MARCO FOLLINI
Dai popolari di
don Sturzo ai “casini” di Follini,
la storia senza fine della Democrazia Cristiana

Il 27 aprile
2005, nel momento del dibattito parlamentare per il voto di
fiducia al così detto governo “Berlusconi bis”, Marco Follini,
parlando sulla traccia segnata su alcuni foglietti, tenne alla
Camera dei Deputati un discorso per tanti versi memorabile,
destinato a segnare la stagione politica e comunque a restare,
pesante come un macigno, anche in quelle successive.
All’indomani
della sconfitta elettorale alle regionali del centro-destra, da
molti interpretata come la fine del “berlusconismo”, quel giorno
l’allora segretario politico dell’ Udc e vicepresidente del
consiglio dette l’ avvio a una orgogliosa rivendicazione di
principi e di metodi, focalizzata sulle questioni del sistema
elettorale, della leadership della coalizione e del presunto
“partito unico”, che non pochi “casini” politici avrebbe in
seguito provocato all’interno della sua coalizione e dell’intero
sistema politico italiano.
Da là,
comunque, l’avvio del percorso che lo avrebbe visto lasciare il
suo partito, l’ Udc, all’indomani delle elezioni politiche che
nella primavera 2006 segnarono il ritorno al governo del centro
– sinistra di Romano Prodi; la creazione di suoi gruppi
autonomi, qua e là sul territorio nazionale, con “L’Italia di
mezzo”; il suo perdonale passaggio in Senato a sostegno della
maggioranza di centro sinistra nel febbraio 2007, con cui
rafforzò il traballante esecutivo in cerca di stabilità
numerica.
IL
CONTESTO STORICO ATTUALE: IL TRIONFO DELLA PARTITOCRAZIA
Eletto nel
centro – destra, passato invece a sostenere il centro – sinistra
in un momento politicamente difficilissimo per la coalizione
dell’Unione: le vecchie logiche della politica, insomma, o le
logiche della vecchia politica che dir si voglia.
Di sicuro,
tutto ciò in un contesto storico, agli inizi del 2007, quello
sviluppatosi fra un governo e l’altro, fra una maggioranza e
l’altra, che comunque, a quindici anni di distanza dalla
“rivoluzione” di Tangentopoli, salutata come l’inizio della
Seconda Repubblica, e del “nuovo che avanza”, segna invece
indistintamente il consolidamento e il trionfo anzi della
partitocrazia, come e anzi di più che nella tanto esecrata
“prima repubblica”.
Non soltanto,
infatti, in periferia i vari partiti, tutti, là dove sono al
potere sul piano locale, controllano nomine, appalti, licenze,
assunzioni, in un groviglio pressoché inestricabile di interessi
e di vantaggi, con il potere economico, ma sul piano nazionale
incamerano quote stratosferiche di denaro in maniera
legalizzata, attraverso il finanziamento pubblico, mantenuto in
spregio alle regole democratiche nonostante la volontà popolare
l’avesse abolito attraverso un referendum.
Inoltre, gli
stessi partiti controllano anche direttamente gli eletti del
popolo, chiamato semplicemente non a decidere i propri
rappresentanti, ma a ratificare le decisioni dei partiti.
Una
degenerazione e una sublimazione della partitocrazia, quella
partitocrazia della prima repubblica, sostanzialmente della
Democrazia cristiana, contro cui, abbiamo visto a distanza di
quindici anni con che risultati, si era levata la presunta
rivoluzione di “tangentopoli”.
IL
GRANDE CENTRO
Nei due anni
intercorsi fra il primo sostanziale strappo con il centro –
destra e il nuovo approdo col centro - sinistra, più volte Marco
Follini ha fatto balenare, come nel mito dell’eterno ritorno,
l’idea del “grande centro”.
Con i problemi
da affrontare e da risolvere, in un’ottica che non è la stessa
dello schieramento avverso, ma nemmeno quella degli alleati del
momento, Marco Follini ha evocato implicitamente e poi
esplicitamente provocato la suggestione suprema del partito dei
moderati, collettore delle varie anime dei cattolici in
politica, attualmente dispersi fra i due schieramenti opposti,
come imposto dalla logica del sistema elettorale maggioritario.
Una “forza
nuova” capace di fare da cardine al sistema politico, costretto
a girare intorno ad essa e ad essa comunque a sottomettersi: per
quanto negata in maniera esplicita, è l’idea della rinascita
della Democrazia cristiana della così detta Prima Repubblica.
In buona
sostanza, è la stessa, precisa funzione che essa ha esercitato
nel Dopoguerra, dalle prime elezioni politiche del 1948,
all’avvento, dopo Tangentopoli, del “berlusconismo”, nel 1994,
in uno sistema chiuso e bloccato, che non ammetteva alternative.
Comunque sia,
quel giorno, il 27 aprile 2005, alla Camera dei deputati, Marco
Follini ha impartì una solenne lezione ai suoi velleitari
alleati per forza, o per caso che dir si voglia:
“So,
per una antica scuola, che prima viene l’identità e poi la
forma, prima il progetto e poi gli uomini, prima i contenuti e
poi i contenitori”.
So per
un’antica scuola...Quella di don Luigi Sturzo e di Alcide De
Gasperi, significativamente citati nel suo memorabile e anzi
storico discorso.
