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 NEGATO/ In nome dell'antifascismo, con odio e violenza, il dibattito programmato nei giorni scorsi a... di giuseppe
 
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"...Contro tutto questo voi non dovete far altro che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare...”.

Pier Paolo Pasolini
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di giuseppe (del 23/08/2011 @ 20:12:56, in blog, linkato 201 volte)
Sento ripetere, ancora questa mattina da commentatori un tempo autorevoli, sul giornale di famiglia, che Silvio Berlusconi non voleva ( non avrebbe voluto ) pochi mesi or sono la guerra contro la Libia e che la colpa sarebbe del presidente francese Sarkozy e di quello italiano Napolitano, i quali lo avrebbero tirato per i capelli. Mi risparmio la facile quanto efficace battuta, perché purtroppo non c’è niente da ridere. Il bilancio, pochi mesi dopo, comunque vadano a finire le cose, è già catastrofico e potrebbe diventare drammatico, e drammatico in senso epocale: l’Italia ha di nuovo negato la propria Costituzione; ha rinnegato la propria vocazione mediterranea, a lungo perseguita in passato con profitto, sostituendola con una atlantica, grigia e dannosa; ha fatto da servo degli Americani e dei Francesi; è andata contro i propri stessi interessi economici, già ben avviati in Libia; ha fatto l’ennesima figuraccia storica, andando a colpire un capo di Stato con il quale aveva appena firmato un trattato di amicizia, ricevendolo in pompa magna; si è trovata invasa dall’emigrazione non più controllata proveniente dalle vicine coste e ne sarà invasa sempre di più. Questo, per un presunto “intervento umanitario”, che ha causato immani carneficine, ha destabilizzato un paese sovrano, con una guerra civile e comunque un’instabilità che andrà avanti chissà per quanto ancora e ha giovato soltanto ai mercanti di armi e alle multinazionali del petrolio. Ora, dire, adesso, come sento da più parti, a fronte del bilancio impressionante, ma realistico che si è delineato in tutta evidenza e che però era facile prevedere, che Silvio Berlusconi non voleva ( non avrebbe voluto ) la guerra non significa giustificarlo, significa aggravarne colpe e responsabilità. E’ questa ( questo bilancio impressionante ) un’altra concausa della fine del berlusconismo, che peserà enormemente in negativo pure sul bilancio storico che bisognerà consolidare in sede di dibattito culturale sull’uomo e sull’opera. In Italia il Presidente della Repubblica non ha poteri reali ed effettivi. A volere la guerra erano “i comunisti”, come li chiama lui. Il Presidente francese non aveva nessun modo di obbligarlo a un atto autolesionistico. E allora? C’era una sola ragione per trascinare in guerra l’Italia contro la Libia? C’è adesso una sola giustificazione per la decisione di Silvio Berlusconi?
 
Di giuseppe (del 19/08/2011 @ 19:03:54, in blog, linkato 162 volte)
Fra le frasi infelici che stanno segnando la fine del berlusconismo, e di tutto ciò che esso ha significato, last, but not least, aggiungo, volendomi limitare a un campione rappresentativo di tre, quale podio del demerito, quell’ infelicissima “uscita” del ministro per l’Innovazione Renato Brunetta dalla contestazione cui era stato fatto oggetto. I fatti sono noti, e non occorre ricordarli. La frase, cioè il personaggio che l’ha pronunciata, sì. Ecco, dell’ultimo berlusconismo, quello senza più spinta propositiva e limitato alla cattiva gestione della pessima amministrazione, per di più avulso dalla situazione reale del popolo e della vita quotidiana, Renato Brunetta è al tempo stesso figura emblematica e uno dei massimi responsabili. La sedicente “battaglia”, pomposamente teorizzata e spiegata come una vera e propria “rivoluzione” al servizio dei cittadini, da lui intrapresa contro gli impiegati pubblici ha assunto i toni di una vera e propria crociata e, proprio come le crociate storiche, ha denotato obiettivi sfasati ed esiti fallimentari, oltre la sostanziale inutilità del concepimento stesso di iniziative simili. C’era, tanti anni fa, prima di Berlusconi, nelle file del quale poi entrò alla nascita di Forza Italia, un politico, un sottosegretario, che potrebbe essere individuato come un predecessore, un precursore della lotta – intendiamoci: questa sì, sacrosanta – contro inadempienze, sprechi e scandali della pubblica amministrazione. Raffaele Costa, si chiamava, oddio, si chiama ancora, perché, per