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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di giuseppe (del 03/10/2009 @ 11:00:45, in blog, linkato 345 volte)
Era finanche bellissima Torino, ieri pomeriggio, ai Murazzi. Fra l’altro, ero ripassato davanti a quel punto in cui, un anno fa, ebbi un’emozione profondissima, ora nella mia mente indistruttibile, quando accadde una specie di miracolo, di sogno che si fa realtà. Ma questa volta, adesso, ero io ad essere inquadrato, e proprio tecnicamente, con tanto di telecamere, obiettivi, microfoni e aggeggi vari, specchi, cavi e quant’altro: e sì, un buon artigiano si vede dagli attrezzi che ha e che può e sa usare.
Il regista Alberto D’Onofrio studiava i giochi di luce, le inquadrature, dava disposizioni; i tecnici predisponevano gli strumenti; l’assistente Alessandra Ugolini faceva una cosa, mentre già ne aveva altre due da fare.
Le signore bene passavano in bicicletta, sotto ai Murazzi, e fra i curiosi si fermavano a sorridere anch’esse: “Bella Torino, neh?!?”. Sì, bellissima, ieri pomeriggio, ai Murazzi, col sole che batteva sul fiume e poi scompariva piano piano di lato, con il verde della collina, sull’altra riva e l’azzurro, forse il celeste, dell’acqua tranquilla, con le canoe, i ponti, gli approdi, era bellissima Torino, ieri pomeriggio, il silenzio soave e profondo appena incrinato, di tanto in tanto, ma tanto da incrinare di disappunto il volto di Alberto D’Onofrio, dal passaggio di qualche barca a motore, o dalle prove – audio dei locali per la notte.
La luce mi scolpiva il volto, mentre rispondevo alle domande. Non avevo voluto saperle in anticipo, perché io mai intervisterei qualcuno che voglia sapere in anticipo le mie domande. Beh, anche nella fattispecie, avrei voluto farle io, le domande: mi piace di più stare dall’altra parte, non da questa. Al regista Alberto D’Onofrio avrei voluto chiedere del suo programma precedente, l’inchiesta sui costumi sessuali dei giovani “Pelle” e confrontarmi con lui su Pier Paolo Pasolini e i “Comizi d’amore”; oppure parlare di “Sesso, bugie e videotape”, che, ho scoperto, perché qualche domanda alla fine sono riuscito a fargliela, essere il suo film-cult. Ma tranne scarse e brevi occasioni, non ce n’è stata la possibilità.
Questo era un altro programma, un altro film, il suo nuovo documentario interamente dedicato alla morte di Edoardo Agnelli, nove anni dopo e nove mesi dopo la consegna all’editore del mio libro “Ottanta metri di mistero” ( uscito poi lo scorso febbraio ) che ha riaperto il caso, lasciato nel dimenticatoio dell’indifferenza, del servilismo, della sudditanza psicologica, della paura.
“La storia siamo noi”, sì, gramscianamente artefici nel quotidiano, passo dopo passo, da protagonisti, degli sconvolgimenti epocali della nostra vita e delle modificazioni epocali del mondo intero, che giorno dopo giorno, spesso con un’intensità inaspettata e con una rapidità sconvolgente, accadono dentro e fuori di noi stessi.
Non solo non so quando questo programma – documentario, pur voluto direttamente dal direttore Giovanni Minoli, andrà in onda, su quale canale Rai, e a che ora: non so SE andrà in onda. So infatti di pressioni, e diffide questa volta esplicite, piovute dall’altro e direttamente.
Ancora non ci posso credere, ma ora lo capisco, l’ho provato direttamente: la riapertura del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli dà fastidio a molti. Ma so che Alberto D’Onofrio e la sua troupe lavorano bene, con arte, scienza, coscienza e conoscenza.
So che dal documentario verranno fuori comunque altri importanti tasselli, pure nuovi a quelli che ho incastrato io nel mio libro, capaci di comporre in maniera più completa e più nitida il puzzle della morte del povero Edoardo.
So che questa nostra storia non finisce qui.
Di giuseppe (del 01/10/2009 @ 19:37:24, in blog, linkato 348 volte)
Ho appena appreso che i ragazzi del Centro Studi L'ARALDO di Torino hanno annullato la serata, anzi, la nottata, di domani, 2 ottobre, in cui, come fanno ogni anno, avevano previsto la salita a piedi alla Sacra di San Michele.
Si tratta di un’iniziativa con cui essi intendo ricordare la figura umana, spirituale e storica di Corneliu Zelea Codreanu, il Capo dei Cuib, e della sua Legione, come è noto dedicata a San Michele: uno degli esempi più puri e più belli di quanto la passione politica abbia saputo nobilitare gli animi e costruire giustizia sociale.
In più quest’anno l’iniziativa era stata intitolata alla memoria di Aldo Abrate, uno degli animatori del Centro, prematuramente scomparso.
Bene, cioè male: infatti i ragazzi dell’Araldo, come essi scrivono in un comunicato appena giuntomi via mail, hanno deciso di annullare la loro iniziativa in seguito a precise pressioni ricevute in tal senso dalla Polizia, che a sua volta riferiva contrarietà alla iniziativa dell’Araldo trasmesse da “livelli istituzionali”.
