.
La stessa, a Milano si chiama “cicca”, che non è dunque il filtro della sigaretta finita; a Torino, in maniera ancora più misteriosa, si chiama invece “cicles”. ( continua )
7/ ETERO
A Lecce l’italiano standard “scopare”, “trombare” nell’accezione giovanilistica, si dice abitualmente con un verbo che per i Leccesi è inutile ricordare e per i non Leccesi è meglio non dettagliare, perché stranamente e inopinatamente volgare, ma non nel senso etimologico, ma proprio volgare nel senso di bruttezza.
Pure il nome dell’organo sessuale femminile è volgare-brutto, oltre che strano: le Brigate Rosse non c’entrano evidentemente niente, chissà qual è la derivazione. Strano, pur di difficilissima spiegazione, comunque non gastronomica, perché le margherite e le quattro stagioni non c’azzeccano proprio, però bello, il nome che a Lecce indica l’apparato sessuale maschile, anche perché permette disinvolte allusioni, in cui i Leccesi sono maestri, soprattutto quando parlano con altri, con la particolare cadenza, sulla bontà, sul gusto, se non sulla fragranza, della loro specialità personale.
I Leccesi parlano sesso, pardon, spesso e volentieri di sesso, con compunta ironia, sagace sarcasmo e feroce brillantezza, tipica del loro portato genetico, che si esalta poi nelle allusioni di cui infarciscono i loro discorsi.
Inoltre usano le varianti del verbo “mettere” ( facile capire cosa e dove ) con cui fanno la parafrasi dei verbi scopare/trombare, anche se così “te la metto”, oppure “ni la mise” denotano un inguaribile maschilismo di fondo.
A Torino l’atto etero si dice “ciulare”, che è una specie di adattamento del “fottere” del Regno delle Due Sicilie, con tutta quella gentilezza, debordante nell’ipocrisia, con tutta quella cortesia sconfinata nella falsità, tipicamente sabauda.
A Torino però parlare di sesso, in qualunque tipo di discorso pubblico, viene considerato sconveniente, comprese ogni tipo di anche semplici allusioni.
Se proprio non se ne può fare a meno viene adoperata l’espressione neutra e asettica “fare sesso” mutuata dai film e telefilm americani.
“Andai ensema”, che sarebbe “andare insieme”, è l’espressione tipicamente meneghina: andare insieme a fare che cosa è implicito e non c’è bisogno di dirlo, per quanto a Milano ognuno costruisca sulla sessualità tutta una serie di implicazioni sociali e relativi modi di dire anglofoni, che vuole abbinare ed esprimere a tutti i costi, mettendoci così sempre, per esempio, del “fashion”, degli aperitivi after hour, della location della situazione e così via.
Nel resto dell’antico Lombardo – Veneto, specie la zona di Brescia, il termine, di derivazione veneta, appunto, nella fattispecie è “ciapare”, che originariamente significava “pigliare/prendere” ( stupefacente: l’esatto contrario del leccese “mettere”): “te pià ciapà?!?” è la frase più usata, come domanda dalla risposta scontata, quindi inutile: una constatazione, insomma, più che un interrogativo.
La cosa più piacevole, insomma, perfettamente connaturata ai disegni ancestrali della natura, che l’abbinava alla procreazione e dunque al perpetuarsi della specie, anche al Nord: solo a Napoli dicono che comandare sia meglio che fottere.
8/ Omosex
A Lecce i gay sono detti “ricchioni”, come un po’ in tutto il Sud Italia; a differenza del Sud Italia, però, il termine non ha valenza offensiva, o, per meglio dire, è una specie di affettuoso insulto, scevro da significati sessuali, tanto è vero – “Na stu ricchione!- che viene adoperato nei confronti di chiunque compia qualcosa di strano, o sbagliato, o fastidioso.
A Lecce hanno dato poi la cittadinanza onoraria a un regista gay, che, in preda alle sue ossessioni sessuali, ha dipinto la città come un piccolo paese d’anteguerra, vittima di pregiudizi e malvagità.
Niente di più sbagliato e falso: non è per niente vero.
Nella realtà odierna, i Leccesi dei gay, i quali, dal canto loro, né nascondono, né ostentano, come un po’ degli esponenti di tutte le altre categorie sociali, semplicemente se ne fottono, anzi, se ne strafottono: sono cazzi loro, pensano, è proprio il caso di dirlo, e amen.
A Torino sono pieni di “Gay”, nel senso che ( pronuncia: come è scritto, non l’inglese “ghei”) è uno dei cognomi più diffusi in città, come i “Ferrero” o i “Pautasso”.
L’omosessualità è vissuta in maniera coperta e sofferta, più che altro in una solitudine disperata e disperante, anche e soprattutto nelle occasionali compagnie.
Il termine “omosessuale” nel dialetto piemontese è tutto un programma: si dice “cupio”, che rimanda subito al biblico “cupio dissolvi”.
A Milano l’omosessuale ( il romano “frocio”, il palermitano “arruso”, termini a forte connotazione negativa e spregiativa ) viene definito con una colta figura retorica, la sineddoche, per la precisione, cioè l’indicare una parte per il tutto: “culatone”, si dice, e basta e avanza a esprimere bene il concetto.
Qui i gay sono spesso una lobby potente, condizionante, che al loro interno e al loro esterno – vedi i settori lavorativi della moda, o della comunicazione – adoperano i criteri uguali e contrari degli etero nel resto d’Italia, cioè gli stessi condizionamenti discriminatori, sovente ricattatori, nei confronti di chi culatone non è.
9/ PROSTITUTE
Fino a qualche decennio fa, a Lecce, città tradizionale, profondamente cattolica, ma non bigotta, intimamente perbenista e sostanzialmente garbata, la prostituzione svolgeva una duplice, precisa funzione sociale: di educazione sessuale, per i minori, e di valvola di sfogo salva-matrimoni per gli adulti.
C’erano poche, sempre discrete, presenze di lavoratrici autoctone e autonome nelle ore serali, isolate in zone periferiche; il grosso dell’attività veniva esercitata in un’apposita zona della città, detta “La Chiesa greca”, che era una specie di quartiere in scala ridotta a luci rosse, dove le prostitute, alcune vere e proprie navi scuola, educatrici sessuali per intere generazioni di giovanissimi marinai al battesimo del mare, o riservate presenze fisse extraconiugali, sovente pressoché istituzionalizzate, svolgevano in tutta tranquillità, senza violenze, o volgarità di sorta, la loro professione, a prezzi proprio modici.
I frequentatori adulti della Chiesa greca erano tranquilli per la loro riservatezza, nel senso che tanto potevano essere visti e riconosciuti solamente da chi poteva essere là per la stessa, unica, ragione e quindi non aveva nessunissima ragione a divulgare l’eventuale riconoscimento; al contrario, per i minori ogni visita nelle alcove del piacere, di solito stanze che affacciavano direttamente sulle stradine, con il lettone in evidenza fin da fuori, tanto per levare ogni dubbio ai passanti, era un’occasione memorabile per racconti estenuanti delle epiche imprese, che venivano ripetute e vivisezionate nei racconti ai coetanei per mesi e mesi interi, fino a una nuova prodezza di qualcuno del gruppo.
Oggi a Lecce, dopo pochi decenni, non esiste più niente di tutto questo, né nella geografia, né nella sociologia.