quanto uscito oramai dalla vita pubblica è vivo e lotta insieme a noi. A proposito, è stato l’unico candidato del centro – destra che stava per espugnare la Stalingrado rossa della città di Torino, a differenza di tutti gli altri di questi ultimi anni, scialbi e insignificanti: il che dimostra che era capito, seguito e anche amato da tutti, impiegati pubblici compresi. Renato Brunetta invece, presentatosi poche settimane fa candidato a sindaco nella Venezia del Veneto tutto di centro-destra, è riuscito a perdere vergognosamente, a dimostrazione di quanto sia impopolare, e impopolare perché percepito come confuso, ingiusto e velleitario. Ma che stavo dicendo, benedetto vizio di divagare? Ah, sì, Raffaele Costa andava a trovare e denunciare episodi precisi, faceva nomi e cognomi, si impuntava su casi concreti e indicava soluzioni. Renato Brunetta, invece, ha colpito tutti indistintamente, ha considerato il pubblico impiego indiscriminatamente parassitario e fannullone, con ciò denotando una paurosa confusione mentale e il grave handicap intellettuale di non aver capito che gli impiegati pubblici lavorano poco e male non perché così vogliano, ma perché non sono valorizzati, anzi, sono penalizzati costantemente e non hanno stimoli, né incentivi, e anzi sono mortificati nella professionalità. Invece di motivarli, li ha demotivati ulteriormente. Le tasse che gravano sempre e soltanto su di loro, gli stipendi bloccati che non arrivano più a fine mese, ora neanche alla metà, hanno fatto il resto. Un’enorme massa sociale che alle prossime elezioni non voterà più per il centro – destra. Figuratevi poi a Roma città e capitale, che continua a essere insultata e mortificata dalla Lega, come con la recente pagliacciata dell’apertura delle sedi di rappresentanza dei ministeri al Nord. Riesco a spiegare perché il centro – destra sia arrivato al capolinea? Alla prossima fermata, si scende e tutti a casa. A proposito di Roma, piccola parentesi. Qui, all’avvento di Berlusconi, il Msi era il primo partito, con percentuali – quelle del 1994 – altissime, superiori al trenta per cento. Uno su tre votava Msi, e anche in altre città del Sud. Per non parlare poi dei candidati nel maggioritario, eletti con percentuali bulgare in tutto il Sud Italia. In tutta Italia, comunque toccò da solo il 13,5 %, senza apparati, né clientele: puro libero voto di opinione. Il Msi era, per quanto interclassista e popolare, il partito del ceto medio, degli impiegati, dei cittadini tranquilli e perbene, che vivevano dignitosamente e dignitosamente volevano arrivare o continuare a vivere. Che cosa è rimasto di quelli che Giorgio Almirante chiamava “Italiani”, con il complemento di denominazione della città in cui parlava? Che cosa hanno fatto – a proposito di ceto medio, a proposito di secessione leghista – quelli che se ne sono proclamati eredi e ancora adesso galleggiano nel popolo della Libertà e nel governo? Infine, per tornare alla fine del berlusconismo vero e proprio, il precariato. Una maledizione della globalizzazione, che non solo non è stata arginata, ma non è stata neppure affrontata, e anzi è stata favorita. Qui occorre però ricordare che il centro sinistra si è comportato allo stesso modo, e anzi peggio, perché al peggio purtroppo non c’è mai fine. Ora che il precariato lo vogliano la Confindustria, i capitalisti, i banchieri, i politici camerieri al loro servizio, i tecnocrati, è un conto. Che sia accettato e favorito senza nemmeno l’esercizio di un qualche distinguo, senza nemmeno l’apertura a una qualche speranza, è un’altra vergogna del centro – destra, specie della componente che un tempo aveva nel nome e nel portato genetico la qualifica di “sociale”: un’altra concausa che lo porterà a una rovinosa quanto ingloriosa fine prematura e senza più rimedio alcuno. Vero: l’Italia peggiore è quella dei giovani che non hanno futuro, e nemmeno un presente chiaro: è quella di chi non può sposarsi, fare figli, comprare una casa, nemmeno ottenere un piccolo prestito per un’automobile, o un computer, mentre le banche, o i loro faccendieri, danno milioni di euro senza garanzia agli esponenti di questo governo. A questa Italia peggiore, la politica, il governo, che ne sono i responsabili, mentre tutti gli altri sono le vittime, dovrebbe rispondere, e non insultare, perché il precariato non è una condanna biblica: è una scelta, quanto meno una complicità della cattiva politica, impotente, e impotente perché incapace.