Ora, non è bello che la Polizia “consigli” di annullare una manifestazione libera, tranquilla, pacifica, spirituale, prima ancora che di valenza storica e culturale, ma è poi addirittura vergognoso il fatto che non si capisce quale livello istituzionale e chi in particolare abbia provato fastidio e paura di fronte al nome di Corneliu Zelea Codreanu.
Non è la prima volta che i ragazzi dell’Araldo subiscono intimidazioni, pressioni e limitazioni nella loro meritoria opera di organizzazione culturale; fra l’altro, nel corso di questi ultimi anni essi hanno saputo far conoscere motivi e personaggi negati, o dimenticati, dalla cultura ufficiale di regime e da quella delle tv.
Vorrei che fosse l’ultima.
Per chi volesse contattarli, ecco i loro indirizzi: via M.Spanzotti 7/a, Torino; centrostudi@araldo.info
Di giuseppe (del 12/09/2009 @ 13:24:11, in blog, linkato 332 volte)
MICHELE PLACIDO
Reduce dal “flop” pauroso ad agosto della sua ultima “performance” teatrale, a Marina di Pietrasanta, dove, dopo mezzora di “spettacolo”, gli spettatori hanno preso d’assalto il botteghino, pretendendo la restituzione del costo del biglietto, fa ora il reduce del Sessantotto, un altro, col suo ultimo film, “Il grande sogno”, presentato alla Mostra di Venezia.
Del film, non avendolo visto, è giusto non dire nulla.
Di quello che Michele Placido ha detto e fatto in sede di conferenza – stampa di presentazione, clamorosamente smentendo il suo cognome, invece sì.
Primo, ha dato in escandescenze nei confronti di una giornalista, “colpevole” di aver fatto una domanda “scomoda”. Era straniera, e non è un caso. In Italia oramai, per conformismo, per piaggeria, per timore, sono in pochi i giornalisti capaci di fare ancora domande vere, e non “assist” graditi, al “potente” di turno. La malcapitata, “colpevole” di aver chiesto al “potente” di turno in campo culturale, e quindi dichiaratamente di sinistra, come mai avesse fatto un film con i soldi di Berlusconi - contraddizione palese e del resto ampiamente diffusa - si è vista, basita, assalire da tutta una serie di parolacce e concettacci, entrambi del tutto fuori luogo, nemmeno a sproposito, proprio assurdi.
Già questo è, diciamo così, assai sgradevole.
Qualcuno dovrebbe spiegare ai potenti di turno che le conferenze – stampa, quantunque nella prassi oramai ampiamente svilite, comunque non sono passerelle in cui pavoneggiarsi, ma occasioni di confronto critico; e che alle domande non si risponde con i “cazzo”, ma con le risposte, per quanto difficili e problematiche.
Ma non è finita qui.
Da buon reduce, un altro, del Sessantotto, di quei comunisti che volevano cambiare il mondo, e sono finiti invece nelle banche, nei giornali, o, più semplicemente, a lavorare per Silvio Berlusconi, Michele Placido pontifica prendendosela con Pasolini, che, come è noto, fra studenti – comunisti e borghesi – e poliziotti – servitori dello Stato e figli del popolo – si schierò a favore dei poliziotti.
In ultimo, per finire in bruttezza, dedica il suo film a Dino Boffo, l’ex direttore dell’ “Avvenire”, a suo dire “un uomo che incarna lo spirito del Sessantotto” e davvero non si capisce a quale spirito Michele Placido, nella fattispecie, si riferisse. Lo Spirito Santo, almeno, di sicuro no.
VOTO: 4/ Arrogante
ROBERTO COTA
Rilascia una lunga e prestigiosa intervista a Vittorio Zincone, per il supplemento settimanale del “Corriere della sera”, uscita – coincidenza significativa - proprio nel giorno in cui, quantunque non ancora ufficiale, decolla la sua candidatura a Presidente della Regione Piemonte per il centro – destra, nelle elezioni regionali del marzo prossimo.
Nonostante il “tu” inopinatamente adottato, il giornalista fa abbastanza, come è suo dovere etico, per metterlo il difficoltà, ma Roberto Cota riesce nella non facile impresa di schivare le trappole e scansare le insidie, e soltanto questo già di per sé lo qualifica positivamente: inorridisco al pensiero di cosa sarebbe venuto fuori a certe domande, se al suo posto ci fosse stato qualcun altro esponente della Lega, tipo Matteo Salvini, o Roberto Calderoli.
Arriva a definire “dei pirla” quei leghisti che prendono posizioni estemporanee, razziste e violente, e questo gli fa onore.
Parla poi di tradizioni da difendere, di identità da salvaguardare, di radici storiche, di popolo: riesce cioè a mettere in risalto la parte migliore della sua appartenenza partitica, del resto ampiamente condivisibile.
