GIANFRANCO FINI

Cinquantacinque anni di solitudine

 

 

1952: la guerra è finita da pochi anni, appena sette e a Bologna il Pci ha il centro della zona rossa, almeno tre regioni italiane su cui ha instaurato un controllo totale del territorio, dei suoi abitanti e delle sue attività.

 

Qui nasce Gianfranco Fini, e alla città delle origini rimarrà comunque legato, vuoi per il caratteristico modo di porgere l’eloquio mai perso, per quanto mitigato, vuoi per l’attaccamento da tifoso alla squadra di calcio, anche se nel capoluogo emiliano non tornerà mai più, dopo i primi vent’anni di residenza.

La città di Romano Prodi; la città del suo coetaneo, amico - nemico Pier Ferdinando Casini, che ritroverà poi a Roma decenni dopo.

 

I suoi genitori sono sostanzialmente apolitici al momento e nella famiglia si ritrovano esperienze alterne e contrastanti, anche se pare che il nome di battesimo gli sia stato dato dal padre in memoria di un suo cugino ucciso dai partigiani nel 1942.

 

Nella Bologna comunista Gianfranco Fini frequenta le scuole fino alla maturità.

 

 

A 16 anni non ha ancora idee precise. Come capita a molti in quegli anni, diventa “fascista” per reazione, dopo che  un giorno, al liceo che frequenta,  decide di entrare in classe, nonostante uno “sciopero” studentesco organizzato dagli studenti comunisti, che poi lo aspettano all’uscita, come pure all’uscita del cinema lo aspettano il giorno in cui va a vedersi “Berretti verdi”, il film di John Wayne, in cui viene esaltata la guerra americana in Vietnam.

Adesso lasciamo stare il dibattito su quel film. Poi, in ogni caso, andare a vedere non vuol dire condividere. Infine, andava così in quegli anni. Chi non faceva quello che volevano i comunisti, diventava automaticamente un nemico dei comunisti e dunque un fascista.

Così lo diventò anche Gianfranco Fini.

 

Ma è soltanto a Roma, dove il padre era stato trasferito dalla compagnia petrolifera per cui lavorava, nell’estate del 1971, che scopre la militanza politica.

Iscrittosi all’università, alla facoltà di pedagogia, aderisce al Msi e alla sua organizzazione giovanile, “La Giovane Italia”, che a breve sarebbe poi diventata il “Fronte della Gioventù”, nella sezione del suo quartiere, Monteverde vecchio, poi confluita in quella presto famosissima, agli onori e gli oneri della cronaca, di via Sommacampagna.

 

Infatti, erano intanto cominciati quelli che sarebbero presto passati alla cronaca prima e alla storia poi come “gli anni di piombo”, la vera e propria guerra civile che per lunghi anni insanguinò quotidianamente l’Italia con scontri e incidenti.

 

Negli ambienti del “Fronte della gioventù” di Roma Gianfranco Fini si fece notare e apprezzare per quel suo fare ordinato e schivo e quella sua capacità di elaborare documenti politici, insomma scrivere volantini da ciclostilare e manifesti da affiggere.

Andava sempre in giro con una valigetta ventiquattrore nera: Teodoro Buontempo, che ne fu il segretario di sezione, ancora oggi si chiede che cosa ci tenesse dentro e perché mai se la portasse sempre appresso.

 

In ugual misura si attirò accuse di moderatismo, o peggio, di mancanza di coraggio.

 

Ma il leader del Msi Giorgio Almirante, che nel 1977 decise di ricostituire in tutta Italia il “Fronte della gioventù”. apprezzava quel giovane dai modi garbati ed eleganti, moderato nei modi e nelle idee, senza eccessi, conosciuto nel corso di tante iniziative  e manifestazioni.

 

Nel 1977, decise di ricostituire in tutta Italia il “Fronte della gioventù”.

L’organizzazione giovanile era per statuto autonoma dal partito, ma la scelta del segretario nazionale giovanile toccava al segretario nazionale del partito, che lo nominava scegliendolo fra una rosa di nomi che l’assemblea nazionale dei giovani gi proponeva.

