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POLITICA E CULTURA (DI DESTRA) – FENOMENOLOGIA DI GIULIANO FERRARA
Dopo i disperati e
disperanti esiti delle precedenti note su Luca Barbareschi e Vittorio
Sgarbi, eccoci al peso massimo della “cultura” di “”destra”” italiana
all’epoca berlusconiana dei nostri giorni, il campione del
neo-integralismo, l’ultras reazionario.
Classe 1952, Giuliano
Ferrrara, che, soprattutto negli ultimi periodi, con varie iniziative
estemporanee, addirittura nei giorni scorsi con la sceneggiata delle
mutande in piazza a difesa dell’indifendibile, ha guadagnato come
sempre sul campo di battaglia queste precise qualifiche, nasce a Roma
in una famiglia comunista. Non ci posso credere, di più, non è una
famiglia comunista qualunque: suo papà, il direttore dell’”Unità”, la
mamma la segretaria di Togliatti. Puoi capire. Buon sangue non mente,
e ha la faccia di papà: un marxista della buona borghesia illuminata,
contro cui i giovani marxisti, borghesi anch’essi fino al midollo, si
rivoltano nel Sessantotto italiano semplicemente per occuparne le
posizioni privilegiate. Difatti Giuliano Ferrara è a Valle Giulia, fra
quegli studenti contro cui Pier Paolo Pasolini scaglierà la sua
celebre invettiva in versi, simpatizzando con i poliziotti – i veri
figli del popolo – contro cui essi fecero a botte.
Poi, sempre per la serie
non ci posso credere, va a stare a Mosca.
Ci credo, invece, che, al
suo ritorno in Italia, abbia una carriera politica pianificata e
spalancata dentro e fuori il Pci, da figlio della nomenklatura di
partito. Lo mandano a Torino, dove rimane più di dieci anni, nel bel
mezzo degli anni di piombo, ricoprendo vari incarichi, sia interni,
come responsabile delle fabbriche, sia esterni, come consigliere
comunale, insieme ( toh! A volte ritornano, sia pure in discesa, a
fare il candidato a sindaco ) a Piero Fassino, l’uomo – Fiat dei
comunisti torinesi, in quel sistema – Torino in cui la sinistra ha
ieri come oggi sempre rivestito consapevolmente e in malafede il ruolo
subalterno agli interessi del grande capitale e dell’alta finanza, per
riceverne i propri tornaconti sia economici, sia sociali.
Poi, in Giliano Ferrara,
spunta irresistibilmente l’opportunismo, il fiuto di posizionarsi con
gli emersi e i potenti di turno, la sua specialità: appena è il caso,
lascia il Pci e va con i socialisti di Craxi, allora egemoni. Ne
ottiene una nuova carriera pianificata e spalancata, questa volta nel
giornalismo, che egli interpreta a modo suo, quale servilismo, sia pur
apparentemente sofisticato e presunto critico, al Signore di turno.
Ciliegina sulla torta,
alla faccia della deontologia professionale, in Italia custodita da un
Ordine professionale omertoso e da un sindacato vergognoso, diventa
pure collaboratore della Cia, i servizi segreti statunitensi. Dopo i
giornali, sempre grazie ai padrini socialisti, arriva puntualmente per
Giuliano Ferrara la televisione, prima la Rai, poi Mediaset, nel
frattempo consolidatasi e anzi diventata l’ideologia di conquista
politica per Silvio Berlusconi.
Quando è l’ora, anche
Giuliano Ferrara, grazie alla specialità prima evidenziata, beve
l’amaro calice, scende in campo, fa squadra e tutte le amenità
lessicali della fattispecie, con il suoi nuovo Principe da venerare e
servire. Vinte le elezioni, in quella memorabile primavera del 1994,
Silvio Berlusconi lo fa addirittura ministro del suo primo governo.
Dura poco, per colpa della
Lega Nord,: le vicende di quella stagione troppo breve sono ancora
tutte da scrivere.
Come con i socialisti,
grazie ai soldi del figlioccio di Craxi, Claudio Martelli, anche con i
forzisti Giuliano Ferrara si fa il suo giornale, grazie ai soldi della
moglie di Berlusconi.
E’ il 1996, quando, per
perpetuare un giornalismo italiano squallido perché autoreferenziale e
criptico, di servilismo e asservimento alla politica, quasi un
libretto d’opera del teatrino della politica, fonda “Il foglio”, il
(quasi ) quotidiano che dura ancora oggi semplicemente perché è
foraggiato dal sistema politico con le sovvenzioni pubbliche, con i
soldi dei contribuenti, quelli distolti per esempio dalla ricerca, o
dall’assistenza sociale,come all’epoca non era avvenuto per
“Reporter”, che quindi chiuse dopo poco tempo.
“Il foglio” invece dura,
per quanto sia un giornale destinato all’esercizio dei giornalisti –
politici, autoreferenziali, che sfornano un prodotto illeggibile,
all’infuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori e lo usano
quale strumento di pressione, se non vera e propria arma di ricatto,
con vere e proprie “campagne” di stampa. La prima che, con il Foglio,
conduce Giuliano Ferrara, purtroppo fino al conseguimento
dell’obiettivo, è anche la più vergognosa: quella per la liberazione
del mandante dell’assassinio del Commissario Calabresi, e, al di là di
tale storico, tragico evento, dell’animatore della più feroce campagna
di odio contro la destra italiana negli anni Settanta, Adriano Sofri.
La più incomprensibile, anche per i toni da crociato laico e da
inquisitore medioevale, quella per la cosiddetta “moratoria”
sull’aborto, di cui, nell’integralismo cattolico italiano, nella
sofferta regolamentazione civile, proprio non si sentiva il bisogno.
L’ultima, l’anticipo di Carnevale nei giorni scorsi a difesa di Silvio
Berlusconi con le mutande pazze a teatro, nelle motivazioni addotte
risoltosi con un sostanziale, clamoroso autogol, tanto per adoperare
il lessico berlusconiano. Le ultimissime: le patetiche conversazioni,
spacciate per riflessioni parafilosofiche, condotte su Rai1, nello
spazio televisivo più pregiato, in cui egli continua ad esercitare il
suo servilismo congenito. Ora, voi capite quanto io soffra ogni volta
che si parla di cultura di destra, a proposito di personaggi come
questi.
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