 
Di giuseppe (del 18/08/2011 @ 19:42:33, in blog, linkato 159 volte)
Dopo quella del nostro presidente del consiglio, commentata nel blog di ieri, la frase con cui il nostro ministro per le riforme Umberto Bossi ha liquidato alcune polemiche sulla recente manovra fiscale, esprimendo lo stato d’animo di chi, a suo dire, vorrebbe provvedimenti meno restrittivi ( ma la realtà è ben diversa: la realtà effettuale è di totale condivisione ) è un altro dei segni della fine di un ciclo. Denota, infatti, un’incapacità congenita non solamente – e sarebbe già grave – a trovare e attuare soluzioni che non vadano a colpire sempre i soliti ceti sociali, oramai ridotti allo stremo, ma pure – ed è drammatico – a ragionare in maniera seria e costruttiva, senza insulti, boutade e slogan senza senso. Anche nella fattispecie, poi, tutto ciò va a negare le caratteristiche di fondo del “movimento” dei primi anni Novanta: proprio come in tanti processi rivoluzionari, si parte in un modo e si finisce praticamente all’opposto. Un movimento popolare, che ora deve annullare le proprie manifestazioni, per paura delle legittime contestazioni della propria base militante. Con la mancata esemplificazione burocratica; con le liberalizzazioni a vantaggio di pochissimi e a danno di tutti i cittadini; con una partitocrazia diventata ancora più soffocante e sfacciata, di quella della così detta “prima repubblica”; con il senso dello Stato disgregato, il bilancio è catastrofico, e accomuna i due leader. Sta finendo per consunzione, in cui ogni passaggio è un degrado; con un cupio dissolvi; con una lagna, non almeno con uno schianto; con una vergognosa e pratica ritrattazione e contraddizione di quanto sempre sostenuto, una vera e propria esperienza storica, che si annunciava e pure di esserlo cercò seriamente, straordinariamente pulita e creatrice. Almeno, alle origini. Su Umberto Bossi pesa poi però l’insostenibile pesantezza di aver fatto cadere il primo governo Berlusconi, del 1994, quello che, per quanto la Storia non si faccia con i se e con i ma, avrebbe potuto imporre quella ventata innovativa e positiva che teneva nel proprio portato genetico. In seguito, i fatti andarono diversamente, e sono noti, per quanto li si voglia minimizzare o negare del tutto. A proposito del personaggio, possono essere sintetizzati come segue. La Lega Nord nasce sull’ignoranza, pregiudizio e razzismo contro i Meridionali, successivamente trasferite contro gli immigrati e mai abbandonate. In più di suo ci mette una confusa, per usare un eufemismo, concezione di Stato secessionista, mai abbandonata, contro lo Stato: si inventa una baggianata quale mito fondante e su di essa regge la propria, chiamiamola così, ideologia. Sviluppatasi contro la così detta partitocrazia dei ladri di governo, comincia da subito a prendere soldi come tutti gli altri partiti dagli enti e da tante altre fonti, oltre che, nel corso degli anni, mutuarne tutte le forme più odiose, dall’oligarchia di vassalli e clienti, al familismo amorale. Fonda una banca, che volatilizza i risparmi dei poveri padani che si erano fidati. Poi, li prende direttamente da Berlusconi, del quale e in ragione di ciò diventa organica, salvo abbaiare senza motivo e senza costrutto in direzione contraria a ogni occasione possibile e salvo poi smentire nei fatti, nei momenti decisivi, i latrati. Finisce con l’argomentare oramai solo più con insulti, offese, contumelie, e ragionamenti in confronto dei quali le chiacchiere da bar dello sport assumono spessore filosofico. Umberto Bossi, a differenza di Silvio Berlusconi, starebbe già in carcere, se un’apposita legge – detta appunto la salva – Bossi, per quanto ovviamente se ne sia parlato poco – non gli avesse evitato l’ennesima condanna, che lo avrebbe portato dietro le sbarre, depenalizzando il reato di vilipendio alla bandiera, a opera degli alleati dell’allora Forza Italia e dell’allora Alleanza Nazionale. Ma poi, a parte tutto, che pena sentire una persona fisicamente ed evidentemente colpita nel fisico, usare contro un’altra insulti legati all’aspetto fisico! Ecco, il cupio dissolvi, che le due recentissime frasi dei due maggiori leader del regime agli sgoccioli, oramai avulso dalla realtà, indicano emblematicamente meglio di quella delle famose brioches della regina Maria Antonietta.
 
Di giuseppe (del 17/08/2011 @ 18:27:05, in blog, linkato 329 volte)
La frase con cui il nostro presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha commentato la propria, recente manovra fiscale, esprimendo lo stato d’animo di chi, a suo dire, sarebbe stato costretto dagli eventi di crisi planetaria e dalle pressioni ineludibili dei partners europei “a mettere le mani nelle tasche degli Italiani”, contrariamente a quanto sempre annunciato e sottolineato come motivo di vanto, è uno – un altro - dei segni della fine di un ciclo. Nella fattispecie, va a negare una delle caratteristiche di fondo del “movimento” del 1994: proprio come in tanti processi rivoluzionari, si parte in un modo e si finisce praticamente all’opposto. Con la mancata esemplificazione burocratica; con le liberalizzazioni a vantaggio di pochissimi e a danno di tutti i cittadini; con una partitocrazia diventata ancora più soffocante e sfacciata, di quella della così detta “prima repubblica”; con il senso dello Stato disgregato, il bilancio è catastrofico. La metamorfosi poi in un vero e proprio governo tecnico, che obbedisce da servo agli ordini dei banchieri, è la suprema mortificazione per la Politica. Ho riflettuto pochi giorni fa, nell’ultimo mio blog, su www.giuseppepuppo.it, sulla sostanza della manovra e a queste riflessioni rimando, quale indicazione paradigmatica e concreta per i prossimi giorni e le prossime settimane. Ho riflettuto anche, in una necessaria e degna collocazione più opportuna, nel mio ultimo libro “Metafisica del bunga bunga” ( edizioni Etimpresa ) di due mesi fa, http://www.etimpresa.it/libri/3-ebook/11-La-metafisica-del-bunga-bunga.html , su un possibile bilancio storico del berlusconismo, e a queste altre riflessioni rimando per un più articolato confronto. Aggiungo quindi soltanto una – la – considerazione decisiva: l’uomo appare decisamente stanco, appannato, provato, incapace di districarsi dal dissidio pubblico/privato in cui è sprofondato, impotente. Non si accorge poi che negli ultimi mesi – dagli accanimenti nei bunga bunga e alle bruttezze varie ad esso collegate, dall’intervento contro Gheddafi, a questa manovra finanziaria – sta praticamente contraddicendo il suo personaggio, il suo mito, il suo operato storico. Sta finendo per consunzione, in cui ogni passaggio è un degrado; con un cupio dissolvi; con una lagna, non almeno con uno schianto; con una vergognosa e pratica ritrattazione e contraddizione di quanto sempre sostenuto, una vera e propria esperienza storica, che si annunciava e pure di esserlo cercò seriamente, straordinariamente pulita e creatrice.
