RENATA POLVERINI

L’unica certezza, l’ultima speranza

 

 

Sono cresciuta a pane e sindacato. Ero ancora bambina quando mia mamma, sindacalista Cisnal alla Rinascente, mi portava alle sue riunioni. Lavorava, le assemblee le facevano alla sera e io ero lì con lei, ad ascoltare, osservare, imparare. Ho fatto un percorso lungo all’interno del sindacato. Piccole cose all’inizio, poi incarichi di sempre maggiore responsabilità. Ho seguito tante vertenze, ho le spalle grandi”.

 

 

La giornata particolare di Renata Polverini è stata il 4 febbraio 2006. Quel giorno, a Roma, i delegati dell’ Ugl l’hanno eletta segretario generale.

 

La prima donna e per di più giovane in tutta Europa a guidare un’organizzazione sindacale importante come la Ugl.

 

E’ stato: “il frutto dell’impegno, del lavoro, del tempo pressoché totale che in questi anni ho dedicato all’Ugl contribuendo alla sua crescita.

Il fatto di essere donna offre un valore aggiunto e garantisce all’UGL un primato che nessuno potrà toglierle: il sindacato ha saputo dare una grande lezione di democrazia e di coraggio anche alla politica.

Quando sono stata eletta una collega di un altro sindacato mi ha mandato un messaggio che diceva - Sei la nostra quota rosa più riuscita - a dimostrazione che non serve una legge per incoraggiare le donne ma solo la volontà di farlo.

La solidarietà e il sostegno autentico che ho ricevuto anche dalle altre donne, sindacaliste e non, è stato poi un altro segnale significativo di come le donne siano davvero pronte a dimostrare le proprie capacità di comando. Oggi sappiamo fare squadra”.

 

 

Quel giorno, un vero e proprio valore aggiunto, la sua elezione è stata salutata personalmente anche dai segretari confederali delle altre tre principali confederazioni dei lavoratori, i quali con ciò hanno superato, proprio in nome della comune aspirazione a fare gli interessi dei lavoratori, antiche emarginazioni, di ragioni squisitamente politiche, operate per tanto tempo nei confronti del sindacato ritenuto “di destra”.

 

Di destra?

 

I valori della destra, per come li intendo io, sono quelli vicini alle persone che l’Ugl rappresenta. In pratica, i lavoratori e i cittadini con un reddito basso. Ci riconosciamo in una destra attenta ai problemi del sociale, agli interessi delle persone più deboli, che comprende e tiene alti i valori del lavoro”.

 

 

 

D’una destra sociale, alternativa, rivoluzionaria; fortemente caratterizzata dalla legalità, dall’aspirazione alla giustizia e alla giustizia sociale; degli Italiani per bene; del ruolo attivo dello Stato nell’economia, volto a garantire il benessere e la solidarietà; dei lavoratori e della partecipazione dei lavoratori alla gestione della vita economica e sociale;della corresponsabilizzazione dei lavoratori nelle scelte delle imprese; che sono state poi le componenti migliori della destra italiana del Dopoguerra e allora sì.

 

Della destra come è ridotta oggi, geneticamente modificata, talmente alterata da essere diventata un ibrido irriconoscibile e inqualificabile, liberale e liberista, liberal – capitalista, moderata, confusa, conformista, senz’arte né parte, democristiana, clientelare, partitocratica, omologata, ruota di scorta del berlusconismo e allora no.

 

Tanto che – contrariamente ai simboli folkloristici e ormai smentiti non solo e non tanto dalle teorie, quanto soprattutto dai fatti - soltanto nell’ Ugl la fiamma è rimasta viva, non solo, ma vibra e arde e, soprattutto, rischiara gli scenari futuri, l’unica certezza, l’ultima speranza di una proposta politica di tre generazioni, giunta al capolinea della Storia: o spegnersi quale testimonianza residuale non più necessaria, o proiettarsi quale patrimonio concreto di idee e ideali, per costruire il futuro.

 

 

 

 

Più che la responsabilità di guidare una grande organizzazione sindacale, questa la sfida, esaltante quanto terribile, che Renata Polverini, volente o nolente, più o meno consapevole, o più o meno inconsapevole, porta quotidianamente sulle sue “spalle grandi”.

