POLITICA E CULTURA (DI DESTRA) – FENOMENOLOGIA DI VITTORIO SGARBI

Prima ancora che a Luca Barbareschi, si pensa subito, però, a Vittorio Sgarbi, quando comunemente si pensa oggi alla cultura di destra, o comunque non di sinistra. Ecco perché essa praticamente non esiste più: perché viene affidata a personaggi simili e da personaggi simili viene interpretata. Dopo aver parlato nel blog precedente di Barbareschi, giullare di Fini, parliamo adesso di Sgarbi, giullare di Berlusconi.

Chissà cosa ne penserebbe, se, in questo momento, non avesse anch’egli da pensare prima di tutto a sé stesso, a proposito di incontri occasionali, il buon Brunetta, delle ultime vicende che hanno di nuovo e prepotentemente riportato ai disonori della cronaca Sgarbi, ma soprattutto del suo primo periodo, quella del sostanziale anonimato, prima che la televisione lo facesse diventare un personaggio e lo proiettasse sulla scena culturale, sociale e politica italiana. Classe 1952, di Ferrara, Vittorio Sgarbi, di famiglia agiata, si era laureato in filosofia con specializzazione in storia dell’arte a Bologna ed era diventato dipendente del Ministero dei Beni Artistici, funzionario alla sovrintendenza regionale del Veneto. Aveva cioè avviato una “normale” e “tranquilla” carriera e aveva pubblicato una serie di anonime monografie e di cataloghi accademici.

Un uomo ( non una delle tantissime donne conosciute ) gli cambia la vita, nel 1989: Maurizio Costanzo, allora in gran auge, che lo invita ripetutamente al suo “show”, già sulle reti televisive berlusconiane, a parlare di arte. L’unica materia che il Nostro ha almeno studiato, per quanto la interpreti e la renda in maniera del tutto accademica, didascalica, oltre che con la solita prosopopea e per usi disinvolti, al limite delle sconcezze in cui altrimenti è ripetutamente sconfinato in tutti gli altri campi di intervento in cui ha esercitato la sua vena protagonistica.

Sgarbi si impone nello smodato repertorio di varia umanità che là trovava esibizione e gloria, all’epoca salotto – buono della decadente così detta “prima repubblica” e vetrina del regime demo - socialista, mentre in sinergia con le altre reti Fininvest preparava l’avvento della seconda, senza che nessuno se ne accorgesse, ma già capace di dettare l’agenda dell’editoria e dello spettacolo. Non so come e perché i due si fossero conosciuti e non sono riuscito a scoprirlo, ma certo sarebbe interessantissimo ricostruire cause e motivi di questa “attrazione fatale”, perché parte da qui lo snodo di tutto il resto.

Non per la qualità delle partecipazioni: le sue conversazioni in tale sede non si discostano da semplici chiacchierate divulgative . Però Vittorio Sgarbi diventò ospite privilegiato dopo che, alla prima occasione, insultò con un termine irripetibile una delle altre partecipanti, una preside che leggeva una sua poesia, inaugurando la tv del turpiloquio e della lite volgare, di cui sarebbe diventato superbo interprete, con ciò accreditandosi man mano, parolaccia dopo parolaccia, offesa dopo offesa, interruzione dopo interruzione, sproloquio dopo sproloquio, quale personaggio pubblico di fama smisurata.

Grazie alla benevolenza di Maurizio Costanzo, insomma, dopo quasi tre anni, sessanta puntate, quindici ore in totale di discorsi complessivi, pure venticinque videocassette ( vendute in edicola e prodotta da una società controllata dallo stesso Maurizio Costanzo, quando si dice il conflitto di interessi ) era nata una stella dello Spettacolo.

Che c’entrava Renato Brunetta? C’entra, c’entra, e non per le controverse frequentazioni femminili.