Dal “politico” al “personale”, ripercorre poi con onestà il proprio percorso, adoperando pure un lessico semplice e immediato, “vicino alla gente” Rimane però – questo, il difetto della prestazione – sempre in difesa e non riesce a essere realmente propositivo, se non nei del resto ampiamente consolidati concetti di federalismo e lotta all’immigrazione clandestina. Mancano le idee – forza per il Piemonte, qualche specifico concetto capace di entusiasmare, e mobilitare. Ma avrà tempo per pensarci. Intanto, un buon inizio di campagna elettorale.
VOTO: Bravo/ 7+
Di giuseppe (del 11/09/2009 @ 10:57:43, in blog, linkato 328 volte)
Minimi, ma significativi. A volte dicono più particolari apparentemente insignificanti, che interi discorsi.
Ho letto ieri sul “Corriere della sera” un edificante articolo sugli sviluppi dell’inchiesta della magistratura barese sul presunto giro di prostituzione e altri presunti reati per le serate a casa di Silvio Berlusconi. Ma non è di questo che voglio parlare.
La mia attenzione si è soffermata prepotentemente su di un particolare. Elencando i personaggi coinvolti nell’inchiesta, a proposito di uno, anzi, di una di esse, subito dopo il nome e cognome, c’era scritto, testualmente. “ex riserva all’Isola dei Famosi”.
Ecco, e mi sbrigo: adesso per “essere” qualcuno, per diventare “importante”, basta partecipare a uno dei tanti così detti “reality” televisivi, fatti di niente, anche senza apparire in video, ma semplicemente entrando nel novero dei concorrenti, pure come semplice “riserva”.
Un bruttissimo segno dei tempi, e di come gira il mondo, oggi.
Di giuseppe (del 21/08/2009 @ 16:54:43, in blog, linkato 295 volte)
TIZIANO FERRO
Alla sua ( giovane ) età già finisce nel mirino della Finanza, come i vecchi parrucconi e gli industrialotti del Nord-est con la pancia, il gippone e il barcone.
Come il suo coetaneo Valentino Rossi, porta la residenza a Londra e, come tutti quelli che risiedono a Londra, per non pagare le tasse, poi sente la saudade del Bel Paese: ci ritorna spesso, come se risiedesse qui e così si inguaia.
In attesa che le indagini approdino a risultati concreti, soltanto questo vogliamo analizzare. Ci sarà tempo poi per eventuali ammende, o condoni, che qui non ci interessano, se effettivamente illeciti nella fattispecie sono stati commessi.
Ecco, però: che evadano le tasse megacapitalisti e banchieri rientra nella logica consolidata, come pure i tesori nascosti all’estero e le manovre speculative: ci ispira soltanto la speranza che prima o poi – è il caso di dirlo – paghino caro, paghino tutto. Che lo facciano un giovane campione dello sport come Valentino Rossi, o un giovane cantautore di successo, invece, intristisce, ecco, anche perché si tratta di giovani fortunati e privilegiati.
Ma più di tutto vuol dire che non c’è il minimo mutamento della scarsa coscienza civica e sociale che abbiamo; vuol dire che continuano a latitare esempi positivi, mentre, al contrario, si susseguono quelli negativi. Un cantante di successo ha la responsabilità di essere un modello per milioni di ragazzi e a loro non può dare messaggi diseducativi.
Mettersi la residenza a Londra è una nefandezza bella e buona, pur senza commettere atti illeciti. Fra l’altro, non si capisce perché esistano queste differenze e queste opportunità truffaldine a Londra, che fa parte dell’Europa unita, almeno così dicono ogni quattro anni quando ci sono le elezioni.
Ma altro che Europa Unita! Qui, da noi, a centocinquanta anni di distanza, abbiamo fatto l’Italia, ma, come testimonia il comportamento privo di ogni senso civico e sociale di Tiziano Ferro, come diceva quello, bisogna ancora fare gli Italiani.
VOTO: 4/ Troppo furbo
UMBERTO BOSSI
Ancora? E basta! E va bene che siamo ad agosto, però, che palle questa storia dell’inno nazionale! E che palle prendersela poi con i giornalisti, sempre con i giornalisti, che andrebbero messi in galera, perché avrebbero travisato le sue dichiarazioni, eh certo. Veramente in galera ci dovrebbe stare lui, pluricondannato e salvato dal carcere da una legge apposita, la salva Bossi, votata vergognosamente anni fa a reti unificate dall’allora maggioranza di centro – destra. Comunque, questa storia dell’inno nazionale ha stufato proprio. L’esternatore, pure e non gli daremo più credito, semplicemente.
VOTO: N.c.
LUCA ZAIA
Gli esce un’idea buona, utile, concretamente realizzabile, poi però scivola su una buccia di banana evitabilissima, ma si vede che non c’è niente da fare, son tutti uguali, anche i più dignitosi: così finisce con prendere anch’egli un votaccio. Inizia infatti la settimana da Ministro lanciando il progetto di dare terre dello Stato, inutilizzate, in concessione ai giovani che possano coltivarle, dedicandosi all’agricoltura e creando così lavoro e ricchezza. Bello!
Idea a costo zero e, se, come è nei voti di tutti, saggiamente attuata nei mesi seguenti, capace di produrre non soltanto beni materiali primari, ma pure dignità umana e sociale.
