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 COPPIE DI FATTO/ Pier Ferdinando Casini e Azzurra Caltagirone... di giuseppe
 
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"Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui".

Ezra Pound
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 20/02/2008 @ 12:37:32, in blog, linkato 1770 volte)

Una sera – erano i primi anni Novanta, dovrei controllare l’anno esatto – quando tornai a casa, scoprii che il mio quarto d’ora di celebrità era arrivato quel giorno, mentre io ero assente.

A quel recapito telefonico, l’unico in cui ero rintracciabile – come un po’ tutti, non avevo ancora il telefonino – mi avevano cercato da Roma molti colleghi giornalisti.

Cosa era successo?

Niente, la mattina precedente era uscito un mio articolo sul quotidiano“Secolo d’Italia”, a mio avviso di routine, un mio commento di attualità e costume, che invece aveva innescato una specie di corto circuito.

Cosa avevo scritto di tanto eclatante?

Niente, prendendo lo spunto da un fatto di cronaca accaduto Torino, avevo parlato del karaoke, la trasmissione televisiva condotta da Fiorello, che era poi la registrazione degli spettacoli dal vivo che egli conduceva sulle piazze di tutta Italia. Avevo sostenuto, in sintesi, che il karaoke era la manifestazione giovanile di massa più importante dai tempi del Sessantotto in avanti; che quei ragazzi manifestavano il loro canto libero, che erano la voce e il volto della nuova speranza e che, infine, finalmente la musica italiana veniva così sottratta al grigio e ferreo monopolio culturale di sinistra, dei comunisti parlamentari ed extraparlamentari.

Era sì un bell’articolo, originale certo, ma poi niente di tanto importante, a mio avviso, rispetto a tante altre cose che avevo scritto in passato, senza che nessuno avesse mai avuto da eccepire, insomma, detto francamente, come si suol dire, senza che nessuno mi avesse mai cagato. Ma erano quegli gli anni in cui, lentamente, il Msi usciva dal ghetto in cui era stato per decenni relegato, principalmente dai mezzi di comunicazione di massa e con esso usciva un po’ tutto quello che al Msi veniva ricondotto e, sempre ad opera dai mezzi di comunicazione di massa, andava sotto i riflettori, a proposito o a sproposito veniva analizzato e diffuso.

Il mio articolo sul karaoke suscitò un putiferio.

“La Repubblica”, per esempio, ci fece un paginone, con dotte e compunte analisi delle mie semplici tesi. E il “povero” Fiorello, diventato suo malgrado “fascista” ( ma io non lo avevo mai sostenuto ), non so per quanti mesi andò avanti nelle interviste su radio, giornali e tv a dire che no, lui non era fascista, anzi non lo era mai stato, non era mai stato iscritto a nessun partito, tanto meno al Msi, o alle sue organizzazioni giovanili e robe simili.

Ed è noto che per lunghi anni e ancora fino ad allora il termine “fascista” veniva usato in senso spregiativo generalizzato dai comunisti, nei confronti di tutti i loro avversari, cioè di tutti coloro i quali, insomma, non la pensavano come loro.

L’edificante episodio politico – culturale che ho raccontato e che mi vede, mio malgrado, protagonista, mi è ritornato alla memoria ieri, quando ho appreso delle dichiarazioni di Fiorello a “Viva Radio2”, il programma di RadioRai che egli conduce quotidianamente la mattina.

Ne è passato di tempo! Fiorello, lasciato il karaoke, ha nel frattempo ampliato la sua popolarità e anzi l’ha estesa a tutte le fasce d’età di pubblico e poi è diventato apprezzato conduttore, intrattenitore e comico.

Proprio per questo la sua affermazione di ieri è importante. E no, non è stato uno scherzo, non è stato lo sproloquio comico, no, non è stata un’improvvisazione, per quanto così abbiano egli stesso e i suoi autori tentato di farla passare, per annacquarla, scolorirla e farla passare sotto silenzio.

Invece no, silenzio un corno! Ieri Fiorello ha detto una cosa giusta e quando l'ha detta parlava sul serio!

Ha invitato a non votare chi, evidentemente, non merita il premio, il riconoscimento, il consenso del popolo, perché, ancora evidentemente, incapace, nel migliore dei casi, parassita e corrotto negli altri.

Insomma, si è messo sulla scia “popolare” ( nel senso di attira – simpatia dell’”antipolitica” ), della polemica anti – casta dei politici, del movimento di Beppe Grillo.