 
Di giuseppe (del 13/08/2011 @ 14:54:39, in blog, linkato 165 volte)
Le recenti dimostrazioni popolari, sia pur a vario titolo e a vario livello, registratesi su scala planetaria, ma con il denominatore comune della protesta contro l’esclusione, l’emarginazione e lo sfruttamento della globalizzazione, sono un segnale degli sconvolgimenti epocali che stanno montando. Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è dunque eccellente, per la rivolta contro il mondo contemporaneo. Si ripropone dunque e in tutta drammatica evidenza l’interrogativo di fondo di tutti i grandi momenti rivoluzionari: che fare? In Italia, in primo luogo: partecipare e protestare. Ma non con i post su Facebook, o, meglio, non solo. Azione fisica, nella non violenza; disobbedienza civile, pacifica, ma risoluta. Chiediamo che tagli e sacrifici colpiscano i grandi patrimoni finanziari e immobiliari, pubblici e privati, le banche, le banche d’affari, le assicurazioni, le multinazionali, a cominciare da quelle petrolifere e farmaceutiche e così sia appianato il deficit di bilancio. Poi, lo dico ai miei “amici” del Pdl e ai miei “nemici” del Pd, serve a poco indignarsi, se poi, quando torneremo a votare, voteranno di nuovo per il Pdl, o per il Pd, che è la stessa cosa. Bisogna individuare i soggetti politici realmente estranei, antagonisti, alternativi. Uno, piaccia, o non piaccia ( e specifico: a me, estraneo alla sua genesi, non piace ) c’è già: i grillini. La speranza, che nei prossimi mesi si aggreghino ( sottolineo: aggregazione, non frammentazione ) altre ipotesi credibili. Intanto, chiediamo l’abolizione del Senato ( ché è anti - storico, inutile e anzi d’impiccio ), la riduzione a metà dei deputati, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, anche quale rimborsi elettorali, la cancellazione di tutte le così dette Authority e di ogni altro ente di parcheggio dei politicanti in esubero. La politica recuperi un senso attraverso la partecipazione popolare, sottraendo lo Stato alla sovranità limitata e anzi negata dall’Europa dei mercanti e dei banchieri e dalla Banca Centrale Europea. In primis, immediato recupero della funzione di battere moneta. Poi, nazionalizzazioni, e non privatizzazioni. Avvio di un lungo piano di edilizia popolare, che crei al tempo stesso lavoro per diverse professionalità, non con nuove costruzioni, ma col recupero dei centri storici, delle periferie degradate, del territorio, all’insegna del Bello. Turismo, agricoltura, energie alternative, gli altri settori da mobilitare attraverso il coordinamento statale. E si rimetta in moto l’economia erogando immediatamente, mese per mese, nelle buste paghe di impiegati e operai, le quote ora sottratte per pensioni, contributi vari e trattamento di fine rapporto: visto che continuano ad alzare la soglia di anzianità, per portarla direttamente nella toma degli Italiani, facciano di non darlo proprio, ma di erogarlo mese per mese: gli stipendi raddoppierebbero, le famiglie italiane tornerebbero a vivere. Regioni e Comuni neghino i debiti contratti con le grandi banche dell’alta finanza internazionale: usino una metà di quanto non più versato agli speculatori per i servizi sociali ( trasporti, asili nido, centri di aggregazione sociale ) e l’altra metà lo lascino ai lavoratori, che così otterrebbero uno stipendio più che raddoppiato. Partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione delle imprese. Poi taglio immediato di tutte le spese militari, richiamo in Patria di tutti i nostri contingenti in guerra al servizio degli Usa e destinazione d’uso contro mafia, camorra e ‘ndrangheta al Nord come al Sud. Usciamo dalla Nato. Usciamo subito dall’Euro, causa prima di tutti i nostri guai oramai decennali. Servire il popolo.