Neanche il tempo di applaudire, ed ecco che però ci tocca apprendere di un nuovo intervento del medesimo Luca Zaia, che chiede alla Rai di sottotitolare in dialetto le fiction, oppure di inserire sul digitale un canale audio con le “traduzioni” in dialetto.
Insomma, una cosa che non sta né in cielo, né in terra, che, fra l’altro, non c’entra niente con la di per sé degna pratica di studiare i dialetti ( tutti !) e che però denota soltanto ignoranza, della funzione linguistica e del senso dello Stato.
Così, all’ottimo voto di inizio settimana, bisogna aggiungerne uno pessimo di questo fine settimana e così facendo Luca Zaia si rovina la media.
VOTO: 4/ Troppo discontinuo
Di giuseppe (del 20/08/2009 @ 19:33:44, in blog, linkato 355 volte)
Ricorre in questi giorni il quarantennale del fenomenale raduno di Woodstock.
Sono state sempre operanti le strumentalizzazioni politiche dell'evento condotte in seguito dalla sinistra italiana, che negli anni appresso tentò di impossessarsi a fini politici della cultura musicale popolare, cominciando proprio da questo storico avvenimento.
Beh, siccome lo stanno rifacendo postumo di nuovo in questi giorni, vorrei raccontarvi uno dei momenti più alti di Woodstock: un episodio accuratamente nascosto e anzi completamente rimosso nei resoconti ufficiali, finanche dai filmati dell’epoca.
Accadde che, mentre stavano suonando gli Who, come è noto fra i gruppi più importanti e già famosi, in una pausa dell’esibizione, uno dei leader della così detta sinistra radicale americana, tal Abbie Hoffman, salì sul palco e si impossessò del microfono, pretendendo di leggere un confuso “proclama” e inneggiando ai suoi compagni.
Allora Pete Townshend, come è noto esponente carismatico degli Who, cominciò a inveire contro Abbie Hoffman, gridandogli “Vaff..” ..”.Comunista di..." e robe simili e poi lo prese a calci in culo, fino a cacciarlo via dal palco.
Il tutto avvenne alla presenza di alcune centinaia di migliaia di spettatori, nessuno dei quali ebbe alcunché da ridire su quanto aveva appena visto accadere sotto i proprio occhi.
Di giuseppe (del 14/08/2009 @ 18:38:10, in blog, linkato 363 volte)
LE PAGELLE DELLA SETTIMANA di Giuseppe Puppo
SANDRO BONDI
Scrive un temino sul “Corriere della sera” di lunedì scorso su “politica e cultura”.
La prosa, almeno nella forma garbata, gli riesce meglio della poesia, in cui, purtroppo, si era già esercitato negli anni scorsi, con esiti disastrosi: memorabili - quali esempi di trash – i componimenti dedicati a Maria Vittoria Brambilla e a Stefania Prestigiacomo, anche se il fondo, artistico e di impegno civile, viene raggiunto con l’ode “A Fabrizio Cicchitto”.
Volendo polemizzare, non si capisce su che, con Ernesto Galli della Loggia, il quale, giustamente, aveva lamentato “una politica senza cultura”, Sandro Bondi si sente chiamato in causa e quindi articola uno svolgimento per dimostrare di essere all’altezza del compito assegnatogli, forse anche in virtù delle sue doti poetiche.
Accettabile l’esposizione: ma sono i contenuti che zoppicano vistosamente.
Sostenendo un rapporto organico della cultura con la politica e citando quali ottimi esempi già esistenti di tale, a suo intendere, auspicabile rapporto, le fondazioni di questo o quell’altro esponente politico, Sandro Bondi arriva poi a teorizzare di voler spezzare il “perverso legame” dei finanziamenti diretti: del resto, i tagli operati ultimamente vanno già abbondantemente in questa direzione…
Tagli che colpiscono gli animatori culturali sul territorio e le associazioni di base, le uniche in grado di sviluppare proposte e raggiungere esiti, non certo i potentati dell’industria e del potere culturale oggi più vivi e vegeti che mai.
Oltre a Alain Elkann, che ha già – e si vede - perché non si prende qualche altro consulente: che so? Giuliano Soria, attualmente disoccupato…E perché non Platinette? O Alfonso Signorini, sih?
Infila infine due perle dell’assurdo, scrivendo che la “cultura liberale e riformista è sempre stata minoritaria”; poi, parlando degli intellettuali come “angeli custodi”.
Prima di scrivere, la prossima volta, Sandro Bondi si rilegga urgentemente le tesi di qualcuno che una “fondazione” l’aveva fatta davvero, il buon Filippo Tommaso Marinetti, il quale sosteneva l’autonomia e il primato della cultura sulla politica ( e della poesia sulla cultura: ma la Poesia, non le poesie che scrive il nostro Ministro ).
Oppure le parole, sul ruolo degli intellettuali – bestemmiatori, altro che angeli custodi, che Pier Paolo Pasolini rivolse al congresso dei Radicali nel 1975.
VOTO: 4/ Gravemente insufficiente.
