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GIULIO TREMONTI
Il consumismo della politica

Uno dei guai dell’Italia è che si
pubblicano tantissimi libri, la stragrande maggioranza dei quali
non ne avrebbe motivo alcuno, e, di contro, si legge pochissimo,
per lo più poi quei pochi titoli imposti dagli oligopoli
dell’industria editoriale. Per l’una e l’altra ragione - la
confusione e la penuria - per quanto ossimoro - succede poi così
che passino praticamente sotto silenzio nella considerazione
generale tante idee che meriterebbero invece ben altra
considerazione.
Certe cose, prima che soprattutto
alcune interviste al quotidiano “La Repubblica” e altre
pubbliche uscite, fra la fine del 2006 e gli inizi del 2007,
dessero loro una qualche divulgazione e suscitassero non poco
stupore, Giulio Tremonti le aveva dette, anzi scritte, in un
libro – “Rischi fatali“ - del 2005, quando dunque era
comunque esponete di rilievo, prima ministro dell’economia, poi
vicepresidente del consiglio, di un governo “liberale”, e
comunque sempre esponente di spicco di quel partito –azienda,
Forza Italia, che del liberismo, del liberalismo ( a seconda che
si privilegi l’accezione economica, o più propriamente politica
) fa la sua, conclamata, caratteristica principale.
Va beh che ormai liberisti e
liberalisti, tranne le frange di estrema sinistra e di estrema
destra, si dicono un po’ tutti, dai Ds ad An, ma va beh,
significherà pur qualcosa, se le parole hanno ancora un senso.
In questo grigiore uniforme, in
questo conformismo generalizzato, rinsaldatosi paradossalmente
alla fine del periodo politico del “nuovo che avanza” ( ma “La
ricchezza delle nazioni”, il saggio di Adam Smith in cui viene
teorizzata l’economia politica liberale è del 1776 ) e con ancor
maggiore effetto dirompente, proprio in considerazione del ruolo
del loro, assolutamente insospettabile, ideatore, le idee di
Giulio Tremonti prendono una forza tutta speciale.
Egli, proprio l’esponente di
spicco, proprio il fedelissimo di Berlusconi, proprio Giulio
Tremonti in persona – e gli unici appunti che gli si possono
rivolgere sono di non averlo fatto prima, quando, per esempio,
era direttamente il ministro dell’economia, come pure la
coerenza che ha di agitarle in un contesto, prima di partito,
poi di centro – destra ( ma se fosse di centro – sinistra
sarebbe lo stesso ) completamente avulso e anzi contrario –
critica il liberalismo, che chiama con termine dispregiativo “mercatismo”.
Imputa poi alla sinistra marxista la sostanziale
adesione al sistema. Non gli piacciono, infine,
il libero mercato e il
libero commercio e la mancanza del ruolo dello Stato:
proprio per tutte queste ultime ragioni critica le regole contro
l’intervento dello Stato nell’economia dell’ Unione Europea,
ritenuta vera e propria burocrazia totalitaria.
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“È
così che all’utopia comunista si è sostituita l’utopia
mercatista: from Marx to Market…Il mercato unico è diventato
la base totalitaria del pensiero unico…La modernità è nel
mercato…il supermarket è la nuova agorà, le banche sono il
sinedrio della democrazia… La realtà è sempre più
nell’economia e l’economia è sempre di più dominata da un
pensiero unico che tende a travolgere…le vecchie diversità.
Perché solo così il consumismo di massa funziona…Il comunismo
non è dunque finito del tutto…Si è alleato col capitalismo. Si
è strumentalmente spostato, dal controllo dei mezzi di
produzione al controllo prima dei prodotti e poi dei
consumatori. È in specie il comunismo che ha fornito al
consumismo il codice di forza necessario per la sua diffusione
lineare su scala globale”.
Ecco, invece è che in politica
tante cose non significano più niente, sono soltanto boutade del
momento, improvvisazioni estemporanee; e le parole non hanno più
un senso.
Giulio Tremonti, un personaggio
apparentemente di non facile interpretazione, è invece
facilissimo a capirsi, proprio in questo senso: è la
personificazione dell’abilità a cogliere e lanciare suggestioni
efficaci, fin dalle proprie personali radici, in un determinato
momento, salvo poi in un altro dato momento a dimenticarle, o
negarle e rinnegarle addirittura.
Purché servano a sé stessi a restare a galla.

Nato a Sondrio, il 18 agosto 1947,
diventa professore universitario e comincia a scrivere di tasse
e federalismo fiscale, prima su dispense e manuali, poi su
libri, poi su articoli per il “Corriere della Sera”.
Porta i capelli lunghi, simpatizza
per gli extraparlamentari di sinistra.
All’apice dell’egemonia
socialista, si avvicina al boss Gianni De Michelis e diviene
collaboratore dei ministri delle finanze Franco Reviglio e Rino
Formica. Viene inserito fra i “nani, saltimbanchi e ballerine”,
di quella “assemblea nazionale socialista” passata alla storia
appunto per la celebre definizione dei suoi componenti, rimasta
nel lessico politico, oltre che, ma senza successo, candidato al
Parlamento.