La prostituzione, completamente omologata, cioè globalizzata, viene attualmente esercitata da qualche decina di “trasfertiste” straniere in appartamenti anonimi, apparentemente uguali agli altri, disseminati a macchia di leopardo sul territorio cittadino; i clienti vengono reclutati tramite annunci espliciti, a volte pure di una comicità esilarante, per quanto involontaria, sul giornale locale, “Il quotidiano”, tanto per non fare nomi.
Annunci, modalità, professioniste sono uguali a quelli e quelle di tutto il resto d’Italia, dal sud, al nord, senza distinzione alcuna: e se non è il Quotidiano di Lecce, è il Messaggero, o il Giorno, ma di quello, sempre uguale, si tratta.
Fino a due anni fa, resisteva a Lecce una mini zona di prostituzione sulla strada, in una via laterale rispetto alla stazione ferroviaria, in orari notturni; poi polemiche e proteste varie ed eventuali l’hanno spostata quasi del tutto a qualche centinaio di metri più avanti, sempre lungo i binari, ma in aperta e deserta periferia e però pure ridotta a pochissime occasioni, fra l’altro soltanto con orario serale, e alquanto disturbata.
Lo stesso per qualche intraprendete lavoratrice, che affitta all’uopo qualche stanza del centro storico nella zona delle così dette “giravolte”.
Pure la strada di campagna sulla statale Lecce-Gallipoli, a chilometri dalla città, è stata oggetto di restrizioni di recente e sopravvive solamente per poche presenze di ragazze negre dalla mattina al pomeriggio.
Nelle grandi città del Nord, la prostituzione, che oramai non ha più connotazione sociologica alcuna, se non nel trionfo della volgarità e della mercificazione, è dilagante, a tutte le ore del giorno e della notte.
Annunci sui giornali a parte, che pure sono massicci e, come detto, uguali a tutto il resto d’Italia, la strada rimane la modalità di esercizio dominante. Soprattutto dalle 21 all’alba, ci sono presenze di prostitute straniere, di ogni etnia, per ogni specialità, per decine e decine di chilometri: un “puttan tour” completo, che voglia rendersi conto del fenomeno in maniera esaustiva, può durare ore e ore.
A Milano le italiane, con la qualifica di ragazze – immagine, lo fanno solamente con le agenzie di escort, a prezzi stratosferici, o nelle discoteche, nei privee dei festini a base di coca, per ricchi scemi e anzi idioti.
A Torino l’ultimo grido sono i saloni dei massaggi gestiti dai cinesi, anzi, dalle cinesi, le quali evidentemente sanno sopperire alla discutibile avvenenza con altre capacità tecniche. Ne sono spuntati a decine in ogni zona della città e sulla natura dei massaggi ivi praticati non ci sono dubbi, con tanto tariffario scritto esposto fuori, extra e specialità della casa a parte, come nei migliori ristoranti direttamente a voce al cliente coccolato e anzi venerato: dopo il tessile, la ristorazione e le Olimpiadi, un altro, clamoroso successo dell’economia rampante cinese all’estero.
10/ PERIFERIE
Lecce in pratica non ha periferie, almeno nel senso delle grandi città del Nord. Non ha sobborghi degradati. Alcuni comuni si insediano, o lambiscono, i confini amministrativi della città, che arriva fino al mare, pur senza essere, sempre nel senso tradizionale, città di mare. E’ una città da amare.
Negli anni Sessanta, c’era un conglomerato di palazzine degradate, in un’area marginale, che la perspicace fantasia popolare, forse memore della guerra allora non da molto conclusa, aveva denominato “Stalingrado”.
Sempre in quegli anni, il piano INA del ministro Amintore Fanfani creò in campagna un quartiere “periferico” a regola d’arte – è proprio il caso di dirlo, per funzionalità, ordine e decoro – che diede una casa di proprietà a chi non avrebbe mai potuto permetterselo, tanto meno oggi e guarda se ci tocca rimpiangere – ma tant’è – il regime democristiano di una volta: quella ”Santa Rosa” che oggi è parte integrante, comoda e tranquilla, della città.
Negli anni Settanta, il centro sinistra spostò, eliminandolo, Stalingrado, nella così detta zona 167, dal nome di un altro piano di edilizia popolare nazionale, architettonicamente e logisticamente, però, brutto e infelice: contro il degrado di quella e della limitrofa zona “167 bis”, Lecce lotta ancora, con esiti alterni, ma tutto sommato accettabili.
La storia urbanistica di Milano è stata cantata – è il caso di dirlo – dalla celebre canzone del ragazzo della via Gluck che tutti conoscono.
Oggi sta sempre là, poco lontano dalla stazione centrale, ma è diventata appunto quasi centrale, ed è abitata da cinesi e arabi, ammassati in quei casermoni anonimi, dove non ci passa nessuno, eccetto essi, a meno che non ci si voglia andare apposta.
Negli anni Sessanta nacquero enormi, smisurati, squilibrati nuovi insediamenti urbani di palazzoni sgangherati già appena finiti di costruire e contro il degrado di queste e altre zone la metropoli lotta ancora, con esiti alterni, ma tutto sommato negativi.
A Torino invece le periferie furono pensate e realizzate per contenere, o, meglio, isolare, le famiglie di meridionali venuti al Nord a lavorare.
Del quartiere “Le Vallette” bisognerebbe fare un patrimonio dell’Unesco per la bruttezza.
Ma ci sono altri quartieri, soprattutto nei grossi centri, alcuni fra i cinquanta e i settantamila abitanti, che si legano al capoluogo senza soluzione di continuità urbana, che sono architettonicamente e logisticamente peggiori: certi sono sopravvissuti alla fine dei regimi comunisti e stanno ancora là, dove pure il Pd, ex Pds, ex Pci, alle elezioni continua a prendere appunto percentuali bulgare.
In uno di questi, Beinasco, c’è un centro commerciale, naturalmente della Coop, che è stato per anni e anni l’unico mega insediamento del genere, prima che essi iniziassero a diventare numerosi e ha scandito, specie nel rito della spesa operaia del sabato, la vita di due generazioni.
Oggi a Torino c’è un altro iper Coop. Sta dentro la metropoli piemontese, nel mezzo di una zona ricostruita ex novo in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006, con i palazzi che incombono tutto intorno, con le loro luci e le dinamiche che sembrano quelli dei mattoncini della Lego, sullo sfondo, quando si vedono, in un calo di afa e smog, le montagne delle Alpi.
Ci sono le rampe d’accesso, i mega – parcheggi dove se non ti orienti preventivamente poi non ti ci ritrovi più, le indicazioni per uscire e accedere alla viabilità ordinaria strampalate se non del tutto assurde, le ringhiere e gli scalini, i negozi delle catene più importanti di abbigliamento ed elettronica, sempre gli stessi, il cinema, o, meglio, tante sale cinematografiche tutte insieme, con i biglietti elettronici, i bar dei pop corn e i lecca lecca.
Anche a Lecce c’è quell’ iper Coop, identico, anzi, che dico identico? Uguale, perfettamente uguale.