Ma cavalcando la tigre dell’antipolitica, ieri Fiorello è andato sopra le righe, ha steccato e ha detto una cosa che pure io – e per dirlo io! – considero esagerata: ha invitato gli Italiani a strappare le schede elettorali!

Esagerata perché se non altro penso che sia un reato penale.

Insomma, dichiarare di non votare, motivandolo, è un diritto e va bene; invitare a non votare è un’ altra espressione di libera manifestazione di pensiero e ci può stare; ma invitare a strappare i fogli elettorali e strappare schede e certificati, mi sembra che sia un reato penale, anche se non ne sono sicuro, ma insomma, se non è reato, certo siamo border line.

Comunque sia, questa sì che è una cosa “fascistissima”! E bravo Fiorello!

Il bello è che adesso, a distanza di quindici anni, quando glielo dissero a sproposito, senza che egli avesse fatto proprio niente, ora che se lo sarebbe, tutto sommato, meritato sul campo di battaglia e proprio in senso specifico, nessuno si è sognato di dargli del “fascista”!

Allora, se permettete, lo faccio io!

Con un sorriso e una bella pacca sulle spalle, dai! Caro Fiorello, mannaggia a te, dai! Sei proprio un gran fascista!

 
Di giuseppe (del 19/02/2008 @ 18:21:40, in blog, linkato 488 volte)
Alla mia invettiva di ieri, va doverosamente aggiunto che dalla scorsa legislatura, dall'introduzione della nuova legge - porcata, in Italia il popolo non elegge più i propri rappresentanti. I rappresentanti del popolo non sono eletti dal popolo, sono nominati dai partiti. C'è una bella differenza. Una ragione in più per non andare a votare: che non è rinuncia, o negazione, anzi: è un atto chiarissimo, di protesta, di rifiuto e di affermazione.
 
Di giuseppe (del 18/02/2008 @ 20:15:05, in blog, linkato 436 volte)

Una volta, negli anni Settanta, in conferenza – stampa, chiesero all’allora Segretario di Stato americano Henry Kissinger, uno dei massimi protagonisti, ed esperto, della politica internazionale, un giudizio su una delle tante crisi di governo italiane ed egli, sorridendo, rispose che non poteva e non sapeva rispondere, perché della politica italiana non ci capiva proprio niente.

Era una battuta, diplomatica, ovvio: ma una battuta emblematica.

Una volta, negli anni Ottanta, una mia amica alla quale tentavo di spiegare a gran fatica i partiti politici, mi chiese, dopo giorni di studio: “E la Rete? Che cazzo è la Rete?”.

Forse qualcuno ricorderà l’aggregazione denominata appunto “la Rete”, che assurse all’epoca per qualche tempo agli onori delle cronache specializzate, con Diego Novelli e Leoluca Orlando, da Torino a Palermo: ecco, io non riuscii a spiegarle, che cosa fosse “la Rete”.

Un’altra mia amica, che vive all’estero, mi ha chiesto oggi lumi sugli ultimi avvenimenti italiani e mi ha domandato per chi voterò.

Beh, questa risposta è facile: non voterò per nessuno, e anzi non andrò proprio a votare.

Ma a spiegarle qualcosa di più preciso e di più approfondito, sulla campagna elettorale, ahimè, ce ne vuole, neh? Come dicono a Torino…

Cosa è la Rosa bianca? Tabacci, chi era costui?

Che c’azzecca Di Pietro, e pure Pannella, con il partito democratico, che pure diceva di voler correre da solo?

Come fa a dirsi “nuovo”, uno che fa politica da quando andava alle elementari e si è allegramente rimangiato la tanto strombazzata prospettiva di cambiare vita e ritirarsi in Africa?

E come mai l’altro è candidato,a vita,ormai,del centro – destra, da quattordici anni e cinque elezioni?

Perché i due maggiori partiti contrapposti hanno programmi simili e i due loro leader dicono le stesse cose, pacatamente, serenamente e mi consenta a parte?

Come mai tutti sanno che tanto sono solamente puttanate, parole in libertà per accalappiare consensi estemporanei e poi continuano a votare?

Come mai c’è un partito ancora con il simbolo del comunismo, quando pure in Cina, in Corea del Nord e a Cuba l’hanno tolto?

Che minchiata è questa sinistra rosso-verde, che è stata al governo fino ad adesso e adesso promette quel che non ha fatto finora, mentre ha visto in due anni il record di incidenti sul lavoro, di precariato diffuso, di incendi nei boschi e di immondizia per le strade?