 

 

L’Ugl ha, in tempi non sospetti, manifestato le proprie perplessità di fronte ad un provvedimento, la legge Biagi, che si proponeva di portare la flessibilità in Italia, sul modello di altre realtà europee, ma che di fatto si è trovata sprovvista di una necessaria cornice di tutele e ha finito per tradursi solo in un aumento della precarietà, soprattutto, torno a ripeterlo, tra i giovani.

Il risultato è che il lavoratore cosiddetto flessibile non trova concrete opportunità di crescita nel mondo del lavoro e se perde il posto di lavoro con grande difficoltà riesce a trovarne un altro.

La sfida di tutto il sindacato è quella di recuperare queste tutele. Occorre potenziare lo Statuto dei lavoratori e riprendere un dialogo costruttivo con il governo e le altre parti sociali per eliminare tutti gli elementi di precarizzazione del lavoro, non certo la flessibilità, e procedere ad un serio ammodernamento del sistema degli ammortizzatori sociali.

 

Al pari degli uomini, per le donne in particolare la flessibilità introdotta nel mondo del lavoro si traduce in un permanente stato di incertezza aggravato però da alcune condizioni che penalizzano ancora oggi la donna: se una donna decide di sposarsi e avere una famiglia e ancora di più se decide di fare un figlio, deve fare i conti con un sistema ancora fragile sotto molteplici punti di vista.

Il part-time in Italia non è ancora realmente decollato, il sistema dei congedi parentali ha dimostrato i suoi limiti, la rete di servizi a sostegno delle donne che lavorano è ancora lontana dai livelli di efficienza che servirebbero per poter conciliare i tempi del lavoro con quelli della famiglia.

 

Sono ancora troppe le donne che alla nascita del primo figlio, o anche semplicemente dopo il matrimonio, decidono di lasciare la propria occupazione. Ma questo sposta il discorso su un ambito più generale che dovrebbe vedere lo Stato maggiormente attivo sulle politiche di sostegno alla famiglia e non solo alla donna. In questo quadro, ad esempio, l’introduzione del ‘quoziente famigliare’ resta per noi un obiettivo imprescindibile “.

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IL SEQUESTRO LABATE – TORINO, 12 FEBBRAIO 1973

 

 

Tra i delegati al congresso nazionale dell’Ugl che ha eletto Renata Polverini segretario generale della confederazione era presente, opportunamente invitato quale memoria storica del sindacato e trait d’union fra il passato e il futuro, Bruno Labate, che fu protagonista, o, per meglio dire, vittima, dello storico sequestro operato dalle Brigate Rosse a Torino, il 12 febbraio del 1973.

 

Oggi, a distanza di trentaquattro anni, Bruno Labate è un distinto signore che, sempre a Torino, dirige un’impresa, ma che, soprattutto, si occupa di poesia. E’ presidente dell’Associazione Poesia attiva, fa promozione culturale, porta avanti e realizza eventi, convegni e progetti legati alla attività letteraria e alla formazione culturale dei giovani, a carattere internazionale, con il favore del Comune, della Provincia e della Regione.  Quasi un’altra vita, insomma.

 

Eppure, nella sua precedente esistenza, Bruno Labate era un giovane dirigente della Cisnal, dalle cui ceneri è sorta appena pochi anni fa, cambiando nome, la Ugl, semplice impiegato alla Fiat, quando venne rapito, “processato”, e “condannato” alla gogna dai brigatisti rossi, in una delle loro prime azioni di questo genere.

 

Il sequestro – Labate, infatti, rientra a pieno titolo nella storia dell’Italia contemporanea, oltre a costituirne una della pagine più vergognose, in cui sedicenti difensori degli interessi dei lavoratori colpirono un lavoratore vero, “colpevole” soltanto di non riconoscersi nelle organizzazioni sindacali marxiste.