Basta levarci lo sfondo dei palazzi della Lego e delle montagne, e poi è proprio del tutto uguale: medesimi e medesime, le rampe d’accesso, i mega – parcheggi dove se non ti orienti preventivamente poi non ti ci ritrovi più, le indicazioni per uscire e accedere alla viabilità ordinaria strampalate se non del tutto assurde, le ringhiere e gli scalini, i negozi delle catene più importanti di abbigliamento ed elettronica, sempre gli stessi, il cinema, o, meglio, tante sale cinematografiche tutte insieme, con i biglietti elettronici, i bar dei pop corn e i lecca lecca.
Una paradigmatica esemplificazione di quella che abbiamo imparato a chiamare la globalizzazione.
11/ FESTA DEL SANTO PATRONO
Il Santo Patrono di Lecce è Sant’Oronzo, anzi, per essere precisi sono tre, Sant’Oronzo – che appunto nella statua della piazza appare benedicente con le tre dita – San Giusto e San Fortunato, che si festeggiano a fine agosto, 24, 25 e 26.
In quei giorni i leccesi che avevano lasciato la città per lo più per le seconde case per sfuggire alla canicola, o che si erano concessi una vacanza, fanno ritorno in città, o almeno questa era la tradizione; gli emigrati si trattengono apposta, prima di ripartire, mentre i turisti ci sono sempre e comunque, anche se già di meno.
In quei giorni, che sono dunque un po’ lo spartiacque dell’anno solare, dopo il giro di boa di Ferragosto, il serpente che si morde la coda, come un cerchio, dell’anno, un anello, anulus, nell’eterno ritorno, in cui ciò che ha fine, ricomincia, il centro storico e dintorni sono chiusi al traffico, come dovrebbe essere sempre; le strade si riempiono di bancarelle, si accendono le luminarie, si sparano i fuochi d’artificio, si apre il luna-park, insomma, si snoda il solito repertorio di circostanza.
In un progressivo tono minore, però. Lecce è rimasta ferma a queste cose qua, da strapaese anni trenta: le noccioline, la cupeta, bianca e niura ( il torrone ), la sempre più introvabile, quasi mitica oramai scapece ( pesce conservato nelle molliche di pane, con aceto e zafferano ), le sempre meno roboanti bande dei paesi, i giornali satirici dialettali.
Senza andare troppo lontano – e non capirò mai perché non si tenga nel capoluogo – per esempio in quegli stessi giorni c’è un evento che attira centomila persone e viene rilanciato in tutto il mondo: La Notte della Taranta, ma va bene così.
Qui invece ci sono i complessini a fare le cover dei successi, a livello musicale mezzo secolo di ritardo.
Trent’anni di ritardo, le bancarelle che vendono i prodotti promossi dalle televisioni oramai ogni giorno a tutte le ore, anche e soprattutto notturne.
I Leccesi sono sostanzialmente indifferenti a tutto questo ambaradan, lo considerano più congeniale ai “poppeti” della provincia, in pratica lo subiscono.
Sarebbe opportuno ripensare radicalmente tutto quanto.
Unica eccezione, per i credenti, la solenne processione del 24 a sera, che continua
a perpetuare la tradizione religiosa.
Nel caldo afoso della sera, con la temperatura di solito uguale a quella del giorno e acuita dall’ammasso di gente nelle stradine del centro storico, i fedeli vanno appresso alle statue dei santi, portate a spalla da veri e propri eroi e seguono tutto il percorso, con il sindaco, chiunque sia, sempre dietro, con la fascia tricolore.
“San’oronzu nesciu, fanni la grazia” – pensano, vedendolo, perché ognuno ogni anno ha sempre qualcosa da chiedere e in cui sperare.
A Torino la festa del Santo Patrono, San Giovanni, è il 24 giugno.
La processione è più laica, con costumi storici, che religiosa; in una piazza del centro storico, viene acceso un falò, per trarre auspici dal modo in cui alla fine ne cade a terra la sommità, i caffè storici sono gremiti di “madamin” col tagliando di messa a punto per la festa, per il resto siamo sempre al repertorio abituale di simili ricorrenze.
Ma lo spettacolo pirotecnico – il vero e proprio momento clou delle manifestazioni – è sempre eccezionale, anche perché, nella notte fresca, ha lo sfondo del Po, lungo le cui rive, per chilometri, si siedono sempre in tantissimi con naso all’insù.
A Milano il Santo Patrono è sant’Ambrogio, talmente legato alla storia della città, da risultare ancora per tanti versi come vivo e operante. Il 7 dicembre a Milano fa già freddo, va bene se è ancora sopportabile, comunque si inaugura la stagione della Scala, le signore bene sfoggiano le loro pellicce e si va a fare acquisti ai mercatini già di Natale: infatti, si assaggia pure per la prima volta il panettone, che farà compagnia fino all’Epifania.
Arrivare a mangiare il panettone, arrivare al 7 di dicembre, è per i tanti che gravitano da non residenti sulla metropoli lombarda durante l’anno una meta ambita, non solo un modo di dire.
La Milano col cuore in mano si ricorda sempre dei suoi figli più poveri, sempre di più, con opere di carità tangibili.
Si ricorda pure, nella circostanza, dei suoi figli che hanno fatto qualcosa di bello, o di utile, nelle loro professioni, o attività, anche se sono fuori, o all’estero, e li premia con un’apposita cerimonia, con un riconoscimento ambitissimo, l’ambrogino d’ro.
Lecce di solito li dimentica, abitualmente li ignora, al massimo li menziona nei giornaletti dialettali per prenderli in giro.
12/ MARE
Ognuno ha il suo mare in fondo al cuore.
Lecce è praticamente sul mare, eppure non è una città di mare, mai si è considerata tale. Le sue tre marine sull’Adriatico distano pochi chilometri dal centro, anzi, soprattutto negli ultimi anni, l’espansione, spesso senza criterio, edilizia è andata verso quella direzione, così che oggi, praticamente, fra villette, insediamenti abitativi, condomini e seconde e terze case, fra la città e il mare non c’è soluzione di continuità.
I Leccesi vanno a mare così, sulle spiagge libere, oppure affittano la “gabina” in uno degli stabilimenti balneari di Torre Chianca, Frigole o San Cataldo, nei secoli fedeli, quasi per generazioni, allo stesso lido, se non addirittura pure allo stesso ombrellone.
Oppure la seconda casa ce l’hanno nelle altre ben più rinomate località turistiche, tipo Otranto, Gallipoli, Porto Cesareo, e ci vanno a vivere ad agosto, tranne altri pochi giorni durante il restante periodo dell’anno.
Poi, sanno tutti che quando è scirocco è calmo l’Adriatico, magari agitato lo Jonio, quando è tramontana il contrario.
Ma le loro scarse conoscenze marine si fermano qui, pure i pescatori sono pochi e per lo più da terra, sugli scogli, con le canne.
Come mai una città e il suo intero territorio interamente circondato dal mare, anzi, praticamente piantato tutto quanto dentro al mare, al mare siano tutto sommato indifferenti, è uno dei misteri irrisolti, forse irrisolv ibili di Lecce.
Potrebbe provarci ora e ancora la politica, se sapesse progettare il futuro di una comunità, ma non ne pare capace.
Senza fare sociologia all’acqua di rose e storia avariata, forse una spiegazione è nel fatto che dal mare nel Salento sono arrivati sempre e solo problemi, con le invasioni barbariche, la prima colonizzazione greca, la seconda bizantina, e poi via via tanti altri, soprattutto i veneziani. Ma soprattutto – “Mamma li Turchi!” è una frase rimasta intatta – per secoli e secoli il Salento ha dovuto subire le devastazioni e i saccheggi a opera dei Musulmani, truppe più o meno regolari, o pirati che fossero.