Quella che va
dal partito popolare alle Democrazia cristiana.
Quella di Tony
Bisaglia.
Quella di Aldo
Moro.
LA
GRANDE STORIA DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA
Una storia che
Marco Follini conosce bene, sia in forma diretta, ricavata dalla
partecipazione personale alle vicende presenti, sia in forma
indiretta, ricavata dalla lettura degli autori antichi. Insomma
proprio quei due principali strumenti di formazione che Niccolò
Machiavelli definisce ( nella dedica del “Principe”)
rispettivamente "l’esperienza delle cose moderne"e la "
lezione delle antique ".
Esattamente
questo; e tutto pressoché perfetto.
Al “suo”
partito Marco Follini ha dedicato ben quattro saggi:
“L’arcipelago democristiano” e “La Dc al bivio”, editi da
Laterza nel 1990 e nel 1992; e “C’era una volta la Dc” e “La Dc”,
editi da Il Mulino nel 1994 e nel 2000. Insieme al primo studio
“Il tarlo della politica”(Rusconi, 1988) e all’ultima
“Intervista sui moderati” (Laterza, 2004) costituiscono una
bibliografia personale davvero notevole.
Nella sua
visione, la Dc viene da lontano, un aggettivo che di volta in
volta va inteso sia in senso di tempo, sia di luogo.
“Lontano
dal Risorgimento che aveva realizzato l'unità italiana a spese
del papato e del sentimento cattolico.
Lontano dal regime fascista e dalla suggestione comunista.
Lontano dal mito della Resistenza, a cui pure una minoranza
cattolica aveva preso parte.
Lontano dagli ambienti che producevano ricchezza e dai circoli
che facevano opinione.
E
perfino lontano, non sembri paradossale, da quella Chiesa che,
almeno all'inizio, aveva guardato con diffidenza l'innesto di un
partito cristiano nella politica moderna”.
Un partito che
da questa lontananza è partito, per la sua “lunga marcia”,
“alla
conquista dell'anima politica italiana e vi si è insediata,
cercando di adattare la sua politica a quel popolo che l'aveva
votata e che si era ritrovato sotto le sue bandiere per le
ragioni più svariate.
Contemporaneamente partito di consenso, di potere e di fede, ha
fatto a lungo tutt'uno con il Paese: ne è stata la guida e il
riassunto.
Il
partito della società italiana, dello Stato e della Chiesa
raccontato in una carrellata che comincia con la vittoria
degasperiana e finisce con i tanti processi, metaforici e
giudiziari ( da Pasolini a Tangentopoli ), intentati contro lo
scudocrociato”.
Per l’epilogo della sua vicenda,
sullo sfondo degli eventi degli ultimi anni - tra il mutamento
della legge elettorale, l'incalzare di Tangentopoli e i moniti
ecclesiastici- Marco Follini dà una spiegazione politica, che
estende anche alle difficile prospettive in cui devono muoversi
gli eredi:
“La
fine della Dc è legata alla divaricazione che si è prodotta tra
il cattolicesimo sociale della sua leadership e la propensione
moderata del suo elettorato. La collocazione al centro è così
stata l'ultima mediazione possibile tra le varie tribù
democristiane. Poi la macchina bipolare ha finito per travolgere
il centro e costringere a scegliere: o di qua o di là. Uno
spazio per gli eredi della Dc esiste ancora, date le
contraddizioni e le tentazioni radicali presenti nei due poli, a
condizione però di accettare le regole maggioritarie della
seconda repubblica. Un'altra questione assai delicata è quella
dell'unità politica dei cattolici. Paradossalmente, il
riavvicinamento dell'ultima Dc e soprattutto della nuova
dirigenza popolare alla Chiesa si scontra con il cambiamento
della politica ecclesiastica. Finita la stagione conciliare, la
Chiesa ha innalzato il vessillo delle proprie certezze; finito
il comunismo, essa ha preso di mira il capitalismo, l'edonismo e
i peccati dell'Occidente. Ciò ha reso più arduo il compito dei
cattolici nelle istituzioni e ne ha mirato la tradizionale unità
politica. Difficilmente la delega di un tempo sarà concessa
un'altra volta a un partito politico”.
DA LUIGI STURZO AD ALCIDE DE GASPERI
Da lontano.
Dal
1894, quando i giovani cattolici del Nord raccolti intorno a
Giuseppe Toniolo, elaborarono il “Programma dei cattolici
intorno al socialismo”, cui i giovani cattolici romani
raccolti intorno a don Romolo Murri fecero seguire nel 1903 il “Programma
sociale della democrazia cristiana”.
Dal
1919, quando, alla fine della Prima Guerra Mondiale, a opera di
don Luigi Sturzo nacque il Partito Popolare Italiano. Con un
programma, rivolto “a tutti gli uomini liberi e forti”,
che in maniera significativa aveva ai primi punti: “Integrità
della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di
dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica.
Assistenza e protezione dell’infanzia, ricerca della paternità”.