A proposito, perché uno dei saggi del partito democratico, il governatore Bassolino, non si dimette?

Perché in quel partito “nuovo” ci stanno Prodi, D’Alema, Rutelli, Visco, Ciriaco De Mita e potrei continuare a lungo?

E come fa uno che due settimane prima aveva deriso la nascita del nuovo soggetto politico ideato all’improvviso, in piazza San Babila, una serata milanese cui il Milan non giocava a San Siro, commentando “Siamo alle comiche finali”, a sciogliere d’imperio il proprio, di partito, e a confluire nel “nuovo”? Dopo che aveva detto pure solennemente, sempre due settimane fa, “L’esperienza della casa della Libertà è finita per sempre”? Ma poi non era quello che con Bossi non doveva prendersi più neanche un caffè?

Sempre a proposito, perché uno che ha detto che con la bandiera del proprio Stato ci si pulisce il culo è ancora lì a chiedere impunemente voti agli Italiani e continua a vaneggiare di secessione in aperto contrasto con la Costituzione?

E perché, in tutti questi casini, i centristi adesso corrono da soli e divisi, in direzione ostinata e contraria, ma senza sapere nemmeno essi stessi dove e perché?

Come è possibile che adesso la corifea della fiamma sia una che fino a pochi anni fa si occupava di chirurgia estetica, ristoranti e discoteche da milionari, anzi, pardon, bilionari?

Dove lo mettiamo adesso il campione anti-abortista, un ex – comunista di grosso calibro, che mi ricordo se ne stava davanti al palazzo di giustizia di Torino, fra gli ultras del Pci, ad impedire con la sua mole che gli altri partiti potessero entrare e fare in modo così che i suoi continuassero ad avere il primo posto, in alto, a sinistra, sulla scheda?

E a proposito di temi etici, come mai i leader politici che si presentano sostenendo di non volere “dico”, coppie di fatto e quant’altro, quali campioni della famiglia, tutti: Berlusconi, Fini, Casini, Bossi, Brambilla e Santaché, sono risposati, o conviventi di fatto?

Ma qui è meglio fermarsi.

Io, certo non voterò per nessuno: sono tutti uguali e tutti improponibili, dopo aver dato a lungo il peggio di sé.

Ma se c’è qualcuno di voi, care blogghine e cari blogghini, che sa rispondere anche a una soltanto di queste domande e soddisfare la mia amica straniera, prego, le spieghi, si faccia avanti, mi aiuti, per favore! Apriamo il dibattito, blog a blog.

 
Di giuseppe (del 05/02/2008 @ 12:58:42, in blog, linkato 451 volte)

Martedì elettorale - va beh, si fa per dire - negli Usa e non ho voglia di ridire quanto ho già detto in proposito.

Martedì di avvio di campagna elettorale, in pratica, in Italia. Con ancor minore entusiasmo.

Dopo i nuovi fallimenti di Prodi, ritornerà Silvio Berlusconi - e sono tre lustri che fanno avanti e dietro sempre tutti e due, con tutti e due uguali  disastrosi risultati - con quella Casa della libertà di cui tutti i capi - inquilini avevano decretato la fine, giusto due o tre settimane fa.

Senza un reale progetto, senza nemmeno una speranza per quel popolo evocato soltanto a parole, in un contenitore rimasto senza contenuti e senza nemmeno più un nome, per fregarlo nuovamente, mentre i suoi soldi finiscono al 21 del mese e anche prima. 

Invece trecento milioni di euro in più comunque entreranno sotto forma di rimborsi elettorali nelle casse dei partiti della casta, cioà tutti quanti, ché non ce n'è uno, di partito, per il quale non dico impegnarsi, ma nemmeno votare.

Tutto questo, mentre l'Italia è in guerra: guerra internazionale, al servizio degli Usa, e proprio ieri dieci innocenti sono stati uccisi nel pezzo di Afghanistan che le notre truppe controllano, e guerra civile, con le forze dell'ordine impegnate a reprimere le sacrosante proteste delle popolazioni vittime dei fallimenti e dei misfatti della politica in Campania.

Madonna che tristezza, profonda e intensa, senza rimedio, senza speranza, che mi ha preso oggi, martedì elettorale, americano e italiano!

 

HO SCRITTO A GENTILE RICHIESTA L'ARTICOLO CHE SEGUE PER IL PERIODICO "CONFRONTO".