Puntualmente, Giorgio Almirante scelse Gianfranco Fini, indicato in maniera sostanzialmente anonima, quinto fra sette, o poco significativa, in confronto di altri nomi, soprattutto  quello di Marco Tarchi, fiorentino ed esponente della corrente rautiana, che godeva di una fortissima simpatia fra i suoi coetanei.

 

Con il prestigioso incarico di capo della nuova organizzazione giovanile, Gianfranco Fini inizia a viaggiare in tutta Italia, a intrecciare rapporti e relazioni, a infondere idee e ideali di cameratismo e di socialità.

 

Lo ricordo in visita a Lecce, dopo una cena al dopolavoro ferroviario, alzarsi, tirare fuori i soldi dal portafoglio  e andare al bar a prendere una bottiglia di whisky, che volle offrire alla tavolata, da “scolarci fra camerati”.

 

Lo ricordo a Brindisi, insieme a lui, con nemmeno una decina di altri manifestanti, prendere la decisione di tenere ugualmente il corteo in programma, nonostante la presenza di centinaia di extraparlamentari di sinistra, decisi a impedirlo e sfilare così, dalla stazione ferroviaria, per tutto il lungomare, fra insulti e minacce.     

 

 

In quegli anni Gianfranco Fini affianca alla carriera politica quella giornalistica, sul quindicinale “Dissenso” prima e poi anche direttamente al “glorioso” quotidiano del partito “Secolo d’Italia”, allora in via Milano, a Roma, insieme ad altre personalità quali Maurizio Gasparri e Francesco Storace.    

 

Lì lavora anche come impiegata Daniela Di Sotto, moglie di Sergio Mariani, esponente di spicco degli ambienti militanti romani: l’amore fra i due supera ogni ostacolo, anche tragiche circostanze che dovette affrontare quando divenne pubblico,  e negli anni seguenti verrà ufficializzato con regolare convivenza prima e matrimonio civile poi.

 

Nel 1983 viene eletto per la prima volta deputato e confermato nel 1987, anno in cui Giorgio Almirante lo indica pubblicamente quale suo “successore” e per lui prepara il congresso di Sorrento, una lunga maratona, un’estenuante corsa ad ostacoli durata oltre un anno e risoltasi in volata, al fotofinish, all’ultimo minuto, alle ore 9 di lunedì 14 dicembre 1987, dopo quella che sarà ricordata in maniera inedita, tanto per rimanere nella terminologia sportiva quanto mai appropriata, come “la lunga notte degli olè” .

 

E’ Almirante in persona che dà il via all’iniziativa e per la seconda volta crea Gianfranco Fini, intorno al quale si salda la corrente di “destra in movimento”, che raccoglie i fedelissimi come Pinuccio Tatarella a Bari, o Ugo Martinat a Torino intorno al volto nuovo, alla faccia pulita del sicuro e fidato “continuismo!.

 

La lunga notte degli olè, perché la tensione per le votazioni per il nuovo segretario, la prima insufficiente e la seconda di ballottaggio,  al Palace Hotel di Sorrento si stempera in un clima da stadio calcistico, in una dimensione inedita non solo per questo, ma per tutti gli altri partiti, perché mai si era vista una cosa del genere: lo spoglio viene seguito dai corri mutuati dai tifosi ultras del calcio e i nomi ripetuti dalle schede scrutinate e letti da un sempre più provato presidente delle assise Pino Romualdi salutati e scanditi da appassionati “olè”.

 

Gli anni che seguono sono difficili, sia per Gianfranco Fini, sia per tutto il Msi: pieni di eventi ostici, convulsi, contraddittori.

La fine del comunismo che muta radicalmente lo scenario internazionale. Il Partito comunista italiano che muta pelle e nome. Proprio il Presidente della Repubblica che con le sue esternazioni quotidiane “piccona”, demolisce quella che sarà poi chiamata la prima repubblica. L’affermazione di un nuovo soggetto politico come la Lega Nord, che partendo dal razzismo antimeridionale riesce piano piano a calamitare scontento e protesta.

 

Tutto, anche se per motivi diversi, contribuisce a provocare crisi di identità e di consensi : e non per ultima, la lunga lotta interna, che continua a contrapporre Gianfranco Fini e Pino Rauti, con un partito sostanzialmente diviso a metà, nobile retaggio e ultima attualizzazione di quella divisione fra “moderati” e “rivoluzionari” che come un filo rosso si dipana per tutta quanta la cinquantennale storia del partito.

