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Un giro nel Salento, terra da amare - 1° parte
Foto di Valerio
Melcore; testi di Giuseppe Puppo.
( Riproduzione vietata,
tutti i diritti riservati )

Un giro nel Salento, un
giro di un giorno e mezzo nel grande Salento, dove stanno le mie
radici, piantate ben solide, floride e fertili, come quelle degli
ulivi, in questa provincia difficile, che la natura ha posto
all’estremo lembo della Patria italiana, all’estremo Sud, all’estremo
limite delle terre stesse, protese in profondità nel mare aperto, fra
l’Adriatico e lo Jonio del Mediterraneo, il Mare Nostrum.
L’atavico isolamento
geografico è stato rotto, superato per un verso o per l’altro,
soltanto da poco, in vari modi, ma tutti decisivi.
Ecco i voli a basso costo
della Rayan air, che fa scalo in un’ aeroporto a venti minuti di auto
e con la possibilità di fare il “check in” anche all’entrata di Lecce
città; ma pure il raddoppio della linea ferroviaria e l’ammodernamento
del tragitto sempre da Bari, all’uscita dell’autostrada.
Ecco l’esplosione del
turismo di massa, che ha scoperto una città nel frattempo
sapientemente restaurata con i fondi della Comunità europea e pure
uniformemente interessata da una evidente opera di modernizzazione,
sotto i due mandati amministrativi del sindaco Adriana Poli Bortone
che le hanno fatto compiere un vero e proprio salto di qualità.
Ecco le strutture
ricettive di avviata consistenza, frutto di una mentalità finalmente
capace di porsi correttamente, anche con tante iniziative parallele di
promozione.
Ecco poi l’avvento e la
diffusione di internet.
Così Lecce è oggi una
città del mondo; il Salento, una meta di benessere psico - fisico,
perché anche di arte e cultura.
La notte della
Taranta, Gallipoli come Otranto, Santa Croce e gli altri capolavori
del Barocco leccese unico al mondo, le spiagge, le grotte, il
Negroamaro ( il vino, non il gruppo musicale ) e il Rosato, l’olio
nettare degli dei, sono oggi patrimonio dell’umanità, ma non nel senso
abusato e oramai insignificante dell’espressione corrente, bensì nel
significato di benessere psico – fisico, accessibili a tutti e sempre
più e sempre meglio conosciuti e apprezzati in tutto il mondo: ecco,
un vero e proprio Sud Sound System ( il sistema socio – economico, non
il gruppo musicale ) sapientemente in equilibrio fra Tradizione e
Modernità.
La Tradizione va
rispettata ed attualizzata; la modernità va affrontata e creata: come
hanno saputo fare Lecce e il Salento.
Una terra da mare.
Una terra da amare.
Ma c’è un Salento
ancora più affascinante, di suggestioni ancora più dirompenti, perché
ancora ampiamente insondate, che continua a sfuggire alla conoscenza
uniforme e generalizzata, sia degli itinerari turistici, sia dei
percorsi divulgativi.
E’ in questo
territorio pressoché inesplorato che abbiamo viaggiato per un giorno e
mezzo: io con la mia penna e il mio taccuino; Valerio Melcore con la
sua macchina fotografica e i suoi obiettivi; e tutti e due con i
nostri pensieri.
Quello che segue è
il racconto dei nostri pensieri fatti in un viaggio di un giorno e
mezzo compiuto cogli occhi e col cuore, il 23 e il 24 settembre 2009.
Le foto, le ho
scelte io, fra le centinaia scattate da Valerio, con un criterio
semplicissimo: quelle in cui apparivo di persona, lasciandogli a
chissà quali altri usi che troveranno la sua logica imprenditoriale e
il suo estro di artista tutte le altre.
Pure i pensieri,
li ho scelti io, con un criterio complicatissimo: quelli che
venivano dalla partecipazione accorata, dal pathos antico e dalla
sofferenza, perché soltanto chi ha molto provato e ha molto sofferto
può amare tanto, può amare davvero.