Le due coste sono piene di “Torri” che ricordano i presidi posti a cercare di prevenire, o arginare il triste, anzi drammatico fenomeno.
Poi, di là dal mare, per Lecce c’è sempre stato una specie di altro mondo. L’Albania è a pochi chilometri, si ci arriverebbe tranquillamente in gommone, nelle giornate più linde se ne distinguono a occhio nudo i rilievi, ma l’Albania per Lecce ha sempre significato un nemico da temere, una guerra da affrontare, un dramma da subire.
Uno dei suoi figli più famosi, porta quel nome perché quando era in gestazione sua madre andava in spiaggia a cercare di vedere la costa opposta, dove il marito e futuro padre stava combattendo, e in quel nome ci sono tanti significati.
Comunque sia, al di là delle ataviche paure, Lecce non si cura del mare, nemmeno delle sue tre spiagge: le ha dimenticate per decenni, non riesce a valorizzarle, non le sa curare, né progettare.
Quasi le ha distrutte, le spiagge, ridotte al lumicino; aree verdi incolte e inaccessibili; nessun porto, nessuna attrattiva; e una gran puzza di fogna, sulla via del mare, specie la sera e la notte, subito dopo lo stadio.
A Torino il mare non c’è, anzi è ben distante. I Torinesi, per tre quarti di origine meridionale, al mare vanno d’estate quando ritornano “al paese”, è stato così per decenni, con la città che d’agosto si svuotava quasi del tutto.
Autoctoni o immigrati, per andare al mare con una toccata e fuga, in stile mordi e fuggi, insomma, per andare e tornare in giornata, i Torinesi vanno nella zona di Savona, in particolare a Loano.
Sempre per decenni, caso più unico che raro, la via di collegamento è stata un’ “autostrada” diventata tristemente famosa per l’altissimo numero di vittime di incidenti stradali che provocava, essendo costituita da tre corsie, sì, ma non come le altre, tre per senso di marcia, bensì tre in tutto, una corsia per un senso, una per l’altro opposto e quella di mezzo per i sorpassi provenienti da tutte e due le altre, con esiti, come ognuno può facilmente immaginare, catastrofici.
Chiusa alla fine a furor di popolo, i lavori di messa a norma sono durati alcuni anni, durante i quali – altro record mondiale – sempre quella stessa “autostrada” si era trasformata in un misto fra un percorso da rally, una gimkana da luna-park e una pista da mountain bike, con tempi di percorrenza biblici.
Soltanto da poco l’autostrada è diventata normale e da Torino si può raggiungere Savona abbastanza agevolmente, dopo decenni in cui le alternative erano o i pericoli estremi e le lentezze esasperanti dell’”autostrada”, o i sentieri vorticosi ed estenuanti delle stradine appenniniche.
Ma da Torino si può fare un’altra cosa. Si sale verso Cuneo attraverso una strada statale e dal capoluogo della provincia Granda si raggiunge la località montana di Limone Piemonte, con i campi da sci e le vette innevate anche d’estate.
Da lì si prende un’autostrada vera che passa attraverso il territorio francese e poi scende tutto d’un tratto verso Ventimiglia: in mezz’ora si è dalla neve alpina, al mare della costa azzurra , ed è sempre un’esperienza.
A proposito: a Ventimiglia, come da là in avanti in Francia, le spiagge sono grandi, accoglienti, libere, cioè gratis, curate, pulitissime, con tanti servizi igienici lindi e profumati, docce, assistenza ai bagnanti continua e gratuita, insomma, proprio come nelle tre marine di Lecce.
Nemmeno a Milano c’è il mare, ma i Milanesi hanno sempre avuto la fissa di farsene uno loro. Non bastava loro la città attraversata tutta quanta da grandi canali, come se fossero tanti fiumi, i navigli, insomma, che anche nel nome il mare evocano; hanno provato a realizzare “Milano marittima” sulla riviera romagnola, ma risultava troppo distante e la cosa finì lì, cioè la località si è poi evoluta per fatti suoi.
Si sono fatta un’autostrada apposita verso Genova, per le due riviere, ma soprattutto quella di ponente.
Infine, si sono fatti il mare proprio dentro Milano, una specie di mega piscina, o iper lago artificiale, con tutti i servizi da spiaggia marina e l’hanno chiamato Idroscalo.
Viaggio studio consigliato per gli amministratori della Provincia di Lecce; mentre quelli del comune di Lecce dovrebbero andare a studiare sulla riviera di Ponente, o in Francia, cosa si fa delle marine urbane.
Ma il viaggio, se lo paghino di tasca loro! Vadano a studiare, vadano a riflettere, poi tornino e si mettano all’opera, se saranno riusciti a capire qualcosa del rapporto di sinergia e simbiosi, di arricchimento reciproco e non di impoverimento generalizzato, che dovrebbe esistere fra una città e il suo mare.
13/ GIORNALI
Una particolarità di Lecce – città è che prendi due e paghi uno, insomma, la trovata di marketing del così detto “panino”, come si dice in gergo, altrove periodica, qui è istituzionalizzata, dai due quotidiani di Lecce.
A dire il vero i Leccesi ne considerano uno solo, Il Quotidiano, perché reputano l’altro, “La Gazzetta”, storico, e unico fino a qualche decennio fa, “barese”, summa injuria, a torto, perché la redazione di Lecce, altrettanto storica, della centrale barese, mette spazio e investe risorse umane ed economiche per tutto il Salento, comunque tant’è e così sia.
La particolarità è che il Quotidiano regala il Messaggero di Roma, della stessa casa madre proprietaria, con la forza delle grandi banche, con ciò auto – screditandosi, perché auto – ridottosi a succursale di periferia, come un’appendice locale, di provincia; e la Gazzetta, che in realtà ha una copertura informativa nazionale, quindi non ne avrebbe bisogno, regala La Stampa di Torino, della stessa concessionaria di pubblicità, di proprietà anch’essa della Fiat, con ciò anch’essa autoscrditandosi.
Per di più, c’è da aggiungere che i Leccesi, approssimativi e pigri di natura, per quanto in regalo, La Stampa non la leggono proprio, e il Messaggero lo guardano al massimo, distrattamente, abbandonandolo, prima di dedicarsi al “loro” quotidiano.
A completare il quadro, i due maggiori quotidiani nazionali: il Corriere della Sera, che ospita al suo interno un supplemento dedicato a tutto il mezzogiorno, con spazio puntuale anche per la città; e La Repubblica, che però porta l’edizione pugliese interamente dedicata a Bari, come le altre che fa in Italia tutte incentrate sul capoluogo regionale.
Non a caso, nei bar , buttato sui tavolini per uno sguardo ai titoli degli avventori, fra un caffè e un cappuccino, si trova di solito il Quotidiano, e basta.
Le edicole mettono le locandine di Gazzetta e Quotidiano, ma non li espongono in vista.
La free – press praticamente esiste soltanto periodica, e a carattere estemporaneo, di marketing, pure grezzo, a esclusivo sfondo pubblicitario.