 

In un fresco pomeriggio dell’anno di grazia 1925, Cesare Pavese, allora diciassettenne studente al “D’Azeglio” di Torino, se ne andò in buon anticipo, contento e speranzoso, dalle parti del Valentino e si appostò nei pressi del caffè – concerto “La Meridiana”, uno dei locali d’imitazione parigina allora in voga. Il giorno prima aveva trovato il coraggio di chiedere un appuntamento a Pucci, una ballerina che lavorava nella sala, mandandole un bigliettino in cui le fissava ingenuamente anche l’orario, le sei, per il pomeriggio successivo. Detto fatto, mancava ancora un’ora, ma Cesare Pavese era già, col cuore in subbuglio.

 

°°° Pucci chissà chi era davvero. “La Merdiana”, ovviamente, non esiste più, anche se, sempre nella stessa zona, all’inizio del lungo parco del Valentino, che costeggia per chilometri il Po, ci sono ancora una sala da ballo, per signore e signori, e una discoteca, per ragazzine e ragazzini, e qualche bar, altrimenti detto “cremeria”. Il “D’Azeglio” c’è ancora, defilato su un lato di una stradina stretta e buia poco lontano dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova; è il mitico liceo classico che ha dato una precisa impronta culturale, attraverso i suoi docenti e i suoi discenti, all’intera città, per decenni: ma non c’è più adesso quell’impronta culturale, che del resto aveva finito per ingessare ogni fermento, e sembrare un simulacro, irrimediabilmente superato dal tumultuoso incedere dei tempi nuovi. Cesare Pavese a Torino era andato a studiare, dal paese di Santo Stefano Belbo, in mezzo ai campi delle Langhe, delle vigne e dei tartufi, della luna e i falò, dove era nato nel 1908. Quest’anno son cento anni giusti dalla nascita. Sarà un profuvlio di celebrazioni, tavole rotonde e quadrate, saggi e articoli, perché comunque si tratta di un autore fortunato – e stavo per scrivere: sopravvalutato - coltivato dalla scuola e variamente letto, amato e propagandato da molti protagonisti a vario titolo della cultura italiana del Dopoguerra. Ne hanno chiesto uno a me, da Torino. Spero di non deludere, soprattutto di fare cosa gradita, se ricorderò Cesare Pavese senza paludate disamine critiche e senza prolusioni accademiche, tutto già ampiamente dibattuto, e invece con note da Torino, appunto, da questa città, quindi ricordandolo attraverso questa città, e per l’altro elemento che ha avuto un ruolo decisivo sia per l’uomo, sia per la sua opera, vale a dire le donne, con ciò potendo scoprire molti elementi rimasti finora misconosciuti e confusi.

 

°°° Torino e le donne combaciano appunto per la prima volta quel lungo pomeriggio del 1925, diventato sera e notte fonda, senza che la Pucci divina si fosse materializzata al trepido aspirante amante. Credendo ad un ritardo, o ad un disguido, o a un ripensamento ( come sempre succede in questi casi, chi ama non si arrende nemmeno davanti all’evidenza ) senza nemmeno rendersi conto di quanto era successo, senza riuscire a farsene una ragione, Cesare Pavese rimase ad aspettarla per ore. Si arrese all’idea di tornarsene a casa da solo, giusto in tempo per perdere l’ultimo tram che sarebbe passato quella notte davanti al Valentino, anche perché nel frattempo era scoppiato un tale temporale, che arrivò a mettersi a letto bagnato fradicio e tremante. “..e Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina e rimane lì a bagnarsi ancora un po' e il tram di mezzanotte se ne va ma tutto questo Alice non lo sa” Sì, il Cesare cantato da Francesco De Gregori in una delle sue più famose e più ermetiche canzoni è appunto Cesare Pavese. L’episodio ebbe comunque ripercussioni notevolissime, d’ogni tipo, sul liceale diciassettenne: intanto, si buscò una polmonite, degenerata in pleurite, che, senza gli antibiotici ancora da inventare, lo debilitò per mesi, e poi incrinò per la prima volta e forse irrimediabilmente la sua fiducia nelle donne: peggio, per la prima volta pensò al suicidio.