Il villaggio di Acaya sta
a pochi chilometri dalla costa adriatica e pure dal capoluogo, verso
sud – est.
Da un punto di vista
amministrativo è una frazione, del comune di Vernole; storicamente era
il feudo della famiglia baronale da cui prende il nome.
Fra la strada stretta, le
casette basse e i campi incolti, all’improvviso, come in una fiaba,
con tutto il suo incanto, incombe però alla vista, maestoso,
imponente, massiccio, un castello.
Lo riscopriamo di
pomeriggio di un giorno umido, col cielo velato di nuvole basse e
leggere, spostate dal vento ancora gradevole.
Proprio in questa presenza
corposa, quanto improvvisa, inaspettata, imprevedibile, sta
l’effetto di fascino e di mistero.
Tozzo, ma solido, un
quadrilatero arricchito dai torrioni sugli angoli, il castello di
Acaya evoca scenari inquietanti, di difesa dalle offese dei tanti
nemici, delle tante guerre, che l’Italia degli Spagnoli continuava
impotente a subire: per quanto presenza potenzialmente rassicurante,
lascia invece una sensazione di impotenza quale difesa dalle offese
della vita.
Sempre storicamente, porta
il marchio, il prestigio di Carlo V, che nel Salento e nella stessa
Lecce – città tanto ha lasciato di sé; ma pare evidentemente edificato
su una struttura pre-esistente, legata al villaggio antico di Segine,
a tre-quattro secoli prima, quindi, ai secoli del basso Medioevo.
Ne restano tracce
sensibili, quali gli scheletri di uomini morti in battaglia rinvenuti
nei lavori di restauro avviati da pochi anni, da quando il castello di
Acaya è stato rilevato dall’Amministrazione provinciale; o quale
l’affresco mirabile che raffigura una trecentesca Madonna che dorme,
dissepolto fra un’intercapedine e l’altra nell’interno. Restauro,
beninteso, di quanto è stato possibile restaurare dall’incuria del
tempo e degli uomini.
Fuori, rimane il soffio
del vento che viene dal mare e porta lamenti antichi, abbattendosi
sulle mura di pietra gialla, di tufo al tempo stesso solido e
malleabile: “la pietra leccese”, insomma, con cui fra Cinquecento e
Seicento furono edificati soprattutto in città i capolavori di un
Barocco al tempo stesso severo ed esuberante, unico al mondo.

Cosa è?
E’ un sorpresa,
questa del tutto inimmaginabile: del tutto insondata, misconosciuta e
non considerata.
La si trova a poche
centinaia di metri della strada ( la vedete alle mie spalle ) che
lascia Acaya, in una località che la toponomastica amministrativa
chiama Vanzè.
E’ uno dei megaliti
che si trovano sparpagliati per tutto il Salento: una grande pietra, e
chi ha fatto il Classico sa che significa l’aggettivo “mega” che
accorda con “litos”…Viaggiando per il Salento comunque il greco antico
bisogna impararlo, perché qui è di casa, è proprio il caso di dirlo e
quello dei Bizantini è rimasto ancora in una certa area ancora ben
vivo e operante nel dialetto quotidiano.
Coi megaliti, detti
anche menhir ( e con i dolmen, le costruzioni composte da più pietre,
che pure qui abbondano ) siamo in ambito del neolitico, quindi in
piena preistoria.
Nel Salento, come in
poche altre zone del mondo, ce ne sono alcuni di tutta presenza
scenica e di tutta evidenza, fra un numero quantitativamente elevato:
per esempio a Martano, uno dei paesi della Grecìa salentina, nel bel
mezzo dell’abitato, c’è il menhir più alto d’Italia, il “menhir te lu
santu Totaru”, cioè di san Sotero.
Ma questo di Vanzè è
il più affascinante, proprio perché ti prende all’improvviso,
completamente alla sprovvista.