A Milano di free press a carattere quotidiano – e completi quanto a informazione, per quanto sintetica – ce ne sono quattro, il più “simpatico” si chiama “Ventiquattro minuti” e fa da edizione serale al noto e prestigioso “Sole XXIV ore”: ma a Milano si viaggia in metropolitana – la sede ideale per queste letture – mattina e sera, e pure di notte, senza soluzione di continuità, con tantissimi pendolari, anzi, a Milano sono tutti e tutti i giorni pendolari.
Poi, c’è “Libero” che viene spesso “liberato” in giro, e “Cronaca qui” che ha tentato di ripetere, con esiti alterni, il successo di Torino, ma non si è radicato e costa oramai quaranta centesimi, a fronte dei dieci iniziali di dieci anni fa, quando, nel capoluogo piemontese, iniziò la sua per tanti versi formidabile avventura, che spiegheremo subito.
Il tempo di annotare che a Milano il “Corriere della sera” è un monumento, un’istituzione, un’abitudine quotidiana.
Il Giorno, lo era, ma da anni si è svuotato nelle sue peculiarità.
Il giornale più bello, nel senso di leggibile, godibile, coinvolgente, che usciva di sera e si chiamava “La Notte”, non esce più.
Anche a Torino c’era un giornale della sera, Stampa sera, ovvio, che all’ora di pranzo era già disponibile, poi anch’esso, come tutti i simili, scomparso.
C’era anche un altro quotidiano prestigioso, La Gazzetta del popolo, che però da tempo si è consunta e deceduta.
Era rimasta soltanto La stampa, a parte i supplementi di Repubblica, ben fatto, e autorevole e del “Giornale”, fatto male e ridotto a bollettino di partito, La stamnpa, che i vecchi torinesi chiamano “bugiarda” e che a Torino è l’informazione stessa.
Poi però Torino ha visto affermarsi fra lo scetticismo generale un quotidiano popolare, semplice e gradevole, “Torino cronaca”, che comprano in tanti e leggono in ancora di più, soprattutto coloro i quali un quotidiano non avevano mai letto in vita loro, né altrimenti lo avrebbero mai fatto, un vero e proprio caso, da studiare.
14/ GIORNALAI
A Lecce i quotidiani sono gelosamente tenuti dentro l’edicola dai giornalai, per non permettere ai potenziali acquirenti di sbirciare i titoli, o di leggere gli articoli più importanti “a sgrascio”, come si dice qui.
Una caratteristica peculiare è l’orario di apertura, nella maggioranza dei casi limitato alla mattinata, nel senso che alle 14.00, anche prima, gli edicolanti tirano giù le serrande, e chiudono.
Non esistono altre forme di distribuzione.
Tutto questo sviluppa enormi margini di intervento per vecchi e nuovi prodotti editoriali, per chi sappia trarre indicazioni operative dalla situazione dell’esistente.
A Milano le edicole sono aperte dalle 6 alle 20.00, alcune tengono aperto pure di notte, per permettere ai nottambuli, o ai mattinieri di approvvigionarsi anzi tempo.
La free – press, come abbiamo visto numerosa e abbondante, si affida a propri canali di distribuzione, alcuni lodevoli, come i ragazzini, o i pensionati, magari sotto ombrelloni colorati, per ripararsi dalle intemperie, altri deplorevoli, perché sviliscono il prodotto, come le cataste di carta stampata abbandonate sui marciapiedi, o agli ingressi della metropolitana, all’incuria del tempo e degli uomini.
A Torino i giornalai mettono i quotidiani in bella fila davanti a loro e gli acquirenti – guai a chiedere, ti guardano storto e si rifiutano di farlo- devono servirsi da soli, e lasciare i soldi: al massimo, pure svogliati per il fastidio, ti danno il resto: una specie di edicola self service istituzionalizzata.
Per leggere i giornali “ a gratis”, come dicono qui, bisogna andare nei bar, ognuno dei quali espone in libera lettura per i clienti sempre “La Stampa”, molti pure “Torino cronaca”, alcuni anche “La Repubblica”, e “Il giornale”.
Indispensabile leggere quotidianamente l’ampia e ricca cronaca di Torino della “Stampa”.
Una peculiarità di Torino è “il giornale del giorno dopo”. Infatti, appena passata la mezzanotte, verso le 00.30, o poco più, agli incroci più importanti della città si trova già “la Stampa” ed è abitudine dei Torinesi, quando fanno tardi, di solito nei giorni del fine – settimana, acquistare “il giornale”, come tutti qui chiamano “La Stampa”, di notte, prima di tornare a casa.
Le edicole chiudono soltanto tutte la domenica pomeriggio, e la metà esatta, a turno, la domenica mattina, quando un’accurata organizzazione, affidata prima agli emigrati del Sud, ora agli immigrati extracomunitari, ma pilotata sempre dalla distribuzione aziendale, sopperisce al turno di riposo, e sono tanti che sono riusciti, e riescono, a campare in questo modo, da giornalai precari supplenti.
15/ NUOVI POVERI
Nelle grandi città del Nord i nuovi poveri sono un esercito silenzioso, anonimo, disperato e disperante, che combatte quotidianamente la dura lotta per la sopravvivenza e che, di fronte ad essa, giorno dopo giorno, anziché assottigliarle, ingrossa le sue fila.
Tranne pochissimi che lo fanno per scelta, la stragrande maggioranza è stata buttata in strada dalle avversità dell’esistenza e dalle ripercussioni della vita: sono quelli che sono venuti in cerca di fortuna e non ce l’hanno fatta, quelli che hanno perso via via il lavoro, la casa, la famiglia e infine pure la speranza; quelli che un lavoro, una casa, una famiglia e una speranza non hanno mai avuto.
Dormono nelle vecchie auto, in edifici dismessi e abbandonati, in alloggi di fortuna presso amici e conoscenti, i più “fortunati”; nei locali del pronto – soccorso, sui treni fermi o direttamente sui marciapiedi, coperti di cartoni, anche d’inverno, tutti gli altri.
Mangiano alle mense a loro dedicate: si mettono in fila ordinata verso le 11.30, consumano il pasto a testa bassa, ritirano un sacchetto per la sera.
Fanno shopping con i vestiti usati regalati .
Poi, ci sono quelli in bilico, che magari una casa hanno ancora, ma non riescono più a pagare l’affitto, o le bollette della luce e del condominio, e allora vanno ai mercati rionali quando smobilitano e frugano fra i resti accatastati per un po’ di frutta e di verdura, che non possono più permettersi; quelli che vivono con sei euro al giorno, quanto costa un “menù completo” offerto da alcuni negozi, o dai supermercati: un piatto di pasta al sugo, una scatoletta di tonno, o pesce surgelato, finanche uno yogurt, per scialare.
Poi ci sono quelli che riempiono le ore del giorno, dall’alba al tramonto, vagando per i grandi viali, o le strade dei quartieri – bene, frugando nei cassonetti dell’immondizia, alla ricerca di qualunque cosa che possa essere recuperata, o in qualche modo riadattata: questo, esattamente questo, il loro “lavoro”. Sono legioni speciali dell’esercito dei disperati e disperanti: alcuni sono organizzati con contenitori speciali, e biciclette, soprattutto anziani, che dalla vita non hanno più niente di meglio da fare, per scontare la pena di vivere così.
Lecce, invece, abbonda, soprattutto d’estate, di mendicanti “professionisti” e sembra che siano essi i poveri nuovi: no, non sono essi, per quanto disagiati, sono professionisti dell’elemosina, imprenditori della questua, no.