Dal
1943, quando, al crollo del fascismo, a opera di Alcide De
Gasperi, fu fondata la Democrazia Cristiana, con l’accettazione
della moderna democrazia parlamentare, con la distinzione fra il
piano politico e quello religioso, con la rivendicata autonomia
dalla gerarchia ecclesiastica, sulla base di principi che al
congresso nazionale del marzo 1945 furono così riassunti dal
neo-segretario: “la dignità della persona e il libero
sviluppo della sua azione; lo spazio vitale della famiglia; le
autonomie delle varie società intermedie che svolgono la loro
azione sul libero terreno che intercorre tra l’individuo e lo
Stato; le organiche e articolate libertà degli enti locali e
regionali; il metodo democratico attuato nelle consultazioni
popolari e nei corpi rappresentativi”.
Sotto la
guida di De Gasperi, la Dc si caratterizzò come un partito di
cattolici che non avevano la pretesa di rappresentare tutti i
cattolici e che non faceva del cattolicesimo una discriminante
politica, attento anzi a far da ponte fra Chiesa e istituzioni
democratiche.
Il
consenso plebiscitario ottenuto nelle prime elezioni politiche
del 18 aprile 1948, dettato dalla paura del comunismo, fu
capitalizzato e cristallizzato negli anni successivi, con le
formule di governo centrista, con alleanze con i partiti minori
che escludevano le ali estreme di destra e di sinistra.
Ma le
cose cambiarono a cominciare dal congresso di Napoli del giugno
1954, in cui prese il potere all’interno del partito l’erede
politico della così detta “sinistra dossettiana”, Amintore
Fanfani.
Da
movimento con fondamenta parlamentari, a partito strutturato
rigidamente al suo interno e teso all’”occupazione” sistematica
degli apparati dello Stato.
Contemporaneamente, la ricostruzione, la riforma agraria,
l’edilizia popolare.
Il
congresso, sempre a Napoli, del 1962, dopo la fine traumatica
del governo-Tambroni, che si reggeva sull’appoggio della destra
parlamentare, segna invece l’avvio dell’apertura a sinistra,
caldeggiata da Aldo Moro, il quale illustrò il nuovo
orientamento della democrazia Cristiana in un discorso che durò
sei ore.
Arrivarono le stagioni del centro-sinistra, che durarono per
tutti gli anni Sessanta: insieme al “boom” economico,
all’industrializzazione, alla modernizzazione e fino ai primi
degli anni Settanta, quando, dopo una breve parentesi nei
centrista, il fallimento della collaborazione inedita con il
Partito comunista, la morte drammatica di Aldo Moro, assassinato
dalle Brigate Rosse nel 1978, riprese la collaborazione con il
Psi.
Gli anni
Ottanta sono quelli di Bettino Craxi, il leader socialista cui i
vari Giulio Andreotti, Mariano Rumor, Arnaldo Forlani, Ciriaco
De Mita devono cedere la guida dell’esecutivo.
Ma sono
pure gli anni in cui prevalsero in maniera totalizzante,
esasperata, le degenerazioni delle “correnti” all’ interno, in
veri e propri gruppi di occupazione del potere, per clan
variamente radicati e collegati; e le degenerazioni della
corruzione all’esterno, in un sistema consolidato di
finanziamenti illeciti, interessi personali, scandali, tangenti
e illeciti di varia natura.
Il resto
è storia recente.
Tangentopoli. La così detta “seconda repubblica”. Il nuovo
sistema elettorale maggioritario. La divisione e dispersione
degli eredi della Dc all’interno dei due schieramenti, con
formazioni variamente denominate e ancora più variamente
composte e scomposte nel corso dell’ultimo decennio, fino
all’attuale situazione, che vede da un lato gli
ex-democristiani nel centro-sinistra con “La Margherita” e,
dall’altro, nel centro-destra, con l’ Udc, l’Unione democratici
di centro, segretario politico l’on. Marco Follini.

COSI’ GIOVANE E
GIA’ DEMOCRISTIANO
Ancor più che per gli studi,
quelli che cioè Niccolò Machiavelli chiamava “lezione delle
cose antique”, Follini conosce la Dc per “esperienza
delle cose moderne”, vale a dire sulla base della sua
personali partecipazioni e frequentazioni.
Figlio del passato, figlio della
Dc.
Marco Follini non è diventato
democristiano. Marco Follini è cresciuto democristiano.
Il padre era uno dei collaboratori
di Aldo Moro e per lui curava una piccola agenzia di stampa, che
pubblicava le idee e le dichiarazioni del leader, per divulgarle
ai giornali.
Nato a Roma nel 1954, battezzato
all’anagrafe Giuseppe, è stato allevato a politica e
giornalismo, all’ombra gigantesca di Aldo Moro.
Anni dopo, la futura moglie gli
chiederà stupita: “Ma come, tu a quattordici anni eri già
democristiano?”.
Per profonda convinzione, negli
anni in cui i ragazzi erano divisi fra “comunisti” e “fascisti”,
Marco Follini si iscrisse giovanissimo alla direzione del
movimento giovanile democristiano, come dice egli stesso con
lodevole auto-ironia: cioè iscrivendosi al movimento già si
candidava a guidarlo.
Cavallino di razza,
al liceo era già responsabile degli studenti medi.
E infatti nel 1977 infatti viene
nominato “delegato nazionale”, che nel lessico democristiano
designava il capo dell’organizzazione giovanile.