Sta alla fine di un
giardinetto recintato e viene fuori alla vista con una inquietante
sembianza fallica, vanamente addolcita da una corona di palme che gli
sta appesa alla sommità.
Sì, palme, proprio
palme, come appurato empiricamente da Valerio, ancora a fine
settembre, dall’inizio della primavera: perché, come abbiamo scoperto
in seguito, dopo una breve indagine, a Vanzè c’è l’usanza di finire al
menhir la processione della Domenica della Palme, e tutto quindi
quadra, nel voler ricoprire di sovrastrutture del tutto estranee, ma
comprensibili, presenze originarie che la modernità non sa spiegare.
Una commistione
impossibile dell’oggi ancora cattolico, che copre, ricopre
letteralmente, la religione primitiva della terra, delle energie della
natura, degli elementi primordiali, dell’universo.
Perché questi erano
i megaliti: indicatori di presenze di energia positiva, come sempre
Valerio coglie pensando nella fattispecie alla fertilità, invocata
dalle femmine, ma pure, in misura uguale e contraria, dai maschi per
la loro potenza: e per tutti la fertilità della terra, dal basso, come
pure quella del cosmo, dall’alto, di cui i menhir erano i
catalizzatori.
Gli uomini antichi,
senza conoscenze scientifiche, né tecnologiche, avevano però il potere
di “sentire”, di saper riconoscere e dunque poi opportunamente
utilizzare la forza, la potenza, le energie positive degli elementi
primordiali, l’acqua, la terra, l’aria, il fuoco, che non per caso uno
dei primi filosofi, Talete, individuò come origine e fondamento
dell’universo stesso. Una capacità che gli uomini contemporanei non
hanno più, che essi han perduto per sempre.
A Vanzè c’è ancora
oggi un segnale di potenza, di fertilità, delle capacità di quei figli
delle stelle - perché aveva ragione quell’altro filosofo che qualche
anno fa cantava “noi siamo figli delle stelle” - che vi abitarono
tanti millenni fa: e con quel simbolo fallico centravano il punto di
ricevimento e di raccolta delle energie positive del cosmo.
Ed eccola, la terra,
minuta, rossa, arsa, sitibonda, così fragile, quasi inconsistente, da
far gridare al miracolo, per ogni pezzo strappato alla roccia, agli
scogli, ancora affioranti di calcare, retaggio dei millenni ( ma nella
fattispecie non bastano neppure i millenni, in verità, a calcolare le
età del passato ) antichi, in cui tutto il Salento era coperto da quel
mare, da cui adesso – categoria recente, se commisurata alla
preistoria - affiora solido e in cui baldanzoso si protende.
La terra di uno dei
tanti uliveti che, andando per strade secondarie, si incrociano
tornando dalle frazioni di Vernole, verso Cavallino.
Gli ulivi, che sono
le piante caratteristiche, insieme alle viti, del Salento, le
coltivazioni tutte e due portate dai Greci, quelli antichi della Magna
Grecia, tutte e due fiorite come per miracolo fra la terra minuta,
rossa, arsa, sitibonda.
Nei tronchi portano
incise le sofferenze del passato, di chi ha dovuto combattere ogni
cosa, per poter sopravvivere e al meglio prosperare, come i vecchi
portano incise nei volti le rughe dei secoli.
Sono ampi, corposi,
massicci, ma pure, a volte, a tratti, scheletrici, variamente
intrecciati in sé stessi, come a riannodare le fila di un discorso di
patimenti e lente, a volte effimere, ma trepide e sapide conquiste
vitali.
Sono le piante fatte
a immagine e somiglianza dei loro coltivatori, ne hanno assorbito e ne
manifestano i volti esteriori e le caratteristiche interiori.


Una nonna, di quelle
antiche, che a casa comandavano e la casa mandavano avanti, prima
delle loro figlie e tanto più dei loro mariti.