I nuovi poveri non si mostrano, hanno il pudore dei sentimenti, l’orgoglio rimasto sufficiente a non chiedere nemmeno, fanno di tutto per non apparire come tali.
Ma basta andare a San Vincenzo, a Santa Rosa, a Fulgenzio, a San Lazzaro e ai Salesiani, alle mense a loro dedicate dalle chiese, verso mezzogiorno, per trovarli.
Non avevo mai visto invece qui quelli che frugano fra i cassonetti.
L’altra settimana, per la prima volta, ne ho visto uno, un anziano in pantaloncini corti e sandali, sotto il sole cocente, e la scorsa settimana un altro, una signora di mezza età, livida in volto, terrea e smarrita, e mi si è stretto il cuore.
Di giuseppe (del 26/01/2013 @ 14:57:08, in blog, linkato 31 volte)
La cartellonistica stradale è un settore della comunicazione e dell’economia reale a torto sottovalutato, o maltrattato, perché spesso efficace nei suoi messaggi e non soltanto quelli a scopo commerciale, perché ricordo ancora, per citare l’esempio più eclatante, la bellissima – lo dico dal punto di vista tecnico, senza altre implicazioni – campagna di affissioni che a suo tempo precedette la prima e vera discesa in campo di Silvio Berlusconi.
In periodo di transizione come questo, in cui calano, per tante ragioni su cui non è questo il luogo in cui dilungarsi, le possibilità delle televisioni e languono ancora quelle offerte dal web, la sua importanza cresce; addirittura si dilata poi in un periodo, sempre come questo, di crisi, in cui “la pubblicità dei poveri” offre ai medi, piccoli e piccolissimi imprenditori e commercianti un motivo di speranza.
A Lecce stiamo assistendo in questi giorni a un fatto inaudito. L’Ente Provincia –senza a stare ad elencare le ragioni, che risulterebbero noiose per i non addetti ai lavori: faccio una sintesi estrema, ed è questa l’idea che me ne sono fatto, senza tante parole, nei fatti – costringe le aziende del settore alla chiusura, o alla riconversione, per effetto di scelte precise, in cui l’apparato burocratico ha dato il peggio di sé, risvegliandosi in un accanimento esiziale, dopo un passato di inadempienze in buona e in cattiva fede, mentre la politica che dovrebbe orientarlo, oltre che inaffidabile, si dimostra ancora una volta fuori dal mondo reale e comunque non soltanto incapace di regolare e favorire le dinamiche sociali, ma addirittura capace soltanto di distruggere in maniera indiscriminata.
Tutto questo accade oltre tutto in piena campagna elettorale, il che almeno dovrebbe offrire un qualche motivo ulteriore di riflessione per tutti, e invece niente.
Di giuseppe (del 23/01/2013 @ 14:42:43, in blog, linkato 37 volte)
DI MALI IN PEGGIO. Siamo in guerra, ma nemmeno lo sappiamo.
Ecco invece di che cosa si tratta nei fatti: è necessario conoscere, per cominciare a costruire la cultura della pace.
Ecco, almeno saperlo…Niente. Lo ha deciso il governo Monti, tanto per aggiungere un’estrema nefandezza alle altre precedenti, come quella di cui si è appreso oggi, di aver dato 3, 9 miliardi di euro al Monte dei Paschi di Siena allo sfascio, più di quanto incassato dall’erario con l’Imu che ha dissanguato le famiglie italiane; lo ha autorizzato una riunione semiclandestina della Camera dei Deputati e i nostri mass media, troppo occupati nei pettegolezzi e nei tentativi estremi di accreditare i partiti di regime nella loro proposta elettorale, ne hanno riferito in brevissimo spazio, un millesimo di quello che dedicano a incensare Monti, Bersani e Berlusconi, o a compiangere Fabrizio Corona: eppure da ieri siamo in guerra contro il Mali, o almeno una parte di esso, in aiuto della Francia, e, al solito, degli interessi americani, che sosteniamo, per ora, nella fattispecie, con aerei e appoggi logistici, e poi si vedrà.
Fino a prova contraria, il Mali e nessuna parte di esso non ci ha fatto niente di male, anzi, alzi la mano chi pure sapeva dell’esistenza stessa di questo Stato, figurarsi.
Poi – per chiamare le cose come stanno nei fatti – si tratta in primo luogo di una nuova violazione della Costituzione, per cui, se avessimo uno Stato serio, bisognerebbe rinviare a giudizio i politici responsabili; ancora, in secondo luogo, si tratta di uno spreco di risorse, che certamente avrebbero trovato migliore destinazione d’uso, toh, a dare dieci euro in più alle pensioni sociali e di invalidità, per esempio, dieci euro per tanti di loro preziosissime, nella guerra che combattono quotidianamente contro la povertà per la sopravvivenza; infine, l’intervento italiano al fianco dei Francesi, sempre per chiamare le cose come stanno, si può correttamente definire di tipo neocolonialista, e ciò in pieno nuovo, terzo millennio e ventunesimo secolo, neocolonialismo, sì, esattamente questo.
Quel neocolonialismo messo in atto dalla Francia moderata e conservatrice prima e socialista e progressista adesso, in Libia, dove hanno fatto un deserto vero, altro che quello che c’era e lo hanno chiamato pace, salvo poi aver in realtà destabilizzato l’intera regione, le cui conseguenze ora in Mali sono, purtroppo, solamente le prime avvisaglie, così come fecero gli Americani con noi alleati in Iraq prima e stanno facendo in Afghanistan adesso, con la benedizione dei vari Andreotti, Prodi e Berlusconi. Ah, dimenticavo la distruzione della Jugoslavia, sostenuta da Massimo D’Alema.
Con che credibilità – mi chiedo – adesso Bersani parla di ripensare lo stanziamento per gli aerei da combattimento, se il Pd, al governo, in maggioranza, o all’opposizione, si è sempre allineato sulle posizioni guerrafondaie italiane degli ultimi decenni.
E ci fosse uno, dico uno, che a proposito di campagna elettorale, abbia inserito nel suo programma l’uscita dalla Nato, o il ripudio effettivo della guerra quale strumento di risoluzione delle controversie internazionali, o lo stop alle spese militari, illogiche del tutto e del tutto improponibili.
Uno che abbia scritto – e io lo avrei messo al primo posto – nel suo programma, il verso di Ezra Pound: “Non ci sono guerre giuste”.
Siamo nel Tremila, ma non è cambiato niente. Si fa la guerra per estendere il proprio dominio, per depredare risorse economiche, per sostenere i produttori e i mercanti di armi.
L’unica certezza, l’ultima speranza è che si affermi la cultura della pace. Una cultura che consideri la guerra un tabù, qualcosa di esecrando, da estirpare senza se e senza ma, da considerare come oggi si considera la schiavitù, la legge della jungla, l’incesto.
E’ un processo lungo: in fin dei conti, per esempio, la schiavitù ha dominato incontrastata per millenni e per secoli e relativamente da pochissimo, da pochi decenni, essa è stata almeno legalmente bandita.
Ora, tocca alla guerra: è la sfida del nuovo secolo e del nuovo millennio. Le nuove generazioni dovranno impegnarsi e riuscirci. Ma noi, pure noi, dobbiamo pur cominciare in qualche modo.