 

°°° Una costante, i guai con le donne. Una specie di condanna senza scampo alla depressione cronica, poi. Non le capiva, le donne e per quanto capire le donne sia per tutti difficile, comunque Cesare Pavese finiva sempre per aversene a male e ricavarne delusioni e guai: quello di Pucci fu soltanto il primo di una lunga serie di insuccessi con l’altro sesso che alimentarono continuamente la sua “inquietudine angosciosa” disperata e disperante. Per esempio, la Tina, impegnata politicamente negli ambienti antifascisti, oltre che impegnata sentimentalmente, della quale si era innamorato: soltanto per farle un piacere e ingraziarsela, Cesare Pavese si mise nei guai con la polizia fascista e ne fu mandato al confino. Però, almeno era stato a lungo nella città che tanto gli piaceva: quella dei locali d’avanspettacolo; dei cinematografi con i western e le pellicole sulla sempre prediletta America; delle case in “barriera” di periferia raggiunti con i tram sferraglianti; della modernità che avanzava. E la città che tanto gli piacerà, nella quale arriverà a insegnare al “D’Azeglio”, e poi a lavorare in un’altra vera e propria istituzione torinese, la casa editrice Einaudi.

 

°°° Rientrato dal confino in Calabria, Cesare Pavese viveva con la sorella, il cognato e i nipoti in via Lamarmora, n.35, dove ancora oggi fa bella mostra di sé una lapide commemorativa, all’inizio del quartiere - bene della Crocetta. Faceva a piedi il tragitto fino in via Biancamano, un vicolo cieco di corso Re Umberto, prima di piazza Solferino, dove ancora oggi ci sono le Edizioni Einaudi e anzi ancora oggi l’architettura è rimasta identica, pure l’ufficio occupato dal giovane direttore editoriale, che dava sul grande viale. Sempre col vestito scuro e la pipa o una sigaretta fra le labbra, quell’ufficio, dove passava l’intera giornata, era la vera casa di Cesare Pavese. Unica distrazione, d’estate le vogate sul Sangone ( che all’epoca era un fresco e impetuoso torrente, che si getta nel Po alla periferia sud della città, adatto alla navigazione leggera e alla balneazione, e oggi invece è un ricettacolo di scarichi industriali velenosi ) durante le pause - pranzo prolungate: quelle volte, lasciava poi le braghette da bagno stese fuori dalla finestra del suo ufficio ad asciugare.

 

°°° In quegli anni, chiese per ben due volte di sposarlo a una sua giovane, bella e promettente allieva, di buona famiglia, benestante, trasferitasi da Genova a Torino, ma ne ebbe entrambe le volte un rifiuto. Almeno tutto quel fervore, a parte una delusione sentimentale in più per lui, produsse per lei una splendida presenza di scoperta e testimonianza della letteratura americana contemporanea, che da Hemingway e dalla celeberrima “Antologia di Spoon River”, passando soprattutto per la “beat generation”, è arrivata fino ai giorni nostri, perché quella studentessa prima e aspirante saggista poi era Fernanda Pivano. Parlando per pudore, ma pure con retorica, di sé in terza persona, così Cesare, ormai rassegnato, anzi esausto, scrive a Fernanda, nel 1940: “Ora, P., che senza dubbio è un solitario perchè crescendo ha capito che nulla che valga si può fare se non lontano dal commercio del mondo, è il martire vivente di queste contrastanti esigenze. Vuol essere solo - ed è solo- ma vuol esserlo in mezzo ad una cerchia che lo sappia. Che potrà fare un uomo simile davanti all'amore? La risposta è evidente. Nulla, cioè infinite cose stravaganti che si ridurranno a nulla . P. si dimentica di innamorare di sé la donna in questione, e si preoccupa invece di tendere tutta la propria vita interiore verso di lei, di innamorare di lei ogni molecola del proprio spirito, di tagliarsi insomma tutti i ponti dietro le spalle".

 

°°° Nell’immediato Dopoguerra, Cesare Pavese, ormai scrittore affermato, è spesso a Roma per conto dell’Einaudi. Sorvoliamo su di un altro infortunio sentimentale patito nel frattempo sul lavoro, perché tanto sta già per profilarsi l’ultimo, tragico episodio. Non era una ballerina, come a lungo si credette, era un’attrice, si chiamava Costance Dowling. Era una donna in fuga. Usciva da una lunga e per lei dolorosa relazione col famoso regista cinematografico Elia Kazan, che, sposato con prole, dopo dieci anni la lasciò per ritornare all’ovile. Sedotta, illusa a lungo e alla fine abbandonata, Costance se ne venne a Roma in cerca di fortuna. Era profondamente delusa, ferita, amareggiata, dietro i tenui sorrisi, illuminati soltanto dalle efelidi rosse vicino agli occhi, quegli occhi che diventeranno tristemente famosi. Certo che Cesare Pavese doveva proprio andarsele a cercare col lumicino, le donne sbagliate! Quest’ultima, gli sarà fatale. Al rifiuto che ne ebbe, al “tormento dell’inquietudine e del vano desiderio” ( tanto per citare un verso di Master Lee tradotto dalla Pivano ) che gli trasmise, all’abbandono, egli non resse, non riuscì a sopravvivere. “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi- questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla”.