 
Di giuseppe (del 11/08/2011 @ 21:53:05, in blog, linkato 133 volte)
Sostenere che la così detta “comunità internazionale” ( egida sotto cui si mascherano gli interessi occidentali, quindi americani ) dovrebbe a questo punto intervenire sul governo inglese per impedirne le violenze sui rivoltosi non è una provocazione: è lo stesso ragionamento con cui lo si chiede per la Siria, o lo si è chiesto per la Tunisia, o non lo si è chiesto- preferendfo direttamente l’intervento armato – per la Libia. Del resto la definizione data dei dimostranti dal primo ministro inglese David Cameron – “criminali” – è la stessa che ha dato per quelli di casa sua il presidente siriano Assad, o che aveva dato il deposto presidente della Tunisia Ben Ali: e così via. Pure per gli avvenimenti di Londra e ora pure di altre città inglesi – ma è ancor più grave - come al solito, mancano informazioni dirette ed esaurienti. Ho potuto vedere solamente un breve passaggio – rilanciato da Rai news 24, dei servizi che Al Jazeera, l’emittente araba, ha dedicato agli avvenimenti, con gli inviati sul posto: una lezione di sano giornalismo, della tv araba, a quelle “nostre”, che si sono ben guardate dal farlo. Mi risulta infatti che sia al momento l’unico tentativo di capire e far capire in presa diretta, andando a verificare. Invece – il contrario del buon giornalismo – e sempre al solito, tanti commenti, basati sul niente: cosa vuoi commentare, se non hai conoscenza dei fatti? Puro esercizio di superficialità e di autocelebrazione, protagonismo, personalismo, ideologia distorta, sociologia all’acqua di rose, politica da bar dello sport. Ora, non voglio caderci anche io: sono costumi che non indosso. Ma un’ipotesi voglia farla, e sottolineo ipotesi. Può darsi che gli avvenimenti di queste ore in Inghilterra siano fenomeni isolati, ciclici, fini a sé stessi, destinati a esaurirsi da sé, come la storia ci ha abituato a conoscere, dalle rivolte degli schiavi dell’ antica Roma, al tumulto dei Ciompi, in Italia; dai contadini al tempo della Guerra dei Cent’anni, ai ragazzi immigrati, in Francia: qualche gazzarra, un po’ di violenza, proteste e saccheggi e poi repressione e tutto come prima, non è successo niente, abbiamo scherzato. Ma trovo eccezionale che gli avvenimenti di queste ore in Inghilterra avvengano a pochi mesi, poche settimane di distanza da quelli del nord Africa, del Medio Oriente e alle proteste popolari montanti in Europa. Credo che un denominatore comune ci sia, questa è l’ipotesi: è un Sessantotto globale, contro la globalizzazione. E’ la rivolta di chi dalla globalizzazione è stato escluso dai vantaggi ( ammesso che ne porti e mi riferisco ovviamente ai beni materiali ) ed è stato incluso negli svantaggi: primo fra tutti, motore formidabile di malcontento e anzi rabbia, quello di non avere futuro, di essere condannato a un destino di subordinazione, penuria e sfruttamento. Una rivolta contro il mondo contemporaneo, che non ha ideologie di fondamento, né leader di riferimento: è la rivolta dei poveri, emarginati ed esclusi, contro i ricchi, i benestanti e i potenti, in nome e per conto delle asfissianti sperequazioni sociali che la globalizzazione ha apportato. Un’ipotesi, al momento. Primi segnali di un’indicazione precisa, che presto diventerà dirompente su scala planetaria, pur senza un disegno organico, con la sola forza della rabbia, quindi della violenza, di chi rivendica migliori condizioni di vita, in luogo di povertà, e partecipazione, in luogo di esclusione? Oppure semplici coincidenze, accidenti in compartimenti stagni, destinate a esaurirsi a una a una, senza lasciar traccia, caso per caso? Stiamo per ora ai fatti. Prima di quello inglese, di cui conviene seguire attentamente gli sviluppi, alcuni incendi sociali sono già scoppiati, anche se presto spenti, in tanta parte del mondo. Ma quanto fuoco cova già sotto la cenere.
