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POLITICA E CULTURA (DI DESTRA) – FENOMENOLOGIA DI LUCA BARBARESCHI
Quando facevo politica,
pensavo che essa fosse un’estensione dell’impegno culturale, pensavo,
cioè, che essa dovesse reggersi su solide fondamenta ideologiche e
dovesse essere preparata, orientata, guidata in ogni sua articolazione
da lucidi riferimenti superiori, continuamente alimentati da una
passione non disgiunta dallo studio. Nel Msi trovai invece scarsa
considerazione per la cultura, ritenuta per lo più un corollario
superfluo, se non controproducente, comunque noioso, più a meno a
tutti i livelli. Feci in tempo, da ragazzo, prima della loro morte, a
vedere come fossero stati ignorati, nella migliore delle ipotesi, se
non proprio esplicitamente boicottati, dagli ambienti politici missini
ufficiali, uomini come Ezra Pound, Julius Evola, e Adriano Romualdi.
Una cecità assoluta, poi,
per i fenomeni artistici, multimediali, spettacolari, che tanta parte
potevano avere e oggi più di ieri hanno per la ricerca e
l’acquisizione del consenso. Basti ricordare “Il Bagaglino” e il
cabaret, abbandonati a sé stessi; o la satira delle vignette di
Isidori e Nistri; il teatro, che pure annoverava un potenziale maestro
quale Giorgio Albertazzi; i tanti attori di cinema, come i cantanti di
musica leggera, che erano simpatizzanti e tenevano però ben nascoste
le proprie simpatie.
Invece di uno studioso,
già allora ricercatore e sperimentatore, preparatissimo Marco Tarchi,
Giorgio Almirante scelse per la guida del “Fronte della gioventù”,
quindi quale suo delfino, il modesto e grigio Gianfranco Fini ( parlo
della considerazione comune generalizzata all’epoca ): e verrebbe
voglia nella fattispecie di mutuare l’unica, divertente e felice
battuta che sia mai uscita dalla bocca di Umberto Bossi.
I giovani più
politicamente preparati non riuscivano a emergere, esattamente come i
politici più attenti alle ragioni della cultura, quale Beppe Niccolai.
Finito il Msi e iniziata
Alleanza nazionale, Luca Barbareschi è stato degno continuatore di
questa poco edificante tradizione.
Di estrazione facoltosa e
iniziali simpatie sinistrorse, fa per anni gavetta senza infamia e
senza lode, grazie alle sue conoscenze e ai suoi contatti, alle
possibilità e ai mezzi, fra Roma, Chicago e New York. Niente degno di
essere ricordato, né come regista, né come interprete, sia al teatro,
sia al cinema. La notorietà gli arriva con la televisione, cui grazie
ai socialisti era riuscito ad arrivare, con “C’eravamo tanto amati” e
a metà degli anni Novanta è pronto a cambiare punto di riferimento
politico, abbandonando la sinistra e avvicinandosi a Gianfranco Fini
nella neonata Alleanza nazionale. Quindi adesso Fini ha poco da
litigare con lui, lanciandogli matite come uno scolaretto stizzito:
questo era l’uomo e avrebbe dovuto agevolmente valutarlo fin dai primi
momenti.

Infatti, Luca Barbareschi
è stato vicino al partito per alcuni anni, anni in cui non ha promosso
nessuna iniziativa, o dibattito, o movimento, o sommovimento. Diceva
che voleva incontrare i giovani, si accreditava quale fermento attivo
e creativo, additava campi di intervento, specialmente nel campo
dell’informatica. Tutte parole e intenzioni. Di concreto, nulla, in
questo senso. peggio: non ha mai dato retta a chi gli si rivolgeva,
sperando di trovare almeno ascolto, se non aiuto. Così, mentre a
sinistra, pur fra rivalità, gelosie e divergenze, si sono sempre
aiutati e favoriti l’un l’altro, a destra quei pochissimi che
avrebbero potuto far qualcosa, in fase organizzativa, quanto meno di
promozione, se non altro semplicemente aiutando chi aveva merito e
capacità, non hanno fatto mai niente e hanno pensato soltanto alle
loro carriere e alle loro attività.
Infatti, i nuovi
riferimenti politici, trovati sulle sponde della destra, dopo aver
abbandonato quelli della sinistra, guarda caso subito dopo il 1994,
quando aveva vinto le elezioni, hanno giovato non poco alla fino ad
allora mediocre sua carriera artistica. Direttore di teatri, regista
cinematografico, autore e interprete di fiction televisive, conduttore
di programmi televisivi: un bel salto di qualità, insomma, almeno in
termini di riscontri economici e di immagine, oltre ad altre cariche
varie ed altri incarichi eventuali. Intendiamoci: parliamo di
quantità, non di qualità. Nemmeno in questo secondo periodo, quello
sulla riva destra, Luca Barbareschi ha fatto niente di qualità. Il
film trasmesso ieri, “Il trasformista”, ne è un paradigmatico esempio:
generalizzato, indistinto, retorico, nella sua presunta critica al
mondo politico, ipocrita, poi, perché in quello stesso mondo che il
regista critica nella finzione, nella realtà il politico sguazza beato
con diletto e tornaconto economico.
Infatti, nel 2008 è stato
eletto, pardon, designato da Fini e ratificato sulla scheda
elettorale, deputato. Risulta però assente il più delle volte dai
lavori parlamentari. Quando gliene chiedono conto, si giustifica
dicendo che non ce la fa a campare con il solo stipendio da deputato (
che, voglio ricordarlo, per sottolineare questa vera e propria offesa
di Luca Barbareschi a tutti i lavoratori italiani, arriva fino a
trentamila euro al mese ) e che dunque ha bisogno di svolgere altre
attività. Oltre quelle cosi dette artistiche, ce ne sono infatti di
imprenditoriali, con aziende che, prima di essere eletto, aveva
promesso di cedere, cosa che si è regolarmente ben guardato dal fare
poi.
Dell’attività politica di
Luca Barbareschi si ricorda l’estemporanea uscita del 2008” An porta
in Rai solo mignatte”. Di chi parlava? In un articolo sul “Giornale”
di pochi giorni fa Vittorio Sgarbi gli accredita comunque una certa
competenza in materia, con seguente annuncio di querela, di cui
vedremo gli esiti giudiziari, se ce ne saranno. Poi, sempre di pochi
giorni fa, la sceneggiata sul suo voto di astensione alla camera sul
rinvio degli atti contro Berlusconi e le voci sul suo ritorno da Fli
al Pdl, che aveva lasciato per seguire Gianfranco Fini, fino allo
scambio di matite durante un confronto fra i parlamentari della nuova
formazione, in procinto di trasformarsi in partito. Quanto alla
cultura, lasciamo perdere. Quanto, infine, alla cultura di destra,
grazie a personaggi come Luca Barbareschi, essa ormai, praticamente,
non esiste più.
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