In quegli stessi anni a guidare i
giovani comunisti era Massimo D’Alema e alla testa del Fronte
della Gioventù, l’organizzazione giovanile missina, c’era
Gianfranco Fini: tutti e due, proprio come lui, giovani figli di
un passato remoto.
All’ascesa iniziale del giovane
Marco Follini quanto meno giovò, se non ne fu addirittura il
motore mobile, la frequentazione di Aldo Moro.
Il leader e statista, come detto,
era una presenza famigliare, a casa sua.
Una sera degli anni Sessanta,
guardando le immagini del telegiornale che annunciava la nascita
di un governo guidato, appunto, da Aldo Moro, il piccolo Marco
esclamò stupito, rivolgendosi alla madre e indicando col ditino
il video: “Guarda, mamma! In tivù c’è l’amico di papà!”.
Quando compì 14 anni e iniziò le
superiori, al liceo “Tasso” di Roma, Aldo Moro lo volle
conoscere personalmente. Lo mandò a chiamare e lo esaminò a
dovere, dandogli rigorosamente del lei.
Alla luce degli sviluppi
successivi, c’è da ritenere che l’esito di quel colloquio fu per
lui positivo.
Aldo Moro sapeva ascoltare e
sapeva capire.
Così l’allievo ricorda Aldo Moro,
il suo Maestro e poi anche Tony Bisaglia, un altro influente e
potente capo democristiano degli anni Settanta, dal quale pure
fu ispirato.
“Parlava
pochissimo. Lunghi silenzi. Domande approfondite. Distanziate,
anche fisicamente. Riusciva a farti sentire pari e impari. Moro
era la cattedra e la cattedrale.
Bisaglia era invece l’uomo della modernizzazione e della
laicizzazione della Dc. Con lui, nonostante la differenza di
età, si poteva diventare amici: cenare, andare al cinema,
ridere.
Li
ho persi entrambi in modo improvviso, tragico.
La
morte di Moro fu un dramma dell’Italia intera, quella di
Bisaglia un dolore privato.
Eppure adesso, nei momenti di riflessione, quando mi fermo e mi
traggo in disparte, ritrovo molto spesso Aldo Moro.
Tornano quei dialoghi, quei silenzi.
Moro è stato quel che sappiamo: l’uomo del palazzo, la
consuetudine del potere.
Ma era anche un uomo che sentiva il Paese, che
avvertiva i segni dei tempi, che aveva antenne sotterranee”.
TONY
BISAGLIA, MISTERI A INCASTRO
“Li ho persi entrambi in modo improvviso, tragico”.
E’
sintomatico che le due personalità che hanno influenzato il
percorso politico di Marco Follini siano scomparse entrambe in
maniera drammatica.
Ma
mentre dell’assassinio di Aldo Moro si è detto e scritto
moltissimo e la sua vicenda fa parte della Storia d’Italia, per
quanto sia ancora non del tutto chiarita, quella di Tony
Bisaglia, sbrigativamente liquidata come incidente, è stata a
suo tempo appena sfiorata dalla cronaca, per quanto ci sia
ancora molto da chiarire.
Anni fa,
però, è successo che il popolare programma televisivo di Rai 3
“Chi l’ha visto?”, occupandosi della storia di un ragazzo veneto
misteriosamente scomparso, l’ha collegata a quella del fratello
sacerdote di Tony Bisaglia, anch’egli morto in circostanze
strane, gettando su di essa pesanti interpretazioni.
Almeno,
l’ha fatta uscire dal dimenticatoio e ha aggiunto un altro
mistero alla lunga lista dei misteri italiani ancora irrisolti.
Antonio, detto
Tony, Bisaglia, 57 anni, politico di lungo corso della DC
veneta, potente leader nazionale della corrente dei “dorotei”,
più volte detentore di importanti incarichi governativi e per
questo coinvolto in alcune fra le più eclatanti vicende italiane
dagli inizi degli anni settanta in poi, morì il 26 giugno 1984,
nella baia di Portofino, cadendo in mare dalla barca su cui si
trovava.
L'inchiesta stabilì che
sul panfilo “Rosalù”,
di proprietà della moglie Romilde Bollati di Saint Pierre, si
abbattè un' “onda anomala” e il caso venne archiviato quale
“incidente”.
Ma ci si chiede
ancora come mai l'uomo politico possa essere rotolato giù dal
ponte, su cui pare - dopo aver pranzato - si fosse sdraiato, in
una giornata di mare calmo; come ciò sia potuto accadere non su
una barchetta, ma su un veliero di 22 metri, di stazza
particolarmente pesante, cinquanta tonnellate, quale il “Rosalù”;
come un’ onda, per quanto anomala, abbia potuto scaraventare in
mare un uomo di 90 chili; come, per quanto buon nuotatore, sia
annegato (per morire affogati, anche a un uomo stordito,
occorrono tre-quattro minuti); perché la salma sia stata portata
la sera stessa dall’ospedale di Santa Margherita Ligure, a
Genova e subito con un volo militare direttamente a Roma; perché
non sia stata eseguita nessuna autopsia.
Il fratello
sacerdote di Bisaglia, Mario, 75 anni, fu rinvenuto cadavere
(affogato anche lui) in un laghetto alpino del Bellunese, con le
tasche piene di sassi. Strana fine per un prete, fra l'altro a
più riprese impegnato a far luce sulla morte del fratello.