Tornato a Torino, la sera del 26 agosto 1950 Cesare Pavese si era rinchiuso nella sua stanza all’ hotel “Roma” – eh, sì, i nomi hanno sempre un senso – dove da alcuni giorni aveva preso stranissimo alloggio. La sorella e i nipoti con i quali conviveva erano al mare e certo quella loro casa trovata vuota gli dovette sembrare insopportabile, per quanto risulti difficile capire come quella meschina camera d’albergo dovesse sembrargli migliore. Dell’hotel Roma, ancora oggi c’è l’insegna leggera, rotonda, rossa, sul marciapiede di piazza Carlo Felice, sul lato sinistro uscendo dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova. Se è per questo, c’è pure ancora la stanza fatale. Nella città deserta, Cesare Pavese, pure scrittore ormai affermato e premiato, si sente ancora una volta disperatamente solo e cerca invano compagnia per la serata. Del resto, nessuno, per quanto ignaro, aveva risposto al “grido taciuto” affidato pochi giorni prima al suo diario: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto” . Il gesto, quella notte, in quella stanzetta spoglia e anonima: ingoia una forte dose di barbiturici e si lascia morire avvelenato. Sul frontespizio di un suo libro, lasciato sul comodino, aveva lasciato le sue ultime parole, rivolte agli “amici” sordi e ciechi: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

 
Di giuseppe (del 27/01/2008 @ 17:16:00, in blog, linkato 574 volte)

Un colpo d’ala.

A volte la bellezza della forma fa dimenticare la sostanza, un dettaglio risulta più prezioso di tutto l’insieme, nella fattispecie poi una noiosa spiegazione di comportamenti partitici.

Onore al merito, almeno in questo, a Clemente Mastella e complimenti per la bellissima citazione, per di più nel contesto appropriata. Anzi, la vasta eco massmediologica che essa ha avuto ha pure prodotto un risultato assodato, riguardo l’attribuzione.

Intendiamoci. Giustamente l’ex Guardasigilli l’ha attribuita a Pablo Neruda, perché comunemente così si trova in tutti i testi che la riportano. Ma già non mancavano qua e là dubbi, che parlavano di un apocrifo, di versi di un poeta sconosciuto RIPRESI da Pablo Neruda. Dopo la citazione mastelliana, in apertura del suo intervento al Senato di giovedì in occasione del voto di fiducia al Governo, si è pronunciata addirittura la fondazione ufficiale intitolata alla memoria del grande poeta sud – americano, che ha sentenziato: non sono versi originali di Pablo Neruda.

Infatti. Li scrisse nel 2000, su un giornale di Porto Alegre, la scrittrice brasialiana Martha Medeiros e da lì furono trasferiti in rete con la falsa attribuzione a Pablo Neruda.

Fretta, superficialità, leggerezza hanno perpetrato l'errore, che però, c'è da dire, alla lunga ha giovato alla vera autrice; poi, con la citazione mastelliana e la vasta eco massmediologica che ha avuto, adesso è arrivata la consacrazione.

Comunque sia, sono versi poeticamente bellissimi, e per di più un vero e proprio manifesto filosofico e creativamente vitalistico.

 ''Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle 'i' piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare.

Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare”.

Fin qui la citazione mastelliana.

Beh, a dire il vero e a dirla proprio tutta, la poesia nell’occasione è stata recitata proprio male, ma va beh, non è il caso di infierire.

Conviene piuttosto notare che contiene alcuni errori di traduzione, comuni del resto a molte divulgazioni di questi versi.

Mancano per esempio i due ultimi versi finali: ”Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità”.

Significativamente, poi, nella “recitazione” mastelliana è stato omesso un verso che condanna la sudditanza alla televisione.

Comunque, lo splendore della poesia merita una ricostruzione filologica.

Abbiamo recuperato il testo originale comunemente attribuito a Pablo Neruda. Eccolo:

QUIÉN MUERE?

Muere lentamente quien se transforma en esclavo del hábito, repitiendo todos los días los mismos trayectos, quien no cambia de marca, no arriesga vestir un color nuevo y no le habla a quien no conoce.

Muere lentamente quien hace de la televisión su gurú.

