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Un giro nel Salento, terra da amare - 2° parte

Eccomi.
Comunque…Chissà per quale
delle spiegazioni addotte da Valerio, per tentare di giustificare
l’insuccesso, comunque alle Cesine, di uccelli neanche l’ombra ed è
proprio il caso di dirlo, alle prime luci dell’alba. E già che ero
salito fin sulla sommità del “pagghiaru”, per avere una visuale più
ampia!
La luce varia già in
molteplici gradazioni, che si intrecciano con quelle dei profumi della
vegetazione rigogliosa. Ormai è giorno fatto: passata è l’aria fresca
della notte, che abbiamo respirato ancora a Lecce, con l’aroma del
caffè del Bar Commercio e in pochi minuti, ancora al buio, abbiamo
fatto i pochi chilometri di Via del mare deserta, fino a san Cataldo e
poi i pochissimi sulla litoranea, fino alla riserva naturale.
Comunque la levataccia non
è stata vana, per quanto sicuramente provante: il sentiero scelto da
Valerio, sulla base di personalissimi ricordi di quando era ragazzo,
per entrare a piedi, si colorava e si profumava passo dopo passo,
mentre ci dirigevamo verso la radura più ampia e regalava sensazioni
soavi.
Ma uccelli, niente,
nemmeno uno per sbaglio e nessun canto, nessun volo: silenzio, tutto
intorno, profondissimo silenzio.

Giunchi e canne erano le
piante della radura. Mi viene in mente e, sulla via del ritorno alla
macchina, mi fermo a segnarlo, che la loro presenza ha lasciato tracce
evidenti, oltre che nell’economia rurale, in cui molteplici erano gli
usi, pure nel lessico dialettale: il formaggio del Salento si chiama
“Giuncata”, perché sui giunchi appunto riposa e la frase “T’ha fatte
le case a cannizzu” fotografa con la bonomia e la sagacia tipiche dei
Salentini la situazione di chi si è preparato una situazione di
precaria instabilità, come potevano essere appunto i rifugi abitativi
costruiti con le canne, foriera di guai di facile previsione.
Giacché ci sono, segno
pure la lezione di storia impartitaci da un pensionato che andava a
raggiungere il suo pezzo di terra all’interno delle Cesine, bonificate
dal fascismo fin dal 1924: tutta la zona, resa fertile, venne divisa
in piccoli lotti e assegnata ai contadini, affinché la coltivassero e
potessero vivere del loro lavoro. Soltanto in tempi relativamente
recenti le Cesine furono per lo più abbandonate e adesso sono una
riserva naturale, gestita ( male, devo dire, dopo averla percorsa dal
di dentro ) dal Wwf, il che preclude ogni altra possibile
destinazione.
Le energie sono ancora
fresche e frizzanti come l’aria; mettiamo poco a ripercorrere a
ritroso il sentiero fra il gracchiare delle ranocchie, i voli delle
libellule e i profumi di mirto, eucalipto e rosmarino, inciampando di
tanto in tanto fra le “scrasce”, le piante che non si piegano al
passaggio, della rigogliosa vegetazione.

Eccolo.
Il primo mattino è saturo
di iodio.
L’alba sul mare e sempre
uno spettacolo mozzafiato.
Me lo ricorderò questo
mare, fra i palazzi e il cemento, quando sarò di nuovo solo, fra le
nebbie e il gelo, d’inverno, a mille e duecento chilometri di distanza
geografica, quando vicino sarà lontano, e già fra poche settimane,
quando farà già freddo e pioverà, sui miei pensieri, sulle paure,
sulle tristezze e sulle malinconie, sulle speranze e sulle delusioni,
sulle tante domande che non avranno nessuna risposta, e sui ricordi,
del caldo da morire, del sesso da impazzire.

Quando ormai tutti vanno
avanti e indietro senza nemmeno sapere dove andare, dalla mattina alla
sera, come formiche impazzite, inseguendo il lavoro e il profitto,
vedere di prima mattina un pescatore solitario dà una sensazione di
benessere.
Il possesso è soltanto una
misera e falsa illusione, è da stolti vivere egoisticamente inseguendo
i beni materiali.
Gli esseri umani non sono
stati creati per vivere come le formiche. Devono avere il tempo di
fermarsi per parlare con i loro simili. Devono avere il tempo di
sollevare la testa, per guardare il cielo.
Vivere significa stare in
accordo con natura, dalla quale siamo stati generati, della quale
facciamo parte e alla quale ci ricongiungeremo.
Vivere significa sentirsi
in pace, in pace con sé stessi, in pace con il mondo.