 

Pino Rauti si prende la rivincita di Sorrento a Rimini, dove a metà gennaio del 1990 viene eletto dal congresso nuovo segretario.

 

In maniera disciplinata, leale, libera e creativa, Gianfranco Fini guida l’opposizione interna, che, quando, un anno e mezzo dopo, nel luglio 1991, Pino Rauti si presenta dimissionario al comitato centrale, lo riporta alla guida del partito, nel guado in cui pare intrappolato, e lentamente, ma progressivamente sprofondare.

 

Eppure, chi l’avrebbe mai detto? Non soltanto non sprofonderà, ma uscirà dalla palude e comincerà a veleggiare a gonfie vele nel mare magnum della grande Politica.

 

Gianfranco Fini spera, più che crede, ché razionalmente non sa come e non può neppure immaginarselo, che lo scenario politico si sfalderà e che al cambiamento istituzionale il Msi parteciperà da protagonista, trovando la sua importanza.

Inizia perciò un frenetico attivismo, fatto di manifestazioni, iniziative, comizi, interviste e tutto quello che umanamente si poteva fare e dire, purché in presenza di taccuini, o meglio telecamere.

 

 

 

Attirare l’attenzione del mezzi di comunicazione di massa e conseguentemente del potenziale elettorato è l’obiettivo prioritario, anzi l’unico, del ancor giovane e ancora sconosciuto, ma soprattutto ancora misconosciuto, ancora relegato ai margini, ancora ignorato ed escluso Gianfranco Fini.

 

Nell’autunno del 1993 sono in programma le elezioni dei sindaci di Napoli e Roma. Qui soprattutto il Msi trova il grande consenso popolare: contro Francesco Rutelli, Giuanfranco Fini perde, al ballottaggio, ma il Msi prende il 35% dei voti.

Gli mancava ancora la legittimazione politica, ma era riuscito a trovare pure quella.

La nuova vita di Gianfranco Fini ha pure la data del compleanno e lo spirito santo che lo battezza.

 

Il 23 novembre 1993 l’allora ancora leader della Fininvest Silvio Berlusconi è ad inaugurare un supermercato, quando uno dei giornalisti che lo seguono per saperne di più sulla nuova formazione politica che si vociferava stesse per creare gli chiese chi, fra Fini e Rutelli, egli avrebbe votato, se fosse stato elettore a Roma: e Silvio Berlusconi senza esitazioni, argomentando anche la scelta come quella a favore di un moderato, rispose chiaramente: “Gianfranco Fini”.

...

 

Le lezioni politiche della primavera 1994 portano il Msi al governo, presieduto da Silvio Berlusconi, anche se l’esperienza, come è noto,  dura poco.

Lunga è invece “la traversata del deserto” all’opposizione, che si conclude solamente quando gli Italiani, alle elezioni del 2001, ridanno fiducia a Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini ritorna col suo partito, diventato nel frattempo “Alleanza nazionale”, al governo nazionale.

 

Prima vicepresidente del consiglio, poi anche ministro degli esteri.

 

Solo.

 

Solo come quando le elezioni del 2006 segnano per il centro – destra la sconfitta e una nuova fase di opposizione.

 

Solo come quando a fine 2007 si rompe lo storico rapporto politico con Silvio Berlusconi.

 

...

 

L’uomo, in questi giorni, nello scatto d’orgoglio, politico, nel susseguirsi di vicissitudini private, fra il dolce e il salato, dolce e salato come le cose della vita, nella dimensione privata che si fa pubblica, e viceversa, nella profonda solitudine in cui è piombato, fa simpatia, fa finanche tenerezza.

 

Gianfranco Fini è cresciuto negli anni Settanta, quando si diceva “il personale è politico” e dunque ha un destino in comune, condiviso dalla sua generazione. L’ha seguito e spesso gli esiti della sua vita privata, di più di altri, e di più che per altri, hanno influenzato profondamente, se non deciso tout court quelli della sua vita pubblica e cioè della sua carriera politica.