Muere lentamente quien evita una pasión, quien prefiere el negro sobre blanco y los puntos sobre las "íes" a un remolino de emociones, justamente las que rescatan el brillo de los ojos,sonrisas de los bostezos, corazones a los tropiezos y sentimientos.

Muere lentamente quien no voltea la mesa cuando está infeliz en el trabajo, quien no arriesga lo cierto por lo incierto para ir detrás de un sueño, quien no se permite por lo menos una vez en la vida, huir de los consejos sensatos.

Muere lentamente quien no viaja, quien no lee, quien no oye música, quien no encuentra gracia en si mismo.

Muere lentamente quien destruye su amor propio, quien no se deja ayudar. Muere lentamente, quien pasa los días quejándose de su mala suerte o de la lluvia incesante.

Muere lentamente, quien abandona un proyecto antes de iniciarlo, no preguntando de un asunto que desconoce o no respondiendo cuando le indagan sobre algo que sabe.

Evitemos la muerte en suaves cuotas, recordando siempre que estar vivo exige un esfuerzo mucho mayor que el simple hecho de respirar.

Solamente la ardiente paciencia hará que conquistemos una espléndida felicidad".

Ed ecco la mia traduzione poetica, filologicamente fedele:

Ma chi è che muore?

Muore lentamente chi diventa schiavo dell'abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

e chi non cambia la marcia,

chi non rischia a cambiare il colore dei vestiti,

chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi fa della televisione la sua maestra di vita.

Muore lentamente chi evita una passione,

chi preferisce il nero su bianco

e i puntini sulle 'i'

piuttosto che un insieme di emozioni,

che giustamente fan brillare gli occhi,

fanno di uno sbadiglio un sorriso

e fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Muore lentamente chi non capovolge il tavolo,

quando è infelice sul lavoro,

chi non rischia il certo per l'incerto per inseguire un sogno,

chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Muore lentamente chi non viaggia,

chi non legge,

chi non ascolta musica,

chi non piglia pace dentro sé stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,

chi non si lascia aiutare.

Muore lentamente chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Muore lentamente chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,

chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,

chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,

ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto un’ardente pazienza ci porterà alla conquista

di una splendida felicità. ”

 
Di giuseppe (del 22/01/2008 @ 16:50:20, in blog, linkato 466 volte)
Nello squallore generale dell'esibizione di ieri sera di Clemente Mastella al terzo ramo del Parlamento italiano di "Porta a porta", lo squallore massimo si è avuto quando l'ex ministro ha zittito il giornalista di "Rifondazione comunista", che gli sollevava la questione morale in Campania. Lo ha zittito ricordandogli che, se lui era inquisito per i noti motivi, un assessore campano di "Rifondazione comunista" era inquisito per violenza carnale. Chissà se lo sapeva Beppe Grillo.
 
Di giuseppe (del 19/01/2008 @ 17:38:41, in blog, linkato 465 volte)

“Ma come? Prima lo invocano, lo fanno crescere, lo vezzeggiano, lo fanno addirittura ministro della Giustizia, e poi scoprono il caso Mastella? Bisognava pensarci prima. Adesso paghiamo il conto”

ENZO CARRA

“Il familismo, il nepotismo, la lottizzazione a ragnatela rappresentano la malattia della politica, da curare a prescindere da possibili reati penali. Anche perché, se tutto finisse con un’assoluzione, questo si tradurrebbe in una sorta di autorizzazione indiscriminata a comportarsi così. ..Prima di Tangentopoli, i partiti si facevano dare i soldi, e c’era un reato specifico che ci permetteva di sanzionarli. Poi via via il sistema è cambiato. Adesso i partiti si pigliano i posti – chiave e lì piazzano i loro uomini utili nel mercato del voto. Ma se la tangente era facile da individuare, questi comportamenti di adesso sfuggono la rilevanza penale. Se piazzi un tuo uomo alla Asl, dove è il reato? Per questo la politica deve riformarsi. Se non lo fa, rischia di veder spuntare inchieste giudiziarie come funghi”.

ANTONIO DI PIETRO

“L’incarico? La richiesta di un ruolo? La politica si fa così. Può essere deplorevole, ma tutti fanno così”

CLEMENTE MASTELLA

 
Di giuseppe (del 17/01/2008 @ 15:39:03, in blog, linkato 448 volte)

Io so e qualche volta l’ho scritto per questa o quella occasione pure qui che una cosa è l’amministrazione della Giustizia, un’altra la valutazione politica.