Toh…
Nunno comu stai?
Ne è appena arrivato un
altro, ben mattiniero ( sono neanche le 7.30 dell’ora legale ) su uno
dei tanti piazzali dove la strada finisce e permette di scendere a
mare attraverso gli scogli e subito si prepara, dopo aver parcheggiato
l’auto vicino la nostra, cioè quella di Valerio, che non lo conosce,
ma che fa le presentazioni come se lo conoscesse.
Ma tie de ci sinti?
Nei paesi del Salento per
sapere chi sei, ti chiedono sempre prima di chi sei figlio e così ti
danno un’identità, ti regalano poi subito la tua importanza.
Tranquillizzato, come
rassicurato, dalla risposta alla sua domanda, per quanto sconosciuti
fin a quel momento, con noi l’anziano pescatore si scioglie, superata
l’iniziale diffidenza e anzi - credo che fosse il modo di considerarci
amici, se non addirittura complici – ci spiega il suo metodo per
preparare esche a suo dire irresistibili per i cefali.

Torre Specchia, San Foca,
Roca, Torre dell’Orso.
La litoranea guarda a sud
– est e ha a sinistra il mare e a destra i centri abitati. Il mare è
immenso e azzurro e profuma d’oriente, di terre lontane e ha il sapore
della vita e della storia; fatto di scogli che degradano a riva, con
accessi a volte facili, a volte impervi, o addirittura impossibili; i
centri abitati sono di casette e stradine, a volta di villini, vicino
alle spiagge, a ricongiungersi all’insieme del paesaggio.
I paesi hanno nei nomi il
senso del loro divenire: le torri sono quelle per lo più
cinquecentesche e seicentesche, edificate come posti di guardia, più
che di difesa; ma i secoli si rincorrono qui con la stessa atavica
paura, delle incursioni dei Saraceni e nel terreno ci sono i resti
degli scavi fatti dagli abitanti, che, appena dall’orizzonte si
profilavano le navi dei pirati, correvano a nascondersi, protetti dai
cunicoli, verso l’entroterra.
Qui, altri reperti, che
evocano non più secoli, ma addirittura millenni.
L’Adriatico qui impazzisce
di luce, di colori, di vento, di profumi e di sapori; gioca con le
grotte, con le insenature, con la sabbia e, soprattutto, con gli
scogli. Come i rami degli ulivi, anche gli scogli assumono in questo
tratto forme incredibili, a volte suggestive, a volte inquietanti,
sempre poetiche, come a dare un tratto di uniformità e una mano di
compostezza al paesaggio nella sua interezza.

A fine settembre, anche la
lunga estate del grande Salento sta finendo.
L’ultima turista di
mattina presto è scesa già al mare, per riempirsi i polmoni di iodio,
gli occhi di colori, gli orecchi del rumore del mare. Sta pensando di
fare l’ultimo bagno della stagione.
Quasi ci vergogniamo di
violarne l’intimità.
Ce ne andiamo subito.
Dopo quest’altra breve
sosta, un altro tragitto, sempre verso sud est, sempre lungo la costa,
che fra poco, addirittura selvaggia e incontaminata, si chiama Baia
dei Turchi, e ben sappiamo già il perché; andiamo verso altri due
gioiellini della natura, ancora più pura, nel suo equilibrio raggiunto
nei millenni, nel suo sistema pressoché perfetto che qui l’uomo ha
saputo preservare e valorizzare.
Poco prima di arrivare a
Otranto, un breve giro dentro questo miracolo.
Eccoci.

Gli Alimini sono due
laghetti, uno d’acqua salata e uno d’acqua dolce, rimasti intatti così
come gli elementi primordiali li hanno creati: comunicanti col mare e
fra di essi, in un complicato, eppure lineare sistema di canali.
Silenzio, fra un trionfo
di macchia mediterranea e un tripudio di piante anche rarissime, come
le così dette “castagne d’acqua”: i pesci non fanno rumore e silente e
anche il volo degli uccelli.
Cammino piano per non fare
rumore, sul terreno sabbioso e seguo preoccupato Valerio che si
inerpica, non senza qualche difficoltà, su postazioni naturali, per
trovare le inquadrature migliori per le sue foto.

Sì però adesso un po’ di
riposo, chè mi devo leggere i giornali di oggi, oh!

..Ma la sosta è stata
breve, chè di strada ce n’è ancora tanta, sai.
Lo so, lo.
Siamo entrati dentro
Otranto, l’ abbiamo attraversata e ce la siamo lasciata alle spalle.
Abbiamo deviato dal faro
di punta Palacia, che segna il punto più a oriente d’Italia.
Abbiamo raggiunto una zona
denominata Le Orte, alla ricerca di un favoloso posto perduto.
Intanto, ci siamo persi
noi nella mattina.