C’entra a futura memoria, perché proprio negli anni, nel 1989 e nel 1990, in cui partecipa con tale assiduità al “Maurizio Costanzo show”, ma in cui era pur sempre ancora funzionario del Ministero del Beni culturali, Vittorio Sgarbi si mette in malattia. Rimedia la prima e per ora la più disdicevole di una serie di condanne penali, e traversie giudiziarie in cui in seguito sarà ripetutamente coinvolto, dalle diffamazioni, all’uso privato di beni pubblici, per gli infamanti reati di falso e truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato: sei mesi e dieci giorni di carcere. Pena confermata in appello nel 1996.

Ma ormai è un personaggio famoso e pensa bene di “allargarsi” alla politica. La televisione gli rimane dagli esordi ai giorni nostri uno strumento di notorietà, che usa a profusione, per corroborare il suo personaggio. Passa da una trasmissione all’altra, dando vita a una serie di memorabili quanto squallidi litigi, quando non addirittura vere e proprie risse, con l’universo mondo, in particolare quelle con Mike Buongiorno, Roberto D’Agostino, Alessandro Cecchi Paone, Alessandra Mussolini, risse che, anche grazie ai servigi di uno strumento quale You tube, resteranno monumentum aere perennius della tv – trash dell’epoca nostra, capace di elevare al rango di “maitre a penser” e intellettuale sommo un eccentrico, quanto limitato e per giunta volgare personaggio come Vittorio Sgarbi, appunto. Nelle ultime apparizioni dei mesi scorsi, dopo infinite “comparsate” un po’ dappertutto, dai “Tapiri” di “Striscia la notizia”, alle prestigiose giurie di “Pupe e secchioni”, quelle nel peggior programma dell’intera storia della televisione italiana, “Pomeriggio cinque” di Barbara D’Urso, non si vergogna di apparire sopra – elevato rispetto agli altri ospiti, sospeso verso il cielo, come un “tronista” divino.

Il premio? Il programma tutto suo che nell’immediato futuro la Rai – berlusconiana anch’essa – gli ha già commissionato, all’insegna del “ragionamento” e della cultura contro quella di sinistra, e va beh.

Peggio. La notorietà televisiva gli spalancò le porte – girevoli, molto, ma molto girevoli, è il caso di dire – della politica, di cui Vittorio Sgarbi ben poco sapeva e ben poco continua a sapere, quanto a retroterra ideologico e prospettive sociali, il che non gli ha impedito di assemblare confusamente incarichi elettivi, cariche pubbliche, nomine di sotto – governo e di sotto, sotto – governo dettate dal potere politico, organizzazioni di partiti varie, in un guazzabuglio pressoché inestricabile di giravolte, a destra e a manca di Forza Italia prima, Pdl poi, e di Silvio Berlusconi in particolare, al quale rimane, alla faccia dell’indipendenza della cultura e della carica di critica e di libertà che essa dovrebbe sempre avere, supinamente allineato e coperto.

In questi ultimi giorni è coinvolto direttamente nelle vicende di cui il presidente è accusato e ne prende le difese quindi con ancora maggiore virulenza. Per chi voglia approfondire – in questa sede, quest’ultimo aspetto è ininfluente – ci sono le ricostruzioni giornalistiche di cui è protagonista. Ma qui siamo entrati nel rapporto di Vittorio Sgarbi con l’universo femminile, che vogliamo ugualmente commentare, perché “privato” è “pubblico”, “personale” è politico.

L’aereo di Stato che prende con Sara Tommasi ( a parte l’altra sconcezza del vantarsi di essere stato anch’egli con la ormai famosa Ruby ) per portarla alla corte di Silvio Berlusconi non è infatti un’altra dimostrazione del disinvolto uso dei beni istituzionali ( dall’apertura dei musei apposta per i suoi amici, alle auto blu di rappresentanza ); non è infatti un’altra dimostrazione di servilismo politico; è invece una paradigmatica dimostrazione della concezione sua riguardo alle donne.