FRANCESCO COSSIGA
Senatore a vita, ma, di fatto, da anni fuori dalla vita della politica attiva, di cui fu per lustri protagonista, fino allo scivolone compiuto con l’ Udeur, cerca adesso di riempire come può il vuoto esistenziale, più che politico, in cui si dibatte il suo vano desiderio, probabilmente, e malinconicamente, pure il rimpianto.
Ma ci sono modi e modi…
Potrebbe andare in girò a fare conferenze, a raccontare la Prima Repubblica, a dare il proprio contributo alla risoluzione dei misteri d’Italia, di cui egli ebbe tanta parte…
Potrebbe scrivere libri, potrebbe rilasciare interviste su argomenti seri…
Ecco, per fare un solo esempio, e lasciando stare il sequestro Moro, Ustica e quant’altro dei massimi avvenimenti: perché non ci racconta che cosa successe davvero all’allora potentissimo capo democristiano Tony Bisaglia, ufficialmente morto annegato, nel 1984, travolto da un’ “onda anomala” in piena estate, nella baia di Portofino, vicino la riva, mentre era a bordo di un panfilo e di cui egli, allora Ministro dell’ Interno, andò a prendersi di tutta fretta il cadavere e lo portò a Roma, eludendo di fatto non dico l’autopsia, ma pure ogni minimo di indagine?
Invece, dimentico della sua stagione migliore, la memorabile avventura da “Picconatore”, pure delle massime cariche istituzionali che ha ricoperto, fino, appunto, a quella di Presidente della Repubblica, oramai Francesco Cossiga si impiccia di tutte le amenità più banali e più insignificanti, scrivendo lettere ai giornali, come un malinconico pensionato di provincia, o cercando qualche rigo sulle agenzie, o sui programmi tivù, con interventi di gossip.
Scrive, anzi canta, la pagina peggiore questa settimana, dai microfoni di Radio Rai.
Volendo, nel sui intenti presunti, anche se non si capisce proprio il modo, anzi, nemmeno la ratio stessa, esprimere con ciò solidarietà (?) al ministro Maria Stella Gelmini, si abbandona malinconicamente a un coro da balera, interpretando in diretta buona parte dell’inno comunista “Bandiera rossa” (?) in compagnia di Lamberto Dini – toh, a proposito – e della “giornalista” ex Tg4 Francesca Senette.
Purtroppo all’incredibile performance mancava Emilio Fede, come è noto impegnato a volare sugli aerei di Stato per presenziare agli avvenimenti mondani.
Se ne è sentita la mancanza, per quanto l’ex Presidente della Repubblica e l’ex Primo Ministro abbiano dato nell’occasione il peggio di sé.
VOTO: 2/ Patetico
Di giuseppe (del 11/08/2009 @ 20:58:18, in blog, linkato 409 volte)
Sul “Corriere della Sera” di ieri c’era un’intervista a Ignazio La Russa, attuale ministro della Difesa, che lascia l’amaro in bocca e testimonia quanto lunga sia ancora la strada da percorrere per arrivare al traguardo della pace.
Eppure, per noi contemporanei, per noi postumi di Hiroshima e Nagasaki, che proprio pochi giorni fa ho visto meritoriamente ricordare, per noi approdati al nuovo secolo e al nuovo millennio, proprio questa è la metà, capace di nobilitare l’umanità: costruire una cultura della pace e far cadere finalmente senza “se” e senza “ma” ogni idea possibile di guerra. La guerra deve diventare un tabù, un elemento negativo in toto, da esecrare e da annullare come pratica in ogni dove, come è oggi, per esempio, lo schiavismo: e quanti secoli ci sono voluti per arrivare a considerare tale lo schiavismo! Bene, è ora che tale considerazione universale arrivi anche per la guerra.
Appare quindi chiaro che non ce l’ho con La Russa, anzi: viene, egli, dal mio stesso passato e proprio non riesco a polemizzare con i miei ex camerati del Msi, per quanto distinti e distanti siano ormai le involuzioni che essi hanno seguito e per cui si sono caratterizzati, perché ce li ho in memoria, ce li ho nel mio portato genetico e a loro voglio comunque bene, a loro sono legato comunque.
No, non è questo il punto. Se ci fosse un altro ministro della Difesa, sarebbe lo stesso. Se ci fosse un altro governo, che ne so, Veltroni al posto di Berlusconi, sarebbe lo stesso.
Non è questione di centro-destra, o di centro-sinistra, anzi. Romano Prodi riuscì a essere peggiore anche in questo. Ancora, anzi, il momento in cui l’Italia è stata più in guerra dal 1945 a oggi è stato col governo di Massimo D’Alema, il quale, nel 1999, fece attivamente partecipare l’ Italia alla criminale distruzione operata dagli Americani della Jugoslavia, fra l’altro a pochi chilometri dai nostri confini e con le basi operative nel nostro territorio: ecco come egli stesso rivendicherà con orgoglio e con chiarezza tre anni dopo quanto successe: “"Vorrei ricordare che quanto a impegno nelle operazioni militari noi siamo stati, nei 78 giorni del conflitto, il terzo Paese, dopo gli USA e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica ma il loro sforzo militare non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L'Italia si trovava veramente in prima linea."