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Inventing Peace Another focus in my lab is what we call “peace innovation.” We’re investigating how technology can help change attitudes and behaviors in ways that bring about global harmony. We know this is an idealistic project and we may fail. But given the state of the world, choosing not to pursue this line of research would be irrational. I created a Stanford course on Peace Innovation, and I was pleased with how the students performed. We’ve starting solving a big piece of the puzzle: creating simple and reliable methods to measure peace-related outcomes. (da:ww.bjfogg.com)
Sono parole di BJ Fogg, studioso dei nuovi mass media e delle tecnologie della persuasione contemporanee, fra i cui strumenti ci sono, come è noto, i social network, fra cui Facebook e un po’ tutti i blog. Ne mette in risalto le straordinarie potenzialità di comunicazione di idee e di diffusione di ideali. Ne ha uno anch’egli, lanciato con l’ Università di Stanford. Costruire la pace nel mondo e, fedele ai propri insegnamenti, sui grandi traguardo da raggiungere a piccoli passi, costruire la pace nel mondo entro i prossimi trenta anni.
Io penso che trenta anni siano pochi, che ne servano almeno trecento. Però è vero. Le grandi rivoluzioni non avvengono da un giorno all’altro, le grandi rivoluzioni avvengono nell’arco di molti e molti anni prima e dopo le date – simbolo. Ci sono voluti secoli per, per esempio, abolire la schiavitù e le leggi razziali: nei tanto additati a campioni di libertà Stati Uniti d’America – giova ricordarlo – le ultime leggi razziali sono state abolite negli anni Sessanta, appena quaranta anni fa.
Voglio dire questo: ci sono i contesti storici e i processi storici che hanno i loro modi e i loro tempi, di cui bisogna sempre avere lucida consapevolezza, storicizzando quello che ci si trova ad affrontare.
E vogliamo dire soprattutto quest’altro: è a gente come BJ Fogg che vanno dati i Nobel per la pace, altro che a Obama, perché hanno avviato una grande rivoluzione epocale, di cui sono e saranno protagonisti attivi tutti coloro che, soprattutto nelle giovani generazioni, questa grande rivoluzione epocale, di costruire la cultura della pace, giorno per giorno si fanno artefici, anche semplicemente scrivendo, o leggendo, o diffondendo, qualche notizia, o qualche commento, su un qualche sito web.
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Le guerre hanno costi ingenti, ma fanno però la fortuna dei mercanti di morte e dell’alta finanza internazionale, a danno del popolo americano, la cui soglia di povertà continua quotidianamente ad innalzarsi, come del resto in Italia.
Gli stessi costi in termini di vite umane sono paurosi, pagati dai figli del popolo povero, da cui provengono i soldati americani mandati a morire in oriente, in termini di migliaia; e pagati soprattutto dal popolo iracheno, o afghano, o libico, o algerino, o del Mali tutto, in special modo civili innocenti, vecchi, donne e bambini, in termini di centinaia di migliaia di morti, dalle seicentomila al milione di vittime.
Come hanno fatto gli Israeliani in Medio-Oriente..
Sempre col pretesto della lotta al terrorismo.
State anche voi qualche anno senza casa, senza terra, senza vestiti, senza cibo e senza prospettive e poi vedete se non diventate anche voi terroristi.
Non ci sono guerre giuste. Ci vorranno decenni, forse secoli, perché l’umanità conquisti la cultura della pace, che la parola guerra diventi tabù.
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Fa paura la guerra. Concludo con un dato, anch’esso misconosciuto ed occultato dalla nostra grande informazione di regime, tanto per capire meglio come non stiamo parlando di astrazioni, o realtà lontane, bensì di lacrime, sangue e morte che ci tocca da vicino.
Sarebbe bastato anche un solo morto per gli effetti indiretti delle armi all’uranio usate dagli Americani, accanto ai quali sono dieci anni che i soldati italiani combattono, al servizio dei loro interessi economici e strategici, dalla Serbia, al Kossovo, dall’Iraq, all’ Afghanistan, per rinnegare la guerra.
Secondo il ministro della difesa Arturo Parisi, che ne riferì in Parlamento, nell’ormai lontano 2007 – ma è l’unico dato ufficiale esistente – sono “appena” 37 e 255 gli ammalati di gravissime patologie.
Secondo i famigliari dei militari italiani, sono invece rispettivamente 170 e 2000.
Questo, per dire soltanto dei soldati italiani, molti dei quali salentini.
Ma quelli delle altre Nazioni son forse meno importanti?
E le popolazioni civili colpite direttamente?
Ecco, a cominciare da questa campagna elettorale, per favore, cominciamo.
Bisogna costruire la cultura della pace, che consideri la guerra una ipotesi inverosimile, il massimo della disumanità: il prossimo traguardo, nel nuovo secolo e nel nuovo millennio, di civiltà per l’umanità.
E per favore, per favore: nessuno resti indietro.
Di giuseppe (del 22/01/2013 @ 17:29:14, in blog, linkato 60 volte)
L’attenzione che il mio blog di ieri ha avuto, sia nelle numerose attestazioni di stima in pubblico, sia in alcune reprimende in privato, per cui ringrazio ancora comunque tutti, mi spingono ad allargare e con ciò meglio definire il discorso avviato, in quello che voleva essere un semplice resoconto giornalistico e che invece, per la riflessione finale scappatami dall’intimo, e relativa, maturata, non certo estemporanea, od occasionale decisione, si è trasformata in dichiarata intenzione di voto.
Mi scuso se mi allargherò in alcune nuove invasioni nel personale, che cercherò di limitare allo stretto necessario. Desidero infatti offrire il mio modesto, ma sentito e sincero contributo politico da condividere e discutere con i miei amici di Facebook, e con i miei venticinque lettori del sito, che, come detto, considero la mia grande famiglia allargata.
Politico, sì, nel senso più nobile del termine e in concreto. Non faccio politica a livello militante, né in quel senso intendo più farla, da quando, nel 1994, si compì un ciclo e io decisi di non avere mai più altri partiti, anche da semplice aderente, anche perché decisi che da grande avrei fatto il giornalista e lo scrittore, l’intellettuale, insomma.
Ma so per antica scuola che tutto è politica, anche come ti vesti, a volte, anche cosa mangi; so pure che in ogni nostra azione quotidiana ognuno di noi, volente, o nolente, inconsapevole, o convinto che ne sia, comunque fa politica, perché compie precise scelte politiche, nell’andare al lavoro a piedi, o in bicicletta, anziché in auto, per esempio.
Sempre per antica scuola so che se anche uno non si interessa di politica, tanto la politica si interessa di lui, e, soprattutto, perciò so che è compito e anzi dovere dell’intellettuale – che non deve fare politica, e non deve avere nessuna tessera in tasca, perché possa essere considerato davvero tale, ed esercitare liberamente il ruolo che gli compete, di analisi, di sintesi, di orientamento – schierarsi, quando è il momento e militare in maniera organica, impegnandosi con convinzione e chiarezza.
Quel che nel mio piccolo intendo fare io, insomma. E adesso vi spiego perché.
