IL MIO FESTIVAL DI SAN REMO

Sanremo occupa un posto di rilievo nella mia geografia dell’anima. Da ragazzo, la vidi, per diciotto mesi, soltanto da lontano, dal mare, a bordo della nave Mirto della Marina Militare, che faceva su e giù fra le due riviere, a compiere rilievi.

Anni dopo, quando da giornalista, ci arrivai per la prima e unica volta in maniera professionale, la mia delusione fu talmente grande, che avrei voluto tornarmene indietro, quando, invece che in teatro, dal vivo, mi fecero accomodare con gli altri inviati in uno stanzone a parte, distinto e distante dal palco, dove c’era un televisore, come quello di casa mia.

Conservo invece un ricordo bellissimo qualche anno dopo ancora, quando, turista per caso, ci arrivai la vigilia di Ferragosto, che aspettai prima in un piano bar all’aperto del centro, e poi al porto a guardare i fuochi d’artificio.

Sanremo occupa un posto di rilievo nel mio immaginario individuale, nella mia educazione sentimentale, nei miei interessi culturali, perché io amo la cultura popolare, di cui le canzoni sono una componente fondamentale.

Per tanto tempo, tranne le ultime edizioni, ho quindi sempre seguito il festival “full immersion”, anche attento agli aspetti diversi da quelli propriamente musicali, per cercarvi segnali, messaggi, significati, di quella attualità che sarebbe diventata poi storia. Ora, se è vero che Sanremo è Sanremo, da alcuni anni, Sanremo non è più quello di una volta. Non c’è più l’evento clou, non ci sono più gli accadimenti memorabili, neanche le canzoni sono i brani suggestivi e indimenticabili che uscivano una volta e per tanto tempo dal festival della canzone italiana.

Più che riflettere su quanto emerso quest’anno, nelle prime tre serate, che ho seguito di nuovo interamente e attentamente e già mi sono bastate, ho cercato di spiegarmi le ragioni del declino pure di questa celeberrima istituzione.

In primo luogo la colpa è della televisione, che per le sue ragioni esclusivamente commerciali, ne ha dilatato i tempi e i modi in maniera smisurata, su quasi una settimana intera, il che è una enormità e un obbrobrio, che ne ha deturpato le caratteristiche e snaturato i meccanismi, prima pressoché perfetti, pur nelle formule contraddittorie delle giurie e dei play-back. Così, ora il Festival assomiglia a uno dei tanti raccomandati, balletti e rassegne canore che imperversando tutto l’anno, senza minimamente, fra l’altro, raggiungere il fascino antico delle Canzonissime e degli Studio Uno di una volta. Ma questo è un altro discorso, torniamo subito al nostro. Poi, la commistione fra le televisioni, in questo guazzabuglio pressoché inestricabile, vero e proprio potere unico, fra servizio pubblico ed emittenza privata, di tante facce interscambiabili e sovrapponibili, che diventano una sola, indistinta.

Ancora, il sistema, sempre di potere, anche se limitato alla musica, di Pippo Baudo prima, e di Maria De Filippi poi, che ne hanno governato prima, e ne governano adesso, gli svolgimenti e gli esiti.

La banalità, la ripetitività, la vecchiaia, infine, sono le altre componenti della decadenza sanremese, che finisce spesso con l’indulgere nel deja – vù, nella retorica più insopportabile, nella stanca riproposizione di motivi e personaggi, quando già si sa che né i motivi, né i personaggi hanno più niente di significativo da dire. Prendete la Antonella Clerici, che ha dato un avvio squallido, presentandosi in versione mamma per inanellare banalità da asilo infantile: ma poi, non era vietato portare i bambini in televisione e dunque sfruttarne l’immagine per tentare di accalappiarsi un po’ di simpatia.

Ha detto qualcosa di significativo Gianni Morandi, questa via emiliana alla sinistra del lambrusco e dei tortellini, che sopravvive a sé stesso, chiamato a presentare, non si è capito perché? Ha presentato – fra l’altro retribuito in maniera indecente: e di indecenza maggiore si deve a ragion veduta parlare pure per il solito Roberto Benigni - senza dire una sola frase non dico degna di essere ricordata, ma nemmeno di attenzione: sorridente, garbato, misurato, cioè inespressivo, insignificante e buono soltanto quale fine dicitore di sponsor. Hanno detto qualcosa le bellocce di turno, sia la Belen, sia la Elisabetta? Hanno letto, pure male, ingessate e legnose, dal gobbo che suggeriva titoli e interpreti. Quando hanno provato a esprimere un concetto, lo hanno fatto a livello di scuola elementare: la mamma, l’emozione, dai… Dopo tanti anni ancora non si capisce che cosa sappiano fare nel mondo dello spettacolo e perché abbiano tanto successo, a parte i rivolti delle cronache rosa e pure di altri colori, il rosso e il nero tipo Stendhal, tanto per essere precisi

Quanto agli altri due, della “squadra”, come la chiamava Morandi, con termine per lui di dubbio gusto, perché mutuato dal lessico berlusconiano, erano un ossimoro vivente: perché non si può essere il cerimoniere e il satiro; il conduttore e il critico; il potere e il contropotere. E ciò in assoluto, a parte il fatto poi che le Jene hanno sempre sparato a salve e hanno avuto il solo fine di imporre le loro proprie individualità, nel sistema dello spettacolo commerciale.

Ah , le canzoni, sì. Medio mediocri la maggior parte e alcune addirittura ben brutte. Salvo soltanto, perché capaci di rinnovarsi, pur fedeli alla loro tradizione, capaci di continuare a dire qualcosa al loro pubblico, a fare melodia con le note e a esprimere concetti con le parole, Al Bano e Max Pezzali. L’uno ha raccontato una storia contemporanea e ha interpretato con essa un dramma epocale, e l’ha fatto fedele al suo stile, ai suoi mezzi, al senso di una carriera lunghissima e prestigiosa che sa continuare a creare.

L’altro, dopo una generazione intera, ha saputo interpretarne un esito individuale, vent’anni dopo e questa volta facendo oggettività, del dato personale: poi, anch’egli sempre fedele al suo stile, ai suoi mezzi, al senso di una carriera lunga e famosa, che sa continuare a creare. Un ultima menzione per l’unica vis polemica che ho trovato, in una strofa della canzone di un tal Tricarico, quando ricorda a quelli nella nebbia con la bandiera verde che la nostra tre colori ha. E ora, lasciatemi cantare, con la chitarra in mano.