Io vorrei ricordare infine, per quanto riguarda la sinistra radicale, che i vari Pdci e Rifondazione comunista – che pure all’epoca si divisero – hanno poi sempre sostanzialmente sostenuto tutte le scelte compiute dai governi di centro-sinistra, e questo storicamente, dalle “operazioni di polizia internazionale” in Iraq, alle recenti “missioni di pace” in Afghanistan, come con patetici eufemismi sono generalmente chiamate le guerre al servizio dell’imperialismo americano al tempo della globalizzazione che abbiamo e stiamo attuando, col pretesto di “portare la democrazia”, la scusa bella e buona per coprire interessi economici e strategici ben precisi.
Ah, a proposito, il tanto nuovo e tanto diverso Obama, alla faccia delle promesse e delle speranze, come primo atto del proprio mandato ha aumentato le truppe del contingente di occupazione dell’Afghanistan.
Non ce l’ho poi, sia chiaro, con i soldati americani: vengono dalle famiglie più povere, dalle periferie diseredate e sfortunate e, per sfuggire alla miseria e all’emarginazione, sono anch’essi vittime, come quelle che vanno a provocare all’estero, soprattutto fra le popolazioni civili, vecchi, donne e bambini.
Ce l’ho con i banchieri, i fabbricanti di armi, e i politici, democratici, o repubblicani che siano, americani, loro servitori. Nessuno poi si permetta di dirmi che non ho a cuore i soldati italiani: li ho a cuore, fremo per loro, perché i soldati italiani sono i figli del popolo, e so che essi ancora di più vanno a combattere, a soffrire, e spesso a morire lontano da casa per lo stesso motivo che, come una scelta obbligata, ha spinto o loro coetanei americani: trovare uno stipendio, un lavoro per vivere, che altrimenti non potrebbero avere.
A maggior ragione, che i più vengono dal Sud; molti, poi, moltissimi, da quel Salento dove stanno le mie radici. Io li ho visti, i soldati italiani che hanno combattuto in Jugoslavia e in Iraq, e che combattono ora in Afghanistan, lasciando stare il Libano e tutto il resto; li ho guardati nei loro occhi lucenti, nei loro volti puliti; e ho parlato a lungo con loro, in dialetto, in uno dei lunghi e caldi pomeriggi d’estate, al mare, sotto l’ombrellone, o seduti al tavolo di qualche pizzeria, d’inverno, a dicembre, o gennaio, insieme ai miei amici, quando, periodicamente, ogni volta ritorno a Lecce: e li ho sentiti miei fratelli.
Sono figli di muratori e di contadini, che si guadagnano la giornata, quei pochi euro, senza assicurazioni, contributi, mutue e ferie ( altro che gabbie salariali!) quando pure viene loro pagata, cocendo la pelle al sole scottante, e raffreddandosela sotto la tramontana, per dieci ore al giorno.
Non è questo il punto.
Il punto è che ci manca ancora quasi del tutto la cultura della pace di cui dicevo prima e che dobbiamo urgentemente cominciare a costruire.
Ne trovo una triste conferma- e mi riallaccio là dove ho iniziato – nelle risposte di Ignazio La Russa. Allora… “Diciamolo”, quello che ha detto…
Sollecitato dal giornalista Maurizio Caparra sui riferimenti legali applicati, o da applicare, e sull’”ambiguità” della definizione di “pacifica” attribuita alla nostra missione in Afghanistan, in aperto contrasto con l’articolo 11 della Costituzione, il ministro della Costituzione non parla proprio, dell’ambiguità nemmeno, per avventurarsi invece in un lungo e inconcludente discorso su un nuovo codice da redigere per le “missioni internazionali”.
Vorrei invece io ricordare quello che recita l’articolo 11 della nostra Costituzione, cioè le fondamenta del nostro ordinamento civile e sociale:
“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Ecco, no? Netto, preciso. Non c’è proprio niente da aggiungere, o da levare; niente da interpretare, o da discutere. C’è soltanto da rispettare, cosa che non hanno fatto tutti i nostri Presidenti del Consiglio e Presidenti della Repubblica ( e proprio essi! ) dal 1990 a oggi.
Alla domanda poi su quanti “miliziani” afgani sono stati uccisi dai nostri soldati in scontri a fuoco, la risposta del ministro è: “Il numero preciso non viene tenuto. Non c’è una contabilità anche perché è difficile accertarlo. Di certo il numero degli insorti – talebani, trafficanti di droga, tutti coloro che compiono atti ostili – è superiore alle perdite subite dai contingenti internazionali. E di molto.”
Come ognuno può facilmente constatare da sé, nel tono, nel lessico, nella sostanza stessa di questa risposta manca completamente la cultura della pace: c’è ancora sempre e soltanto il trionfo della guerra.