Il sacerdote,
assistente diocesano, fu trovato morto il 17 agosto 1992, alle
ore 20,30, galleggiante nelle acque del lago di Centro di
Cadore, nei pressi di Domegge. Era partito il 14 agosto da
Rovigo per Calalzo, secondo alcuni, per raggiungere il Papa, in
quei giorni in soggiorno a Lorenzago. Nessuno l'ha mai visto
arrivare nè a Calalo, né a Domegge, zona del lago.
Secondo altri
pare che dovesse incontrarsi con alcuni giornalisti, ai quali
avrebbe voluto confidare dubbi, o scoperte, sulla tragica fine
del fratello.
Le due tragedie, quella di Mario e di Toni, erano sembrate
decisamente congiungersi, allorché nel 1993 il pm Saracini aveva
chiesto in visione dai magistrati di Chiavari il fascicolo
d'inchiesta sulla morte del senatore ed ex ministro
democristiano.
Però tutto era finito del nulla, e nel 1997 - cinque anni dopo
la scomparsa del sacerdote - l'allora Procuratore di Belluno,
Mario Fabbri, aveva chiesto al gip l'archiviazione del caso
quale “suicidio”.
Recentemente la magistratura ha riaperto
l’inchiesta, a suo tempo archiviata, come detto, quale
suicidio, ma senza che al momento si siano registrate novità.
AMICIZIA E POLITICA
Si racconta che Tony Bisaglia,
all’ombra del quale, morto Moro, Follini era “cresciuto”, fosse
solito distinguere i suoi due migliori allievi in “il bello”,
che era Casini, e “il bravo”, che era Follini.
Hanno fatto molta strada entrambi.
Pierferdinando Casini è stato presidente della Camera dei
deputati, terza carica dello Stato, dal 2001, fino al 2006,
prima di riprendere la leadership anche effettiva dell’Unione di
Centro
Marco Follini, come visto, ha
compiuto un percorso sulla strada maestra del partito.
Lasciata, nel 1980, la segreteria
giovanile, è entrato a far parte della direzione nazionale della
Dc, distinguendosi per un discreto, ma puntuale ed efficace
lavoro politico, oltre che per le sue attività di giornalista e
di studioso.
E’ stato per sette anni, fino al
1993 (voluto da De Mita), componente del consiglio di
amministrazione della Rai.
Al momento della diaspora
democristiana, sceglie il versante del centro-destra.
E’ convinto che i cattolici non
debbano stare con Marini, Prodi e quant’altri schierati a
sinistra; non andrà con loro: caso mai, saranno gli altri ad
andare con lui.
Anziché il Ppi di Ciriaco De Mita
e Rosy Bindi, sceglie dunque il neonato Ccd, col suo amico -
rivale Pierferdinando Casini e segue la trasformazione nella
neonata Udc, l’ Unione dei Democratici di Centro, di cui diviene
segretario nel 2002.
Con il Berlusconi bis, dall’aprile
del 2005, è stato anche vicepresidente del consiglio.
Ma da quella data, ne è stato
anche la spina nel fianco, sempre di sponda, visto che i due si
rilanciano e si amplificano a vicenda, con Pierferdinando
Casini, alla ricerca del grande centro perduto.
Il “no” al partito unico del
centro-destra; la discontinuità, la novità all’interno dello
schieramento, a cominciare dalla leadership di Berlusconi;
l’adozione del sistema elettorale a base proporzionale, pur nel
mantenimento del bipolarismo: le richieste tecniche, gli
strumenti politici.
L’uno dice, l’altro ripete,
l’altro argomenta, l’uno rilancia. Così per tutta l’estate. Uno
stillicidio, per il presidente del consiglio Silvio Berlusconi.
Follini e Casini si sono divisi i
compiti, gli incarichi, proprio come avveniva nella Dc, dove mai
una sola persona accentrava su di sé tutte le responsabilità.
Ma sembra un sodalizio
indissolubile, pur nella sana rivalità.
“Con
Casini ci telefoniamo tutti i giorni da trenta anni.”
– dice Follini – “Siamo amici per
davvero. Quando abitavo all’Olgiata lui veniva spesso a passare
i weekend da me: era un modo per staccare senza allontanarsi da
Roma. Da giovani siamo anche stati in vacanza insieme a Cortina.
Lui ci torna sempre, io non ci sono tornato mai più”.
Al contrario, al di là
dell’alleanza politica nella logica del sistema elettorale
maggioritario fra Cdu e Forza Italia, con Berlusconi non c’è e
non c’è mai stata sintonia.
“Mi
considera un politico, quindi un perdigiorno. Non corrispondo ai
suoi istinti. Siamo antropologicamente diversi. Se io dico una
cosa tra virgolette all’ Ansa
questa mi segue come un fantasma. Mi ci sento
tenuto. A maggior ragione se dico una cosa a un congresso.
Berlusconi invece si affida per intero all’istinto, al
pragmatismo, senza porsi il problema della coerenza. Lui pensa
che le relazioni personali siano la base di tutto, compresa la
politica. Che tutto si aggiusti con una barzelletta. Una volta
ne abbiamo anche parlato. ‘L’amicizia è fondamentale’- mi ha
detto. Io resto convinto che il discorso politico abbia una sua
solennità. La politica è ideale, idea, movimento di tante
persone. L’amicizia è una cosa bella. Ma è un’altra cosa”.