Il collasso della così detta
“Prima repubblica”, anziché trascinarlo a fondo, come i suoi
compagni socialisti, lo sospinge invece al successo.
“Io all’assemblea nazionale dei
socialisti non ci sono mai andato, non so neanche che cosa è e
cosa fa. Preferirei non parlarne” – dirà poi. E si avvicina
al movimento “La Rete” di Leoluca Orlando, per il quale scrive
le tesi di politica fiscale.
Opportunamente meglio riciclatosi
con “Alleanza democratica” e con il “Patto segni” nel 1994, lo
abbandona subito dopo aver ottenuto l’elezione a deputato, per
aderire a “Forza Italia”, di cui arriva poi ad essere
vicepresidente e uno degli eterni papabili alla successione
annunciata di Silvio Berlusconi.
Nei suoi governi è a varie riprese
vicepresidente del Consiglio dei Ministri ministro dell’Economia
e delle Finanze.
Al Capo è molto legato da un
preciso ruolo politico personale, avuto nel riavvicinamento fra
Lega e Forza Italia e i rapporti fra i due partiti sono una
delle pagine più oscure delle recente storia italiana.
I fatti sono noti: a quell’Umberto
Bossi, che, nel 1995, lo aveva tradito, insieme a Rocco
Buttiglione, al tempo della crisi del suo primo governo, di cui
in effetti provoca la caduta, una responsabilità colossale, di
ordine epocale; che gli aveva fatto piangere la mamma; con il
quale aveva giurato di non voler avere più niente da fare; che
nel frattempo aveva insultato in tutti i modi e dal quale in
tutti i modi, anche i più incredibili, era stato insultato;
ecco, a quel Bossi Berlusconi si riavvicina e lo associa
nuovamente nel 1999 nell’alleanza di centro destra che gli fa
vincere le elezioni nel 2001 e che dura ancora adesso.
Ma la duratura alleanza ha avuto
un prezzo, almeno secondo quanto risulta scritto nell'agenda del
2004 dell'ex giornalista Guglielmo Sasinini, uno degli indagati
nell'inchiesta sui dossier illeciti e illecite intercettazioni
nell'ambito di Telecom: Silvio Berlusconi avrebbe dato 70
miliardi di lire ( Ok, il prezzo è giusto ) a Umberto Bossi in
cambio della sua totale fedeltà ( soldi serviti a ripianare le
finanze leghiste dissestate da tutta una serie di tracolli,
oltre che a levare i pignoramenti iscritti sulla casa del
“senatur” ) e, a margine di questa annotazione, appare anche il
nome di Giulio Tremonti senza alcuna ulteriore spiegazione.
Ecco, di quest’asse privilegiato
di Forza Italia con la Lega, Guido Tremonti è fautore e garante
e quindi ne guadagna in autorevolezza politica.
Diventa anche personaggio pubblico
famoso: è collaboratore, o frequente intervistato dei principali
quotidiani, oltre che assiduo ospite delle più importanti
trasmissioni televisive.
Invece, in incognito, è Presidente
di “Aspen Institute Italia” e del “Group of Ten” (G10), oltre
che frequentatore del Bilderberg Group: insomma, di tutte le
organizzazione delle elite economiche e finanziarie para - e
alto - massoniche internazionali.
Insomma: lo spirito popolare e radicale manifestato negli
ultimi tempi è in aperto contrasto con la sua storia e la sua
identità, fatta di educazione liberale, di visione
intellettuale aristocratica, di estrazione grande - borghese,
di relazioni professionali nell’establishment economico
finanziario.
Inquietanti, per esempio, le sue prese di posizione rispetto al
tema della moneta unica europea, a carico della Banca centrale
europea e l'emissione di titoli per così dire di stato, i così
detti eurobond, a carico dell’Unione europea, a fronte delle
critiche avanzate all’euro e all’Unione europea.
O le sue
battaglie per l’introduzione di misure protezionistiche, in un
mondo globalizzato. Più terra terra, le minacce originarie di
tassazione dell’etere, dimenticate poi a fianco di Silvio
Berlusconi, uno dei suoi tanti ondeggiamenti di carattere
tributario, il più terribile dei quali rimane quello sul
condono, prima, da saggista, apertamente criticato, poi, da
ministro, ampiamente attuato.
Ecco
allora Giulio Tremonti, l’uomo di spicco del libelismo, del
liberalismo, del mercato, del partito azienda, che arriva a
sostenere che la globalizzazione mostra dei cedimenti; che il
mercato come luogo della politica è finito; che è fallita
l´idea che un Paese si governa come un´azienda; che il futuro
è la sinistra antagonista.
L´ideologia che considerava il mercato come luogo dominante
della politica - questo il cuore del ragionamento - è finita:
se è vero che la politica non potrà tornare nei vecchi recinti
ideologici, è anche impossibile che continui a restare nel
luogo artificiale del mercato. Non possiamo quindi- a suo
giudizio -fermare la modernità, ma non possiamo nemmeno
subirla in modo passivo.