Ora, certo, sono processi lunghi e difficili. Ma da qualche parte dobbiamo pur cominciare. Ognuno di noi può farlo, cominciando, per esempio, a capire che in quel “è difficile accertarlo” stanno – io non so la cifra esatta: e comunque di una contabilità nemmeno più drammatica, bensì mostruosa, se presa dalla guerra in Iraq, all’ultima “offensiva” di Israele ai danni dei palestinesi lo scorso Natale, si tratta – le centinaia di migliaia di vecchi, di donne, di bambini, estranei e innocenti, caduti sotto le bombe con cui gli Americani credono di poter esportare la democrazia e il modello neocapitalista della globalizzazione.
Cioè i banchieri, cioè i fabbricanti e i mercanti di armi: e “Non ci sono guerre giuste”), come diceva e scriveva Ezra Pound ( quindi: la mia cultura, la mia memoria, non quella dei pacifisti da strapazzo, o dei comunisti ) spiegando poi che fintanto che ci saranno ingiustizie sociali ci saranno sempre guerre e che non ci può essere la pace senza giustizia sociale, o almeno un sistema economico più equo, una ridistribuzione delle ricchezze e dei beni almeno più corretta.
Ognuno continui poi come può. Cercando, per esempio, su internet quelle notizie che i nostri giornali e i nostri telegiornali non danno: scoprirà così che ( altro che “missione umanitaria”! ) in Afghanistan è in atto una vera e propria guerra, quindi dolore, distruzione, morte e sofferenze quotidiane.
Parlando con sé stesso, con i proprio amici, parenti, e conoscenti.
Anche così, semplicemente, come ho cercato di fare io qui adesso con me stesso e con tutti voi che avete avuto la pazienza di leggere questa nota.
Di giuseppe (del 08/08/2009 @ 12:34:23, in blog, linkato 387 volte)
LE PAGELLE DELLA SETTIMANA
di Giuseppe Puppo.
LE INTERVISTE SU BERLUSCONI
BARBARA BERLUSCONI
Le colpe dei padri non ricadano sui figli, ci ha insegnato ad auspicare Eschilo. Ma pure le colpe dei figli non ricadano sui padri, abbiamo imparato noi da soli.
Dimentica di essere a solo titolo ereditario, non per altro, amministratrice di Mediaset, nonché di altri interessi immobiliari e finanziari; dimentica pure di quando, anni fa, il papà appena appena sgridandola bonariamente sborsò ventimila euro a Maurizio Corona per comprargli e bruciargli una foto in cui lei dava…il meglio di sé… ad uno sconosciuto incontrato casualmente in discoteca ( tale e quale mio padre: una volta che fu costretto a pagare una multa di diecimila lire arrivata a casa perché io non avevo fatto il biglietto del treno, mi diede a rate diecimila fra schiaffoni e calci in culo ) la terzogenita/primogenita del premier rilascia un’esile intervista al settimanale snob e radical - chic “Vanity Fair”.
Presentata nelle anticipazioni come “scoop”, in realtà contiene banalità e malignità. Che per un governante non esista la distinzione fra vita pubblica e privata è una verità elementare, espressa dalla ragazza con motivazione esile e raffazzonata: per esempio, nessun accenno alla politica nobilitante, o alle responsabilità educative.
Poi, maligna: se non puoi difendere tuo padre, stai zitta, no? Che cosa ti metti a spingere le dita nella piaga, a stringere nervi scoperti? Ipocrita, l’accenno all’eredità, che è poi – a quanto è dato e anzi lecito capire – il vero motivo delle esternazioni, sollecitate da una rivista cui le questioni ereditarie stanno molto a cuore, potendo vantare in redazione molte amiche di Margherita Agnelli: lancia un monito preciso al padre a essere equo, in tempo di divorzio dalla madre, e per sé rivendica la Mondatori, piacendole i libri…
Pure a me piacciono, anche i giornali: ma non posso rivendicare nulla, nemmeno un/il giornale, per quanto mi accontenterei se mi facessero direttore- che ne so? – pure di “Tv, sorrisi e canzoni”…
Poi, madre e figlia a questo punto hanno stufato di discutere le questioni famigliari in maniera unilaterale e pubblica, appunto sui giornali: va beh che il marito/padre è molto impegnato, però insomma…E scrivergli un bigliettino? No, eh?!? Lasciargli un appunto dalla segretaria? Dai…Che ne so? …Mandargli un messaggino?
Poteva almeno Barbara mettere al suo secondogenito, dopo non averlo fatto, come si usa, col primo, il nome di Silvio, ci teneva tanto il nonno ( poi dicono dei Meridionali… ) Invece, no: Edoardo, toh! Salvo invece fargli la predica, di morale, dopo quelle foto mai pubblicate, e dal pulpito di “Vanity Fair”, per un pugno ( di miliardi ) di euro!
VOTO: 3 e 1/2. Inappropriata.
ARRIGO SACCHI
Rilascia un’ intervista calcistica, sul precampionato negativo del Milan, e su “Repubblica”, poi, in cui riesce a infilare con brillante opportunismo ( marca a zona il giornalista Enrico Curro, gli fa pressing e ripartenze: un capolavoro di tattica e di tecnica ) esemplari lezioni di cultura sportiva: quella che in Italia latita pressoché del tutto.
Parla pure di politica e – su “Repubblica”! – riesce a parlare bene di Silvio Berlusconi.