 

Nella fattispecie, la rilevanza storica dell’avvenimento è costituita dal fatto che

( a parte una specie di prova generale, il sequestro – lampo dell’ingegnere della Sit – Siemens Idalgo Macchierini, avvenuto a Milano quasi un anno prima ) quel 12 febbraio 1973  le Brigate rosse:

 

operano il primo rapimento di un “nemico”; 

fanno partecipare direttamente all’ “azione” i principali leader, Renato Curcio e Prospero Gallinari in testa;

inaugurarono di fatto la lunga stagione di sangue di sequestri, ferimenti e uccisioni destinata a insanguinare l’Italia per oltre un decennio;

teorizzano l’eliminazione fisica dei “fascisti” ( ed è appena il caso di ricordare che nel loro lessico delirante era chiamato fascista e ritenuto dunque nemico da uccidere chiunque non fosse schierato sulle loro posizioni di “lotta di classe” violenta ).          

 

 

 

 

Per una ragione, o per l’altra, ma comunque per  le sue attuali attività culturali, cui collaboro con piacere, sono anni che io vedo Bruno Labate non dico tutti i giorni, ma insomma, almeno un paio di volte alla settimana e anzi ne son diventato buon amico-

 

 

Ho avuto più di un’occasione, quindi, per chiedergli di rievocare quella porzione di storia, quell’importantissimo, per quanto misconosciuto e insondato, episodio, di cui egli fu protagonista e anzi vittima. Sempre invano, dal momento che egli non vuole riparlarne con nessuno.

Il mio “fiuto” di giornalista e la mia passione di scrittore si sono ormai arrese al rispetto dell’umanità e alle ragioni dell’amicizia, tant’è che in questa occasione non gli ho più nemmeno chiesto nulla.

 

Ciò nonostante, ogni tanto qualche accenno, qualche breve confidenza, qualche fugace rievocazione gli è, per così dire, sia pure indirettamente, scappata: con questi “materiali”, oltre agli scarsi esiti delle ricerche di archivio, ho confezionato la breve ricostruzione che segue, oltre a raccontarne per la prima volta l’ inedito epilogo di appena tre anni fa.

 

Fra la fine del 1972 e gli inizi del 1973 gli extraparlamentari di sinistra avevano scatenato a Torino, in concomitanza con l’arrivo in città di Renato Curcio e Mara Cagol, una vera e propria caccia all’uomo. In particolare, gli operai della Fiat iscritti alla Cisnal vengono “schedati”, con numeri di targa delle loro auto e indirizzi di casa; seguiti nei loro spostamenti, pedinati; ripetutamente minacciati, anche publicamente con volantini diffusi nelle fabbriche di Mirafiori e Rivalta e infine colpiti con l’incendio delle proprie automobili.

 

Labate, quando, a modo suo, ricorda quei giorni, li associa sempre ai nomi di molti altri suoi coraggiosi colleghi sindacalisti Cisnal: Michele Tancredi, Domenico Polito, Serafino Oldano, Giorgio Bedendo e i fratelli Gucciardino. 

 

Partono le prime aggressioni fisiche; aumentano i casi di autovetture di sindacalisti della Cisnal date alle fiamme.

 

Malgrado si senta nell’ occhio del mirino e abbia perciò adottato tutta una serie di “precauzioni”, Bruno Labate viene sorpreso sotto casa la mattina del 12 febbraio 1972. Lo caricano a forza in un furgone, in cui lo tengono prigioniero cinque ore. Lo sottopongono a interrogatorio, in quello che a loro dire è un “tribunale del popolo”.  Gli contestano l’aver esaltato la forza della Cisnal all’interno della fabbrica; gli imputano l’aver favorito alcune assunzioni; gli estorcono i nomi dei dirigenti che del resto già conoscevano; gli tagliano i capelli e lo abbandonano incatenato ad un palo davanti ad un cancello di Mirafiori, insieme ad un volantino, evidentemente preparato in precedenza, in cui viene “spiegato”il motivo dell’ “azione” con un lessico e un argomentare che hanno dell’assurdo.

Fra l’altro, come detto, oltre alla proclamata necessità di passare all’eliminazione fisica dei “nemici”, sempre per la prima volta, si accenna all’urgenza di organizzare la resistenza proletaria  sul terreno della lotta armata.

In realtà, come dichiara con commozione il presidente del consiglio Mariano Rumor nella sua comunicazione in Senato, “un sindacalista, un lavoratore, è stato vittima di un’aggressione barbarica”.                 

