La campagna elettorale a Torino - I GRILLI, I LUPI E GLI AGNELLI

(7 marzo 2011)

  

Ne avevo già scritto su queste note quattro mesi fa mesi fa, quando, basito, avevo notato i primi, subito quantitativamente esuberanti, manifesti elettorali – commerciali, in previsione delle allora lontane elezioni comunali.

Pendolare Torino – Lecce, quest’anno avrò un doppio osservatorio privilegiato, per i miei studi e le mie conseguenti note di comunicazione.

Già che a Lecce, dove so già che un rigido familismo e una estrema parcellizzazione lasciano ben esigui margini alla propaganda, e pure alla comunicazione, vorrò vedere le differenze con quattro anni fa, una campagna elettorale che andai apposta ad analizzare in loco; intanto mi piace chiosare quella attuale di Torino, a cominciare proprio dai manifesti.

Richiamo alla memoria e ribadisco: “La pubblicità elettorale dei candidati andrebbe fatta solamente durante il periodo previsto di trenta giorni prima delle elezioni e solamente negli appositi spazi, amen. Piano piano, ma a dosi sempre più massicce, è invalsa l’abitudine di comprare spazi commerciali, cioè quegli spazi destinati alla pubblicità commerciale, gestiti da apposite società, o direttamente dal Comune, per metterci sopra manifesti col faccione e il simbolo, pure in periodi antecedenti la campagna elettorale vera e propria, giusto per ricordare, o annunciare, al mondo, da parte del candidato, che esiste, che è vivo e lotta insieme a noi. Geniale, aggirando tutte le norme e i divieti: perché questo tipo di pubblicità in effetti un minimo di visibilità l’ottiene, soprattutto perché concentrata e senza concorrenti. C’è un piccolo particolare contrario, però: costa molto, anzi moltissimo. Ora, in un budget di campagne elettorali, per elezioni europee, politiche, e pure regionali, una simile spesa ci può stare, visti i lauti stipendi che l’elezione comporta. A parte il fatto che per le elezioni politiche – Camera e Senato – i partiti hanno espropriato i cittadini della facoltà di scegliersi i propri rappresentanti, dal momento che, senza che nessuno gridi vergogna, deputati e senatori non sono più eletti dal popolo, ma nominati ( in senso contrario di quello in uso al Grande Fratello ) dai partiti. Ma per un consiglio comunale, no. Perché per quanto possa guadagnare, un consigliere comunale, anche nel caso diventi assessore, con i suoi futuri stipendi non riesce a coprire le spese di una campagna elettorale di questo tipo. Quindi, arriva inevitabile il sospetto – e il sospetto è l’anticamera della verità – che in realtà vuol essere eletto perché poi sa come non solo rientrare, ma pure andare ampiamente in attivo, con altri mezzi, con un altro tipo di entrate “.

Bene. Cioè male. Adesso che esse sono ancora non certo vicine, visto che mancano altri due mesi, il fenomeno ha assunto dimensioni rilevanti, in questa Torino che si conferma ancora una volta anche in questo laboratorio sperimentale e indicatrice evidente delle tendenze in atto e sempre poi con qualcosa in più di particolare.

Soltanto qui per esempio esiste da qualche anno un partito che piglia pure un bel po’ di voti, anche se non si capisce per come e perché e che si chiama tout court “Moderati”. Difficile capire chi siano, che cosa vogliano, da quali idee – forza siano animati, dal momento che dire che sono “moderati” non vuol dire proprio niente ed essi stessi si sono sempre ben guardati dal fornire ulteriori ragguagli. Avessero mai fatto una manifestazione, che ne so? Un comizio, un corteo, una protesta, o una proposta, di carattere – e mi scuso per profanare il termine – ideologico. Iniziò qualche anno fa con le tecniche del tele - marketing, come se fosse una nuova marca di abbigliamento, o un nuovo locale, giustappunto, sul mercato che è ormai la politica. Poi, fece campagna – acquisti di transfughi, delusi e scontenti del sotto sotto – bosco delle varie amministrazioni della provincia, accogliendo – è proprio il caso di dirlo - da destra e manca e ha conosciuto dunque una discreta fortuna, sguazzando fra incarichi, delibere, determine, appalti e quant’altro. Ora, i candidati di questi “moderati” sono i più accaniti nell’occupazione degli spazi commerciali, ognuno col suo cognome a carattere cubitali, col suo abitino rassicurante, oppure - dicono che faccia più “figo”, è l’ultima “creatività” - col suo colletto della camicia sbottonato, ( purtroppo, ora si usa così ), col suo pulloverino, col suo faccione ora greve, ora ammiccante, col suo carico di umane glorie e miserie.