Roba al cui confronto le adesso tanto osannate dichiarazioni di Josè Mourigno appaiono per quello che in realtà sono: poco più che ovvietà, appena colorite dal lessico personale.
Quando c’era lui, caro lei, invece erano esercizi di stile, pure esercitazioni filosofiche: memorabile quando, con raffinata dialettica, dimostrò agli astanti che tal Angelo Colombo, anonimo giocatore del suo Milan, fosse da considerare migliore del mitico Diego Armando Maradona.
Ma, in tutto, la classe non è acqua, anche ora che Arrigo Sacchi ha smesso di allenare, ritiratosi spontaneamente, almeno nel ruolo di protagonista, da un mondo che non lo voleva più.
Ma ogni volta che parla riesce a essere Maestro di calcio, e Maestro di vita. Come in quest’ultima, superba interpretazione di un’intervista. Infila pure a proposito una coltissima citazione letteraria, dal romanziere brasiliano Paolo Coelho, anche se ne sbaglia leggermente l’esatta dinamica.
Ma è un peccato veniale, di fronte a tante virtù.
VOTO: 8- . Geniale.
Di giuseppe (del 01/08/2009 @ 17:06:27, in blog, linkato 330 volte)
Come capita normalmente a molti per riempire queste lunghe sere d’estate, afose e solitarie, anche io ho visto recentemente un paio di film: a caso, niente di particolare, eh? Quelli che davano sui canali in chiaro delle tv generaliste.
E’ successo però qualcosa di strano…Ora vi racconto.
Il primo era un vecchio film di guerra, con vaghi richiami thriller, anni Sessanta, “I morituri”, si chiama, con per i cinofili riconoscibile un giovane Marlon Brando, e racconta di una spia americana imbarcata su un falso mercantile tedesco, con quel che segue, in un lungo viaggio - missione dal Giappone verso Bordeaux occupata dai Nazisti.
Beh, man mano che la storia andava avanti, io riuscivo a prevederne gli immediati sviluppi, il che mi stupiva non poco, dal momento che di solito sono molto lento a capire i film… Strano, mi sono detto: come è possibile che io sappia che a questo succederà questa cosa e a questo quest’altra?
Certo, sia pur lentamente, ci sono arrivato anche io: dovevo averlo già visto, da qualche parte, ovvio.
Già, ma dove e quando? Al cinema, escluso, per ovvi motivi anagrafici. Ai cineforum anni Settanta, pure, perché davano pellicole d’attualità del momento. Per l’esame di storia del cinema all’università? No, nemmeno, troppo banale, lì ho dovuto sopportare i russi e i tedeschi anni Venti e trenta, no! In televisione, allora? Ma no, me lo sarei ricordato, perché in televisione da decenni mi guardo soltanto i film che mi interessano, poi sul mio day by day appiccico le trame e i commenti e questo non rientrava assolutamente nella categoria: anche quest’ultima ipotesi era da scartare…E allora?
Allora niente, lasciamo perdere e, affondato il falso mercantile, buonanotte e sogni d’oro.
Tutto sarebbe finito lì, se non fosse stato che, alcune sere dopo, punto e daccapo. Questa volta era “Sabrina” di Billy Wilder, con Humphrey Bogart e Audrey Hepburn, una gradevole commedia hollywoodiana anni Cinquanta e – che ve lo dico a fare? – di nuovo: più la storia andava avanti, più io sapevo già che cosa sarebbe successo, senza che, come l’altra sera, io potessi minimamente ricordare dove e come avessi già visto anche questo film, dal momento che la situazione, ripetutasi, era analoga alla precedente.
Un po’ ubriaco anche io soltanto a guardare quanti drink bevevano i protagonisti e ormai alquanto innervosito dal fatto cui non riuscivo a trovare spiegazione, mi ci sono messo d’impegno…Ma niente!
La soluzione è arrivata soltanto ieri, all’improvviso, ed è stato bello ricordare. Ora vi spiego.
Quando io ero bambino e ragazzo, a Lecce, a settembre, succedeva qualcosa che per tutti noi coetanei era un vero e proprio evento. Allora, c’era un solo canale televisivo, eh?!? E i film li davano soltanto al lunedì sera, eh?!? Uno a settimana!
Però, a settembre, ogni anno, in concomitanza con la Fiera del Levante di Bari, tutti i giorni e per tutta la durata della manifestazione, soltanto per la Puglia – e chissà poi perché, ma era così - ogni mattina, più o meno verso le dieci, la Rai trasmetteva un film in televisione.
Per tutti noi era un vero e proprio evento. Ognuno a casa sua, a guardarlo, e poi, soltanto quando finiva, “giù” a giocare, dopo averlo a lungo commentato.
Ecco dove avevo già visto quei due film di queste ultime sere!
Ecco, vi ho raccontato la storia. Vi risparmio i molteplici significati e significanti che io, per me, felice di aver ricordato e ancor di più di poterci ragionare su a lungo, ho trovato poi in tutto quanto questo. Non vi mancherà la possibilità, se ne avrete voglia, di trovarne qualcuno anche voi.
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