 

Se “il personale è politico” era un dogma assoluto, progressivamente caduto in disuso, di questo dogma Gianfranco Fini è stato a lungo l’amplificazione, e adesso, invece che vederne placati gli effetti, ne è diventato l’esasperazione.

 

Ci riferiamo alle vicende della prima antica unione e della recente separazione; delle amicizie politiche decisive, da Giorgio Almirante, a Silvio Berlusconi; della nuova compagna di vita e dell’annunciata paternità.

Sono tutte vicende abbastanza note, ma non è qui il caso di ricordarle, per rispetto della sofferenza personale che comunque hanno generato.

Una separazione dopo tanti anni di unione e di quell’unione forte, poi; una separazione politica consumata in questi giorni di un rapporto politico storico e sembrava inossidabile; dall’eredità almirantiana volutamente tralasciata, all’eredità berlusconiana forzatamente non raccolta; e una donna nuova, molto più giovane, che lo sta per rendere di nuovo padre, a 55 anni poi.

 

Tutto, in poche settimane, in pochi giorni.

Beh, c’è da essere solidali con Gianfranco Fini e guardare a lui con partecipazione umana emotiva, con simpatia, appunto, partecipazione solidale ed affettuosa, perché una simile serie di prove avrebbe sfiancato chiunque soltanto a reggere l’urto di una tale massa di eventi ci vuole un fisico bestiale, sì, non è da poco e non è da tutti.

 

Prendete per esempio, in una delle vite parallele che sarebbe piaciuto di tracciare a Plutarco, il suo rivale – alleato – nemico – concittadino delle origini– co – protagonista e pare ora nuovo e di nuovo alleato, ormai non si capisce più bene, e pure amico ( memorabile il giorno in cui tempo fa vedevano insieme in televisione la partita di calcio dell’amato Bologna e Pier Ferdinando si mise ad esultare ad un gol, attirandosi l’attacco sull’uomo, con conseguenze tangibili, del cane di Gianfranco, che ovviamente non aveva capito il perché di quei gesti sconsiderati ed evidentemente non li aveva graditi ) Casini.

 

Pure lui ha un’altra figlia, una nuova compagna e soprattutto un nuovo suocero e soprattutto su quest’ultimo ci sarebbe molto da dire e intendiamo politicamente: e invece nessuno ha detto niente di niente e anzi i due hanno organizzato pure tanto di bella cerimonia pubblica, in pompa magna.

 

 

 

 

Della nuova compagna di Gianfranco Fini invece una trasmissione televisiva ha detto troppo.

Ecco, certo, il personale è politico, e va bene; il personaggio pubblico deve reggere le tensioni derivanti dalla propria carica e siamo d’accordo; il politico riveste anche una funzione emblematica e rappresentativa in quello che fa, pure privatamente ed è giusto; ma ogni limite ha la sua pazienza. “Striscia la notizia” è andato oltre il diritto e se vogliamo pure dovere di satira. Nella mancanza di rispetto alla dignità umana, nell’offesa gratuita, non c’è più satira, nemmeno come pretesto: c’è un’azione vergognosa, e basta.

Tutta la solidarietà e la simpatia a Gianfranco Fini, allora. Che gli facciano compagnia, nella sua sostanziale solitudine di adesso.

 

Ecco, la solitudine è la costante della sua vita.

 

La solitudine politica era una condanna senza possibilità di redenzione per il Movimento sociale, una pena illimitata senza scampo.

I voti popolari che riceveva non valevano niente e i voti parlamentari che disponeva non potevano essere usati in alcun modo.

Poi, c’era la solitudine fisica: sentirsi quotidianamente additati come l’incarnazione del male assoluto, chiamati fascisti come demoni infernali, offesi e vilipesi, relegati, emarginati, è stata una prova terribile, cui tutti coloro che hanno militato nel Msi della vera fiamma tricolore hanno più o meno duramente patito e più o meno dolorosamente sopportato.

 

Si può capire come evitare la solitudine politica sia stato poi sempre per Gianfranco Fini diventato il leader di Alleanza nazionale il principale obiettivo.

In questi giorni, un obiettivo diventato un incubo. Se ci saranno da una parte partito democratico e cosa rossa; poi la cosa bianca e infine il partito del popolo berlusconiano, che ne sarà di Alleanza nazionale?