Non uno però che dica qualcosa, che manifesti non dico un’idea, ma almeno una ragione di esistere.

Voglio interpretare benevolmente. Diciamo che è vanagloria, diciamo che ognuno è libero di spendere i suoi soldi come meglio crede: invece di farsi un pied a terre a Santa Rita, uno si fa la campagna elettorale per il Comune, saranno pure affari suoi.

Diciamo pure però che potrebbe essere un investimento anche migliore di quello immobiliare, in caso di elezione, dal momento che in un modo o nell’altro – soprattutto nell’altro, in un futuro prossimo, in caso di ingresso in maggioranza, o in un futuro remoto, in caso di candidatura futura a ben più remunerativi quanto a stipendi cariche amministrative –esso potrebbe ripagare. Forse, tout court, si tratta solamente di entrare in questo modo nella casta dei privilegiati, come nell’India del Medioevo; una nomenklatura, come nella Russia del comunismo, dove si entra per servilismo, per cooptazione, oppure bruciando ricchezze personali, sul mercato della politica, per acquistare titoli di merito, obbligazioni e buoni, da reclamare prima o poi.

Infine – e lo dico con amarezza – non c’è nessuno di sinistra che abbia fatto finora una cosa del genere.

In questa Torino di cui dicevo prima, fanno buona compagnia – qualitativa e quantitativa – anzi, li hanno pure battuti sul tempo, avendo cominciato prima delle vacanze di Natale, i candidati di un nuovo partito. Ora, non mi scandalizzo del nuovo partito, di cui comunque non si sentiva certo la mancanza, visto che di partiti e partitini ne abbiamo fin troppi e anzi aumentano sempre di più.

Qui a Torino, poi, esiste già di tutto: esiste il giga partito – unico trasversale della grande famiglia degli agnelli; così come esiste il micro – partito di famiglia dei lupi; ci sono i grillini, quelli che hanno i grilli per la testa, quelli che usavano i grilletti: insomma, proprio di tutto. Finanche gli spacciatori di liste farlocche e le liste dei megalomani, dei falsari, degli umoristi. L’ho detto: di tutto, di più.

Ce ne può pure stare un altro, di partito, ti pare? Ma che dovizia di mezzi, che spiegamento di forze, che dispendio di cartellonistica e affissioni! Si chiamano “Azzurri d’Italia”. Non sono lo stadio di Bergamo: occhio e croce, sembrano cloni mal riusciti del Berlusconi degli esordi con vent’anni di ritardo. Ma essere politicamente vergini è un titolo di merito? Qualcuno dovrebbe spiegare loro che il nuovo è già avanzato, non solo: si è pure fermato e anzi è ormai ampiamente regredito. Ma che accanimento di colletti, pulloverini, faccioni e cognomi reboanti!

Beh, consoliamoci: son sempre meglio dei manifesti dei becchini e delle pompe funebri che abitualmente, tranne che nei periodi elettorali, appunto, da molti anni ormai – caso unico non solo in Italia, ma al mondo intero – deturpano le strade di Torino, invitandoti a pensare che tanto devi morire e allora ti puoi prenotare il funerale in saldo, a rate, con lo sconto, col mutuo e giacché ci sei pure per i tuoi cari.

Ora – lo dico per i lettori internettiani delle mie note e dei miei blog sul mio e altri siti che non vivono a Torino, poiché gli altri lo sanno di loro - non mi sto inventando niente, non sto neppure esagerando, anzi: incredibile, ma è così.

Bene, cioè male. Mi voglio fermare qui. Di tutti gli altri “manifestanti” commerciali non voglio dire niente altro, se non che non si distinguono certo per inventiva, capacità comunicativa, o creatività propositiva. Giunge per lo più un’eco stonata, da direzioni sbagliate ( un mondo migliore è possibile, è di sinistra ) oppure si manifestano – è proprio il caso di dire – suggestioni distorte ( la Torino rossa non cambierebbe di molto ). Peggio di tutto, la ripetitività spacciata per creatività ( Un amico in comune è doppiamente risaputa e banale ).

Sugli altri, meglio stendere quel pietoso velo: da chi si è sposato con Torino ( un metro-sessuale? ) a chi con particolare originalità promette il Filadelfia ( che, per i non Torinesi: si tratta non del formaggio omonimo, ma dello stadio del Torino calcio che da decenni tutti dicono di voler realizzare e che invece non vede mai la luce ).