CONTENUTI, PROGETTO, IDENTITA’
“Se
io dico una cosa…Mi ci sento tenuto…Il discorso politico ha una
sua solennità”.
C’è solennità, c’è lucidità e ci
sono idee, ideali, nel discorso tenuto da Marco Follini alla
Camera dei deputati il 27 aprile scorso, del quale abbiamo già
sottolineato l’importanza per tanti versi storica, aprendo con
esso il nostro discorso su di lui, perché egli proprio con esso
ha aperto una nuova stagione politica, continuata poi nei fatti
e ancora in movimento.
Vediamo.
Si parte dalla constatazione che
“Molte
cose non vanno bene nel nostro Paese. Lo sviluppo è lento e
nuove disuguaglianze avanzano fin troppo veloci. Il sistema
delle imprese è frammentato. Ricerca e innovazione segnano
drammaticamente il passo. Sono sempre di più i figli che cercano
il lavoro dei padri”.
Nella precedente legislatura il
centro-sinistra non ha saputo venire a capo di questi problemi.
Ma pure il centrodestra nell’attuale è stato segnato da queste
difficoltà: e il “sogno italiano” di fiducia, ottimismo,
benessere promesso per tutti da Berlusconi nell’essenza della
sua materializzazione in politica si è infranto.
E’ una constatazione amara, ma
veritiera, in un Italia in cui i giovani talenti sono costretti
ad andare all’estero; dove ricerca scientifica, merito,
opportunità sono sistematicamente mortificate, negate, svilite;
dove i pochi ricchi diventano sempre più ricchi e i molti
poveri sempre più poveri; anche per fare il presentatore di
“Quark” in tivù bisogna essere figli del presentatore di “Quark”
in tivù.
Dunque “come
affrontare i nodi della modernizzazione del nostro Paese”?
Follini scruta l’orizzonte e sa “che
prima viene l’identità e poi la forma, prima il progetto e poi
gli uomini, prima i contenuti e poi i contenitori”.
Ecco quindi che quello che
propone:
“Un
centrodestra moderato, pluralista, popolare ma non populista.
Una forza rappresentativa e non plebiscitaria. Un insieme di
opinioni e di forze e non un’alleanza presidenzialista.
Un’alleanza che trova un leader, ma che si definisce a partire
dalla sua missione, non dalla sua guida.
…Dovremo corrispondere a un sentimento dell’unità del
Paese…Unire e non dividere. Spogliare l’avversario dei panni del
nemico. Archiviare la disputa ideologica.
Una
politica temperata…capace di cucire e non di strappare, di
modernizzare per consenso e mai per forzatura.
…Il cambiamento qui comincia, non finisce”.
IL SUO PROGETTO SENZA MONARCHI

Ma sui contenuti, progetto e
identità Marco Follini tornerà dettagliatamente in un articolo
scritto per il “Corriere della Sera” e pubblicato il primo
settembre 2005 col titolo “Ecco il nostro progetto senza
monarchi”. Si tratta di un organico manifesto politico.
Nel bel mezzo dell’incendio
politico appiccato con le proprie richieste, il leader dell’Udc
attizza le fiamme, con moderazione nella forma, ma con forza
nella sostanza.
Una vera e propria “sfida”, come
egli stesso la definisce subito, passando poi ad articolarla
dettagliatamente.
“La
riforma fiscale va mirata alle famiglie e all’impresa, non a
tutti…Oggi la litania imprese-famiglia-Mezzogiorno va tanto di
moda, ma se qualche mese fa l’Udc non si fosse intestata la
controversa responsabilità di aprire una crisi di governo
saremmo ancora tutti appesi alla lettera del contratto firmato a
‘Porta a porta’”.
E ancora:
“Alle
elezioni i voti si contano e non si pesano…Questo significa una
legge elettorale proporzionale con sbarramento o con premio di
maggioranza. E significa anche tornare alla sana virtù per cui
gli elettori scelgono coalizioni e partiti piuttosto che
incoronare provvisori e indispensabili(?)monarchi”.
Dopo aver rivendicato il ruolo
specifico avuto dall’Udc nell’esecutivo in ordine
all’ottenimento della regolarizzazione degli immigrati, degli
incentivi fiscali per il volontariato, del diritto societario,
delle rogatorie internazionali, della così detta par condicio
elettorale; quello per frenare la legge sull’emittenza
televisiva e il federalismo; quello per le proposte per la
riforma delle pensioni, per gli ordini professionali, per il
diritto fallimentare, per la tutela del risparmio, Marco Follini
sottolinea come tutti questi argomenti racchiudano nell’insieme
un’idea precisa del Paese:
“Un
Paese moderno, pluralista, organizzato in corpi intermedi.
Capace di coniugare coesione e mobilità, solidarietà e
responsabilità. L’idea di una politica che valorizzi tutto
quello che costituisce legame: la famiglia, i partiti, le
associazioni, la cura degli altri, la rappresentanza.
Il progetto di una costruzione civile nella quale
la convivenza tra le persone conta più della facciata del
palazzo e le scale che salgono, scendono e collegano sono più
importanti della solennità del palazzo”.