 

Negli anni seguenti, i responsabili di quel crimine vengono smascherati, processati e condannati, soprattutto poi per tutti gli altri che commisero in seguito.

 

Ma la realtà spesso ha più fantasia di noi.

Nell’ambito di quelle attività che ho ricordato prima, tre anni fa Bruno Labate era alla Fiera del Libro di Torino, a presentare i suoi poeti di Poesia attiva. Finito l’evento, nel padiglione che li ospitava, girò l’angolo per guadagnare l’uscita e, per un caso più unico che raro, trenta anni dopo, incredibilmente si ritrovò davanti Renato Curcio, che era anch’egli alla rassegna torinese, presso lo stand della casa editrice con cui collabora dopo essere uscito dal carcere.

 

So che si guardarono negli occhi, che superarono entrambi dopo qualche secondo di imbarazzo la notevolissima sorpresa. Ma non so altro, perché che cosa poi si siano detti, di fronte a quel rincorrersi del tempo, che aveva fatto incontrare di nuovo rapitore e rapito, nemmeno questo Bruno Labate ha voluto mai raccontare. Tranne la conclusione dell’incontro: una stretta di mano e un sorriso.   

 

 

 

 

 

Grandi sacrifici hanno costruito, col cemento dell’intelligenza, un mosaico di colori e rapporti umani, che forma oggi il volto di Donne di Valori, che non guardano più indietro, ma seguono la strada che conduce ad una necessaria complementarietà uomo – donna, perché il Lavoro, come noi lo intendiamo, riporti al centro i valori, il concetto di “persona”, rispettando la dignità di insostituibili comportamenti della nostra società che, nonostante i risultati raggiunti, bussano ancora alle porte della vita donando avvenire. Lo fanno come donne e madri che in casa, o nei luoghi di lavoro, danno la freschezza e la lungimiranza della terra ancora da raggiungere”.

 

 

Quello che occorre è di ritornare a parlare con le persone.

Credo che il paese sia spaccato non in due ma in mille pezzi. Ci si confronta sempre sulle stesse questioni, tutti sappiamo che abbiamo subito mutamenti nei contesti politici, economici e sociali poi alla fine, io ve lo dico con estrema sincerità, troviamo sempre le stesse persone a parlare sempre delle stesse  e a riproporre sempre i vecchi schemi.

Questo, io credo, che sia il vero problema di questo Paese.

Tra le organizzazioni sindacali,ad esempio, molto spesso mi accorgo che il consenso che viene alla mia organizzazione - come è accaduto a Mirafiori ultimamente, come è accaduto l’altro ieri Tissen Krup a Ferrara - viene semplicemente perché la mia è una organizzazione che parla con le persone. Parla dei problemi concreti che le persone hanno.

Ad un lavoratore metalmeccanico poco importa se dobbiamo e come dobbiamo far salire mezzo punto di PIL, perché difficilmente capisce cosa è questo Pil nazionale o sovranazionale, sicuramente capisce che per andare in bagno ha necessità di concordare con il suo padrone, come lo chiama lui, come non bloccare la catena di montaggio. Questo lo dico per banalizzare un concetto, ma le persone hanno bisogno di riparlare di cose proprie”.

 

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La significativa, meritoria ideologia di fondo di Renata Polverini emerge in tutta la sua evidenza in queste dichiarazioni, rilasciate a Giancarlo perna in un’intervista pubblicata su “Il giornale” del 9 febbraio 2009.

 

“..La principale nuova regola è togliere il nostro destino dalle mani di quelli che sostengono che il mercato si autorevoli. Guai se saranno gli economisti che hanno causato il disastro a fare le nuove regole. ..Ritenevo la globalizzazione un’opportunità. Mi sono ricreduta. I deboli si impoveriscono, i ricchi lo diventano a dismisura. Globalizzazione sì, ma governata. ..Non sarò mai liberista. Sono per un socialismo buono e una migliore ridistribuzione della ricchezza. La ridistribuzione capitalista è una favola. Favorisce le speculazioni finanziarie e le rendite incontrollate”.