Appena il tempo di annotare, a proposito di certe candidature registrate in queste ore, che Indro Montanelli dava del tu agli sconosciuti ragazzi che gli chiedevano aiuto nella professione giornalistica, ai quali rispondeva personalmente, di proprio pugno, siglando o correggendo quanto usciva dal pigiare i tasti della sua mitica lettera 22; ma si faceva negare, o faceva rispondere dalla segretaria, e comunque dava loro sempre del Lei e non accettava di andarci insieme neanche al ristorante, nei confronti dei politici, dai quali non solo non accettò mai nessun seggio parlamentare, ma nemmeno la nomina a senatore a vita, pur parlando spesso con i suoi lettori e spiegando loro certe scelte, di politica. Riesco ad esprimere adesso, amici cari, perché Indro Montanelli era un grande uomo, un grande giornalista e un grande intellettuale, e invece professionisti tipo Corradino Mineo, o Augusto Minzolini, sono cosa distinta e distante? E andiamo avanti.
Occupandomi dunque anche di politica, e ci mancherebbe, seguo Beppe Grillo da anni, da quando i suoi spettacoli cominciarono a trasformarsi in precise indicazioni propriamente politiche.
Non gli davo credito superfluo. Non lo facevo capace di passare dalla protesta, alla proposta. Mi prefiguravo per lui un destino analogo, nei corsi e ricorsi di cui ci ha ammaestrato la storia, a quello di Guglielmo Giannini, per di più collega teatrante, che nell’immediato secondo dopoguerra fece fuoco e fiamme e poi, pur suscitando un certo consenso di massa, sparì nel nulla.
Individuavo - ed elencavo- in lui pure alcuni difetti, tipo il protagonismo sterile, o il velleitario qualunquismo, unito ad un’ingenuità sostanziale e pure a un minimo di contraddizioni: ma chi è che non ne ha? Pure Pier Paolo Pasolini, che considero con Ezra Pound i miei modelli mitici, macchiava il suo genio profetico di qualche caduta di stile. Ma di Beppe Grillo mi piacevano molti dei suoi interessi, chiamiamoli così originali.
In questi ultimi anni, soprattutto gli ultimi tre, ho, da un lato, dovuto constatare come il Movimento 5 Stelle abbia saputo proporsi come alternativa credibile per tutti, non solo i delusi, o gli incazzati e ciò al di là della destra e della sinistra, finalmente e non solo a parole rese semplici etichette oramai desuete, quanto inopportune, nella capacità di amalgamare esperienze diverse sotto l’egida di vere e proprie idee – forza; e, dall’altro, come esso abbia saputo articolarsi in una serie di proposte concrete, alcune delle quali addirittura mi entusiasmano.
Perché, credetemi, a lungo le ho cercate in quei partiti, o movimenti, che pure le avevano nelle proprie radici, o potevano agevolmente recuperarle, e attualizzarle; in tanti di quelli uomini – perché le idee camminano con le gambe degli uomini – che in fin dei conti le avevano studiate, o quanto meno ne avevano sentito parlare, dimenticandole quando avrebbero potuto, in posizioni di governo, almeno propagarne un’eco chiara e gradevole.
Salvo poi venirne a darne cenno adesso, in campagna elettorale, senza capire di non essere più credibili in nessuna maniera, senza capire di essere del tutto improponibili e delegittimati, perché non puoi parlare adesso in campagna elettorale di mutuo sociale, o di stop alle banche, quando al governo, o in maggioranza, votavi i provvedimenti di Prodi o di Berlusconi; non puoi adesso criticare la casta, dopo esserne stato parte integrante.
Niente. Quaesivi et non inveni. Invece adesso – e finalmente - ho ritrovato e pure reso credibile in maniera operativa tanto di quanto ho studiato, ho dibattuto, ho sentito mio. Grazie a Beppe Grillo. E ora, se avete ancora la bontà di proseguire nella lettura, vi specifico che cosa, raccontandovi di alcuni miei incontri decisivi. E sorridendo aggiungo: sì, nessuno resti indietro!
Il primo, con un professore, che quando io ero ragazzo girava l’Italia in lungo e in largo, con pochi, ma qualificatissimi seguaci, senza che le sue teorie riuscissero ad andare al di là delle belle lezioni che impartiva, o delle movimentate serate che animava, parlando di stop alle banche, di proprietà di popolo, di sovranità monetaria, di democrazia organica, di partecipazione dei lavoratori alla gestione e agli utili delle imprese, di nazionalizzazione delle aziende strategiche, e di tante altre cose ancora.
Quel professore, morto sette anni fa, era Giacinto Auriti e molte delle sue rivelazioni, alcune semplici intuizioni metapolitiche, gli sono sopravvissute, animando lucide disamine e purtroppo confuse, se non inefficaci proposizioni, su cui o è caduto un impietoso velo, o si è abbattuto il disinteresse generale, perché resosi improponibile, come se parlare di certe cose dovesse essere un’operazione da setta segreta alla caccia di complotti, e non potesse diventare, invece, sia pur piano piano, una vera e propria idea – forza, da riuscire a esprimere prima, e a concretizzare, poi.
Ho sentito l’altra sera con le mie orecchie Beppe Grillo proporre e lanciare con autorevolezza, fra le altre, in maniera dirompente, e credibile, proprio nella sua insostenibile leggerezza dell’essere, l’oscuro oggetto dei miei desideri politici: la democrazia organica, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, il controllo e la proprietà popolare delle aziende strategiche, banche in primis, e scesate se è poco.
L’altro professore del quale desidero parlare – e poi la smetto, per non abusare della vostra pazienza, per quanto potrei proseguire su altre cose ancora che mi piacciono, del Movimento- si chiama Stephen Coleman, adesso insegna all’università di Leeds, dopo averlo fatto a Oxford ed essere stato pure consulente per le nuove tecnologie del governo inglese di Tony Blair: dopo Marshal Mc Luhan, uno fra i più autorevoli, se non il più autorevole studioso dei mezzi di comunicazione di massa.
Più di dieci anni fa, ebbi la fortuna di intervistarlo. Mi disse cose bellissime, e sottolineo più di dieci anni fa. Parlò da dio visionario, eppure in maniera concreta e credibile: perché aveva aperto un sito, in cui l’agenda di una Camera inglese veniva “dettata” dai cittadini con i loro interventi diretti, in cui parlavo dei loro problemi, su cui sollecitavano interventi legislativi; e un altro, in cui gli eletti avrebbero dovuto interloquire direttamente con gli elettori, in servizio permanente effettivo di controllo, di critica e di stimolo. E quando parlava della democrazia dell’antica Grecia, da dio visionario diceva che non era più un’utopia, la partecipazione e la decisione diretta: più di dieci anni fa diceva che adesso, o da allora in avanti e a breve, si sarebbe potuto realizzarla, dal momento che la rete era la nuova agorà, che avrebbe dovuto sostituire la piazza, concretamente improponibile ai tempo moderni, di nuovo effettivamente realizzabile, sul web. Mi disse tante cose belle, in quell’intervista, che io riportai fedelmente, perché poi i lucidi e folli visionari mi sono sempre piaciuti, per quanto all’epoca lo considerassi poco più di un’ illusione, o una specie di incantatore di serpenti e la frase più bella di tutte fu quando, testualmente – in seguito è diventata la sua citazione più adoperata – esclamò: “I giovani di oggi saranno i veri democratici di domani. Grazie a Internet”.
Qui non ho bisogno davvero di aggiungere altro. Più di dieci anni dopo, Stephen Coleman è sempre il dio visionario, ma Beppe Grillo è adesso il suo profeta.