“Se
la realtà cambia anche la politica deve cambiare. Se la politica
resta ferma, prima o poi sarà la realtà a venire a cambiarla. Il
Novecento ha avuto una altissima intensità ideologica, ma è
finito. Si apre una nuova fase ideologica che si basa sul reset
delle vecchie ideologie. E’ una fase che apre una prospettiva di
crisi a sinistra e offre una chance di successo alla destra. A
sinistra la crisi è evidente, non solo nel pensiero debole, ma
soprattutto nella crisi del governismo. Per governismo intendo
l’identificazione della politica con la spesa pubblica: governo
per spendere, spendo dunque governo. Nell’ultimo mezzo secolo la
sinistra si è identificata con il governo, e il governo si è
identificato con la spesa pubblica fatta in deficit. E’ la fine
storica del deficit spending che ha causato la crisi politica
della sinistra governista. Basta guardare la Finanziaria di
Prodi. Continua con la vecchia tecnica della spesa pubblica. La
novità è che non la finanzia più con il deficit spending ma con
nuove tasse. Questa strategia è politicamente suicida perché
produce dissenso in misura superiore al consenso.
Fuori dalla catena di governo non sono emersi principi, valori e
idee capaci di prendere il cuore e la mente dei popoli, solo
pensiero debole. A sinistra se c’è un futuro è solo per la
sinistra antagonista. Mi sembra che siano i soli che potranno
arare il campo, tenendo l’aratro con il fuoco nella mente.
Diversamente la destra ha una chance per elaborare dottrine,
principi, idee e simboli nuovi e superiori a quelli della
sinistra. Un esempio, è quello della politica ambientale. Per
l’analisi da sinistra l’ambientalismo è scritto su un segmento
corto che va dall’invettiva anticapitalista a un’idea pagana e
panteista della natura. La nostra nuova filosofia politica può e
deve essere sviluppata su una curva politica molto più lunga:
contenere la dimensione dell’uomo, il rapporto dell’uomo con la
natura, la fiducia in un’evoluzione progressiva della scienza.
La globalizzazione
non è solo causa di squilibri economici e sociali, ma è anche
causa di crescenti rischi ambientali. A sinistra non c’è solo il
paganesimo ambientale, c’è certo anche il pensiero mercatista.
Ma il mercatismo non ha gli strumenti per l’analisi
sull’ambiente, perché conosce solo un paradigma, il pil”.
Ma se questa è la dirompente pars
destruens, la pars costruens, quando pure, a diverse e
soprapposte riprese tratteggiata, diventa disarmante:
evoca una rivisitata dottrina mercantilista e protezionista di
stampo colbertista, che subordina l'apertura dei mercati
all'interesse e alla volontà di potenza dei singoli Stati.
Poi,
una confusa e incredibile, a tratti improponibile, commistione
fra pubblico e privato: l’ iniziativa privata finanziata dai
soldi pubblici, insomma la teorizzazione, la legalizzazione,
l’esaltazione, delle degenerazioni, degli esempi peggiori, dei
più brutti esempi offerti deal nostro sistema.
Infine
una sorta di modello di governo del primato dell'economia, che,
dal protezionismo, sa sviluppare nuovi mercati, come quelli del
così detto "low cost" e attrarre sempre nuovi clienti, che per
questo e da questo dovrebbero pure sentirsi gratificati, come
quelli che grazie alle basse tariffe possono frequentare ora i
ristoranti ( di Mac Donald ) o gli aerei ( della Ryan Air ):
insomma, l’esaltazione del neocolonialismo liberal – capitalista
della globalizzazione.
Così, il serpente che si morde la coda.
Ecco
che cosa è Giulio Tremonti: esaltatore del consumismo, che poi
critica i “dico”, definendoli “consumismo delle
relazioni”.
In
realtà, in questo suo guazzabuglio ideologico senza rimedio, in
questa sua confusione elevata a sistema, al fine esclusivo del
mantenimento e del controllo del potere, davanti agli interessi
asserviti all’occulta strategia senza confini dell’alta finanza
internazionale, proprio egli stesso è il consumismo, anzi il
supermarket della politica, quello che, a seconda delle
stagioni, crea ed espone in bella vista, oppure fa sparire, e
poi ricomparire, negli scaffali migliori, mischiandole e
mascherandole, rutilanti quanto opportunistiche suggestioni,
capaci di catturare i voti degli ignari cittadini elettori,
buoni soltanto a consumare e per questo e con questo a creare
consenso.
E un’impressione che esce
rafforzata dagli avvenimenti successivi, sia nella teoria, sia
nella pratica, quando Giulio Tremonti saggista scrive un nuovo
libro, in cui tenta senza costrutto di dare una sistemazione
organica alla confusione ideale che lo agita e quando Giulio
Tremonti ministro del nuovo governo – Berlusconi prende le prime
due misure che, al di là dell’apparenza, si rivelano non contro
banche e petrolieri, ma di conforto a banche e petrolieri.
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