Verso di loro, infatti, le quali ne sono comunque attratte, dal fascino sicuro e affidabile degli stereotipi dell’uomo di maturità, di cultura, di potere, di successo, manifesta prepotenza, arroganza, sostanziale disprezzo. Però, a differenza di lui, un uomo maturo è capace di stabilire legami autentici e profondi. La cultura, poi, insegna prima di tutto l’educazione, quanto meno il rispetto. Il potere dovrebbe vestirsi di umiltà e di povertà. Il successo, quindi, nella fenomenologia di Vittorio Sgarbi, è l’unica dimensione reale: ma si tratta del successo materiale e volgare dell’apparire, tipico dei giorni nostri e in tal senso va inquadrato e correttamente misurato.

Infine, a completare un quadro come si vede ben diverso nella sua dimensione reale da quel che appare, nega poi completamente la funzione materna: o, per meglio dire, nega la sua paternità.

Insomma, leva sistematicamente a ogni rapporto d’amore la dimensione vitale e dunque più magica, la stessa prospettiva futura: quindi, nega l’amore stesso.

Quanto alla politica, per completare anche questo aspetto della come si vede ben limitata e ben meschina personalità sgarbiana, c’è da sottolineare che la carriere comincia quale estensione della tv, come proiezione della fama televisiva. C’è da sottolineare ancora, a parte la mancanza completa di modelli, punti di riferimento, idee – forza ed esperienze significative che si denotano in lui, che gli esordi lo vedono schierato con il partito comunista. E’ candidato – sindaco del Pci infatti a Pesaro nel 1990. Nella vicina San Severino Marche, due anni dopo, è invece prima consigliere per il Psi e poi sindaco per la Dc. Due anni dopo arriva già in parlamento, invece con i resti superstiti del Pli : ve lo ricordate, il partito liberale? Quello.

Quando Silvio Berlusconi “beve l’amaro calice” e “scende in campo”, Vittorio Sgarbi, che ha opportunisticamente seguito tutti i preparativi, balza sul carro di “Forza Italia” a gamba tesa, passando dai radicali di Pannella e, eletto deputato, gli viene affidata la presidenza di una commissione parlamentare, non i più alti incarichi cui ambiva. Naufragato il primo storico, vero, sincero governo Berlusconi, più che per il tradimento della Lega di Umberto Bossi – giova ricordarlo – che per altro, Sgarbi continua rimanere deputato, ondivago, megalomane – si fonda un partito personale, che mantiene nell’orbita del centro – destra – scorretto. Diviene pure almeno sottosegretario, se non ministro, come avrebbe voluto, alla cultura, ma dura poco, perché il suo superiore non riesce a tollerarne le continue scorrettezze istituzionali. Per tutta risposta, passa con centro – sinistra, con i repubblicani, con l’Unione consumatori, senza riuscire però a essere eletto. Con indubbio stile e straordinaria finezza, piglia pubblicamente a male parole gli elettori veneti che non lo avevano eletto, con tutta una serie di termini offensivi, gli unici riferibili dei quali in questa sede sono “egoisti, unti, razzisti, evasori” Ritorna col centro – destra nel 2006 a Milano, con la Letizia Moratti, che lo fa – anche questa volta però dura poco – assessore alla cultura, per poi revocargli l’incarico. Nel 2008 invece va a finire in Sicilia, nello sperduto paese di Salemi, di cui diviene sindaco sostenuto dall’ Udc e trova un nuovo palcoscenico mediatico. La politica come avanspettacolo, insomma: il teatrino della politica, il mistero – buffo del giullare del potere.

Fin qui la storia di quest’uomo, che ho voluto ricostruire – sia ben inteso: in spirito crociano, e sottolineo: crociano, senza indulgere in accanimenti, che sarebbero stati oltremodo facile – per un’unica considerazione, che proprio non riesco a sopportare: che, oggi, quando si parli di cultura di destra, di cultura insomma non di sinistra, si parli subito di Vittorio Sgarbi, a Vittorio Sgarbi per primo si pensi.