LE
REAZIONI AL SUO PROGETTO
La
centralità dell’Italia di mezzo. L’Italia dei moderati. E, come
dirà, dall’altra sponda, Ciriaco de Mita, “il centro”
come “modo di governare”.
Quello
di color che sanno. Che sono intelligenti, ma che non hanno i
numeri, da soli. Quindi, secondo l’ex premier, non un centro,
bensì due, rafforzati all’interno dei rispettivi schieramenti,
in modo da tagliare le ali estreme e assicurare comunque la
governabilità: e in prospettiva pronti assemblarsi.
La vede
così anche Mario Monti, economista e politico accreditato e
stimato da entrambi gli schieramenti, oltre che nell’ambito
dell’ Unione Europea, che anzi sottolinea come: “Il problema
dell'adeguatezza del sistema politico italiano a produrre le
riforme necessarie per ridare slancio all'economia sembra essere
molto più sentito di quanto fosse finora apparso nel dibattito
pubblico”.
Dà
ragione a Follini anche l’altro, ancora più storico leader
democristiano Giulio Andreotti:
“De
Gasperi era soprannominato il genio dei compromessi e non era
un’offesa. I compromessi sui principi non vanno atti, ma gli
altri ci sono, nella vita e nella politica. Il centro è il senso
di adattamento, il dialogo, la politica partecipata.
Il centro è una concezione diversa, che mette da
parte anche il senso geometrico della politica. Ed è una formula
a confini aperti. Lo è stata anche nel quarantennio della prima
repubblica. Mi ricordo che esisteva l’appoggio esterno, il
centro era una formula con una sua duttilità”.
“E’
certamente vero che Follini e l’Udc, in questo periodo di grave
stagnazione politica, hanno rimesso in moto un percorso”- ha
commentato Lorenzo Ornaghi, non tanto quale rettore
dell’Università cattolica di Milano, quanto quale accreditato
referente dei vescovi italiani- e la fuoriuscita dallo
schieramento di centrodestra sarebbe un gesto molto interessante”.
Indubbio
l’interesse, se non la curiosità, con cui la Chiesa segue gli
avvenimenti in corso d’opera: è da oltre dieci anni, dai tempi
della Dc, dalla quale fu influenzata, molto più di quanto la
influenzò ( papa Paolo VI, per esempio, era più democristiano
che cattolico ) . che le manca un referente politico diretto
nella politica italiana.
IL FERMENTO
In politica già è difficile
ricostruire il passato ed è difficilissimo capire il presente.
Figurarsi prevedere il futuro.
I tempi e i modi della politica
sono imponderabili e non è sicuro niente nemmeno in pochi mesi.
Intanto, c’è gran fermento,
soprattutto in periferia, in ambito locale, dove il dibattito
politico nazionale è stato interpretato dappertutto come un
parlarsi e progettare ponti fra democristiani vecchi e nuovi,
fra i due schieramenti, in attesa degli eventi.
Lo sa, Marco Follini e lo dice
come può:
“Non
lo dico per nostalgia, ma perché gli Italiani non hanno ancora
elaborato il lutto. Anche io sacrifico incensi al dio del
bipolarismo. Ma il tema del centro è aperto”.
I tempi e i modi della politica
sono spietati, ma nella loro spietatezza non traggano in
inganno.
Bisogna essere lungimiranti, in
politica: lungi-miranti, capaci di guardare avanti.
Sembrerebbe finito, il disegno di
Follini, con le dimissioni che dà dal vertice del suo partito a
metà ottobre del 2005.
Nelle settimane precedenti,
infatti, le rivendicazioni che l’Udc da lui guidata aveva
sostenuto nell’ambito del governo e della maggioranza
parlamentare di centro-destra che lo sostiene non avevano
trovato spazio: nessuna traccia di quella “discontinuità”
politica richiesta per gli ultimi mesi della legislatura.
Resiste il primato di Berlusconi,
nei confronti del quale egli aveva chiesto le primarie interne
alla coalizione per confermare il leader. Passa, fra le altre
cose, proprio anche con il consenso, sia pur critico dell’Udc,
cui il suo segretario rimprovera di aver tirato i remi in barca
su questo e su tutto il resto, una legge elettorale non
condivisa: ed egli ne darà colpa a Casini, al quale imputa anche
l’accettazione del “baratto” nei confronti di Silvio Berlusconi,
la rinuncia cioè a sostenere le primarie di coalizione da lui
avanzata.
A Berlusconi, Follini
sostanzialmente riconosce di aver attratto milioni di Italiani
che si sono riconosciuti e identificati in lui, in una
mentalità, in un intrigo di interessi consolidato quanto
pesante, ma gli imputa quale colpa imperdonabile l’egocentrismo
e la deriva particolaristica e plebiscitaria.
In una per tanti versi, alla
vecchia maniera, proprio tanto old fashion, drammatica direzione
nazionale, Marco Follini ne prende lucidamente atto e rassegna
freddamente le proprie dimissioni.
Intanto, in un
Paese in cui, anche per colpe non politiche, ma penali, nessuno
si dimette mai da qualunque carica o incarico, è comunque un bel
gesto.