 
Di giuseppe (del 10/08/2011 @ 19:52:49, in blog, linkato 194 volte)
Ho visto soltanto oggi sul web l’ “intervista” rilasciata da Vasco Rossi a Vincenzo Mollica del Tg1 andata in onda lunedì sera. Si tratta di uno spezzone di un ben più lungo spazio pubblicitario regalato dalla tv pubblica, attraverso il suo sito, al cantautore, nel corso di una videochat quanto mai opportuna in vista della ripresa del tour annuale... Definire questo spezzone, in cui l’intervistatore sarebbe un tremebondo per l’emozione Vincenzo Mollica, che sorride come un ebete e venera l’intervistato come un dio, un’”intervista”, è un’offesa alla deontologia professionale, dal momento che ancora c’è qualche giornalista che ne è consapevole e la esercita, o almeno si sforza di farlo; il documento però è prezioso: andrebbe acquisito dall’ordine, se esistesse in maniera sostanziale e non solamente amministrativa e burocratica e spedito a tutti gli iscritti, per ribadire come NON si fa un’intervista a chicchessia. Ma veniamo al sodo. Ho visto questa “intervista” perché avevo letto delle proteste riprese, sia pur timidamente, dalla stampa, di Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega in materia, e di Giovanni Serpelloni, capo del dipartimento antidroga del governo: il primo, l’ha definita “fuori luogo”; il secondo si è detto preoccupato per il “messaggio” che può arrivare ai ragazzini. Infatti. Capita nella vita pure di essere d’accordo con Giovanardi…Sorrido, ma inizio e finisco subito di scherzare. Infatti è proprio “fuori luogo” che il così detto “servizio pubblico” offra per ragioni di audience i suoi spazi migliori a una stella, per quanto decadente, del rock, permettendogli di dire e di fare quello che vuole, nel contesto di uno spazio informativo, di un servizio giornalistico, acriticamente, anzi, con sottomissione fideistica. Ed è altrettanto vero che il “messaggio”, neanche subliminale, ma proprio concreto, per quanto indiretto, che ne scaturisce è che si possono tranquillamente usare le sostanze stupefacenti, tanto se ne viene fuori: “abbiamo frequentato delle pericolose abitudini, ma siamo ritornati sani e salvi senza complicazioni”. Ora, le cose non stanno così, purtroppo, e vado subito al sodo, senza dar conto della replica alle accuse del Tg1, letteralmente risibile e demenziale, in cui si nega l’evidenza e anzi si aggrava la posizione, già abbondantemente compromessa, come succede ai comunicati – stampa, quando devono confutare, senza nessun appiglio: finiscono con l’ottenere l’effetto contrario. Se Vasco Rossi, come canta nella sua prossima canzone, è venuto fuori “sano e salvo” dalle sue “pericolose abitudini” ( di droga stiamo parlando, di cocaina in particolare ) io non lo so: comunque, se è vero, buon per lui. E’ guarito pure, grazie alle medicine, come ha raccontato, dalla depressione, questo male subdolo che ha colpito pure lui, ma altro non voglio aggiungere, perché riguarda la sua sfera privata e personale. Però voglio dire del significato pubblico e politico che le sue dichiarazioni e i suoi comportamenti assumono, per di più da uomo che a sessanta anni dovrebbe aver raggiunto almeno un minimo di responsabilità, o moralità, o maturità che dir si voglia: drogatevi pure, tanto se ne viene fuori, sani e salvi, appunto. No, no, no è vero, è una pericolosa mistificazione, un feroce inganno, sulla pelle dei ragazzini e dei giovani, già tanto duramente rincorsi dai pericoli e dalle facili sirene di droga, alcool, e altre devianze. In tutti questi anni Vasco Rossi non ha mai capito quanto male ha fatto ai giovani che lo hanno seguito, essi sì a ragione adoranti, propagando messaggi sbagliatissimi, non solo, quanto pericolosissime, per la salute e per il benessere psicofisico. Dalle droga non sì è mai salvi. Se se ne esce, se ne esce in casi che è difficile quantificare, ma che percentualmente sono comunque la nettà minoranza, rispetto a quelli in cui non se ne esce: e a costo di prove, difficoltà e sofferenze indicibili. Poi, comunque non se ne esce mai sani, “senza complicazioni”. Questi sono dati di fatto incontrovertibili. Spero che il mito dell’artista creatura speciale al quale tutto è permesso e che anzi si compiace delle sue pericolose abitudini sia morto definitivamente con Amy Whinehouse. Credo che a Vasco Rossi debba in qualche modo essere impedito, almeno sulla televisione pubblica, di continuare a fare del male ai nostri ragazzi e ai nostri giovani. Infatti, è recidivo. Altro che, se parla di droga! Un paio di anni fa ebbi l’occasione di vedere nella serata della “prima”, qui a Torino, un film che letteralmente mi scandalizzò: all’uscita, ero furente! Avrei come minimo voluto i soldi del biglietto indietro: ma non avevo neanche pagato e anzi mi avevano regalato pure un cappellino e non mi ricordo che altro! Avrei voluto comunque chiamare a uno a uno i ragazzi che erano usciti dalla sala, o quelli che aspettavano di entrarvi, in uno spiazzo sopraelevato di un grande centro commerciale e dire loro: ma avete visto che schifezza? / ma andate da un’altra parte! Avevo assistito per un’ora e mezzo a un ritratto della nostra peggio gioventù, propagandato come modello ideale, inframmezzato da continui spot/incitamento all’uso di droga. Lasciamo stare il confuso regista Stefano Salvati, responsabile di un ibrido indicibile fra thriller e commedia. Lasciamo stare per carità di patria il modello ideale dell’aspirante velina, intanto spacciatrice e a tempo perso recordwoman di “fellatio”, come dicono quelli che parlano bene l’italiano, perché conoscono il latino. Il guaio più serio è che la pellicola si esercita in una continua esortazione a far uso di droga, anche pesante, ostentata e magnificata. Quel film si chiama ( ahimè, non è stato distrutto ) “AlbaKiara” e Vasco Rossi l’ha pubblicizzato e indirizzato con carinerie varie e smancerie assortite al suo pubblico, per il quale, per tutta la pellicola, nella colonna sonora, canta le sue canzoni, a cominciare, naturalmente, da quella delle origini che dà il titolo anche al misfatto cinematografico. In realtà, a trenta anni di distanza, la romantica e pudica Albachiara è cresciuta. nel mondo fuori dalla sua stanza vede oggi la generazione successiva precaria e sconvolta, provata e degradata, disperata e disperante, allevata con i messaggi di tanti cattivi maestri, diventati, nel vuoto delle ideologie e nello sconforto delle idee, modelli di vita da imitare e seguire.