La valutazione politica dice che in Italia i partiti politici hanno creato un sistema di potere consolidato, cui, in proporzione alla loro importanza elettorale, tutti indistintamente concorrono, per accaparrarsi finanziamenti pubblici, leciti e, soprattutto illeciti; per dividersi incarichi e consulenze, a favore dei loro esponenti, che a loro volta creano come un sistema feudale, in una miriade di enti e società appositamente create; per gestire appalti e concorsi.

Rispetto al grosso “scandalo globale” passato alla storia come Tangentopoli, da cui fu duramente colpito, e in gran parte smantellato, il sistema politico di stampo feudale, o mafioso che dir si voglia, in circa quindici anni non solo si è ricostituito, ma ha pure affinato i propri metodi e ampliato i propri interessi.

Nei corsi e ricorsi, come nel ’92 la reazione civile parte dalla Magistratura, che questa volta non pare pilotata proprio da nessuno, checché ne dicano i politici.

Tutti i parti politici, indistintamente, ieri hanno intonato un coro di solidarietà nei confronti di Clemente Mastella, con ciò dando l’icastica e sonora rappresentazione di che cosa è LA CASTA.

E TI CREDO: COSì, CHI PIU’, CHI MENO, CHI IN UN POSTO, CHI NELL’ALTRO, TUTTI FANNO COME FA L’UDEUR DI MASTELLA.

La casta dei giornalisti non è stata da meno: tutti preoccupati di difendere il proprio protettore politico di riferimento, hanno attaccato non i politici, bensì i giudici: il più penoso e anzi squallido di tutti, Vittorio Feltri, che ha preso in giro il Procuratore Capo di Santa Maria Capua Vetere.

Il Procuratore generale di Santa Maria Capua Vetere, concludendo con lucidità, compostezza e serenità la propria reazione agli attacchi cui era stato sottoposto, in primo luogo dal “suo” Ministro della Giustizia e al tempo stesso “suo” indagato, ha dichiarato che se non altro la sua inchiesta dimostra che la legge è uguale per tutti.

Se riuscisse a dimostrarlo concretamente, sarebbe un’affermazione storica.

Ma l’importanza storica della giornata di ieri è un’altra.

Dimostra che la valutazione politica è anche amministrazione della Giustizia.

Ma è una valutazione politica, sia ben chiaro, nel senso che non è a difesa, o a vantaggio di questo o quel partito, bensì a difesa e interesse di tutti i cittadini.

Ridà dignità allo Stato, umiliato dai partiti stessi.

Colpendone uno, afferma quel che tutti gli altri Italiani purtroppo impotenti sanno: che i partiti politici sono diventati un’associazione a delinquere.

 
Di giuseppe (del 10/01/2008 @ 18:08:12, in blog, linkato 459 volte)

Vorrei appassionarmi pure io, se non altro per corrispondere alla profusione di articoli di giornali e servizi televisivi che dall’Italia, provincia dell’Impero, dedichiamo provincialmente, appunto, alle elezioni presidenziali americane, ma non ci riesco proprio.

Senza tema di smentite, so che si tratta di un’americanata.

Fra l’altro, invece di strampalate analisi, vorrei che fossero date le informazioni basilari: chi vota in queste primarie, quando vota, come vota, perché vota.

Sarebbero belle sorprese, credetemi: e invece, su questi aspetti, che circoscrivono l’americanata in atto, niente è dato sapere dai nostri provinciali mass media.

So soprattutto che vinca la Hillary, oppure Obama, i democratici o i repubblicani, non c’è nessuna differenza sostanziale. Al massimo, cambieranno gli uomini del presidente, e a fare affari saranno queste o quelle grandi compagnie multinazionali: l’attacco all’Iran, per esempio, sarà deciso a base di bombe di un tipo, o dell’altro, a seconda che vinca il candidato sponsorizzato da questa o quella industria di armamenti, ecco l’unica differenza!

In questi giorni di esaltazione provinciale per le elezioni americane, che purtroppo durerà fino a novembre, obbligherei  tutti i nostri provinciali esaltati alla visione di un film, autocriticamente chissà come uscito anni addietro da Hollywood e andato nei cineforum specialistici e però in qualche modo rimasto nella storia del cinema, perché segnò il debutto quale attore di Robert Redford.

Il candidato”, 1972, per la regia di Michael Ritchie, raccontando un’elezione a governatore della California, spiega benissimo che tanto i democratici, tanto i repubblicani, sono due face della stessa medaglia e rivela in maniera chiarissima cosa davvero sia la democrazia americana.

 
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