Poi, consente al suo artefice di
impartire un’altra alta lezione di politica:
“Abbiamo
spiegato agli Italiani che occorreva discontinuità. Abbiamo
detto: o si cambia, o si muore. E adesso sento dire che se non
si cambia troppo si sopravvive più agevolmente. E’ una svolta
che non mi appartiene. Non esistono uomini per tutte le
stagioni.
I prossimi anni costringeranno la politica a
scendere dal pulpito delle promesse a buon mercato, a dismettere
l’abito dell’imbonimento”.
Chiaro il riferimento al leader
del centro-destra Silvio Berlusconi, come più tardi
esplicitamente precisato:
“Ho
chiesto un altro leader e un modo democratico per sceglierlo.
Tutto questo oggi non c’è e mi è sembrato giusto trarne le
conseguenze”.
Così, Marco Follini ritorna
nell’anonimato delle sue frequentazioni politiche discrete e
mai mondane.
Proprio con la visione, in
compagnia dell’amatissima figlia, del nuovo film di Harry Potter,
l’eroe della fantasy, come lo chiama Francesco Cossiga,
consolida la sua nuova family life.
Trova pure il tempo per non andare
più d’accordo con la moglie, che poi, data la prima avuta per un
breve periodo in gioventù, in effetti è la seconda; Elisabetta
Spitz, direttore generale del Demanio; le cronache politiche e
giudiziarie prenderanno a nominarla nei mesi successivi, per
varie vicende in cui è tirata in ballo, con si può immaginare
notevole disappunto suo e di suo marito.
Riprende a frequentare le
librerie, le cartolerie, i supermercati.
Interrompe il rito della
telefonata quotidiana con Pier Ferdinando Casini, al quale, sia
pur indirettamente, ricorda che quando si lancia una sfida, poi
bisogna portarla fino in fondo.
Continua a far politica con una
fondazione, che prende il nome dalla rivista giovanile
“Formiche”.
Come una formica, durante l’estate
delle allodole, dei pavoni e delle cicale, Marco Follini ha
messo al riparo un patrimonio ideologico e ne ha conservato i
contenuti.
Ora, al riparo, nell’ombra,
aspetta che arrivino le nuove stagioni.
L’uomo che
viene dalla Prima Repubblica, che, da protagonista, nella
Seconda ha preso a scrutare l’orizzonte, già vede profilarsi la
Terza da costruire.
DALL’USCITA DALL’UDC ALL’ENTRATA NEL CENTRO – SINISTRA
ATTRAVERSO
LA TERRA DI MEZZO

Molto concretamente, anche se
molto prosaicamente, i successivi passaggi politici di Marco
Follini iniziano alle elezioni politiche della primavera 2006
con la riconferma parlamentare, ottenuta, al Senato, con non
poche difficoltà.
Abbiamo visto come le novità
introdotte dal trionfo della partitocrazia consentono ai
partiti, non agli elettori, di scegliere i componenti del
Parlamento e deve faticare non poco per ottenere dai vertici
dell’ Udc di poter sedere di nuovo in Parlamento, al Senato, una
circostanza, quest’ultima, data l’esigua maggioranza del centro
– sinistra al governo in quel consesso, che si rivelerà
fondamentale per i successivi sviluppi.
Poi però, poche settimane dopo,
nell’autunno 2006, lascia il proprio partito, l’ Udc e fonda un
proprio movimento politico, denominato “L’Italia di mezzo”, col
compito preciso di rompere il bipolarismo centro – sinistra /
centro – destra, in cui chiama a raccolta i fedelissimi,
soprattutto rappresentanti nei consigli regionali e altri enti
locali, specie nel Sud dell’ Italia.
In pratica, sfidando il rischio di
emarginazione, sintetizzato dal titolo del suo ultimo libro,
“Uno contro tutti”, si tratta di costruire un nuovo equilibrio
politico, un nuovo centro – sinistra, in cui i centristi, quelli
di sinistra e quelli di destra, confluiscano e diventino
maggioritari, senza il peso determinante dell’estrema sinistra e
dell’estrema destra: questo, in buona sostanza, per quanto detto
sbrigativamente, il progetto di Follini nella sua
attualizzazione e nella sua concretizzazione.
La vecchia Democrazia Cristiana,
insomma.
Nel momento in cui il governo
Prodi viene rimandato alla Camere a chiedere di nuovo la
fiducia, nel febbraio 2006, proprio al Senato dove la
maggioranza è appesa a un filo, Follini annuncia il proprio
sostegno e vota a favore,
E’ coerentemente col suo disegno,
ma è in ingiustificabile contraddizione con il fatto di essere
stato eletto comunque dai voti popolari dell’altro versante, il
che di per sé nega ogni possibile e per quanto pure nobile, o
interessante motivazione ideale.
Quella
“politica infelice” che ha evocato nella sua dichiarazione di
voto, insomma, che invece egli stesso, con il sua insanabile e
incoerente comportamento, ha contribuito a rinverdire e, forse,
a perpetuare.
Il
suo voto, infatti, risulta spesso decisivo al Senato per le
sorti del governo - Prodi e Marco Follini, il Salvatore, poco e
punto si cura di essere stato eletto con e per l’altro
schieramento.
A chiudere invece la sua lucida e visionaria
rincorsa al sogno della rinascita democristiana, aderisce al
costituendo partito democratico, a suo dire “una
Dc che guarda di più a sinistra”.
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