 
Di giuseppe (del 09/08/2011 @ 20:09:01, in blog, linkato 152 volte)
Anulus, anello, circolo. Il serpente che si morde la coda. Il dio serpente. Il mito dell’eterno ritorno. Agosto, capo dell’anno: Ferragosto, lo spartiacque, il punto ( simbolico ) di ciò che ha fine, e ricomincia. Ultimi giorni dell’anno, opportuni per pensare, ma non al passato, e nemmeno al domani, ma al dopodomani. Non c’è niente di più bello che progettare il futuro: è necessario però attrezzarsi, prima, e poi perseguire. Bisogna mettersi in ordine le idee, e poi muoversi verso la prossima indicazione così ricevuta. La felicità non sta in un sogno, ma in molti sogni. La conoscenza, la meta. Bisogna iniziare da sé stessi. Se conosci, vinci la paura, sublimi te stesso e l'esistenza. E ridi, come il Buddha orientale. Ridi, perché stai bene, nel corpo, e nell’anima. Stai bene tu, e stai bene col mondo intero. Ridi, perché scopri di non essere nulla e di essere tutto. E sei umile. Se non hai l'umiltà non hai compreso nulla. E ami le cose semplici che trovi nella vita di tutti i giorni. La differenza è che ne hai la consapevolezza e ricerchi quelle autentiche, davvero importanti, e sincere. In armonia col mondo intero, ying e yang, caldo e freddo, aspirazione e inspirazione, non sei nulla e sei tutto.
 
Di giuseppe (del 08/08/2011 @ 18:39:50, in blog, linkato 149 volte)
Quanto è attuale e pure profetica la lezione di Ezra Pound! E’ vero ed è giusto quello che hanno sostenuto in questi giorni alcuni autorevoli esponenti politici, che, cioè, i governi sono scelti dagli elettori, e non dai mercati. Però quello che sta facendo in questi giorni Silvio Berlusconi in persona è quanto farebbe un qualunque governo tecnico, scelto dalle banche. Come le decisioni per la guerra contro la Libia, adducendo come se fosse una scusante, mentre si tratta di un’aggravante, le pressioni ricevute, a presunta giustificazione del proprio operato, così le misure introdotte nelle ultime settimane sono state prese sotto la pressione dell’alta finanza internazionale, il che scredita comunque anche questo governo, in cui alcuni avevano intravisto, anzi, avevano voluto vedere, meglio: avevano creduto essi di vedere, anche per la storia personale del premier, margini di autonomia rispetto ai circoli finanziari, ai padroni dell’economia speculativa, ai banchieri, ai detentori del vero potere dell’emissione del denaro. Ora non ci sono più illusioni di sorta e la realtà appare evidente. Mi vengono in mente le parole del 1994, al primo governo Berlusconi, di Pinuccio Tatarella, il quale denunciò le manovre ordite dai “poteri forti”. Ora, per quanto moderato e armonioso, Pinuccio Tatarella era missino: veniva da un’antica scuola e da un’altra tradizione, che oggi eredi non ha. Oggi, da coloro i quali da quella scuola e da quella tradizione a vario titolo provengono, nulla si sente: e anzi sono assestati nelle evoluzioni centriste e grigio-amorfe di Forza Italia, dimentichi di tutto. A chi forse vorrebbe, ma non può, perché c’è il Presidente della Repubblica, perché c’è il Papa, perché c’è l’Europa Unita; a chi non sa, perché non ha mai saputo; a chi ha dimenticato, o finge per opportunismo di dimenticare; a chi è stonato dai mezzi di comunicazione di massa, che non spiegano mai nulla, vale allora ricordare alcune semplici, fondamentali, giuste verità di fatto. E’ la politica che deve dirigere l’economia, non viceversa. L’economia dirige se i politici sono asserviti, o sono incapaci: tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi c’è soltanto questa differenza formale, ma non c’è nessuna differenza sostanziale. I mercati non sono il paradiso, i mercanti ( i banchieri ), non sono gli dei ai quali rivolgersi con trepidante venerazione, rimanendo col fiato sospeso, aspettandone le manifestazioni delle imperscrutabili intenzioni che reggono le vite degli esseri umani e reggono le sorti del mondo. Le borse, i mercati sono l’esercizio di un’economia virtuale soltanto speculativa: sono le manovre dell’alta finanza internazionale, dei pochi che si arricchiscono e che arricchiscono i propri interessi, sulla pelle dei popoli, sulla precarietà dei giovani, sull’ingiustizia sociale. L’Europa unita nell’euro è un’associazione a delinquere, fondata sulla truffa del potere di emissione del denaro, svincolato dalla sovranità degli Stati e regalato