Una domanda che non ha al momento risposta.

Pare che proprio per uscire dalla potenziale e sostanziale solitudine politica, Gianfranco Fini stia lavorando a un nuovo nome “Alleanza per l’Italia” e, appunto, a una nuova allenaza, con il Cdu di Pierferdinando Casini: l’approdo democristiano in Italia prima e, nei Popolari, in Europa poi. 

 

Ma i tempi e i modi della politica sono imponderabili; e i suoi modi a volte assai bizzarri.

Per esempio, segnano una mattina un patto durava da tredici anni finito per una litigata telefonica per colpa di un servizio di sedicente satira televisiva.

C’era dell’altro, certo. Ma tano è.

 

Pure, intendiamoci, a Gianfranco Fini non sono pochi gli errori che oggettivamente si possono attribuire.

 

Aver rinunciato all’eredità missina in maniera fin troppo disinvolta, non distinguendo fra quello che erano orrori sì del fascismo, sia pur da inquadrare nel contesto storico in cui maturarono, del resto mai perseguito in tanti anni dal Msi ( dove non c’è stato mai razzismo e tutto si è sempre svolto nell’acettazione del metodo democratico ) e quello che invece erano valori e per di più attualissimi,

 

Aver sacrificato storia e tradizioni alla contingenza politica; un appiattimento estremo, un vero e proprio servilismo agli interessi degli alleati, rinunciando a veri e propri punti di forza della così detta “destra”, dal senso dello Stato, all’amore per la Patria, dalla rispetto per la Giustizia, alla vocazione sociale.

Il tutto, in cambio dei posti di governo, sottogoverno e sottobosco, di quella partitocrazia, contro cui così tanto e così nobilmente aveva lottato il Msi di Giorgio Almirante.

 

La stessa alleanza con la Lega nord, per il Msi di Almirante non solo improponibile, ma nemmeno concepibile.

 

Ma adesso non è il momento.

Ci sarà poi tempo, anche per capire e per giustificare, ché poi la Storia deve essere giustificatrice e non giustiziera.

Poi, nel divenire, gli errori si possono essere corretti e possono essere emendati, riscattati addirittura. In questo momento di estrema difficoltà umana e politica, è questo il migliore auspicio che gli si può con umana simpatia rivolgere.

 

 

Poi, la solitudine personale, beh, quella è un’altra cosa e un’altra costante, l’altra faccia della stessa medaglia. Come quando, negli anni di piombo, se ne stava a scrivere comunicati, mentre gli altri facevano a botte e perciò dicevano che non aveva coraggio; come quando, dopo, negli anni di oro, se ne stava rinchiuso negli uffici di vicepresidente del consiglio, di ministro degli esteri, dicendo che aveva da fare, che non voleva essere disturbato per nessuna ragione al mondo e invece se ne stava ore e ore a pensare, e a cedeva poi al peso dei suoi sogni.

 

Di nuovo, questo guazzabuglio pressoché inestricabile, fra pubblico e privato. E allora va bene, se il personale è politico: è una gran bella storia d’amore, quella di

un uomo che a 55 anni sa di nuovo emozionarsi e accettare con rispetto, maturità e disponibilità quello che l’amore gli ha portato; senza fuggire, anzi col coraggio di riaffermare un’altra vita.

 

Diverso il discorso sul versante politico., grigio e insignificante.

Gianfranco Fini accetta supinamente quella proposta ( proposta? Imposizione! ) di Silvio Berlusconi del “partito unico” che soltanto pochi mesi prima aveva definito da “comiche finali” e per di più quale aggregazione elettorale passiva.

Ne ottiene in cambio, con la nuova legislatura, il posto prestigioso sì quanto si vuole, ma ingessato e politicamente impotente di presidente della camera dei deputati.

 

Per liquidare l’esperienza di Alleanza nazionale basta – beh, è giusto – ancor meno di quanto servì per liquidare il Msi: una riunione di burocrati, al grido – risaputo e banale, la solita frase fatta – “Non siamo più figli di un dio minore”.

 

Sono figli, anzi figliastri di un dio maggiore, ora: dio Silvio Berlusconi.