Vestite di “zinzuli”,
gli stracci di poco e nessun valore; il capo fasciato per spostare i
carichi; capaci di curare e di guarire, con i loro rimedi naturali,
ogni acciacco del corpo e dell’anima; vere manager e amministratrici
delegate della famiglia; depositarie della saggezza antica della
cultura contadina che sapevano formulare e ritrasmettere; chef
impareggiabili della cucina povera, di terra-territorio-tradizione,
quanto deliziosa; e infine a sera, dopo il tramonto, davanti al
fuoco, affascinanti affabulatrici di leggende e miti.


Ogni pietra dissepolta
significava un pezzettino di terra da coltivare in più, quindi
qualcosa in più da mangiare: perciò il contadino esercitava
quotidianamente con le pietre da disseppellire una fatica suppletiva e
una pazienza congenita.
Ammassava in un angolo,
una dopo l’altra, una sull’altra, quelle che riusciva a tirare fuori e
piano piano delimitava con esse i confini della proprietà, alzandoli
quanto bastava e di volta in volta poteva, ma poi soprattutto sempre
con esse costruiva il suo rifugio: “lu pagghiaru”.
Fresco d’estate, dentro,
veniva buono principalmente quando il sole alto batteva così forte, da
rendere impossibili tutte le attività, nelle ore centrali della
giornata; ma pure d’inverno serviva quale riparo dal vento freddo,
comunque sempre dai temporali: indispensabile per chi usciva da casa
all’alba e vi faceva ritorno al tramonto, stando tutto il giorno a
lavorare la terra.
“I pagghiari” del Salento
sono i simboli dell’atavica condanna al sudore della fronte, i
monumenti però pure all’intraprendenza umana in accordo con la natura
considerata madre e non matrigna.
I ritmi naturali
scandivano le giornate di lavoro duro, ma salutare, quello che dava
dignità, prima ancora che sostentamento: e certe vedute di spettacoli
naturali colte all’ombra del riposo riuscivano in ogni stagione a rintemprare lo spirito.
Prima che il sole compia
la sua parabola discendente, anche noi torniamo a casa. Andiamo verso
Cavallino, dove c’è quella di Valerio, che però prima prende una
stradina sepolta dalla vegetazione, a fine estate ancora rigogliosa e,
dopo alcuni tentativi, riesce ad individuare un altro “menhir” che
ricordava aver visto da bambino.
Eccolo.
La sua apparizione,
completamente isolato, anzi nascosto, fra le sterpaglie e le piante
selvatiche, un’altra sorpresa.
Ma sono notevoli anche le
rocce di scoglio che vi spuntano vicini.
Prima che cali il
tramonto, fra le parole che evocano gli scenari poveri, ma belli,
dell’infanzia come un’età dell’ oro, dell’innocenza, ci rimettiamo in
macchina e ci ritiriamo.
Domani faremo un percorso
ben più lungo e Valerio dice che bisogna essere, per cominciare,
all’oasi naturale delle Cesine giusto allo spuntar del sole, per
cogliere le magie delle luci e dei suoni della natura.
Dista poco da Lecce,
subito dopo il lido di San Cataldo, due-tre chilometri oltre la fine
della via del mare, ma bisogna arrivarci poi e a piedi naturalmente e
calcolare pure il tempo per la doccia e quello necessario a venirmi a
prendere, e insomma, dice ancora Valerio, sordo a ogni mia pur
sdegnata, più che vibrata, protesta, bisognerà mettere la sveglia alle
4.30.
…Cazzo, le 4.30!
Nemmeno all’alba: nel cuore della notte.
Quid nocte, domine?
Domani sarà un
giorno lungo, ma affascinante: ma sì, conviene andare a dormire
presto, ‘stasera, a dormire subito.
La nonna col volto
scolpito nel tronco dell’ulivo che abbiamo ancora negli occhi ci
racconterà di spiriti della terra e di folletti del cielo, per farci
addormentare.
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