agli speculatori privati. Tutto questo non è però una condanna biblica. In Islanda il popolo si è ribellato e si è liberato. In Grecia, in molti ci hanno provato. In Spagna, almeno si sono indignati. In Italia siamo alle solite: gran confusione, bombardamento massiccio di informazioni, dopo di che, con termini ostici e incomprensibili, sussurrati come entità divine, si capisce meno di prima; nessuna forza politica che spieghi come stanno veramente le cose, con qualche rara eccezione nel movimento di Beppe Grillo e in qualche altra associazione, purtroppo allo stadio di testimonianza, per di più ognuno per sé e ognuno per uno, peggio, credendo che fare politica significhi raccogliere figurine su Facebook. Rimane la speranza che chi sa riesca a spiegare, rimane l’illusione che le idee trovino sistemazione organica in una qualche forma del politico possibile e praticabile; e rimane l’auspicio che, ove ciò avvenisse, poi gli elettori capiscano, quando andranno nuovamente a votare.
 
Di giuseppe (del 07/08/2011 @ 21:15:08, in blog, linkato 104 volte)
E così ci siamo, agosto capo dell’anno, al primo fine – settimana del mese, segna in maniera ultimativa il periodo delle cosiddette vacanze, o “ferie” che dir si voglia, nell’accezione comune, corrente, generalizzata e, in fondo, scontata, banale ancor più in fondo. Beh, oggi, in un giorno con poca luce e gravoso nel clima, grigio - Torino e plumbea samsonite, il concetto appare ancor di più un’astrazione, più che un conformismo, o una tappa obbligata. Ma quanti sono quelli che non vanno in vacanza!?! A loro penso: ai pochi che rifiutano il concetto stesso; ai tanti che, pur accettandolo e volendolo assecondare, non possono permetterselo, in primo luogo per ragioni economiche; e a tutti quelli che sono soli, e spesso di solitudine dovuto alla penuria. Poi, penso al tema di attualità che ho visto variamente esercitato in questi giorni, per lo più con superficialità e all’acqua di rose, con chiacchiere da bar dello sport, più che da comunicati del Quirinale, o da articoli di giornale. Un ceto politico senza più dignità, né legittimazione, nella maggioranza della popolazione, crede di aver dati messaggi significativi fingendo di ridurre i compensi, o i giorni di “ferie”. Ora, la politica non è un lavoro: è una missione, e un servizio. E i costi della politica dovrebbero essere limitati a consentire a chi non ne ha i mezzi materiali ad accedere a questa missione e ad esercitare questo servizio, a favore del popolo sovrano. Come tutti sappiamo, la realtà è ben diversa: la politica è diventata una carriera, un circolo chiuso in cui si entra per cooptazione, un meccanismo di privilegi e di sfruttamento parassitario delle risorse, che finanzia i suoi esponenti e le sue organizzazione in maniera oltraggiosa, per quanto legale, col finanziamento pubblico, e in maniera addirittura esecranda, perché illegale, con le clientele e i comitati di affari, senza entrare nel merito di come si chiamino dal punto di vista del codice penale. C’è poco da dibattere: tutto il resto è demagogia, pour parler, flatus vocis. Meglio ricorrere ad alcune immagini, di cui sono stato a vario titolo, ma comunque testimone e che esporrò senza commenti, affinché possiate voi liberamente trarre le conseguenze, da quel che appare, e dunque è. Due sono vecchie, e due recenti. La prima – è vero, caro Sergio Chiarla, la ricordo spesso, perché mi sembra oltremodo significativa – è di Aldo Moro, il quale, quando scendeva in spiaggia, a Bari, andava in riva al mare in giacca e cravatta. La seconda, è la sua casetta, in realtà agglomerato di fortuna e rifugio alla buona, nemmeno spartano, in cui Amintore Fanfani trascorreva qualche giorno di riposo al fresco dell’Appennino toscano. La terza, è del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni che si fa intervistare per parlare di manovre economiche e sacrifici sullo sfondo di una località esclusiva, in cui evidentemente dimorava, fra il popolo dei grandi barconi di lusso e delle grandi evasioni fiscali. La quarta, del presidente della Camera Gianfranco Fini, che, agli inizi di luglio, nel bel mezzo dei guai e delle questioni che tutti sapete, se ne era andato al mare, chissà dove e se ne è tornato tutto abbronzato, come Obama, chioserebbe da par suo Silvio Berlusconi.
 
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