Nord, sud, ovest, est, e
forse quel che cerco neanche c'è! Nord, sud, ovest, est, starò
cercando lei, o forse me?
Infatti, comunque, il
paesaggio è mutato all’improvviso: sembra una California
nell’entroterra d’ America, una miniera del selvaggio west, in un
rincorrersi e un soprapporsi di tempi e di luoghi.

Eh eh…Tranquillo, amico
mio, la so io la strada! La vedi? E’ lì la miniera! Mo’ ci andiamo!

Incredibile. Sono i
colori, nel loro insieme, incredibili, eppure veri, anzi, intensamente
veri. Sono le conformazioni di questo posto, con quell’appunto
incredibile laghetto, fra le montagnole di minerali, che lasciano
basiti. Sono quei fiori e quelle piante, che spuntano dal terreno arso
e stremato, sono quegli uccelli che stazionano beati, che lasciano
senza parole e senza fiato. Era un’antica cava di bauxite, un minerale
che nei processi industriali serviva a ricavare l’alluminio. Adesso è
un luogo di fascino e di mistero, appartato e nascosto, selvaggio e
solitario, che evoca pensieri lontani e voglia d’avventura.

La strada si affaccia su
ampie vedute, che spaziano verso l’orizzonte. La costa è uniforme, da
questo punto in avanti, fino al capo, anzi accentua le sue
caratteristiche, di rocce, scogli e dirupi, che sovrastano il mare e
poi più o meno repentinamente all’improvviso vi scendono, anche con
grotte spettacolari e in maniera pressoché inaccessibile, se non
vicino alle spiaggette, dei centri abitati.
Valerio bestemmia al
telefonino, prima perché lo chiamano a risolvere non ho capito bene
quale questione ( “Houston, abbiamo un problema” ) mentre sta lontano
da Lecce e per giunta mentre sta guidando, su tornanti impegnativi,
nel sali e scendi della costa, poi perché il campo della linea
telefonica va e viene e questo lo esaspera a tal punto che credo
voglia buttare via, lontano, il pur sofisticato l’apparecchio d’ultima
generazione.
Poi si calma un po’ e mi
racconta di quando, a Pasqua, anzi a Pasquetta, andato a far il picnic
con i parenti, da queste parti e sceso da una specie di promontorio,
fino agli scogli sul livello del mare, si sia sentito squillare,
appunto, il telefonino: era la Telecom dell’Albania, che, in albanese,
appunto, lo informava della situazione creatasi e delle relative
tariffe.
Va beh…
Certo che l’Albania è
vicina: di solito se ne vedono le coste a occhio nudo e per il Salento
è stata sempre una presenza costante, anche quando c’erano i
comunisti, per di più d’osservanza cinese e le loro motovedette
stavano in agguato, per sorprendere i nostri pescatori, ma soprattutto
quando, begli anni Novanta, crollato il regime, quelli se ne sono
venuti in massa in Italia, che credevano l’America, e sul Salento sono
sbarcati in massa, con un esodo di proporzioni bibliche.
Intanto ho chiesto a
destra e a manca, ma pare proprio che sia impossibile arrivare agli
scavi, ai reperti antichissimi, della preistoria, che qui abbondano e
sono di straordinaria qualità scientifica: non ne capisco il perché,
ma gli abitanti del posto me lo confermano tutti e deve essere proprio
vero, che è impossibile accedere alle grotte della preistoria di Porto
Badisco.
Ripieghiamo allora sul
paesino e scendiamo fin dove ci porta la stradina principale:
praticamente in riva a una insenatura, una specie di canale, del mare,
che qui si colora di un celeste chiarissimo e, a tratti, di un verde
smeraldo, che paiono tolti dalla tinozza degli acquarelli d’un pittore
naif genio incompreso.

Come Enea e i suoi
profughi nella leggenda di Troia cantata da Virgilio, al primo approdo
in Italia dalla sua città distrutta, con un’automobile, ferma
praticamente davanti allo sciabordio delle onde, invece che una barca,
anche noi sbarchiamo a Porto Badisco.
A me non ancora passato il
disappunto per le grotte preistoriche rese inaccessibili, che ci sono
qua vicino e sono un patrimonio unico al mondo, a pochi chilometri, ma
impossibili da vedere.
Valerio progetta un
ennesimo investimento immobiliare, anche qui, come fa spesso, in molti
posti che vede e gli piacciono e progetta di comprarne un pezzo, anche
senza doverne fare poi niente, tanto per averlo, o poterlo mettere un
giorno a disposizione.
Inseguendo ciascuno i suoi
pensieri, ce ne stiamo a guardare alcuni abitanti del posto che si
preparano a uscire in mare, a fare un giro in barca, anche se i
preparativi vanno per le lunghe, come dire, son fatti senza fretta e
allora, con uno sguardo complice, ritorniamo in macchina e ripartiamo.
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